L'Esposizione nazionale fatta, come ho detto, il '61 qui a Firenze

e l'apparizione di paesisti come Palizzi, Fontanesi, Costa e Pasini,

ridettero fiamma alle critiche e alle lodi e i congiurati così detti

della _Macchia_ scesero per le vie e fecero la loro rivoluzione.

Purtroppo le rivoluzioni quando corrono in piazza sono già compiute

negli animi. Il dogma che gli avversari a momenti volevano ardere con

tutti i suoi apostoli in piazza della Signoria non appariva, in realtà,

già applicato in quell'Esposizione del '61 con quello che i critici

più codini e più miopi, chiamarono allora il «colorire a spizzico,»

dal Morelli, dal Celentano, dal Fontanesi? E in realtà questi giovani

che si dicevano veristi e insultavano i romantici d'Italia e perciò

sembravano audaci, non erano con qualche ritardo imitatori dei più

romantici paesisti di Francia, dal Rousseau al Corot? E la tecnica

della macchia che dieci anni dopo Manet spingeva agli effetti estremi

con l'«impressionismo,» non era stata inventata appunto dai romantici

d'oltre alpe? E la fiera massima dei macchiaioli, «senza maestri e

senza discepoli,» non era la più sincera affermazione di quel diritto

all'originalità più sfrenatamente spontanea che il romanticismo aveva

sancito pel bene degli artisti? Ahimè! quanti presunti nemici ai

critici del duemila sembreranno fratelli appassionati! Ma la colpa

dell'equivoco fu dei pretesi romantici d'Italia vecchi, legnosi e

incolori quanto i neoclassici camucciniani, non dei nostri veristi la

cui lotta era benedetta da Dio.

Adriano Cecioni, Diego Martelli e Telemaco Signorini diffondevano con

limpidezza le nuove teorie: «il colore non mutar mai, divenir soltanto

per la luce più chiaro e più scuro, l'affare più importante nel

dipingere esser dunque di vedere e di rendere bene le macchie di chiaro

e di scuro, non facendo mai nemmeno le figure più grandi di quindici

centimetri, vale a dir di quella dimensione che assume il vero guardato

a tale distanza da non esser possibile di percepirlo altro che per

masse, cioè per macchie, di chiaro e di scuro....»

Con questa frenetica passione per problemi di pura tecnica si può

davvero dire che il Banti, il Cabianca, il Borrani, il Lega, l'Abati,

il Moradei, il Signorini, perdessero sul pubblico ogni forza di

commozione così che, non essendo essi più che mani, il pubblico avesse

il diritto di non esser più che occhi? No. Basterebbe considerare

l'opera di tre superstiti: Nino Costa che veramente non fu tra i

macchiaioli ma venendo a Firenze nel '59 fu maestro di sincerità a

molti di loro, Vincenzo Cabianca e Telemaco Signorini. Quale paesista

anche tra i più giovani e i più deliberatamente patetici — come

Fragiacomo o Sartorio — raggiunge la profondità di passione delle

vedute dipinte verso il '55 sotto Albano, all'Ariccia, da Nino Costa

quando come un eremita visse là per cinque anni con lo svizzero David

— delle _Donne che cavano il lino dal macero, delle Donne che in

una sera di pioggia vanno alla fonte_ e infine di quella sua _Veduta

della spiaggia di Porto d'Anzio_ dove il cielo opalino, il mare grigio

nella distanza e l'arena giallastra dappresso formano una musica così

piana e pure così solenne? E in quali acquerelli più che in quelli del

Cabianca, perduta col largo pennellare tutta la minuzia calligrafica

e femminile dell'acquerello, si è mai veduto, direttamente dal colore

più che dal soggetto o dal gesto, venire per gli occhi al cuore dello

spettatore tanta gentilezza d'affetto quanta dalle _Monachine_ fatte

nel '61, dalla _Neve a Venezia_ dipinta nel '55, o dalla _Chiesetta in

riva al mare_ dipinta tre anni fa? E infine prima di Telemaco Signorini

il paesaggio italiano ebbe mai tanta chiarità di sole e di azzurri

quanta se ne vede sulle sue vedute delle coste e della marina di

Spezia, tanta sicurezza di carattere quanta nei suoi quadri del _Ghetto

fiorentino_, che restano nella memoria netti come ritratti d'un volto

umano?

Signori, questo fanatico amor per la natura, questa passione per le

solitudini verdi, per gli animali dai placidi occhi, per gli alberi

da gli occhi di fiori non definiscono quale sia stata veramente

l'anima del nostro gran secolo? L'arte del paesaggio nell'avvenire lo

redimerà dalla fama di avaro, di scettico ed egoista, che gli storici

superficiali gli hanno già tribuita. Quest'arte, tornando ad immerger

la figura umana nella luce, tornando a considerarla sotto l'ampiezza

dei cieli simile agli alberi e alle rupi e alle acque nella gioia

dei meriggi e nella melanconia delle sere, ha ridato agli uomini la

nozione serena e sincera del loro destino, ha ricostruito una specie

di religione naturale placida e limpida da ogni paura e da ogni vana

superbia. Veramente, educato dai grandi paesisti, oggi l'uomo quando

al tramonto col cader della luce nel silenzio sale l'oscurità della

morte e filtra per gli occhi nel cuore e il cielo impallidito è più

profondo e più ampio e gli umani fatti ciechi sono più sperduti e più

piccoli, pronti a confondersi con l'ombre vane, — veramente, dico,

allora l'uomo si sente sulla sua minuscola terra come in esilio, e

nella coscienza gli salgono come un ricordo istintivo e un rimpianto

d'un tempo immemorabile di fraternità, d'un tempo in cui tutto il mondo

— cose che sembrano vive e cose che sembrano morte — era un sol fatto,

una sola entità, un sol divenire sotto gli occhi, forse, di Dio.

A questa unità del destino di tutto, a questa tristezza solenne e quasi

divina, i grandi paesisti, da Turner a Segantini, da Constable a Corot,

da Fontanesi a Signorini, hanno educato l'anima moderna. Quali filosofi

hanno dato tanto ai loro discepoli?

LE PRIME GLORIE DI GIUSEPPE VERDI

CONFERENZA DI PIETRO MASCAGNI

_tenuta a Firenze il giorno 14 aprile 1900._

Tutte le volte che entro nel Teatro «alla Scala» di Milano, mi fermo

all'atrio a guardare le quattro statue di marmo che rappresentano i

nostri sommi maestri melodrammatici: Rossini, Bellini, Donizetti e

Verdi. E tutte le volte provo una medesima, stranissima sensazione, che

mi forza ad ammirare le figure di Rossini, di Bellini, e di Donizetti,

mentre, nello stesso tempo, mi rende uggiosa, quasi antipatica,

l'effige di Verdi. Ho tentato di giustificare la mia sensazione

invocando l'estetica. — Infatti: quell'abito a coda di rondine,

quel rotoletto di musica fra le mani e quel paltoncino ripiegato sul

braccio sinistro possono dar campo a qualsiasi ribellione del gusto

artistico. Ma non sono riuscito a capacitarmi, perchè, volgendo appena

lo sguardo, ho veduto la statua di Rossini colla mazza nella destra,

l'enorme cappello a staio nella sinistra, ed il portamusica attaccato

ai polpacci.

La ragione del mio strano sentimento non deriva dalla espressione

artistica degli scultori. Ammiro profondamente le figure di Rossini, di

Bellini e di Donizetti, perchè sono il simbolo rappresentativo di tre

genii che io non posso conoscere di persona; mentre detesto un Verdi di

marmo quando lo posso venerare in carne ed ossa, bello e florido come

il destino benedetto lo conserva all'amore dell'Italia nostra.

Forse però, quella statua è di buon augurio. Rammento un tipo

originalissimo della mia Livorno che, per avere lunga vita, si fece

preparare la tomba e ci fece mettere sopra il suo busto in marmo, opera

pregevole e rassomigliantissima. Tutti i giorni, prima di colazione,

quel bel tipo se n'andava fino al Camposanto, fissava a lungo la sua

effigie, ed esclamava: «Per oggi mangio io.»

E vinse tanto bene la scaramanzìa, che, quando morì, dovettero

cambiargli il busto perchè.... non gli somigliava più.

E speriamo che così sia della statua di Verdi; per quanto io credo

che si potrebbe di già cambiare, perchè fu inaugurata nel 1881. Per

lo meno, non si potrà dire che Verdi, nella sua vita, abbia avuto un

quarto d'ora di statua.

Ma, nel dire tutto questo, non intendo menomamente di diminuire

l'importanza che ha e che merita il fatto, nuovo nella storia

dell'arte, di un onore così grande reso ad un vivo. Anzi, aggiungo che

non si poteva con nessuno, meglio che con Verdi, che è la più grande

gloria vivente, rompere il pregiudizio e distruggere alla fine i due

noti versi di Orazio, parafrasati troppe volte dai poeti di tutti i

tempi e di tutti i paesi:

_Virtutem incolumem odimus_

_Sublatam ex oculis quaerimus invidi._

Però, a me ora pare di essere qui a fare la figura della statua di

marmo dell'atrio della «_Scala_.» Qualunque cosa io possa dire di

Verdi, sia pure (magari per combinazione) superiore nel concetto

ed elevata nella forma, apparirà sempre povera o piccina alla mente

delle gentili signore e di tutti gli egregi qui convenuti, se ciascuno

richiami appena nel pensiero la nobile fisionomia del nostro grande

maestro.

Ed io non tenterò nemmeno di riuscire eloquente nel mio discorso.

Sarebbe vana fatica. Già, prima di tutto, non ne sarei capace; eppoi,

a che cosa mi servirebbe? Quale eloquenza può sussistere di fronte

all'opera immensa di Giuseppe Verdi? Quale eloquenza può sostenersi

al cospetto della sua persona, sintesi vivente delle sue creazioni,

che ha portato superbamente fino ai giorni nostri i ricordi più belli

dell'entusiasmo dell'arte e del patriottismo?

La vita, la storia artistica di Verdi parrebbe una leggenda, se ancora

non fosse fra noi Lui, maraviglioso documento di quelle vicende che

saranno credute favolose dalle future generazioni.

Ne ho letto di libri su Verdi! Ne ho letto di storie, di episodii,

di aneddoti! Ma tutto mi è apparso infinitamente scialbo e meschino,

quando mi sono trovato alla sua presenza. Il suo solo sguardo mi ha

detto delle cose, mi ha suscitato nel cuore dei pensieri che non ho mai

trovato, che non troverò mai in nessun libro.

Ed in questo momento l'animo mio è tutto pieno di quelle memorie,

ma rimane paralizzato dalla coscienza della propria inettitudine ad

esprimere i sentimenti troppo alti.

Chiedo, dunque, venia al cortese uditorio per tutto quello che nel

mio dire apparirà disadorno ed anche non conveniente al soggetto ed

all'uomo di cui si tratta. Resti nella mente di tutti soltanto l'idea

dell'omaggio reverente che ho voluto tributare, accettando, forse

con leggerezza, ma certo con tutto il cuore, l'incarico di questa

conferenza.

A Verdi ho già domandato anticipatamente il perdono per l'atto che

sto per compiere. Perchè sono sicuro di dargli un dispiacere. Ei non

vorrebbe che si parlasse mai di Lui.

Quale è la persona che non ha sentito parlare della modestia di

Verdi?...

Ma, a questo proposito, debbo fare una osservazione.

Sono già parecchi anni che io studio la modestia degli uomini (colla

modestia delle donne non ho mai scherzato!), e potrei raccontare molti

aneddoti che mi hanno sempre confermato le diverse qualità di modestia.

Ma mi fermerò ad uno solo, che mi serve precisamente alla dimostrazione

che voglio fare.

Un giorno del 1882 (anch'io comincio a citare epoche remote!) mi

trovavo a Milano in casa del mio illustre maestro Amilcare Ponchielli,

quando si presentò un giovane musicista che voleva sottoporre

al giudizio del Maestro una sua composizione. Ponchielli non era

punto di buon umore: afferrò sgarbatamente il fascicoletto che il

giovane gli porgeva, e si mise a scorrerne le pagine, mugolando e

borbottando. Il giovane musicista attese ansioso qualche minuto; e

poi timidamente disse al Maestro: «Si tratta di un pezzetto senza

importanza; una cosetta buttata giù alla meglio.» Ponchielli alzò

la testa e, maltrattandosi terribilmente il pizzo caratteristico, si

mise a gridare: «Ah, sì?... Si tratta di una cosetta?... Vuol fare il

modesto forse?... E perchè è venuto a mostrarmi questo nonnulla?...

I compositori debbono sempre aver fede nell'opera propria, e debbono

sempre stimare capolavori le loro composizioni.... Io non amo la falsa

modestia.» E riprese a sfogliare le pagine, mugolando e borbottando.

Il giovane era rimasto stecchito. Dopo poco, Ponchielli rialzò la

testa e parve rabbonito. Restituì il fascicolo all'autore, e gli disse

quasi dolcemente: «Lei è modesto; ma il suo lavoro è più modesto di

lei.» Il giovane se n'andò subito, profondendosi in inchini ed in

ringraziamenti; e mi parve che avesse preso per un complimento l'ultima

frase di Ponchielli.

Per parte mia, da quel giorno, ho cercato tutti i modi per non essere

modesto....

Ma, intanto, avevo potuto studiare questo caso di modestia che credo

sia il più diffuso: un imbecille che fa il modesto davanti ad un uomo

superiore, col solo fine di ottenere un elogio da lui, e di credersi,

nella stupida vanità, a lui ed a tutti superiore.

Guardiamo invece, per sommo contrasto, la modestia degli uomini

veramente grandi, quella modestia che è il solo raggio che si possa

aggiungere alla gloria!

Verdi, togliendo anche di mezzo l'indole naturale, deve essere modesto

per forza: perchè nessun inno di lode potrà destare in Lui il più

piccolo sentimento di orgoglio: anche l'inno più grandioso sarà

meschino agli occhi suoi.

Come potrà mai sentire ricordata la sua vita gloriosa, come potrà mai

sentire raccontati tutti i suoi trionfi, senza che la sua mente non

veda impallidita dal ricordo quella vita da lui stesso vissuta, senza

che il suo cuore non trovi rimpiccioliti dal racconto quei trionfi

da lui stesso riportati? È facile, dunque, comprendere lo stato di

inquietudine dell'animo mio in questo momento: al dubbio di riuscire

gradito al colto pubblico va aggiunta la certezza di dispiacere a

Verdi.

A buon conto, gli ho chiesto perdono anticipatamente; ma non oso

sperare di passarmela liscia. Me la potessi almeno cavare con una

lavata di testa!...

Oggi io non devo parlare genericamente di Giuseppe Verdi e di tutta la

sua luminosa produzione: l'attuale conferenza è limitata da due date,

che nell'arte del nostro Grande e nella storia della nostra Nazione

rappresentano due epoche. Dal 1849 al 1861: quale stupendo periodo di

arte e di patriottismo! E quale mirabile fusione di nobili sentimenti

nella espressione dell'anima e del genio di Giuseppe Verdi!

Nella visione subitanea dello svolgimento di tutto il periodo storico

ed artistico, la mia mente, forse per effetto di costante ammirazione

o forse per effetto di spontanea ispirazione, vedo tre punti capitali

sui quali deve soffermarsi per la dimostrazione della sua idea.

E questi tre punti si trovano: al principio, alla metà ed al termine

del periodo, che ne resta interamente abbracciato e diviso con

simmetria: per quanto, rispetto alla produzione di Verdi, il periodo

abbia fine nel 1859.

Primo punto, la _Battaglia di Legnano_ (27 gennaio 1849); secondo

punto, i _Vespri Siciliani_ (18 giugno 1855); terzo punto, _Un Ballo in

Maschera_ (17 febbraio 1859).

Se l'idea di parlare primieramente e specialmente di queste tre opere

può sembrare a prima vista strana o non giustificata, si pensi che devo

occuparmi di un periodo della vita italiana tutto pieno di santo amor

di patria: e si pensi all'influsso potente che la musica di Verdi seppe

esercitare sopra ogni cuore italiano.

Ho scelto i tre punti capitali perchè: il primo rappresenta tutta

la trepidazione, tutta la commozione, tutto l'ardore di un popolo

oppresso ed anelante alla redenzione; il secondo rappresenta il

trionfo dell'arte italiana all'estero, anche esplicata in un soggetto

glorioso per l'Italia e nefasto per il paese che lo domanda; il terzo

rappresenta il supremo entusiasmo di una nazione intera, che, eccitata

dal genio di Verdi, nel nome di Verdi combatte l'ultima battaglia e

vince.

Quando scoppiò la rivoluzione italiana del 48, Verdi era a Parigi;

alle prime notizie della gloriosa insurrezione di Milano, il suo animo

generoso non resse: e partì per l'Italia. Si fermò a Lione dove sapeva

di trovare una lettera di un amico che gli doveva dire le ultime

vicende della sua patria. Trovò, infatti, la lettera e conobbe il

doloroso voltafaccia delle cose. Rattristato dalla delusione della sua

fervida speranza di arrivare a Milano e salutare libera la città dei

suoi primi successi, restò alcuni giorni a Lione; ed all'amico che gli

aveva mandato la sciagurata notizia rispose semplicemente: «Spero che

avrete fatto il vostro dovere.»

Ma poi proseguì il viaggio; e giunse in patria per assistere al

completo rovescio delle armi italiane.

Col cuore sanguinante tornò a Parigi, mezzo ammalato e stanco.

L'impresario Lumley di Londra venne ad offrirgli una generosissima

scrittura che Verdi avrebbe accettato subitamente, se l'editore Lucca

non glielo avesse impedito rammentandogli il suo obbligo contratto di

scrivere un'altra opera, oltre «_I Masnadieri_» già eseguiti a Londra e

con poca fortuna, il che veniva ad aumentare le esigenze dell'editore.

(Sempre uguali in ogni tempo i nostri editori!).

Allora Verdi, infastidito e stizzito, scrisse di mala voglia il

_Corsaro_ sul libretto del Piave, poveramente tratto dall'omonimo

poema del Byron; ed abbandonò la sua partitura senza nemmeno curarsi di

sorvegliarne le prove.

Il _Corsaro_ fu eseguito a Trieste e non piacque; e si accusò Verdi

di voluta negligenza: mentre, da altra parte, con più giusto criterio

si tenne conto del suo stato d'animo turbato dai dolori cui la patria

soggiaceva.

Forse c'entrava anche il dispetto verso l'editore; ma certamente il

cuore del Maestro era tutto pieno di tristezza e di angoscia per la

sventura italiana: e la mente sua non poteva trovare ispirazione in

alcun soggetto, che non gli parlasse dello sconforto e della speranza

del popolo d'Italia.

Il sentimento patriottico, in quel momento, fu troppo più forte del

sentimento artistico.

Ed in quel momento il genio di Verdi fu pari al sentimento

degl'Italiani; e non volle parlare che dell'Italia sua.

E scrisse la _Battaglia di Legnano_.

Io penso allo slancio infrenabile che avrà guidato Verdi all'inizio

della sua nuova creazione; e penso all'ardore ed alla lena nella

continuazione del lavoro; e penso alla forte commozione nel compimento

dell'opera, che era la spontanea espressione del suo cuore d'italiano

e che nei cuori italiani tanto entusiasmo doveva suscitare.

Quel godimento che la folla prova davanti all'opera d'arte, quando

l'arte è vera e sincera, è già stato provato a mille doppi dall'artista

creatore, dall'artista che esprime il suo sentimento, tutto assorto

nella interpretazione ideale, precisa e fedele.

Ma l'opera d'arte deve essere il prodotto genuino dell'ispirazione, il

frutto vergine del genio.

Guai se l'artista si lascia vincere dallo scrupolo della teorica!

L'opera sua non sarà più sincera. Il caldo paesaggio meridionale si

cambierà in nordica e gelata regione.

In arte, il genio è sole e la scienza è neve.

Al solo ricordo del successo immenso, incredibile, che la _Battaglia di

Legnano_ ebbe presso il pubblico di Roma, è facile immaginare con quale

foga d'entusiasmo Verdi abbia compiuto l'opera sua.

Si sapeva che l'opera aveva un soggetto patrio, d'indole guelfa; ed

in quel momento di fermento politico non si domandava di meglio. Gli

uomini si recarono al teatro con la coccarda tricolore sul petto,

mentre le signore distendevano sui davanzali dei palchetti sciarpe e

nastri tricolori.

Fu un delirio! Si gridava insieme _Viva Verdi!_ e _Viva l'Italia!_

E tutti i cuori ebbero insieme ed ugualmente il ravvivamento delle

speranze, il rigoglio dell'ardore, il presentimento della patria

redenta.

Verdi esultava già di quei pensieri quando scriveva l'opera.

Ma la generazione d'oggi non conosce la _Battaglia di Legnano_; e

non la stima, perchè legge nei libri che fu un'opera d'occasione,

d'attualità; e che _soltanto il soggetto e la nota politica le diedero

unanimità di suffragi ed apparenza di trionfo_, [come dice Anton Giulio

Barrili]; e che _il successo del primo momento fu dovuto anzitutto

alla sovraeccitazione degli animi_ come stampa il Pougin; e che _simile

musica certo ha ben poco o nulla da vedere coll'arte_, come scrive Gino

Monaldi.

Certo, se oggi si parla d'occasione, si pensa subito all'inno scritto

per l'inaugurazione di una qualsiasi esposizione di oggetti di

guttaperca, e se si parla di attualità, si corre colla mente alle

mazurke dedicate alla polvere dentifricia o al perfetto smacchiatore.

Ma allora, nel 1849, l'occasione e l'attualità rappresentavano qualche

cosa di ben differente. E Verdi non era stato invitato a scrivere la

sua opera da nessuna commissione di futuri cavalieri o commendatori.

Aveva spontaneamente dato alla patria l'opera del suo genio e della sua

anima.

Guardiamo come ne scriveva allora il Basevi:

«Al Verdi, che dal 1842 in poi regna solo in Italia, ben s'addice il

nome di rappresentante del gusto musicale del suo tempo. Come tale egli

doveva scrivere un'opera corrispondente al nuovo stato degli animi

nell'anno 1848. E così fece.... Erano i travagli dell'Italia giunti

vicino al loro nodo, quando nel gennaio 1849 fu posta sulle scene in

Roma la _Battaglia di Legnano_.»

E guardiamo quello che ne diceva il _Pallade_, giornale di Roma, il 27

gennaio 1849, poche ore avanti della prima rappresentazione:

«La musica, se per lo innanzi, schiava di errati precetti, non valse

che a deliziare mollemente gli esterni sentimenti dell'uomo; oggi ne

rischiara e ne sublima gl'intelletti; e vestendo più robuste armonie,

apprestasi anch'ella ad innestare la sua gemma sulla corona della

patria. Non invano dunque il Verdi imprendeva a celebrare la famosa

Lega Lombarda, col titolo: _La Battaglia di Legnano_. Lombardo quale

egli è, offre con la penna il tributo che non potrebbe colla spada

alla sua patria infelicissima, affinchè dalle ricordanze delle glorie

passate prenda ella ristoro delle sventure presenti e presagio dei

trionfi avvenire.»

E lo stesso giornale _Pallade_ aggiungeva dopo la prima

rappresentazione, il 29 gennaio: «Il «Verdi in questo suo lavoro ha

levato il volo alla sublimità. Lungi dall'obbedire alle antiche leggi

convenzionali, egli ha sentito che il suo spirito aveva bisogno di

libertà, come l'Italia d'indipendenza.»

E più sotto continuava: «Questa Italia oggi ha luogo di attingere dalla

severità e robustezza di quest'ultimo patriottico lavoro quell'ardente

scintilla che valga a ridestare e spandere il nazionale ordinamento.»

Ecco quello che si pensava nel 1849 della _Battaglia di Legnano_!

Se oggi, dopo più di cinquant'anni questa musica appare invecchiata

agli occhi volubili della critica moderna, non si abbia il facile

coraggio di condannarla; ma si pensi che, ai suoi tempi, seppe

infondere tanto ardore nei petti degli italiani, e contribuì non poco

alla redenzione della patria.

Da qui a cinquant'anni non si parlerà nemmeno di tanta musica che

ai giorni nostri pare dedicata dall'ebetismo moderno al godimento

inesauribile dei sensi superficiali; o se ne parlerà come una delle

cause dell'assopimento intellettuale, dell'impoverimento del sangue e

dello snervamento della generazione futura.

La _Battaglia di Legnano_, in ogni modo, attraverserà il corso dei

secoli legata strettamente all'epopea famosa che preparò e compi

l'unità d'Italia.

E venga pure il critico supino a dirci che quella musica _ha poco o

nulla da vedere coll'arte_! Altro che arte! Arte prodigiosa! Arte che

ha servito all'interesse comune ed alla gloria della Nazione!...

Ma chi m'intende, oggi che l'artista cerca soltanto di curare il

proprio interesse.... e quello del suo editore?...

Oh, quanto riusciamo meschini dal confronto dei tempi! Ecco: oggi

stesso, a Parigi, si inaugura la nuova grande Esposizione Universale!

Da oltre un anno, in Italia si è lavorato con grande attività per

trovare il modo di far figurare degnamente la musica del nostro paese

nella capitale della Francia ed al cospetto di tutte le nazioni del

Mondo. Si è pensato a grandiose riproduzioni dei nostri capolavori

melodrammatici; ed al proposito il Panzacchi scrisse alcuni articoli

nobilissimi; si è tentato di presentare i nostri migliori artisti della

scena; si è escogitato ogni mezzo per mandare a Parigi almeno le nostre

buone orchestre; ma a nulla sono riusciti Ministri, Sotto Ministri,

Commissioni e Sotto Commissioni. Si è detto che il Governo non può

spendere, e chi vuole vada a spese sue.

E fino a questo punto, logicamente, può andare anche bene; perchè la

finanza dello Stato non ha mai fatto, o non ha potuto fare, troppe

concessioni all'arte nazionale, ed in special modo alla musica. Ma la

Francia non ha domandato nulla alla Nazione sorella?...

Nel pensiero di offrire ai visitatori d'ogni paese un magnifico

spettacolo musicale, non si è ricordata dell'arte italiana?

Sono ingenuo, forse, nelle mie interrogazioni; perchè tutti pensano che

la Francia ha compositori, artisti ed orchestre da vendere, e non sente

alcun bisogno di noi.

Ma è qui appunto il mio grande sconforto.

Anche nel 1855 la Francia aveva Auber, Halévy e Berlioz; ma

nell'occasione della Esposizione Universale di quell'anno, volendo

offrire al mondo la primizia di un'opera nuova sulle scene del suo

massimo teatro lirico, si rivolse all'Italia, a Giuseppe Verdi.

La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte 3 Quarta serie - Lettere e arti · 第 4 / 7 段