Oh, il disgraziato confronto come sgomenta il cuore!

Ed immagino il dolore grande di Verdi che, alla distanza di

quarantacinque anni, ancora vivo e sano, oggi penserà mestamente alla

differenza dei tempi e degli uomini.

Facciamo anche noi quello che in questo momento farà Verdi colla sua

grande mente: abbandoniamo l'istante che ci rattrista, per ritornare

al momento solenne nel quale Giuseppe Verdi consacrava il trionfo

dell'arte italiana in faccia a tutti i popoli.

E sono al secondo punto capitale del periodo storico.

Invitato a scrivere un'opera per l'occasione della grande Esposizione

Universale del 1855 a Parigi, Verdi accettò l'incarico; e si mise

subito d'accordo coi suoi librettisti prestabiliti, per la scelta del

soggetto.

Al giorno d'oggi chiunque avrebbe approfittato del favorevole

contrattempo per rendere il più alto omaggio alla nazione ospitale,

scegliendo con ogni cura il più adatto dei soggetti.

Ed io conosco qualcuno che, pure in circostanza ben dissimile e punto

solenne, sta sobbarcando la propria fantasia all'apoteosi cortigiana

dello straniero.

Invece Verdi, anche nella maestosità di quel momento, non seppe tradire

il suo sentimento e le sue aspirazioni; non seppe dimenticare la

Patria Santa a cui l'arte sua pareva interamente dedicata; e scelse il

soggetto dei _Vespri Siciliani_.

Oggi, più che allora, si può ammirare la temerarietà di Verdi che volle

avventurare in estraneo suolo l'opera sua che inneggiava alla gloria

del suo paese, addolorando il popolo che l'ospitava.

E non so che cosa debba maggiormente ammirarsi in Verdi se l'amore

per la patria, immenso ed infrenabile, o la coscienza della forza del

proprio genio.

Quando nel 1282 Giovanni da Procida intuonò colle armi i _Vespri_

famosi, fu un pianto solo di rabbia e di dolore per tutta la Francia.

Ma quando nella stessa Francia Giuseppe Verdi, nel 1855, intuonò

coll'arte sua divina i _Vespri_ suoi, fu un grido d'esultanza per tutta

la Nazione; fu un inno d'entusiasmo per l'arte italiana.

L'arte di Verdi si era superbamente imposta, vincendo tutti gli

scrupoli della storia e della politica.

Io fremo d'orgoglio e di gioia al pensiero di tanta altezza d'ideale,

sognata e raggiunta dalla potenza del genio d'Italia. E guardo

disperato al vuoto che oggi ne circonda.

L'Esposizione Universale di Parigi del 1855 diede all'arte italiana

l'alloro prezioso del suo maggiore trionfo; l'Esposizione Universale di

Parigi del 1900 lascia oggi l'arte italiana a divorarsi da sè stessa,

accasciata nei suoi confini, intisichita dagli stravizi immondi.

E Verdi è ancora vivo.... e vede.... e rammenta.... e soffre più di

noi!...

Entro nell'ultima fase del periodo storico.

_Un ballo in Maschera!_

Qui non abbiamo affatto il soggetto patriottico che incita

all'entusiasmo gli animi della folla; non abbiamo affatto l'opera di

occasione e di attualità; eppure nessun lavoro di Verdi ha avuto tanta

influenza sui destini della patria quanto _Un ballo in Maschera_.

La sola creazione intrinseca del genio di Verdi seppe compire il

prodigio.

Il pubblico, nella grande commozione del successo rimasto memorabile,

ebbe la visione di tutto il decennio trascorso fra i dolori e le ansie;

rivide la figura del Maestro combattente per la Patria colle armi

dell'arte e della gloria; sentì risuonare ancora quei canti popolari

che avevano sollevato d'esultanza ogni petto: comprese che la luce,

appena intravveduta sull'orizzonte dei sogni, annunziava la vera aurora

del sole della libertà. La musica di Verdi parlò ancora una volta al

cuore ardente e generoso del popolo d'Italia.

Ed il popolo d'Italia intese quella voce; e l'intese sinceramente e

grandemente nella pura espressione del suo linguaggio sublime.

Nessun concorso di elementi estranei in quella musica appassionata ed

affascinante.

Il solo genio creatore di Verdi, ritraendo mirabilmente gl'impulsi

del suo cuore, fece scattare il pubblico in una esplosione spontanea

d'entusiasmo. Ed anche allora mille voci commosse ed esultanti

gridarono insieme: _Viva Verdi!_ Ma non era più soltanto il grido di

plauso all'autore fortunato e prediletto; non era più la semplice

acclamazione all'opera stupenda; non era più la sola esaltazione

dell'arte nostra: era il grido del popolo chiamato alla riscossa; era

il saluto solenne e vigoroso al precursore della redenzione nazionale;

era l'inno vittorioso della folla risvegliata dalla grande luce della

libertà!

«_Viva Verdi!_» Fu il grido che partì da Roma il 17 febbraio del '59 e

che si ripercosse in tutte le parti dell'Italia, ingigantito dall'eco.

Ed a quel grido immenso che erompeva dai petti animosi di tutti gli

italiani, fu compiuta la unità della Patria. _Viva V. E. R. D. I.! Viva

Vittorio Emanuele Re d'Italia!_

Che sia benedetto il fato!

Ma le glorie di Verdi, in quel periodo epico della vita italiana,

furono molte al di fuori delle tre che ho tentato di illustrare. Dal

1849 al 1859 Verdi scrisse dieci opere, compreso l'_Aroldo_, che non

è che lo _Stiffelio_ riformato su nuovo libretto. E nelle dieci opere

figurano quei quattro capolavori ormai consacrati alla storia immortale

dell'arte dall'entusiasmo popolare di tutto il mondo: _Rigoletto_,

_Trovatore_, _Traviata_ e _Ballo in Maschera_.

Nessuna musica al mondo più di quella di Verdi ha mai destato interesse

e passione negli animi; e specialmente parlando delle quattro opere

famose.

Ci sarebbe da scrivere interi volumi, se si volessero raccogliere tutti

gli episodii di esagerato entusiasmo provocato dalla musica di Verdi; e

si potrebbe cominciare dall'aneddoto di quell'ufficiale che, assistendo

da un palco di quint'ordine ad una rappresentazione della _Battaglia

di Legnano_, fu invaso da tale strano fanatismo che, urlando come

un ossesso, gettò in platea e sul palcoscenico, sciabola, spalline,

cappotto e tutte le seggiole del suo palchetto; e stava per buttarsi

lui stesso di sotto, quando fu agguantato miracolosamente e fu portato

fuori del teatro.

Si disse, allora, che l'ufficiale era briaco; ma io non ci ho mai

creduto.

Parecchi anni fa ero a Firenze; ed una notte, quando tornavo

all'albergo, m'imbattei in una comitiva di cinque o sei giovanotti, che

si erano fermati in mezzo alla strada e discutevano animatamente ed a

gran voce. Sentii subito che parlavano di musica; e mi fermai cercando

di afferrare il senso della loro discussione. Ma i giovanotti si

mossero per fermarsi di nuovo dopo una trentina di passi: e rinnovarono

questa manovra parecchie volte, ad intervalli che mi parvero

perfettamente uguali. Io seguivo costantemente tutte le mosse della

comitiva, rimanendo sempre ad una discreta distanza, che mi permetteva

di non perdere una sillaba della vivace conversazione.

La disputa era accesa fra due soli della compagnia, e si dibatteva

intorno alle opere di Verdi. L'uno dei due sosteneva a spada tratta il

_Rigoletto_ come l'opera più perfetta della produzione verdiana; mentre

l'altro urlava che il _Trovatore_ poteva comprare tutte le opere di

questo mondo, messe insieme.

Il resto della comitiva non prendeva parte alla discussione, ma

ascoltava attentamente e con grande interesse.

Io, dapprima, cominciai per divertirmi a quella scena nuova e

caratteristica: ma poi, a poco a poco, involontariamente mi sentii

afferrato anch'io dall'interesse della disputa e dalla foga dei due

contendenti; ed anche, se vogliamo, dalla logica delle ragioni addotte

per convincersi l'un l'altro da quegli scatenati, che avevano perduto

il sangue freddo prima del senso comune. (Cosa che non accade tutti i

giorni!)

Altro che la convinzione del critico! Altro che l'eloquenza del

conferenziere! Non sentirò mai, in vita mia, una cosa simile.

Oramai il mio spirito era interamente conquistato. Dimenticai le ore

piccine, non badai al frescolino pungente della notte, non pensai

più al povero portinaio dell'albergo che mi aspettava; e rimasi ad

ascoltare avidamente.

La disputa, intanto, si accalorava sempre più; e, ad un certo punto,

entrò in una fase impreveduta e singolarissima. I due giovanotti,

non potendo convincersi a vicenda a furia di parole, cominciarono a

cantare a squarciagola i pezzi più salienti dell'opera rispettivamente

preferita.

(Si concessero la prova di fatto, direbbe un pretore).

Non scorderò mai l'effetto di quel duello in musica. Peccato che non si

possa ridire!

Gridava l'uno: «Ma dove mi vuoi trovare una melodia più toccante

di _tutte le feste al tempio_?» E si metteva a cantare il motivo. E

l'altro subito replicava: «E dove metti _ai nostri monti ritorneremo_?»

E giù, a cantare anche lui. Ed il primo a riprendere: «Tu parli della

popolarità del _Trovatore_, come se nel _Rigoletto_ non ci fosse, _la

donna è mobile_.»

E l'altro: «La vorresti forse mettere al confronto del _di quella

pira_?»

E le due voci s'inalzavano accanite nell'aria fredda della notte,

volendosi ormai fare ragione colla forza.

Dal gruppo della comitiva, ad un tratto, si allontanò per poco uno dei

giovanotti che circondavano i due inferociti rivali: era senza dubbio

un dissidente, perchè sentii che cantava a mezza voce l'_eri tu che

macchiavi_.

Ma gli urli dei due eroi della questione si erano già resi

insopportabili. Io non capivo più nulla: era una scena infernale, un

vero finimondo! Sentivo sbraitare i _Cortigiani vil razza dannata_!

per tener testa a _quell'infame l'amore ha venduto_; e stentavo

a riconoscere la _bella figlia dell'amore_ confusa e imbrogliata

coll'_Ah, sì! ben mio coll'essere!_ a tale altezza di tonalità da far

venire le vertigini.

La scena non poteva durare più a lungo. Ed infatti i contendenti

vennero presto alle mani; ed alle _cavatine_ e ai _si bemolli_ fecero

succedere una vera grandine di schiaffi e di pugni. Gli amici durarono

non poca fatica a dividere i focosi pugillatori; e per calmarli

del tutto ci volle la voce del saggio della Compagnia che li ammonì

con poche parole che, a quell'ora ed in quel luogo, mi parvero una

profezia: «Cosa andate a guastarvi il sangue col _Rigoletto_ e il

_Trovatore_, quando, come niente, domani Verdi viene fuori con un'opera

nuova che si mangia in insalata tutte quelle che esistono?!»

Nessuno parlò più; e la comitiva si allontanò lentamente nella notte

silenziosa.

Ancora attonito per la scena nuovissima a cui avevo assistito, seguii

collo sguardo quei bravi giovanotti che si dileguavano nel buio della

strada; e posso assicurare che nessuno di loro era briaco.... neppure

il dissidente.

Ebbene: io sono convinto che, oggi, soltanto dopo un simile spettacolo

si può avere un'idea dell'impressione che quella musica di Verdi

destava nel pubblico ai suoi tempi. Come si può comprendere oggi il

primo entusiasmo della _Battaglia di Legnano_ e l'estrema commozione

del _Ballo in Maschera_?

Oggi si vuol far credere che l'arte non è più popolare; e si parla di

arte aristocratica, di arte coi guanti.... Coi guanti sì! Ma guanti di

lana e ben grossi, perchè oggi l'arte è diventata fredda!

Nei teatri d'oggi si attaccano ai muri delle striscie di carta colla

scritta: _Si prega di non applaudire durante gli atti._ Come se

l'applauso fosse una volontaria manifestazione di cortesia.

Avrei voluto vedere il resultato pratico di quegli avvisi alla prima

rappresentazione del _Rigoletto_!

Io intanto ho già ritirato dallo stampatore i cartellini che farò

affiggere in teatro la sera della prima rappresentazione della mia

nuova opera, e che portano la scritta: _Si prega di non fischiare

durante gli atti._

E non potrò essere modesto neppure allora, perchè sarò semplicemente

sincero.

Voglio sperare che nessuna persona dell'uditorio così gentile si

maraviglierà del fatto che nella mia conferenza io non abbia nemmeno

accennato ad un tentativo di analisi delle opere di Verdi; ed anzi

credo fermamente che tutti avrebbero deplorato un simile proposito da

parte mia.

La musica di Verdi è troppo superiore a qualunque analisi, perchè tutta

insieme sa troppo bene parlare alle fibre del nostro cuore.

È musica fatta di genio e di intimo sentimento.

Ma, anche volendolo, che cosa avrei potuto dire di Verdi, che non fosse

già noto a tutti gli ascoltatori?

Si voleva conoscere, forse, il mio giudizio sulle sue opere?

E che cosa vale il mio giudizio più di quello di qualunque altra

persona?... Domandatelo, dunque, ad altri; domandatelo a voi stessi. Il

giudizio su Verdi sarà sempre uguale presso tutte le genti che hanno un

po' di cuore nel petto.

Si voleva forse che io analizzassi la produzione di Verdi dal lato

della struttura, della costruzione, della matematica?

A parte l'irriverenza imperdonabile che avrei commesso, sarei stato nel

caso di dire solamente che Verdi, fino dalle prime sue opere, fu sempre

artefice sommo.

E tutti avrebbero riso della mia grande scoperta... e della mia grande

ingenuità.

E allora?

Forse si aspettava da me una conferenza a base di aneddoti?

Ma, Dio mio, degli aneddoti della vita di Verdi sono stati empiti

giornali, opuscoli e libri interi. Ed io non mi sarei mai sentito il

coraggio d'inventarne di nuovi.

O mi si chiedeva un saggio di polemica coi detrattori del genio di

Verdi?... Ma dove avrei potuto scavare i detrattori?... L'arte di Verdi

non può avere che ammiratori.

Non si tiri in ballo la critica d'un tempo crudamente ostile alle opere

del Maestro; o la si porti ad esempio magnifico di avversari leali,

accaniti nel giudicare l'opera del genio alla stregua delle cifre e

dei sistemi; e vinti, alla fine, quando dalla loro mente cocciuta la

potenza di quella musica potè scendere nel loro cuore.

L'arte di Verdi non ha che ammiratori, come il suo nome e la persona

sua raccolgono l'affetto e la reverenza di tre generazioni sparse su

tutto il mondo civile, dai nonni ai nepoti, dai ricchi ai poveri, dai

regnanti ai plebei.

Io, qui, non ho voluto che tratteggiare la figura di Verdi in quel

periodo della vita italiana che fu così denso di gioie e di dolori,

di speranze e di delusioni; ed ho voluto dimostrare quanto spontanea

e grande fu l'influenza della sua musica su tutti gli avvenimenti

di quegli anni di trepidazione, dalle prime aspirazioni all'ultimo

trionfo.

Perciò mi sono fermato sopra tre punti, che ho stimato capitali in

riguardo alle opere di Verdi ed anche rispetto al periodo storico.

Non ho parlato delle altre opere comprese nel periodo, perchè esse, da

sè sole, parlano tanto eloquentemente ai nostri cuori.

Però, se vi accade d'incontrare in qualche libro alcuna allusione alla

lotta del melodramma fra l'Italia e la Germania, pensate subito che

Verdi da più di sessant'anni combatte sul teatro italiano, regalando

alla patria allori innumeri di gloria e trofei superbi di vittoria;

e pensate che nessuna arme dei trofei, nessuna foglia degli allori

sarà giammai toccata, fino a quando l'opera di Verdi vivrà nei cuori

degli italiani, e fino a quando nel nome di Verdi le nuove generazioni

continueranno la marcia trionfale per la strada maestosa tracciata dal

genio dell'Italia.

E se vi viene fatto di leggere in qualche altro libro che certa musica

di Verdi è barocca, ordinaria, forse triviale, pensate semplicemente

che a chi giudica in modo simile manca del tutto ogni cognizione morale

del sentimento del popolo ed ogni fibra di patriottismo.

E ancora: se trovate chi scrive che Verdi non è un vero genio originale

e creatore, ma è un grande assimilatore del suo talento alla corrente

delle varie epoche vissute; pensate che il critico si è alzato tardi

ed ha trovato Verdi già in piedi. Pensate che dal pregio più raro si è

voluto trarre fuori il difetto più volgare.

Per certa gente corta di vista, ed alla quale restano eternamente

occulte le lontananze ardite, tanto nello spazio del passato come in

quello dell'avvenire, la musica di Verdi segue i tempi; e certa gente

non sa e non potrà mai sapere quale invece sia stato lo sviluppo

dato al dramma lirico italiano da tutta la grande produzione di

Verdi, seminata con germe fecondo per tutto il lungo cammino di

oltre sessant'anni. E crede di potere giudicare tutta quella immensa

produzione riunendola oggi in un solo fascio e mettendola sotto una

sola luce.

No! per giudicarla, bisogna distenderla di nuovo lungo tutta la strada

maestra, sulla quale ha lasciato i segni miliari nel suo passaggio

glorioso.

Abbiamo già veduto se l'arte di Verdi seguiva i tempi nel 1849,

nel 1855 e nel 1859. E li seguiva, forse prima coi _Lombardi_ e

coll'_Ernani_? E li seguiva col _Rigoletto_ e colla _Traviata_? E li

seguiva poi coll'_Aida_, coll'_Otello_, col _Falstaff_?...

L'arte di Verdi ha potuto, per una benedetta eccezione della natura,

esplicarsi in uno spazio di tempo grandissimo; e, attraverso

al rinnovellamento delle generazioni e dei governi, ha potuto,

gradatamente e continuamente battere il passo alla imponente evoluzione

musicale del secolo decimonono, tracciando quella strada superba dalla

quale l'arte nazionale non dovrebbe mai allontanarsi.

Verdi è stato l'assiduo precursore d'ogni progresso, d'ogni conquista

del melodramma italiano, come fu il precursore vittorioso della

redenzione della Patria.

E voglia il cielo che Verdi sia ancora il precursore invocato, che ci

additi i nuovi ideali da conquistare nel secolo nuovo!

È il migliore augurio per l'arte e per l'Italia.

IL RISVEGLIO DEGLI STUDI DELL'ANTICHITÀ CLASSICA.

CONFERENZA DI GIROLAMO VITELLI.

_Signore e Signori,_

Non è mio costume eludere con sottili accorgimenti le difficoltà di

quel che imprendo a fare, ovvero liberarmi con disinvoltura dalle

responsabilità che mi toccano; e se veramente fossi responsabile

della conferenza, che vi toccherà udire, saprei anche addossarmi la

responsabilità che me ne verrebbe, e chiedere umilmente perdono di

avervi ingannato con un titolo pomposo e di disilludervi ora con un

discorso, a dir poco, troppo modesto; ma la mia generosità non arriva

a tanto da rispondere di colpe così gravi, quando non sono colpe

mie. Sarò generoso soltanto in questo, che non vi mostrerò a dito il

colpevole, quantunque io lo veda sorridere maliziosamente fra i miei

gentili ascoltatori.

Lo conferenze a cui avete assistito finora, e quelle che ascolterete

in questa sala in quest'anno, tutte più meno si sono contenute e si

conterranno nel limite cronologico del periodo eroico del nostro

risorgimento nazionale, suppergiù dal 1848 al 1860. Ora, che cosa

dovrei io dirvi del risveglio degli studi classici in così ristretto

periodo di tempo, quando ai nostri migliori ben altre cure incombevano

che non fossero quelle di interpretare Cicerone od Omero? Dovrei forse

ricordarvi e spiegarvi quanta ragione avessero i nostri giovani di

lasciare in seconda e terza linea gli studi che immediatamente non

avrebbero per nulla giovato alla indipendenza, alla libertà, all'unità

della patria nostra? Dovrei dirvi, in somma, che risveglio di studi

classici non vi fu allora, nè vi poteva essere, nè vi doveva essere; o

forse dovrei mettermi alla faticosa ricerca di quei quattro o cinque

solitari illustri che, pure accompagnando col pensiero e coi voti

l'èra nuova, ingannavano le ansie delle aspettazioni, investigando

alla «fioca lucerna» d'una modesta stanza di lavoro le costituzioni,

la lingua, la civiltà dei nostri padri antichi? Altri da codesto

vivo contrasto di operosità politica e di studi tranquilli saprebbe

trarre eloquentemente partito, lo riuscirei soltanto a dimostrarvi

quello che già sapete, che una rondine non fa primavera, che un

illustre epigrafista, un valoroso interprete di Tucidide, un geniale

investigatore di memorie antiche può lasciare orme indelebili del

suo ingegno e della sua dottrina nella storia della scienza, ma non

per questo la nazione a cui egli appartiene e il popolo in cui egli

vive possono e debbono esser considerati come coefficenti e fattori

di progresso scientifico. Voi non ignorate qual tesoro di dottrina

e di genialità filologica possedesse il poeta dell'Ultimo canto di

Saffo e della Ginestra; sapete anche però che non soltanto nel «natìo

borgo selvaggio,» ma neppur nei grandi centri di cultura italiana

quell'ingegno e quel sapere trovarono eco. Fu miracolo che alcuni dei

nostri migliori, e sia gloria a Pietro Giordani, se ne accorgessero;

e vi fu bisogno che dotti stranieri rivelassero all'Italia Leopardi

filologo. Sempre nella prima metà di questo secolo che muore, e che

alcuni a dispetto di ogni aritmetica hanno già seppellito, un miracolo

di dottrina epigrafica e storica, Bartolommeo Borghesi, era noto ai

suoi concittadini come colui che religiosamente ascoltava la messa

tutte le feste comandate; ma essi non sapevano che il suo libro di

devozione erano gli Annali di Tacito! Conoscemmo il Borghesi in tutta

la sua grandezza, quando Teodoro Mommsen lo proclamò suo maestro, e

Napoleone III ne ordinò a spese della Francia la ripubblicazione delle

opere preziose.

Ma io corro pericolo che alcuno di Voi mi creda calunniatore del mio

paese. Tante e tante volte da persone, o per merito proprio o per

dignità raggiunta autorevoli, Voi sentiste dire invece che negli ultimi

quarant'anni di vita italiana, era venuta ad affievolirsi miseramente

quella scienza e cultura classica che era stata vanto dei padri e

degli avi nostri. Non io vorrò ridurre tutte queste affermazioni a

vane querimonie di venerandi vegliardi, cui l'età rende inesorabili

_laudatores_ del passato. Vi dirò, invece, che c'è qualche cosa di

vero in questo lamento, in questo confronto non vantaggioso per l'età

nostra, in questo biasimo severo contro la superficialità moderna; ma

perchè si possa riconoscere nei giusti limiti questa parte di vero e

convincersi nonostante che, se di risveglio di studî classici dovremo

parlare, ci converrà appunto cercarne le tracce in questi ultimi

decennii, è indispensabile premettere alcune considerazioni generiche

un tantino noiose, che ci rendano possibile distinguere tendenze e

fatti che generalmente si sogliono confondere.

La storia dell'antichità romana è storia della patria nostra, storia

dei nostri diretti progenitori; e poichè questi nostri antenati,

orgogliosi e fieri conquistatori e reggitori del mondo, non

disdegnarono assimilarsi la cultura, la scienza, la poesia del popolo

ellenico, creatore di quella civiltà che sarà poi detta europea, anche

la storia dell'antichità greca vi si connette indissolubilmente.

Non è meraviglia perciò che, diradate appena le tenebre più o meno

dense della barbarie medioevale, appunto in Italia cominciasse e

splendidamente cominciasse l'ammirazione per la forma e la sostanza

della civiltà antica, il desiderio ardente che in quelle forme

brillasse anche una volta il genio della nostra razza. Firenze fu il

cuore d'Italia in tutto quello splendido periodo di operosa ammirazione

ed imitazione dell'antichità. Ai poeti, agli artisti, agli uomini di

Stato, agli eruditi, ai banchieri, ai mercanti fiorentini, mette capo

in massima parte quel complesso mirabile di fatti, di aspirazioni, di

vita nuova, che sogliamo chiamare «rinascimento».

Può darsi, è certo anzi, che un così grandioso movimento fosse

utopista nelle sue ultime tendenze finali; altrettanto certo è che in

quella eccitazione di spiriti, come indubbiamente ebbe a soffrire la

compagine morale del nostro carattere, così si ritemprò mirabilmente

il nostro carattere artistico, e fummo per secoli i primi artisti del

mondo. Ma io non ho nè volontà nè scienza per trattare, e tanto meno

per risolvere problemi storici di tal natura. Ho voluto semplicemente

indicare quanto natural cosa fosse che in Italia gli studi della

antichità classica avessero in origine scopi e tendenze di ritorno

anacronistico alla civiltà, alla lingua, alla letteratura, alla vita

dei Greci e dei Romani.

La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte 3 Quarta serie - Lettere e arti · 第 5 / 7 段