Ho in principio accennato alle cause politiche che nel 1848 resero

invisi agli Italiani i maggiori scrittori romantici, tanto che

col sostantivo fu condannato l'aggettivo, senza darsi la pena di

distinguere l'innocente dal reo: del qual fatto il più chiaro esempio

è nella storia dell'Accademia napoletana di prima e dopo il 1860,

di prima e dopo la caduta dei Borboni, perchè là d'un colpo furono

cacciati per ragioni politiche i romantici cioè i borbonici, e

sostituiti i nuovi cioè i liberali. Ma un'altra ragione dell'equivoco

è nel fatto che i nostri pittori detti romantici — primo l'Hayez, come

credo di aver provato l'altr'anno — accettarono i soggetti romantici

e i sentimenti romantici e la lagrimosità romantica, ma il colore

e il chiaroscuro restarono degni dei neoclassici, opaco quello e

saponoso, arbitrario questo e così negletto, che le figure sembravano

più fantasmi senza rilievo al lume di luna che solidi corpi vivi alla

luce del sole. Così che quando i nostri veristi e i nostri coloristi

insorsero contro i romantici d'Italia insorgevano in realtà contro

i neoclassici e infatti imitavano i romantici di Francia: cioè erano

dei romantici essi stessi. Quando con Morelli, Celentano, Faruffini il

quadro storico cominciò ad acquistar l'unità della luce e la giustezza

dei toni, questi facevano trenta o quarant'anni dopo quella rivoluzione

che in Francia aveva fatto pure col quadro storico il Delacroix

romantico. Ma a dar loro dei romantici, anche oggi quei che son vivi

griderebbero offesi.

Questo inganno nominale ho voluto subito chiarire per potervi mostrare

la pittura italiana nel posto, non ottimo, che le spetta, a metà del

secolo decimonono nella pittura europea.

Considerate infatti, per avere un'altra prova di quest'inganno, il

quadro storico che gl'Italiani, guasti dal fanatismo delle gerarchie

accademiche cortigianesche e jeratiche, ponevano sommo nella scala

della bellezza onorevole. Poichè la conquista del colore o la

conquista del movimento che son le due glorie della pittura del secolo

decimonono, non erano nemmeno state tentate dai nostri, e poichè — come

abbiam veduto a parte a parte l'altr'anno — nè l'Hayez, nè il Palagi,

nè l'Arienti, nè il Malatesta, nè il Guardassoni, nè i due Benvenuti,

nè i due Mussini, nè il Bezzuoli, nè il Pollastrini, nè il Gazzotto, nè

lo Zona, nè il Molmenti, nè il Cavalleri, nè l'Ayres, nè l'Angero, nè

il Mancinelli, nè il Podesti, nè il Gagliardi — per nominar solo quelli

che allora furon creduti ottimi — riescirono ad abbandonare il lividore

del colore classico per quanto lagrimassero in tutte le Imelde, in

tutte le Giuliette, in tutte le Clorinde, in tutte le Francesche da

Rimini, in tutte le Marie Stuarde, in tutte le Congiure e in tutte

le Crociate care ai poeti romantici, perchè dovremmo noi dar loro lo

stesso appellativo di Delacroix e dire che la loro pittura è romantica

mentre in realtà son romantici solo i temi dei loro quadri, ma la

loro pittura è in ritardo di quarant'anni? E nei più giovani, prima di

Morelli, di Celentano e di Faruffini, chi è che si ribella e dipinge

anche quei modelli mascherati da paggi e da cavalieri antichi al sole

e col movimento con cui dipingerebbe il signor X o il signor Z suoi

contemporanei in tuba e scarpini verniciati?

I migliori di questi più giovani sono piuttosto paragonabili a quei

prudenti pittori francesi che contentarono la borghesia spaurita tra la

rossa ardente esaltazione della rivoluzione di luglio e le barricate

della rivoluzione di febbraio, e che ebbero per sommi e antipatici

capi Paul Delaroche e Robert Fleury e ammirarono in poesia Casimir

Delavigne e in musica Auber, in una parola che rappresentarono con

serietà lo smascolinato _juste milieu_ di Luigi Filippo. Essi dipingono

con sapienza i siparii per teatro ed è naturale, — dal Bertini che

col Casnedi dipinse a Milano quello della Scala fino al Fracassini che

dipingerà a Roma quelli dell'Apollo e dell'Argentina, — e per lo più

scambiano quel che è pittoresco con quel che è dipinto bene, restando

sempre stilisti oggettivi, mai artisti appassionati.

Guardate Enrico Gamba che apprese in Germania la correzione del disegno

e l'abilità della composizione, e, fecondissimo, ebbe in Piemonte anzi

in Italia grande fama fino all'83 quando morì. _I funerali di Tiziano_

che sono del '56, disegnati così bene, disposti così bene, pennellati

così bene, contengono veramente dei pezzi di pittura liscia forse ma

spontanea: però nell'insieme tutte quelle figure viste ad una a una,

quasi che ognuna avesse il suo raggetto di sole e non ne spartisse

nemmeno un riflesso coi suoi vicini, odoran di accademia, di modello,

di posa un miglio distante. E lo stesso è di Andrea Castaldi, torinese

come il Gamba, ma più di lui fresco in certi studii di nudo femminile

e più di lui tragico e nervoso nell'espressione dei volti, come provano

il suo popolarissimo _Pietro Micca_ che è del '60 o il _Savonarola_ che

è del '56, ambedue nella bella pinacoteca moderna di Torino.

Ma senza andarli a cercare qua e là per l'Italia col rischio di

dimenticarne parecchi, è bene vederli raccolti alla prima Esposizione

nazionale italiana che su proposta di Quintino Sella fu con una

speciale legge decretata il 25 giugno 1860 e aperta nella primavera

del 1861 qui a Firenze, nell'antica stazione delle ferrovie livornesi

a Porta al Prato. Se mancavano il Podesti, l'Arienti, il Bertini, il

Gamba e il Gastaldi, v'erano però tutti gli altri vecchi pittori di

storie e di storielle, morti e vivi: il Benvenuti col _Conte Ugolino_

e più col _Giuramento dei Sassoni_, il Bezzuoli con tre quadri fra

i quali l'_Ingresso di Carlo VIII_, Cesare Mussini con la _Congiura

de' Pazzi_ e la _Fornarina_, il Guardassoni con l'_Innominato_,

il Pollastrini con l'_Esilio de' Sanesi_, il Coghetti con la morte

di _Santa Caterina_, l'Hayez col _Ratto d'Ila_, lo Smargiassi col

_Buonconte da Montefeltro_, il Maldarelli con la _Gliceria che

battezza il suo carceriere_. Ed era bene che vi fossero tutti, perchè

accanto a loro vedendo gl'_Iconoclasti_ del Morelli, _I Dieci_ del

Celentano, la _Cacciata del duca d'Atene_ di Stefano Ussi e anche la

_Congiura degli Amidei_ di Eleuterio Pagliano, il pubblico e i giovani

artisti finalmente comprendessero che nessuna bellezza sentimentale o

patriottica di tema, poteva far bello un quadro visto male e dipinto

male.

Io parlo adesso, o Signori, di persone, meno il Celentano, vive,

ammirate e gloriose, e voi dovete perdonarmi se sarò coi vivi sincero

tanto quanto è purtroppo facile esserlo coi morti. Io in Stefano Ussi

ho sempre ammirato più del pittore storico l'orientalista luminoso,

spontaneo e caldo di passione come quel suo oriente lo è di sole. _La

Cacciata del duca d'Atene_ che, quando nel 1867 andò a Parigi fu su

la _Revue de Deux mondes_ così violentemente biasimata da Maxime du

Camp, è certo il più bel quadro storico che sia stato dipinto prima

degl'_Iconoclasti_; intendo con ciò che il suo valore è relativo

al momento in cui apparve. Pensate che questo discepolo di Giuseppe

Bezzuoli, dipinse il gran quadro a Roma tra il '58 e il '59, nel colmo

della tirannia del Podesti e del Minardi! Certo oggi in quella folla

urlante e minacciante che ha invaso il Palazzo Vecchio, la gentile

freschezza di ogni veste e l'ostentata abilità della composizione

scenicamente equilibrata intorno al fiammeggiante abito del Duca e la

differenza tra le due luci, quella pallida oltre le finestre, quella

violenza dei personaggi del primo piano dispiacciono a chi voglia

ammirare. Ma che sagacia di psicologia a esprimere sui volti e nel

gesto le passioni di ognuno e che cura meticolosa dei particolari, cura

così rara in un tempo in cui l'approssimativo quasi sempre sinonimo del

falso era la sola guida dei costruttori di tali coreografie! «Io non

vidi mai quadro moderno che agguagli questo» disse allora il relatore

governativo Manfredini.

Se Stefano Ussi così impose per primo l'obbligo della verità al

quadro storico e ne fu subito compensato da una rinomanza sicura e

duratura, il Morelli negli _Iconoclasti_ stupì per la forza di rilievo

e l'esattezza veduta del chiaroscuro, e il Celentano nei _Dieci di

Venezia_ stupì per l'unità della luce.

Domenico Morelli è un impulsivo, disuguale e violento; e forse per

questo è l'unico dei suoi contemporanei in cui allora sembrasse

trasfuso un po' dell'ardor febbrile del Delacroix. Il Celentano invece

è un tenace, sicuro della mèta, dubbioso spesso nei mezzi fino a

spasimar per l'angoscia, per capire come da quell'orribile _Agguato_,

che è nella sua sala alla Galleria romana d'arte moderna, egli possa

essere giunto ai _Dieci_ e al _Tasso_, bisogna leggere le sue lettere

al fratello Luigi, e vedervi l'amor dello studio attraverso alle

pinacoteche di tutta Italia e l'ansia religiosa quando è vicino al

paradiso del colore, — a Venezia. Il Morelli invece ottenne presto, e

senza tentennare, quella personalità artistica cui il povero Celentano

anelava, quella palpabilità delle figure nei quadri, come egli diceva,

quella semplicità della composizione che fu al confronto cogli altri

la vera meraviglia del _Consiglio dei Dieci_, quando fu esposto

qui a Firenze. Quel tono basso d'avorio, con qualche fiato verdino,

delle pietre della Scala dei giganti nel fondo, quei robboni neri dei

Membri del Gran Consiglio, quei volti scarni ed assorti, quell'aria

che fluisce nella scena aperta tra i quattro o cinque gruppi andanti,

quella verità di movimento, lo stesso taglio basso e lungo del quadro

e la scena che pareva vuota al confronto delle folle accumulate nei

macchinosi quadri attorno, — tutto a noi che guardiamo dopo trent'anni

permette di dire che come sincerità d'arte il _Consiglio dei Dieci_ di

Bernardo Celentano avrebbe dovuto nel 1861 ricevere molti degli omaggi

che andarono agl'_Iconoclasti_ di Domenico Morelli. E voi sapete,

signori, che Bernardo Celentano morì a ventinov'anni!

Sugl'_Iconoclasti_ un vecchio amico del Morelli mi narrava pochi giorni

fa un aneddoto tipico. Egli lavorava con furia, malcontento della

figura di Lazzaro Monaco quando il Palizzi entrò nel suo studio. —

Ti piace? — No. — Che devo fare? abbandonar tutto? — Niente affatto.

Guarda. Io mi metto davanti alla tua tela. Allontanati. Quando vedrai

le tue figure dipinte spiccar su la tela come fa il mio corpo, allora

potrai dire d'aver vinto la prova. —

In verità, la gloria di Domenico Morelli è di aver trattato le figure

dei suoi quadri non come copie di modelli mascherati o atteggiati,

ma come uomini vivi. Troppo egli stesso è esuberante di vita e di

passione, per tollerare davanti ai suoi occhi su le sue tele dei

fantocci piatti. Non credo di fargli una critica dicendo che questo

più che volontà fu istinto in lui. Nei romani, nei greci, negli uomini

del cinquecento, nello stesso Cristo egli tornò ad infondere il sangue

rosso e palpitante, il suo buon sangue di meridionale beato di sole,

e col sangue la passione tutta dinamica, non più statica e di posa,

come in quasi tutti i suoi antecessori. Questo romantico, al pari dei

grandi romantici d'oltralpe sorti trent'anni prima di lui, ha sentito

che il colore è in pittura l'espressione della passione, l'indice della

potenza lirica ed emotiva dell'artista. Sebbene talvolta non abbia reso

l'intensità della luce solare per aver troppo creduto all'efficacia dei

colori puri invece che all'efficacia dei rapporti, pure pochi seguirono

col suo amore, con la sua prontezza in un quadro tutti i riflessi e

i rimbalzi d'ogni minimo raggio. Dei romantici francesi ha avuto i

gusti letterarii e l'amore pel Byron e pel Tasso, in quasi tutti i

temi dei suoi primi quadri; e ha avuto la foga nel creare, tanto che

fu detto gl'_Iconoclasti_ essere stati dipinti in quaranta giorni;

e l'amor per l'oriente che egli ebbe il torto di dipingere sempre di

maniera guardando alla Spagna e al Fortuny invece che alla Terrasanta.

Venuto poi a maturità in un'epoca di critica religiosa, egli potè

con grande successo fondere questo romantico amor dell'oriente alle

interpretazioni umane del Cristo, e acquistar nella storia della

moderna pittura sacra un posto accanto a Holman Hunt, al Rossetti, al

von Uhde, pure tecnicamente così dissimili da lui.

Ma io non posso indugiarmi nella descrizione del suo ingegno per

mostrarvi l'importanza dei suoi viaggi tra il '55 e il '62 e la

fama sua che saliva con tanta sonorità, che forse nessun altro

artista contemporaneo ha tra i giovani del suo tempo ottenuta almeno

nell'Italia media una simile suggestione di rispetto devoto.

Quando accanto al Celentano e al Morelli vi avrò rammentato il colore

del Faruffini, più nella _Vergine al Nilo_ che nel _Sordello_ della

Brera, l'appassionato brio dell'Altamura che venuto dalla sua Napoli

divenne così popolare qui a Firenze, la franca pennellata del Pagliano,

il quale prenderà al Cogniet l'idea della _Figlia del Tintoretto_, la

forza tragica del Fracassini nei _Martiri Gorgomiensi_ alla Vaticana

e negli affreschi non finiti a San Lorenzo fuori le mura, v'avrò

indicato tutti i maggiori pittori storici fino al 1861 — se pur non

vogliate pensare che già cominciavano a tenere il pennello Barabino

e Maccari, un geniale imitatore d'Alma-Tadema come Giovanni Muzzioli

e un irrequieto innovatore come Tranquillo Cremona, e che nel 1864 a

Parigi con l'ariosa lussuosa riscintillante _Passeggiata nei portici

del Palazzo Ducale_ Scipione Vannutelli otterrà in premio un sonetto di

Théophile Gautier.

*

* *

Dispensatemi dall'enumerarvi tutti i quadri militari che dopo il '48 o

dopo il '59 glorificarono i mille episodii di Custoza, di Novara, di

Montebello, di Palestro, di Solferino, di San Martino, e i volontari

Garibaldini e le truppe Piemontesi, e con Gerolamo Induno perfino

i pallidi orizzonti della lontana Crimea e le glorie della Cernaja.

Perfino Mussini finirà a fare — purtroppo! — il ritratto di Vittorio

Emanuele, perfino Hayez finirà col dipingere la _Battaglia di Magenta_.

Qualunque critica fatta oggi da noi giovani a quei pittori di battaglie

i quali quasi tutti le avevano combattute prima di dipingerle, e

al carminio della loro tavolozza potevano paragonare il buon sangue

delle loro ferite, sarebbe irriverente. Ma un fatto posso osservare

ed è che, anche quando la loro pittura sembrerà un po' squallida e il

loro pennello poco pronto a rendere l'uragano d'un assalto, il lampo

delle artiglierie, le contorsioni d'un'agonia, pure la necessità dello

studio del vero, l'intensità della passione presente ed urgente,

negl'individui centuplicata dall'eco di tutt'un popolo, furono in

Italia i maggiori coefficienti della nuova sincerità artistica e

della mutazione del gusto. Qui a Firenze fra tutti costoro, io voglio

ricordare un veterano sempre valido e giovanile, Giovanni Fattori,

che oggi è rimasto il maggior pittore militarista d'Europa, e che

nella sua austera gamma di colori ha per primo veduto i soldati e i

cavalli _dentro_ un paesaggio, non, come gli altri teatrali, _sopra_

un paesaggio, e li ha avvolti d'aria e di luce cioè li ha fatti vivi in

mezzo alla vita, vivi e degni di vivere nell'avvenire.

I fratelli Girolamo e Domenico Induno, dei quali un anno fa descrissi

l'opera, col loro stile gustoso facile e simpatico unirono questa

gloriosa pittura militare all'ingloriosa pittura di genere, nella

quale però Domenico più sentimentale e più mesto riportò maggior vanto

«porgendo,» come dice con frase tipica il Caimi che è lo storico

degli artisti lombardi di questo periodo, «l'edificante esempio

di quelle abnegazioni che nobilitano il tugurio del proletario.» E

intorno agl'Induno col Trezzini, cognato di Domenico, col Castoldi,

col Giacomelli, col Clerici, e in Piemonte con lo stesso Gamba, col

Beccaria, col Balbiano e massime con Federigo Pastoris fu per vent'anni

un diluvio di emozioni graziose ora ridenti ora meste, anzi per lo

più meste che stancarono talvolta anche i contemporanei, tanto che

nelle _Tre Arti_ quel bizzarro ingegno del Rovani ne parla francamente

così: «La pittura di genere è l'arte sorella di quella letteratura

pallida ed esile che credette di ingenerare il gusto imbandendoci

quei cari romanzuoli cotti nell'acqua di mele cotogne che non passano

l'epidermide nemmeno alle maestrine degli asili d'infanzia.»

Ma l'ironia non giovò, perchè in Italia la pittura di genere durò

anche più a lungo che in Francia dove, per verità, essa era nata solo

dall'imitazione degli inglesi, del Wilkie, del Leslie, del Mulready

che tra il fanatismo dei compratori smollicavano al pubblico la grande

eredità di Hogarth, — e dove il suo cicaleccio pettegolo fu presto

sopraffatto dall'ampia sonora voce della pittura paesana di Millet.

Forse in Italia una lode le si può dare, — che, cioè, servì ad abituare

definitivamente gli spettatori alle pitture dei costumi moderni visto

che ancora nel 1857 il buon Pietro Selvatico credeva d'essere audace,

dissertando della _opportunità di trattare in pittura oggetti tolti

dalla vita contemporanea_.

Ma i veri ribelli, i veri fondatori della modernità, i veri apostoli

della sincerità, furono in Italia i paesisti. Da Nino Costa a Telemaco

Signorini, dal Palizzi al Vertunni, dal de Nittis al Rossano, dal

Fontanesi al Pasini, — noi intorno al '60 già vediamo raccolta una

falange di artisti tali, che per cento modi, attraverso a cento

temperamenti appaiono tutti concordi a proclamare la libertà d'essere

originali purchè si sia sinceri, ad indicare quanta può essere la gioia

dell'anima di chi con sereni occhi contempla i suoi sogni riflettersi

in un mattino aprilino raggiante di speranza, in un meriggio estivo

ardente di letizia, in una sera autunnale fosca di pena. Lungi le

mascherature classiche e medievali, lungi le lagrimucce pettegole,

anche lungi l'inferno delle battaglie! Un mandorlo fiorito sopra

un cielo turchino; un cespuglio di ginestra oro e verde contro un

mare color del cielo; un gregge giallastro sopra un tenero prato di

marzo; una casetta rosea lungo una strada candida di polvere sotto

il sollione; una luna che di dietro un monte violaceo sorge a spegner

le stelle nei pallidi sereni: tutte le gentilezze e le grandezze, le

profondità dei firmamenti e le tenuità dei fiori parvero allora per la

prima volta dopo quasi tre secoli riapparire all'anima degli artisti

che tornava ingenua.

Non vi parlo dei piemontesi che dal più facile commercio intellettuale

con l'estero oltralpe avrebbero dovuto più prontamente degli altri

udire la soavità di quest'invito alla sincerità, e, se non giungere a

intendere la bellezza dei creatori inglesi del _Paysage intime_ come

Turner, de Wint, Constable, John Crome o Bonington, almeno imitare

i loro imitatori francesi, — invece di fermarsi a Ginevra a vedere i

_Souvenirs de Suisse_ grandi e piccoli che dipingeva pei forestieri

quel monotono arido calligrafico e scenografico Alessandro Calame.

Nè Francesco Gamba, nè il Beccaria, nè il Piacenza, nè il Perotti,

nè l'Allason, nè il Bennison e tanto meno il Camino si liberarono da

questa teatralità che raramente, e quasi a loro insaputa. «Un Calame,

deux Calames, trois Calames, que des calamités!» disse allora un

critico arguto. Bisogna aspettare che Alberto Pasini parta per la

Persia con la missione francese del Bourrée, per vedere il colore;

e anche in lui tanta fu, a volte, l'arte, che divenne artificio,

e fece preferire ai rutilanti quadri compositi la fresca sincerità

delle sue tavolette. Bisogna aspettare che Rayper, d'Andrade, Issel

e Giordano raccogliendosi nella solitudine di Rivara fra gialle rupi

e verdi vigne tentino di dimenticare il malo esempio degli antenati.

Bisogna aspettare che nel '55 Antonio Fontanesi dopo essere a Ginevra

caduto anche lui nel suo Calame, vada all'Esposizione di Parigi a

entusiasmarsi di Decamps, di Rousseau e poi a Londra a entusiasmarsi di

Turner, e ottenga così una sapienza di tecnica cromatica ancora nuova

in Italia e crei quei suoi paesi solidi meditati preparati con abilità

ed eseguiti con spontaneità, quei paesi di cui dieci o quindici anni

dopo doveva innamorarsi Giovanni Segantini.

A Napoli prima del Vertunni ampio e solenne, prima che il poetico verde

nebbioso Rossano e il pallido nervoso de Nittis e Adriano Cecioni da

Giosuè Carducci chiamato «dell'arte operatore e giudicatore superbo»

fondassero la cosiddetta scuola di Resina, era e regnava Filippo

Palizzi senza il quale tutta la moderna arte napoletana, compresa

quella di Morelli non sarebbe stata com'è. Quando nel 1832 egli

era venuto a Napoli da Vasto d'Abruzzo era ancora vivo l'olandese

Antonio Pitloo che il Borbone aveva al suo ritorno, per consiglio

del Camuccini, nominato professor di paesaggio nella riordinata

Accademia, e che aveva tra grandi entusiasmi fondata la scuola detta

«di Mergellina e di Posillipo» lodatissima allora per una trasparenza

d'aria e una larghezza di cieli per verità poco visibili ora nelle

sue tele. Fra costoro, Filippo rimase al riparo dall'imperversar delle

lagrime romantiche e la _Vacca_ che nel 1839 a ventun anno egli dipinse

pel primo concorso biennale fu come la serena voce d'un poeta fra un

clamoroso sermocinar di rètori.

Da allora non mutò mai di pensiero dando un esempio d'unità di vita

estetica ignota a tutti gli altri artisti italiani di questo secolo

fino allora. Voi pensate, senza sorridere, all'audacia che occorreva

a dipingere a Napoli nel 1839, invece degli Ajaci, delle Lucrezie,

delle Virginie, degli Ezzelini e dei Crociati, una pura e semplice

testa di vacca! Senza alcuna destrezza di composizione, senza alcuna

scienza della faccia umana, egli doveva essere e fu un limitato

maestro di tecnica. La fermezza sempre maggiore del suo disegno, la

pennellata più e più brava, la nitidezza dei particolari, la vivezza e

la varietà d'espressione negli occhi e nelle attitudini degli animali

— dai pulcini intorno alla chioccia fino alla famosa _testa di leone_

che eseguì a Parigi nel '65 al _Jardin des plantes_, — o nei fiori

o nelle foglie dei vegetali che paiono veramente empir di una vita

umana certe sue minuscole tele, tutta la crescente profondità del suo

occhio non ebbero, in realtà, sull'indirizzo della pittura tra il '40

e il '70 l'importanza morale che ebbe la sua persistenza nello studio

degli animali e dei fiori e dell'erba. Questa rude franchezza, questo

bel bagno d'animalità — odor di fieno e di timo — era necessario alla

pittura italiana che quando egli apparve poteva davvero ripetere quel

che poi egli scrisse nella sua sala alla Galleria nazionale d'arte

moderna: — Vorrei rinascere per ricominciare. —

Il movimento dei _macchiaioli_ qui a Firenze fu davvero una rinascita.

Spenti oramai gli odii, i biasimi violenti, gli antagonismi feroci di

venti o di trent'anni e caduta sul bollor dei superstiti la neve della

canizie, tolto ormai ogni significato bernesco a quell'appellativo dato

loro dall'arguzia fiorentina, riappare oggi tutta la vivace sincerità

di quelli ostinati nemici dei «raschiatori delle tele vecchie,» come

essi chiamavano tutti gli accademici classici puristi e romantici,

senza rispetto per nessuno, anzi aumentando di ferocia in proporzione

di quanto quelli aumentavano di disdegno.

Nel '55 l'Altamura e il Tivoli tornando dall'Esposizione di Parigi si

fermarono a Firenze a predicar con tanta fede ai giovani frequentatori

del Caffè Michelangelo la libertà artistica ormai da più che trent'anni

concessa al popolo di Francia da Delacroix, re del chiaroscuro e

dalla sua corte, — che quando quei giovani entusiasti poterono andar a

godere nella Villa di San Donato la galleria del principe Demidoff e i

Daubigny, i Decamps, i Troyon, i Delacroix, i Marilhat, i Meissonnier

che essa conteneva, la rivelazione giunse ai loro occhi come un fulmine

e appiccò il fuoco a tutti gli animi.

Al Caffè Michelangelo, come narra Telemaco Signorini in un libro che

ogni giorno va acquistando rarità di documento e valore di storia, la

guerra di idee si sarebbe fatta grave anche tra gli amici più fraterni

se la guerra per la patria non avesse chiamati tutti i generosi a

combattere l'Austria. Tutti i reduci — dal Signorini al Fattori — non

dipinsero per mesi che bivacchi e accampamenti, scaramucce e battaglie,

ipnotizzati dal fuoco e dal sangue come gli innamorati dall'amore.

La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte 3 Quarta serie - Lettere e arti · 第 3 / 7 段