Dove

ti dissi, o mio signore. Erano tutti

infiammati dal gran bere e sì pieni

di coraggio che percuotevan l'aria

se soffiasse sul loro volto e il suolo

perchè baciava i loro piedi e sempre

fantasticando intorno al lor disegno.

Battuto allora ho il mio tamburo e come

indomiti puledri hanno drizzato

d'un subito le orecchia ed aguzzato

gli sguardi e tese le narici quasi

per respirar la musica ed il loro

udito ho in tal maniera ammaliato

che simili a vitelli si son messi

a inseguirmi a traverso aspri roveti,

a traverso taglienti erbe, a traverso

spine che le lor gambe traballanti

han lacerato. Gli ho lasciati al fine

nel botro pien di fango oltre la vostra

grotta e quivi affondavan fino al mento

sì che il putrido lago per i piedi

parea tenerli.

PROSPERO.

Hai fatto bene, o mio

augello! Serba ancora quella tua

invisibile forma e quivi arreca

l'esca, dalla mia casa, per chiappare

quei ladri.

ARIELE.

Io vado! Io vado!

PROSPERO.

Egli è un demonio,

un demonio la cui natura mai

potrà modificarsi e sopra il quale

tutte le umane mie cure son state

perse. Il suo corpo, con l'età, più brutto

diventa e la sua mente incancrenisce.

Rientra ARIELE carico

di oggetti luccicanti.

In tal maniera castigar li voglio

fin che debban ruggire!

Ad Ariele.

Vieni, appendi

quei vari oggetti sopra questa corda.

Prospero e Ariele

rimangono invisibili.

Entrano CALIBANO, STEFANO e TRINCULO tutti bagnati.

CALIBANO.

Piano, vi prego, che la cieca talpa

non possa udire i nostri passi. Siamo

vicini alla sua grotta.

STEFANO.

Mostro, il vostro folletto, che dicevate inoffensivo,

si è condotto con noi come un fuoco fatuo.

TRINCULO.

Mostro, puzzo da capo a' piedi di piscio di

cavallo: per la qual cosa il mio naso è indignatissimo!

STEFANO.

E anche il mio. Hai capito, mostro? Se finisco

per prendervi a noia, vedete....

TRINCULO.

.... siete un mostro bello e perduto.

CALIBANO.

O buon signore

serbami ancora il tuo favore ed abbi

pazienza: chè il premio ch'io t'ho offerto

compenserà questo incidente: ed ora

parla piano; ogni cosa tace quasi

fosse la mezzanotte.

TRINCULO.

Già! Ma aver perduto le nostre bottiglie nel

pantano....

STEFANO.

È non solamente una disgrazia e un disonore,

ma bensì una perdita senza riparo.

TRINCULO.

Più grande del mio bagno, per me. E tutto

per colpa del vostro folletto innocuo, Mostro!

STEFANO.

Voglio andare a ricercare le mie bottiglie,

dovessi per questo affondare fino alle orecchia.

CALIBANO.

O mio sovrano,

te ne prego, sii calmo. Vedi bene?

Questo è l'ingresso della grotta: fa'

piano ed entra; compisci il buon misfatto

che renderà quest'isola per sempre

tua e me stesso, Caliban, tuo schiavo.

STEFANO.

Dammi la mano. Comincio ad avere pensieri

di sangue.

TRINCULO.

O Re Stefano! o Pari! o degno Stefano. Osserva

che guardaroba c'è qui per te.

CALIBANO.

Lasciali stare, sono stracci, o pazzo!

TRINCULO.

O oh, Mostro, noi ce ne intendiamo di stracci!

O Re Stefano!

STEFANO.

Lascia stare quella tunica, Trinculo: per la

mia mano, voglio quella tunica!

TRINCULO.

E la tua Grazia l'avrà.

CALIBANO.

L'idropisia possa affogar quel pazzo!

Cosa intendete fare, a divertirvi

con simile bagaglio? Andiamo prima

a compiere il delitto. Se si sveglia

dai piedi al capo coprirà la nostra

pelle di lividure e in bello stato

ci ridurrà!

STEFANO.

Sta zitto, Mostro. Signora corda, non è quella

la mia tunica? Ora ecco la tunica sotto la corda.

Tunica, siete capace di perdere il pelo e divenire

una tunica calva.

TRINCULO.

Fate pure: non dispiaccia a Vostra Grazia,

noi rubiamo alla corda e al palo!

STEFANO.

Grazie per la spiritosaggine: eccoti un vestito,

per questo. Lo spirito non passerà mai

senza ricompensa mentre io sarò Re di questo

paese. "rubare alla corda e al palo" ecco un

bello scherzo. Eccoti un altro vestito.

TRINCULO.

Mostro, vieni qui. Metti un po' di pania sulle

tue dita e via con tutto il resto.

CALIBANO.

Non voglio niente! Noi

perdiamo il nostro tempo e sarem tutti

quanti cambiati in paperi od in scimmie

dalla fuggevol fronte mostruosa.

STEFANO.

Mostro: porgete le dita. Aiutateci a portar

ogni cosa dove ho nascosto il mio barile di

vino, se no vi scaccio dal mio regno. Su via,

porta questo.

TRINCULO.

E questo!

STEFANO.

E questo!

Si ode il rumore di una caccia.

Entrano diversi spiriti sotto

aspetto di cani e li cacciano via.

Prospero e Ariele gli incitano.

PROSPERO.

Su Montagna, su!

ARIELE.

Argento! Qui, Argento, qui!

PROSPERO.

Furia! Furia! sotto! Qui Tiranno! Senti! senti!

Calibano, Stefano e

Trinculo sono cacciati via.

Corri, e comanda ai miei spirti che i loro

membri sien torti in spasimi crudeli:

accorcia i loro tendini con crampi

inveterati e d'aspre lividure

coprili sì che il lor corpo apparisca

di leopardo o di gatto selvaggio

più maculato.

ARIELE

Ascolta il lor ruggire!

PROSPERO.

Che sien cacciati a fondo! I miei nemici

sono a quest'ora in mio potere. Presto

le mie fatiche avranno fine e tu

sarai nell'aria libero. Per poco,

seguimi ancora e rendimi servizio.

Exeunt.

ATTO QUINTO.

SCENA UNICA.

Davanti alla grotta di Prospero.

Entrano PROSPERO vestito con la sua veste magica

ed ARIELE.

PROSPERO.

Ora i disegni miei giungon la meta,

non falliscon gl'incanti, i genii tutti

m'obbediscono e il tempo alto nel cielo

col suo carro s'inoltra. Come è il giorno?

ARIELE.

Prossimo all'ora sesta. L'ora in cui,

o mio signor, diceste che il lavoro

vostro cessar dovrebbe.

PROSPERO.

È ver, lo dissi,

fino da quando volli suscitare

la tempesta. O mio spirito, rispondi:

Dove sta il re coi suoi compagni?

ARIELE.

Insieme

tutti aggruppati, come mi ordinaste

quando gli avete abbandonati. Tutti

sono, o signore, prigionieri dentro

la buca della vostra grotta, d'onde

non si potranno muover fino a quando

non li libererete. Il Re con suo

fratello e tutti i vostri stan da un lato

fuori dei loro sensi, mentre gli altri

piangon su loro pieni di tristezza

e di dolor. Ma più d'ogni altro, quegli

che voi chiamate il "buon signor Gonzalo".

Le sue lacrime cadon sulla barba

come gocce d'inverno sulla paglia

d'una tettoia e questo vostro incanto

sì fattamente ora li tien che quando

li vedeste il cuor vostro diverrebbe

più mite.

PROSPERO.

E tu lo credi in vero, o spirto?

ARIELE.

Lo diverrebbe il mio se fossi un uomo,

o signore.

PROSPERO.

Ed il mio lo diverrà.

Tu che pur sei di sola aria, commosso

fosti ai loro tormenti ed io che sono

di una stessa natura e che ogni loro

dolore sento acutamente, forse

più mite non debbo essere? Se bene

i lor grandi misfatti abbian colpito

il mio cuore, però contro la mia

collera una più nobile ragione

combatte: è la virtù più grande della

vendetta e poichè tutti or son pentiti

non un passo più oltre il mio disegno

avanzerà. Vola, Ariele, e rendi

libero ognuno: io romperò l'incanto,

renderò i sensi a tutti sì che ognuno

ritroverà se stesso.

ARIELE.

Io vo, signore,

a rintracciarli.

PROSPERO.

O voi elfi dei colli

e dei ruscelli e degli stagni e delle

caverne, e voi che sulle sabbie senza

lasciare impronta trascorrete dietro

Nettuno quando si ritira e innanzi

a lui fuggite se si avanza, e voi

gnomi che al chiar di luna disegnate

di quei cerchi, danzando, che fan l'erba

amara dove più non bruca il gregge,

e voi cui solo passatempo è fare

nascere i funghi a mezzanotte e tutti

vi rallegrate udendo il coprifoco

solenne, siete assai deboli spirti

e pur col vostro aiuto il sole ardente

nel meriggio ho oscurato ed i ribelli

venti evocando ho spinto ad aspra guerra

il verde mar contro l'azzurro cielo.

Ho la folgore urlante acceso e l'alta

quercia ho colpito con la fiamma stessa

di Giove e i saldi promontorii ho scosso

ed il cedro e l'abete ho capovolto.

Le tombe al mio comando hanno svegliato

i dormienti e per virtù di mia

arte si sono aperte e gli han lasciati

liberi. E pure a questo incantamento

rinuncio e dopo che avrò ancor richiesto

qualche celeste musica--ed è quello

che sto facendo--per oprar sui loro

sensi che è quanto ha perseguito il mio

aereo inganno, romperò per sempre

la magica bacchetta, molte braccia

sotto terra celandola e fin dove

ancor non è disceso lo scandaglio

affonderò il mio libro.

Si ode una musica solenne. Rientra

ARIELE e dietro di lui ALONZO

che fa gesti frenetici, aiutato da

GONZALO. SEBASTIANO e ANTONIO

anch'essi farneticanti sono

sostenuti da FRANCESCO e da ADRIANO.

Tutti entrano nel cerchio tracciato

da Prospero e rimangono

presi dall'incanto. Prospero gli

osserva un istante, poi prosegue:

Una solenne musica, e il più buono

consolatore ad un insano spirto

curino il tuo cervello or fatto inane

e quasi nel tuo cranio arso. Restate

qui tutti fermi per l'incantamento!

Sacro Gonzalo, onesto uomo, i miei occhi

quasi compagni ai tuoi lascian cadere

le medesime gocce. Si dissolva

l'incanto e come i raggi del mattino

rompono il tenebrore della notte,

scaccino, i lor rinnovellati sensi,

ogni torpido fumo che ravvolge

la lor mente più limpida. E tu, bravo

Gonzalo, salvator mio solo e a questi

fedel compagno io pagherò le tue

grazie e con opre e con parole. Molto

crudelmente, o Re Alonso, verso mia

figlia e verso me usasti. Tuo fratello

più oltre ancor nell'azion si spinse

ed or, Sebastian, sei fortemente

castigato e nel sangue e nella carne.

E voi, fratello mio, che a mantenere

l'ambizion soffocaste il rimorso

e la natura e con Sebastiano

--i cui tormenti son forti per questo--

uccider volevate il vostro Re,

io ti perdono, per quanto tu sia

fuori della natura. I loro sensi

cominciano a destarsi e la crescente,

marea tra poco invaderà la spiaggia

di lor ragione che ora giace tutta

sporca e fangosa. Non un sol fra loro

che pur mi guarda mi conoscerebbe.

Ariele! Qui portami la spada

ed il cappello dalla mia caverna.

Mi vestirò, per presentarmi come

son stato un tempo: il duca di Milano.

Spirito, presto! che fra poco ancora

avrai la libertà.

ARIELE

cantando mentre aiuta

Prospero a vestirsi.

_Là dove l'ape sugge a sugger debbo andare

nel campanello d'una primula a riposare

e quando urlano i gufi mi voglio addormentare

sul finir dell'estate allegramente

e viver d'ora innanzi allegramente

allegramente

fra le corolle pendule d'un cespuglio fiorente!_

PROSPERO.

Ahi questo è il mio buon Ariel! Ti debbo

perdere, ma sarai libero. Sì,

Sì, sì! Ritorna intanto sulla nave

del Re sempre invisibile e là tutti

i marinari, sotto i boccaporti

addormentati troverai. Soltanto

il padrone e il nostromo essendo svegli

qua me li condurrai. Presto, ti prego.

ARIELE.

Io bevo l'aria a me d'innanzi e torno

prima che il vostro polso abbia battuto

due volte!

Exit.

GONZALO.

Tutti gli stupori e tutti

i tormenti e le angosce ed i terrori

sono qui radunati. Che un potere

celeste, ora ci guidi pur da queste

spaventose contrade!

PROSPERO.

Guarda, o Sire:

Prospero il duca espulso di Milano.

Per mostrarti che quei che ora ti parla

è un principe vivente, ecco io ti abbraccio

e a te, come ai compagni tuoi dal cuore

v'auguro il benvenuto.

ALONZO.

Io non so dire

se tu sia quello, o se non sei più tosto

qualche incantato spirito, che debba

trarmi in inganno anche una volta come

già lo fui poco fa. Ti batte il polso

qual di carne e di sangue e fin da quando

ti ho visto, sento indebolirsi il grave

tormento del mio spirito, che--temo--

sia da follia percosso. Tutto questo

se non è finzion, certo promette

una assai strana storia. Il tuo ducato

io ti rendo e il perdon chiedo al mio fallo.

Ma come mai Prospero è vivo e come

sì trova qui?

PROSPERO

a Gonzalo.

Prima, o nobile amico,

lascia che abbracci la vecchiezza tua

di cui nessun può misurar l'onore

nè limitarlo.

GONZALO.

Non potrei giurare

che tutto questo sia pur vero o falso.

PROSPERO.

Ancor gustate qualche leccornia

di quest'isola, quale non vi lascia

le cose vere scerner dalle false.

Benvenuti voi tutti, amici miei!

Piano a Sebastiano e ad Antonio.

In quanto a voi, bel paio di messeri,

potrei--se lo volessi--il guardo irato

di sua altezza su voi volgere e quali

traditori svelarvi. Per adesso

non dirò nulla.

SEBASTIANO

da sè.

È il diavolo che parla

in lui!

PROSPERO.

No. Ma per voi degno signore

che non posso chiamar fratello senza

infettarmi la bocca, io ti perdono

delle più gravi colpe: tutte quante.

E il mio ducato ti richieggo, pure

conoscendo che rendermelo devi.

ALONZO.

Se Prospero tu sei, dacci notizie

di tua salvezza e come ci hai trovati

qui tutti, quando or fan tre ore appena

naufragammo sopra questa spiaggia

dove perdetti--come è acuto il male

di un tal ricordo!--il figlio mio diletto

Ferdinando.

PROSPERO.

Ne son dolente, o Sire.

ALONZO.

La perdita è senza riparo e dice

la pazienza ch'è fuor d'ogni sua

cura.

PROSPERO.

Invece mi par che non abbiate

l'aiuto suo richiesto, poi che il dolce

favor mi presta di sovrano aiuto

in una eguale perdita e mi accorda

il riposo.

ALONZO.

Una tal perdita voi?

PROSPERO.

Tanto grande per me, quanto recente

e contro cui, per sopportarla ho mezzi

più deboli di quelli che potete

invocare a conforto vostro: ho perso

la figlia mia.

ALONZO.

La vostra figlia? Oh cielo

perchè non sono a Napoli ed entrambi

quivi regina e re? se questo fosse,

starmi vorrei dentro il fangoso letto

dove mio figlio giace. Quando avete

perduto vostra figlia?

PROSPERO.

L'ho perduta

nell'ultima tempesta. Io scorgo intanto

questi degni signori sì colpiti

da un tale incontro che la ragion loro

divorano e che i loro occhi ministri

dubitan siano di verità, nè vero

alito le parole loro. Ma

per quanto fuor dei vostri sensi usciti

siate certi ch'io son Prospero, il Duca

legittimo, scacciato da Milano

il quale molto stranamente in questa

spiaggia ove naufragaste, prese terra

e il signor ne divenne. Ma di tali

cose non più, però che questa è storia

di lunghi giorni e non lieve racconto

da farsi a mensa e quale si convenga

a questo primo incontro. O Sire, siate

il benvenuto. La mia corte è questa

grotta. Ho là qualche servo, nè di fuori

suddito alcuno. Ve ne prego, date

uno sguardo là dentro. Poi che il mio

ducato mi rendeste, compensarvi

io cercherò con egual cosa o al meno

tal miracol mostrarvi che vi faccia

lieto così come lo son del mio

ducato.

Si apre la grotta e lascia

vedere Ferdinando e Miranda

che giocano a scacchi.

MIRANDA.

O mio dolce signor, giuocate

ingannandomi.

FERDINANDO.

No, mio caro amore:

non lo farei pe'l mondo intero.

MIRANDA.

Sì:

ma venti regni mi disputereste

ch'io pur direi che il vostro giuoco è buono.

ALONZO.

Se un'altra visione è questa della

Isola, ben due volte un caro figlio

ho perduto!

SEBASTIANO.

Un miracolo supremo!

FERDINANDO.

Quantunque il mare ci minacci è pure

pietoso ed in van l'ho maledetto!

S'inginocchia d'innanzi ad Alonzo.

ALONZO.

Le benedizion tutte d'un padre

felice, ora ti faccian grande. Sorgi

in piedi e dimmi come qui venisti.

MIRANDA.

O meraviglia! Quali creature

mirabili! e come è bello l'umano

genere! Oh dolce nuovo mondo, pieno

di un tal popolo!

PROSPERO.

È nuovo a te!

ALONZO.

Chi è dunque

questa fanciulla con la quale stavi

giuocando? Non può essere più antica

di ben tre ore l'amicizia vostra.

Forse è la Dea che ci ha salvati e tutti

ci ha radunati qui?

FERDINANDO.

Sire, è mortale

ma è mia per immortale provvidenza.

Io la scelsi allorchè più non potevo

chieder consiglio al padre mio, nè pure

credea di averne ancora uno. Ella è figlia

di quel ben noto duca di Milano

di cui sì spesso ho udito, senza pure

averlo visto prima. È da costui

che ho ricevuto una seconda vita

ed un secondo padre or mi procura

questa signora.

ALONZO.

E sarà il suo! Ma come

sembrerà strano che il perdono invochi

da mio figlio!

PROSPERO.

Ora basta, Sire. È vano

aggravare il ricordo con un peso

già dileguato.

GONZALO.

Dentro me piangevo,

se no parlato avrei di già. Volgete

in giù li sguardi, o Dei! Su questa coppia

una corona benedetta fate

cadere dopo che la via tracciaste

che ci ha condotti qui!

ALONZO.

Dico, o Gonzalo,

Amen!

GONZALO.

Così Milano fu cacciato

da Milano perchè la discendenza

sua regnasse su Napoli! Una gioia

non comune vi allieti e questo in oro

sopra salde colonne trascrivete:

"Trovato ha Claribella, in un viaggio,

a Tunisi il marito e suo fratello

Ferdinando una moglie là dove egli

si era perduto; Prospero, il ducato

in una povera isola e noi tutti

ritrovammo noi stessi, quando ognuno

di sè non era più padrone".

ALONZO.

Datemi

le vostre mani. Ogni tristezza ed ogni

dolore il cuor per sempre arda di quegli

che non v'auguri bene.

GONZALO.

E così sia

Amen!

Rientra ARIELE col PADRONE

della nave seguito dal NOSTROMO

e ambedue pieni di stupore.

O guarda, Sire, o guarda, Sire,

ecco ancor due dei nostri. Avea pur detto

che se c'era potere in terra, questi

non sarebbe affogato! Ora, o Bestemmia,

che lanciavi da bordo tutte quante

le tue imprecazioni, non ne hai dunque

più sulla spiaggia? E non hai più la bocca

a terra? E cosa c'è di nuovo?

IL NOSTROMO.

Prima,

e assai meglio di tutto, c'è che abbiamo

trovato il nostro re salvo coi suoi.

Poi che la vostra nave--quella stessa

che or fa tre ore credevam perduta--

è salda e forte e sopra i flutti ondeggia

come quando nel mar la prima volta

noi la varammo.

ARIELE

a Prospero.

Tutto questo, o mio

signore, ho fatto da che son partito.

PROSPERO

ad Ariele.

Spirito industre!

ALONZO.

Questi avvenimenti

non sono naturali e d'ora in ora

divengono più strani. Dite come

veniste qui?

IL QUARTIERMASTRO.

Sire, se mai credessi

di essere sveglio, cercherei di dirlo.

Morti eravam di sonno e tutti quanti

distesi sotto i boccaporti, senza

pur saper come, quando con rumori

strani e diversi, come grida e rugghi

e batter di catene ed urla ed altri

varî frastuoni fummo risvegliati

e per di più liberi tutti e il nostro,

bravo, forte e regal vascello abbiamo

in ordine trovato ed il padrone

che saltava di gioia nel vederlo.

In un battibaleno e, non vi spiaccia,

sempre sognando forse, siamo stati

di là tratti e condotti qui che ancora

ci fregavamo gli occhi.

ARIELE

a Prospero.

Ho fatto bene?

PROSPERO

ad Ariele.

Bene, o mio diligente, e tu sarai

libero!

ALONZO.

Ecco il più strano labirinto

che un uomo abbia percorso. In tutto questo

v'è più grande potere che non abbia

la natura. Bisogna che la nostra

scienza un qualche oracolo corregga.

PROSPERO.

O Sire e mio Sovrano, il tuo pensiero

non faticare sopra la stranezza

di questi fatti. Quando avremo il tempo

e fra breve sarà--saprò spiegarti

in secreto ogni cosa ed ogni cosa

ti sembrerà probabile. Ma in tanto

siate felici e di ciascun evento

pensate bene.

Ad Ariele.

O spirito, vien qua.

Libera Calibano e i suoi compagni

e disciogli l'incanto.

Exit Ariele.

O grazioso

mio Sire, come va? Vi sono alcuni

vostri vecchi compagni che perdeste

e che non ricordate.

Rientra ARIELE, trascinandosi

dietro STEFANO, TRINCULO e

CALIBANO con le vesti rubate.

STEFANO.

Che ognuno fatichi per tutti gli altri e che

nessuno si preoccupi di sè stesso perchè qua

giù non c'è che il caso.

_Coraggio_, bravo mostro, _coraggio!_

TRINCULO.

Se quelle che porto in testa sono buone spie,

ecco un meraviglioso spettacolo!

CALIBANO.

O Setebos!

Questi son bravi spiriti davvero

e come è bello il mio padrone! Io temo

ch'egli non mi castighi!

SEBASTIANO.

Ah, ah, che cose

sono mai queste, o mio messer Antonio,

e si potean comprare?

ANTONIO.

Certamente:

uno è un semplice pesce e senza dubbio

commerciabile.

PROSPERO.

I lor cenci guardate,

o miei signori, e poi dite se sono

onesti! Quel deforme farabutto

è figlio di una strega che fu tanto

forte, da controllar la luna e il flusso

ed il riflusso regolare e senza

il suo poter la sfera comandarne.

Tutti e tre mi hanno derubato e questo

mezzo demonio--perchè è pur bastardo--

per togliermi la vita ha congiurato

con loro. Due di questi voi dovete

riconoscere come vostri ed io

questa cosa di tenebre per mia

riconosco.

CALIBANO.

Sarò pinzato a morte!

ALONZO.

Ma non è questo, Stefano il mio servo

ubriacone?

SEBASTIANO.

È ubriaco anche adesso. Ma dove ha

trovato il vino?

ALONZO.

E Trinculo che in piedi

non può reggersi più? Dove han trovato

il gran Liquor che gli ha dorati in questo

modo? E come ti sei messo in tal salsa?

TRINCULO.

Mi son messo in questa salsa dall'ultima volta

che vi ho veduto, e ho paura che non m'esca

più dalle ossa. Non avrò più timore delle punture

delle mosche.

SEBASTIANO.

E bene, Stefano, cosa c'è?

STEFANO.

Oh non mi toccate! io non sono più Stefano,

son un crampo.

PROSPERO.

Volevate essere re dell'isola, eh? birbante!

STEFANO.

Vi assicuro che in questo caso sarei stato

un re pieno di benevolenza.

ALONZO.

indicando Calibano.

La più bizzarra cosa che ho mai visto!

PROSPERO.

Egli è nella figura e nei suoi modi

egualmente deforme. Va', messere,

nella mia grotta e reca teco i tuoi

compagni. Per avere il mio perdono

ordinatela a modo.

CALIBANO.

Certamente

che lo farò, voglio esser d'ora innanzi

sottomesso ed avere il tuo perdono.

Ah tre volte imbecille fui, prendendo

per Dio questo ubriaco ed adorando

quest'altro pazzo ignobile!

PROSPERO.

Va' via!

ALONZO.

Via di qui! E rimettete quelli oggetti dove

gli avete trovati.

SEBASTIANO.

O meglio rubati.

Exeunt Calibano,

Trinculo e Stefano.

PROSPERO.

Sire, invito l'altezza vostra e tutta

la corte nella mia povera cella

dove potrete riposarvi questa

notte. Ma in parte impiegheremo il tempo

in discorsi cotali che veloce

ve lo farà trascorrere: la storia

della mia vita e di quel che mi accadde

fino dal primo giorno in cui son giunto

in quest'isola. E all'alba al vostro legno

vi condurrò che a Napoli vi porti,

dove spero veder solennizzato

il rito nuzial di questi due

amanti e quindi nella mia Milano

ritornerò, dove su tre pensieri

uno alla tomba mia sarà rivolto.

ALONZO.

La storia della vostra vita ho fretta

di udire: certo deve stranamente

prender l'udito.

PROSPERO.

Liberi vi rendo

tutti! Ed a voi prometto calmi venti,

onde propizie ed un viaggio tanto

celere che possiate giunger presto

la regal flotta.

Ad Ariele.

O mio Ariele, avanti!

questo è incarico tuo: poi fa ritorno

agli elementi e sii libero. Addio!

Ed or di grazia fatevi da presso.

Exeunt.

EPILOGO

detto da Prospero.

Qui ho deposto ogni magia

e quel che ho di forza è mia:

non è molto e sta in potere

vostro farmi rimanere

o mandarmi per incanto

verso Napoli. Soltanto

poi che il mio vecchio ducato

io mi son riconquistato

ed ho reso il mio favore

all'indegno traditore,

via da questi regni vani

col favor di vostre mani

mi traete e col fedele

vostro soffio le mie vele

sì gonfiate che altrimenti

sono i miei divisamenti

--ch'eran solo a voi piacere--

tutti quanti per cadere.

Ora ho d'uopo al tempo stesso

d'arte e genii e vi confesso

che la mia sorte è assai nera

se non fosse la preghiera

che a traverso ogni aspro assalto

sa raggiungere nell'alto

la divina grazia e rende

puri di tutte le mende.

Dunque come voi volete

il perdono, concedete

l'indulgenza che dovrà

rimandarmi in libertà.

FINE.

NOTE.

NOTE DEL TRADUTTORE

ALLA

TEMPESTA, DI SHAKESPEARE

ATTO PRIMO.

SCENA II.--A pag. 26. _Calibano_. Con questo personaggio, l'autore ha

voluto senza dubbio personificare uno di quelli indigeni--di razza

rossa--che nei viaggi a cui si accenna nella prefazione assumevano

tanti e tanto fantastici aspetti. Il Farmer osserva poi come _Caliban_

sia metatesi di _Canibal_ e l'osservazione è tanto più giusta in

quanto gli anagrammi e i giuochi di parole erano di moda in

quell'epoca.

A pag. 34. _A ben cinque braccia nel mare...._ Questa canzone e

l'altra del quarto atto: _là dove sugge l'ape_, ecc.... furono

musicate da Robert Johnson e pubblicate a Oxford nel 1660 dal Dr.

Wilson, in una raccolta intitolata _Court Ayres or Ballads_.

A pag. 38. _Sei tu vergine o no_, ecc. Questa esclamazione di

Ferdinando si è prestata a molti comenti dovuti anche alle diverse

interpretazioni del testo. Secondo la maggior parte delle edizioni

inglesi il testo direbbe:

_O you wonder!

If you be made or no!_

a cui Miranda risponde:

_No wonder, sir;

But certaily a maid._

giuocando sul doppio significato di made-creatura, cosa creata, e

maid-vergine come aveva frainteso la figlia di Prospero. Ma secondo il

Malone, questo gioco di parole non doveva esistere nel testo originale

tanto più che le prime copie leggono _if you be maid or no_. Del

resto, l'interpretazione che ha suscitato grandi dispute fra i

comentatori ha valore relativo e secondo noi è bene concludere con le

parole del Mason il quale osserva giustamente che tutta la questione

si riduce a sapere se i lettori vorranno adottare un'espressione

semplice e naturale che non ha bisogno di comenti o meglio un'altra

che l'ingenuità di molti comentatori ha interpretato imperfettamente.

ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.--A pag. 49. _Temperanza era infatti una delicata

donzella...._ I puritani dell'epoca di Guglielmo Shakespeare usavano

di battezzare le loro figlie con nomi di virtù morali e religiose.

Così il Taylor nella descrizione di una meretrice, ha questi due

versi:

_Though bad they be, they will not bate an ace

To be call'd Prudence, Temperance, Faith and Grace._

A pag. 52. _Vedova Didone, avete detto_, ecc....

La Tempesta · 第 4 / 5 段