Ed immagino il dolore grande di Verdi che, alla distanza di
quarantacinque anni, ancora vivo e sano, oggi penserà mestamente alla
differenza dei tempi e degli uomini.
Facciamo anche noi quello che in questo momento farà Verdi colla sua
grande mente: abbandoniamo l'istante che ci rattrista, per ritornare
al momento solenne nel quale Giuseppe Verdi consacrava il trionfo
dell'arte italiana in faccia a tutti i popoli.
E sono al secondo punto capitale del periodo storico.
Invitato a scrivere un'opera per l'occasione della grande Esposizione
Universale del 1855 a Parigi, Verdi accettò l'incarico; e si mise
subito d'accordo coi suoi librettisti prestabiliti, per la scelta del
soggetto.
Al giorno d'oggi chiunque avrebbe approfittato del favorevole
contrattempo per rendere il più alto omaggio alla nazione ospitale,
scegliendo con ogni cura il più adatto dei soggetti.
Ed io conosco qualcuno che, pure in circostanza ben dissimile e punto
solenne, sta sobbarcando la propria fantasia all'apoteosi cortigiana
dello straniero.
Invece Verdi, anche nella maestosità di quel momento, non seppe tradire
il suo sentimento e le sue aspirazioni; non seppe dimenticare la
Patria Santa a cui l'arte sua pareva interamente dedicata; e scelse il
soggetto dei _Vespri Siciliani_.
Oggi, più che allora, si può ammirare la temerarietà di Verdi che volle
avventurare in estraneo suolo l'opera sua che inneggiava alla gloria
del suo paese, addolorando il popolo che l'ospitava.
E non so che cosa debba maggiormente ammirarsi in Verdi se l'amore
per la patria, immenso ed infrenabile, o la coscienza della forza del
proprio genio.
Quando nel 1282 Giovanni da Procida intuonò colle armi i _Vespri_
famosi, fu un pianto solo di rabbia e di dolore per tutta la Francia.
Ma quando nella stessa Francia Giuseppe Verdi, nel 1855, intuonò
coll'arte sua divina i _Vespri_ suoi, fu un grido d'esultanza per tutta
la Nazione; fu un inno d'entusiasmo per l'arte italiana.
L'arte di Verdi si era superbamente imposta, vincendo tutti gli
scrupoli della storia e della politica.
Io fremo d'orgoglio e di gioia al pensiero di tanta altezza d'ideale,
sognata e raggiunta dalla potenza del genio d'Italia. E guardo
disperato al vuoto che oggi ne circonda.
L'Esposizione Universale di Parigi del 1855 diede all'arte italiana
l'alloro prezioso del suo maggiore trionfo; l'Esposizione Universale di
Parigi del 1900 lascia oggi l'arte italiana a divorarsi da sè stessa,
accasciata nei suoi confini, intisichita dagli stravizi immondi.
E Verdi è ancora vivo.... e vede.... e rammenta.... e soffre più di
noi!...
Entro nell'ultima fase del periodo storico.
_Un ballo in Maschera!_
Qui non abbiamo affatto il soggetto patriottico che incita
all'entusiasmo gli animi della folla; non abbiamo affatto l'opera di
occasione e di attualità; eppure nessun lavoro di Verdi ha avuto tanta
influenza sui destini della patria quanto _Un ballo in Maschera_.
La sola creazione intrinseca del genio di Verdi seppe compire il
prodigio.
Il pubblico, nella grande commozione del successo rimasto memorabile,
ebbe la visione di tutto il decennio trascorso fra i dolori e le ansie;
rivide la figura del Maestro combattente per la Patria colle armi
dell'arte e della gloria; sentì risuonare ancora quei canti popolari
che avevano sollevato d'esultanza ogni petto: comprese che la luce,
appena intravveduta sull'orizzonte dei sogni, annunziava la vera aurora
del sole della libertà. La musica di Verdi parlò ancora una volta al
cuore ardente e generoso del popolo d'Italia.
Ed il popolo d'Italia intese quella voce; e l'intese sinceramente e
grandemente nella pura espressione del suo linguaggio sublime.
Nessun concorso di elementi estranei in quella musica appassionata ed
affascinante.
Il solo genio creatore di Verdi, ritraendo mirabilmente gl'impulsi
del suo cuore, fece scattare il pubblico in una esplosione spontanea
d'entusiasmo. Ed anche allora mille voci commosse ed esultanti
gridarono insieme: _Viva Verdi!_ Ma non era più soltanto il grido di
plauso all'autore fortunato e prediletto; non era più la semplice
acclamazione all'opera stupenda; non era più la sola esaltazione
dell'arte nostra: era il grido del popolo chiamato alla riscossa; era
il saluto solenne e vigoroso al precursore della redenzione nazionale;
era l'inno vittorioso della folla risvegliata dalla grande luce della
libertà!
«_Viva Verdi!_» Fu il grido che partì da Roma il 17 febbraio del '59 e
che si ripercosse in tutte le parti dell'Italia, ingigantito dall'eco.
Ed a quel grido immenso che erompeva dai petti animosi di tutti gli
italiani, fu compiuta la unità della Patria. _Viva V. E. R. D. I.! Viva
Vittorio Emanuele Re d'Italia!_
Che sia benedetto il fato!
Ma le glorie di Verdi, in quel periodo epico della vita italiana,
furono molte al di fuori delle tre che ho tentato di illustrare. Dal
1849 al 1859 Verdi scrisse dieci opere, compreso l'_Aroldo_, che non
è che lo _Stiffelio_ riformato su nuovo libretto. E nelle dieci opere
figurano quei quattro capolavori ormai consacrati alla storia immortale
dell'arte dall'entusiasmo popolare di tutto il mondo: _Rigoletto_,
_Trovatore_, _Traviata_ e _Ballo in Maschera_.
Nessuna musica al mondo più di quella di Verdi ha mai destato interesse
e passione negli animi; e specialmente parlando delle quattro opere
famose.
Ci sarebbe da scrivere interi volumi, se si volessero raccogliere tutti
gli episodii di esagerato entusiasmo provocato dalla musica di Verdi; e
si potrebbe cominciare dall'aneddoto di quell'ufficiale che, assistendo
da un palco di quint'ordine ad una rappresentazione della _Battaglia
di Legnano_, fu invaso da tale strano fanatismo che, urlando come
un ossesso, gettò in platea e sul palcoscenico, sciabola, spalline,
cappotto e tutte le seggiole del suo palchetto; e stava per buttarsi
lui stesso di sotto, quando fu agguantato miracolosamente e fu portato
fuori del teatro.
Si disse, allora, che l'ufficiale era briaco; ma io non ci ho mai
creduto.
Parecchi anni fa ero a Firenze; ed una notte, quando tornavo
all'albergo, m'imbattei in una comitiva di cinque o sei giovanotti, che
si erano fermati in mezzo alla strada e discutevano animatamente ed a
gran voce. Sentii subito che parlavano di musica; e mi fermai cercando
di afferrare il senso della loro discussione. Ma i giovanotti si
mossero per fermarsi di nuovo dopo una trentina di passi: e rinnovarono
questa manovra parecchie volte, ad intervalli che mi parvero
perfettamente uguali. Io seguivo costantemente tutte le mosse della
comitiva, rimanendo sempre ad una discreta distanza, che mi permetteva
di non perdere una sillaba della vivace conversazione.
La disputa era accesa fra due soli della compagnia, e si dibatteva
intorno alle opere di Verdi. L'uno dei due sosteneva a spada tratta il
_Rigoletto_ come l'opera più perfetta della produzione verdiana; mentre
l'altro urlava che il _Trovatore_ poteva comprare tutte le opere di
questo mondo, messe insieme.
Il resto della comitiva non prendeva parte alla discussione, ma
ascoltava attentamente e con grande interesse.
Io, dapprima, cominciai per divertirmi a quella scena nuova e
caratteristica: ma poi, a poco a poco, involontariamente mi sentii
afferrato anch'io dall'interesse della disputa e dalla foga dei due
contendenti; ed anche, se vogliamo, dalla logica delle ragioni addotte
per convincersi l'un l'altro da quegli scatenati, che avevano perduto
il sangue freddo prima del senso comune. (Cosa che non accade tutti i
giorni!)
Altro che la convinzione del critico! Altro che l'eloquenza del
conferenziere! Non sentirò mai, in vita mia, una cosa simile.
Oramai il mio spirito era interamente conquistato. Dimenticai le ore
piccine, non badai al frescolino pungente della notte, non pensai
più al povero portinaio dell'albergo che mi aspettava; e rimasi ad
ascoltare avidamente.
La disputa, intanto, si accalorava sempre più; e, ad un certo punto,
entrò in una fase impreveduta e singolarissima. I due giovanotti,
non potendo convincersi a vicenda a furia di parole, cominciarono a
cantare a squarciagola i pezzi più salienti dell'opera rispettivamente
preferita.
(Si concessero la prova di fatto, direbbe un pretore).
Non scorderò mai l'effetto di quel duello in musica. Peccato che non si
possa ridire!
Gridava l'uno: «Ma dove mi vuoi trovare una melodia più toccante
di _tutte le feste al tempio_?» E si metteva a cantare il motivo. E
l'altro subito replicava: «E dove metti _ai nostri monti ritorneremo_?»
E giù, a cantare anche lui. Ed il primo a riprendere: «Tu parli della
popolarità del _Trovatore_, come se nel _Rigoletto_ non ci fosse, _la
donna è mobile_.»
E l'altro: «La vorresti forse mettere al confronto del _di quella
pira_?»
E le due voci s'inalzavano accanite nell'aria fredda della notte,
volendosi ormai fare ragione colla forza.
Dal gruppo della comitiva, ad un tratto, si allontanò per poco uno dei
giovanotti che circondavano i due inferociti rivali: era senza dubbio
un dissidente, perchè sentii che cantava a mezza voce l'_eri tu che
macchiavi_.
Ma gli urli dei due eroi della questione si erano già resi
insopportabili. Io non capivo più nulla: era una scena infernale, un
vero finimondo! Sentivo sbraitare i _Cortigiani vil razza dannata_!
per tener testa a _quell'infame l'amore ha venduto_; e stentavo
a riconoscere la _bella figlia dell'amore_ confusa e imbrogliata
coll'_Ah, sì! ben mio coll'essere!_ a tale altezza di tonalità da far
venire le vertigini.
La scena non poteva durare più a lungo. Ed infatti i contendenti
vennero presto alle mani; ed alle _cavatine_ e ai _si bemolli_ fecero
succedere una vera grandine di schiaffi e di pugni. Gli amici durarono
non poca fatica a dividere i focosi pugillatori; e per calmarli
del tutto ci volle la voce del saggio della Compagnia che li ammonì
con poche parole che, a quell'ora ed in quel luogo, mi parvero una
profezia: «Cosa andate a guastarvi il sangue col _Rigoletto_ e il
_Trovatore_, quando, come niente, domani Verdi viene fuori con un'opera
nuova che si mangia in insalata tutte quelle che esistono?!»
Nessuno parlò più; e la comitiva si allontanò lentamente nella notte
silenziosa.
Ancora attonito per la scena nuovissima a cui avevo assistito, seguii
collo sguardo quei bravi giovanotti che si dileguavano nel buio della
strada; e posso assicurare che nessuno di loro era briaco.... neppure
il dissidente.
Ebbene: io sono convinto che, oggi, soltanto dopo un simile spettacolo
si può avere un'idea dell'impressione che quella musica di Verdi
destava nel pubblico ai suoi tempi. Come si può comprendere oggi il
primo entusiasmo della _Battaglia di Legnano_ e l'estrema commozione
del _Ballo in Maschera_?
Oggi si vuol far credere che l'arte non è più popolare; e si parla di
arte aristocratica, di arte coi guanti.... Coi guanti sì! Ma guanti di
lana e ben grossi, perchè oggi l'arte è diventata fredda!
Nei teatri d'oggi si attaccano ai muri delle striscie di carta colla
scritta: _Si prega di non applaudire durante gli atti._ Come se
l'applauso fosse una volontaria manifestazione di cortesia.
Avrei voluto vedere il resultato pratico di quegli avvisi alla prima
rappresentazione del _Rigoletto_!
Io intanto ho già ritirato dallo stampatore i cartellini che farò
affiggere in teatro la sera della prima rappresentazione della mia
nuova opera, e che portano la scritta: _Si prega di non fischiare
durante gli atti._
E non potrò essere modesto neppure allora, perchè sarò semplicemente
sincero.
Voglio sperare che nessuna persona dell'uditorio così gentile si
maraviglierà del fatto che nella mia conferenza io non abbia nemmeno
accennato ad un tentativo di analisi delle opere di Verdi; ed anzi
credo fermamente che tutti avrebbero deplorato un simile proposito da
parte mia.
La musica di Verdi è troppo superiore a qualunque analisi, perchè tutta
insieme sa troppo bene parlare alle fibre del nostro cuore.
È musica fatta di genio e di intimo sentimento.
Ma, anche volendolo, che cosa avrei potuto dire di Verdi, che non fosse
già noto a tutti gli ascoltatori?
Si voleva conoscere, forse, il mio giudizio sulle sue opere?
E che cosa vale il mio giudizio più di quello di qualunque altra
persona?... Domandatelo, dunque, ad altri; domandatelo a voi stessi. Il
giudizio su Verdi sarà sempre uguale presso tutte le genti che hanno un
po' di cuore nel petto.
Si voleva forse che io analizzassi la produzione di Verdi dal lato
della struttura, della costruzione, della matematica?
A parte l'irriverenza imperdonabile che avrei commesso, sarei stato nel
caso di dire solamente che Verdi, fino dalle prime sue opere, fu sempre
artefice sommo.
E tutti avrebbero riso della mia grande scoperta... e della mia grande
ingenuità.
E allora?
Forse si aspettava da me una conferenza a base di aneddoti?
Ma, Dio mio, degli aneddoti della vita di Verdi sono stati empiti
giornali, opuscoli e libri interi. Ed io non mi sarei mai sentito il
coraggio d'inventarne di nuovi.
O mi si chiedeva un saggio di polemica coi detrattori del genio di
Verdi?... Ma dove avrei potuto scavare i detrattori?... L'arte di Verdi
non può avere che ammiratori.
Non si tiri in ballo la critica d'un tempo crudamente ostile alle opere
del Maestro; o la si porti ad esempio magnifico di avversari leali,
accaniti nel giudicare l'opera del genio alla stregua delle cifre e
dei sistemi; e vinti, alla fine, quando dalla loro mente cocciuta la
potenza di quella musica potè scendere nel loro cuore.
L'arte di Verdi non ha che ammiratori, come il suo nome e la persona
sua raccolgono l'affetto e la reverenza di tre generazioni sparse su
tutto il mondo civile, dai nonni ai nepoti, dai ricchi ai poveri, dai
regnanti ai plebei.
Io, qui, non ho voluto che tratteggiare la figura di Verdi in quel
periodo della vita italiana che fu così denso di gioie e di dolori,
di speranze e di delusioni; ed ho voluto dimostrare quanto spontanea
e grande fu l'influenza della sua musica su tutti gli avvenimenti
di quegli anni di trepidazione, dalle prime aspirazioni all'ultimo
trionfo.
Perciò mi sono fermato sopra tre punti, che ho stimato capitali in
riguardo alle opere di Verdi ed anche rispetto al periodo storico.
Non ho parlato delle altre opere comprese nel periodo, perchè esse, da
sè sole, parlano tanto eloquentemente ai nostri cuori.
Però, se vi accade d'incontrare in qualche libro alcuna allusione alla
lotta del melodramma fra l'Italia e la Germania, pensate subito che
Verdi da più di sessant'anni combatte sul teatro italiano, regalando
alla patria allori innumeri di gloria e trofei superbi di vittoria;
e pensate che nessuna arme dei trofei, nessuna foglia degli allori
sarà giammai toccata, fino a quando l'opera di Verdi vivrà nei cuori
degli italiani, e fino a quando nel nome di Verdi le nuove generazioni
continueranno la marcia trionfale per la strada maestosa tracciata dal
genio dell'Italia.
E se vi viene fatto di leggere in qualche altro libro che certa musica
di Verdi è barocca, ordinaria, forse triviale, pensate semplicemente
che a chi giudica in modo simile manca del tutto ogni cognizione morale
del sentimento del popolo ed ogni fibra di patriottismo.
E ancora: se trovate chi scrive che Verdi non è un vero genio originale
e creatore, ma è un grande assimilatore del suo talento alla corrente
delle varie epoche vissute; pensate che il critico si è alzato tardi
ed ha trovato Verdi già in piedi. Pensate che dal pregio più raro si è
voluto trarre fuori il difetto più volgare.
Per certa gente corta di vista, ed alla quale restano eternamente
occulte le lontananze ardite, tanto nello spazio del passato come in
quello dell'avvenire, la musica di Verdi segue i tempi; e certa gente
non sa e non potrà mai sapere quale invece sia stato lo sviluppo
dato al dramma lirico italiano da tutta la grande produzione di
Verdi, seminata con germe fecondo per tutto il lungo cammino di
oltre sessant'anni. E crede di potere giudicare tutta quella immensa
produzione riunendola oggi in un solo fascio e mettendola sotto una
sola luce.
No! per giudicarla, bisogna distenderla di nuovo lungo tutta la strada
maestra, sulla quale ha lasciato i segni miliari nel suo passaggio
glorioso.
Abbiamo già veduto se l'arte di Verdi seguiva i tempi nel 1849,
nel 1855 e nel 1859. E li seguiva, forse prima coi _Lombardi_ e
coll'_Ernani_? E li seguiva col _Rigoletto_ e colla _Traviata_? E li
seguiva poi coll'_Aida_, coll'_Otello_, col _Falstaff_?...
L'arte di Verdi ha potuto, per una benedetta eccezione della natura,
esplicarsi in uno spazio di tempo grandissimo; e, attraverso
al rinnovellamento delle generazioni e dei governi, ha potuto,
gradatamente e continuamente battere il passo alla imponente evoluzione
musicale del secolo decimonono, tracciando quella strada superba dalla
quale l'arte nazionale non dovrebbe mai allontanarsi.
Verdi è stato l'assiduo precursore d'ogni progresso, d'ogni conquista
del melodramma italiano, come fu il precursore vittorioso della
redenzione della Patria.
E voglia il cielo che Verdi sia ancora il precursore invocato, che ci
additi i nuovi ideali da conquistare nel secolo nuovo!
È il migliore augurio per l'arte e per l'Italia.
IL RISVEGLIO DEGLI STUDI DELL'ANTICHITÀ CLASSICA.
CONFERENZA DI GIROLAMO VITELLI.
_Signore e Signori,_
Non è mio costume eludere con sottili accorgimenti le difficoltà di
quel che imprendo a fare, ovvero liberarmi con disinvoltura dalle
responsabilità che mi toccano; e se veramente fossi responsabile
della conferenza, che vi toccherà udire, saprei anche addossarmi la
responsabilità che me ne verrebbe, e chiedere umilmente perdono di
avervi ingannato con un titolo pomposo e di disilludervi ora con un
discorso, a dir poco, troppo modesto; ma la mia generosità non arriva
a tanto da rispondere di colpe così gravi, quando non sono colpe
mie. Sarò generoso soltanto in questo, che non vi mostrerò a dito il
colpevole, quantunque io lo veda sorridere maliziosamente fra i miei
gentili ascoltatori.
Lo conferenze a cui avete assistito finora, e quelle che ascolterete
in questa sala in quest'anno, tutte più meno si sono contenute e si
conterranno nel limite cronologico del periodo eroico del nostro
risorgimento nazionale, suppergiù dal 1848 al 1860. Ora, che cosa
dovrei io dirvi del risveglio degli studi classici in così ristretto
periodo di tempo, quando ai nostri migliori ben altre cure incombevano
che non fossero quelle di interpretare Cicerone od Omero? Dovrei forse
ricordarvi e spiegarvi quanta ragione avessero i nostri giovani di
lasciare in seconda e terza linea gli studi che immediatamente non
avrebbero per nulla giovato alla indipendenza, alla libertà, all'unità
della patria nostra? Dovrei dirvi, in somma, che risveglio di studi
classici non vi fu allora, nè vi poteva essere, nè vi doveva essere; o
forse dovrei mettermi alla faticosa ricerca di quei quattro o cinque
solitari illustri che, pure accompagnando col pensiero e coi voti
l'èra nuova, ingannavano le ansie delle aspettazioni, investigando
alla «fioca lucerna» d'una modesta stanza di lavoro le costituzioni,
la lingua, la civiltà dei nostri padri antichi? Altri da codesto
vivo contrasto di operosità politica e di studi tranquilli saprebbe
trarre eloquentemente partito, lo riuscirei soltanto a dimostrarvi
quello che già sapete, che una rondine non fa primavera, che un
illustre epigrafista, un valoroso interprete di Tucidide, un geniale
investigatore di memorie antiche può lasciare orme indelebili del
suo ingegno e della sua dottrina nella storia della scienza, ma non
per questo la nazione a cui egli appartiene e il popolo in cui egli
vive possono e debbono esser considerati come coefficenti e fattori
di progresso scientifico. Voi non ignorate qual tesoro di dottrina
e di genialità filologica possedesse il poeta dell'Ultimo canto di
Saffo e della Ginestra; sapete anche però che non soltanto nel «natìo
borgo selvaggio,» ma neppur nei grandi centri di cultura italiana
quell'ingegno e quel sapere trovarono eco. Fu miracolo che alcuni dei
nostri migliori, e sia gloria a Pietro Giordani, se ne accorgessero;
e vi fu bisogno che dotti stranieri rivelassero all'Italia Leopardi
filologo. Sempre nella prima metà di questo secolo che muore, e che
alcuni a dispetto di ogni aritmetica hanno già seppellito, un miracolo
di dottrina epigrafica e storica, Bartolommeo Borghesi, era noto ai
suoi concittadini come colui che religiosamente ascoltava la messa
tutte le feste comandate; ma essi non sapevano che il suo libro di
devozione erano gli Annali di Tacito! Conoscemmo il Borghesi in tutta
la sua grandezza, quando Teodoro Mommsen lo proclamò suo maestro, e
Napoleone III ne ordinò a spese della Francia la ripubblicazione delle
opere preziose.
Ma io corro pericolo che alcuno di Voi mi creda calunniatore del mio
paese. Tante e tante volte da persone, o per merito proprio o per
dignità raggiunta autorevoli, Voi sentiste dire invece che negli ultimi
quarant'anni di vita italiana, era venuta ad affievolirsi miseramente
quella scienza e cultura classica che era stata vanto dei padri e
degli avi nostri. Non io vorrò ridurre tutte queste affermazioni a
vane querimonie di venerandi vegliardi, cui l'età rende inesorabili
_laudatores_ del passato. Vi dirò, invece, che c'è qualche cosa di
vero in questo lamento, in questo confronto non vantaggioso per l'età
nostra, in questo biasimo severo contro la superficialità moderna; ma
perchè si possa riconoscere nei giusti limiti questa parte di vero e
convincersi nonostante che, se di risveglio di studî classici dovremo
parlare, ci converrà appunto cercarne le tracce in questi ultimi
decennii, è indispensabile premettere alcune considerazioni generiche
un tantino noiose, che ci rendano possibile distinguere tendenze e
fatti che generalmente si sogliono confondere.
La storia dell'antichità romana è storia della patria nostra, storia
dei nostri diretti progenitori; e poichè questi nostri antenati,
orgogliosi e fieri conquistatori e reggitori del mondo, non
disdegnarono assimilarsi la cultura, la scienza, la poesia del popolo
ellenico, creatore di quella civiltà che sarà poi detta europea, anche
la storia dell'antichità greca vi si connette indissolubilmente.
Non è meraviglia perciò che, diradate appena le tenebre più o meno
dense della barbarie medioevale, appunto in Italia cominciasse e
splendidamente cominciasse l'ammirazione per la forma e la sostanza
della civiltà antica, il desiderio ardente che in quelle forme
brillasse anche una volta il genio della nostra razza. Firenze fu il
cuore d'Italia in tutto quello splendido periodo di operosa ammirazione
ed imitazione dell'antichità. Ai poeti, agli artisti, agli uomini di
Stato, agli eruditi, ai banchieri, ai mercanti fiorentini, mette capo
in massima parte quel complesso mirabile di fatti, di aspirazioni, di
vita nuova, che sogliamo chiamare «rinascimento».
Può darsi, è certo anzi, che un così grandioso movimento fosse
utopista nelle sue ultime tendenze finali; altrettanto certo è che in
quella eccitazione di spiriti, come indubbiamente ebbe a soffrire la
compagine morale del nostro carattere, così si ritemprò mirabilmente
il nostro carattere artistico, e fummo per secoli i primi artisti del
mondo. Ma io non ho nè volontà nè scienza per trattare, e tanto meno
per risolvere problemi storici di tal natura. Ho voluto semplicemente
indicare quanto natural cosa fosse che in Italia gli studi della
antichità classica avessero in origine scopi e tendenze di ritorno
anacronistico alla civiltà, alla lingua, alla letteratura, alla vita
dei Greci e dei Romani.