Oh cielo,

oh terra, siate testimoni a queste

parole e coronate con felice

evento quel che sto per dir, se dico

il vero e se menzogna è quello ch'io

esprimo, sia pur quanto di fortuna

m'è riserbato, convertito in duolo.

Oltre tutti i confin di ciò che è il mondo

io vi ho cara e vi venero e vi adoro.

MIRANDA

piange.

Sono folle di piangere per cosa

che mi rende felice.

PROSPERO

da sè.

O buon incontro

di due nobili cuori. Il cielo piova

la grazia sua sul sentimento nato

fra loro due!

FERDINANDO.

Ma perchè mai piangete?

MIRANDA.

Perchè non sono degna d'offerirvi

quel che darvi vorrei, nè prender quello

che morirei di perdere. Ma questi

son futili discorsi e più la mia

affezione vuol celarsi e più

gigantesca si mostra. Indietro, o vana

timidezza! mi sia guida soltanto

l'innocenza mia semplice ed onesta.

Sarò la moglie vostra se vorrete

sposarmi o morirò vostra fantesca.

Che compagna vi sia, voi ben potete

ricusare ma pur vi sarò serva

che lo vogliate o no.

FERDINANDO.

La mia più cara

signora e come sono adesso, sempre

umile innanzi a voi.

MIRANDA.

Dunque, mio sposo?

FERDINANDO.

Sì e con tal volonteroso cuore

quanto la servitù mai non è stata

di libertà. Prendi la mano.

MIRANDA.

Ed ecco

la mia con tutto il core in essa. Ed ora

addio per poco.

FERDINANDO.

Mille e mille dolci

cose!

Exeunt da vie diverse.

PROSPERO.

Certo, non posso esser sì lieto

quanto lo sono loro due colpiti

da egual stupore in uno stesso tempo:

ma il mio contento è grande quanto più

essere non potrebbe. Al libro mio

ritornerò, che prima della cena

molto da oprar mi resta.

Exit.

SCENA II.

Un'altra parte dell'isola.

Entrano CALIBANO, STEFANO e TRINCULO che reca

una bottiglia.

STEFANO.

Non mi seccare: quando il barile sarà vuoto

beveremo l'acqua: ma non una gocciola prima.

Per conseguenza: fermi e all'abbordaggio. Servo-mostro:

bevi alla mia salute.

TRINCULO.

Servo-mostro! La pazzia di quest'isola! Dicono

che non abbia che cinque abitanti e siamo

in tre: se gli altri due hanno delle zucche come

le nostre, addio stato!

STEFANO.

Bevi, servo-mostro, te l'ordino io. Hai quasi

gli occhi nella testa.

Calibano beve.

TRINCULO.

E dove vorresti che gli avesse? Sarebbe,

da vero, un bel mostro se gli avesse sulla coda.

STEFANO.

Il mio mostro-domestico ha affogato la sua

lingua nel vino. In quanto a me il mare non

mi potrebbe affogare: prima di toccare la spiaggia

ho notato trentacinque leghe in lungo e in

largo, quanto è vera la luce! Tu sarai il mio

tenente-mostro, oppure il mio alfiere.

TRINCULO.

Meglio il vostro tenente: non può essere un

alfiere.

STEFANO.

Vogliamo correre, _Monsieur_ Mostro?

TRINCULO.

Nè correre nè andare al passo: vi accuccerete

come cani e non saprete dire nè meno

una parola.

STEFANO.

Parla almeno una volta in vita tua, mio bel

vitello, se sei un vitello davvero!

CALIBANO.

Come stai, Signoria? Lascia ch'io lecchi

le tue scarpe. Costui, non vo' servirlo:

egli non è valente.

TRINCULO.

Tu mentisci, o mostro ignorante: mi sento

capace di fare ai pugni con uno sbirro. Ma,

dimmi un poco, pesce svergognato, un uomo

che ha bevuto tanto vino quanto ne ho bevuto

io può essere un codardo? Vuoi proprio dirci

una mostruosa bugia, tu che sei mezzo pesce

e mezzo mostro?

CALIBANO.

Ahimè, si burla

di me? Lo lascerai dire, o signore?

TRINCULO.

Ti ha chiamato _signore_: si è mai visto un

mostro così ingenuo?

CALIBANO.

Ahimè, di nuovo, ahimè: mordilo fino

a che ne muoia, te ne prego.

STEFANO.

Trinculo, cerca di aver in bocca una buona

lingua, se non vuoi conoscere il primo albero

come ribelle! Il povero mostro è mio suddito

e io non permetterò che sia insultato.

CALIBANO.

Grazie,

mio nobile signore. Vuoi tu ancora

udire quello che ti ho già narrato?

STEFANO.

Ma certo: mettiti in ginocchio e ripeti la

tua storia. Starò in piedi, con Trinculo, ad

ascoltarti.

Entra ARIELE invisibile.

CALIBANO.

Come ti ho detto,

son sottomesso ad un tiranno, mago,

che per l'incanto delle sue malie

di quest'isola mia m'ha derubato.

ARIELE.

Tu mentisci.

CALIBANO.

Mentisci tu, pagliaccio

di uno scimmione, tu! Vorrei che il mio

valoroso signor ti sterminasse.

Io non mentisco.

STEFANO.

Trinculo, se lo interrompi un'altra volta, ti

farò saltare qualche dente con questa mano.

TRINCULO.

Ma se non ho detto nulla!

STEFANO.

Zitto dunque e non una parola.

A Calibano.

Tira avanti.

CALIBANO.

Con le sue malie

mi ha rubato quest'isola, dicevo

me l'ha rubata. Se la tua grandezza

vuol di lui vendicarmi--io so che osarlo

tu puoi, ma non costui....

STEFANO.

Questo è vero.

CALIBANO.

Sarai signore

di tutto quanto ed io ti servirò.

STEFANO.

E come si potrà fare? Mi ci puoi condurre tu?

CALIBANO.

Sì, sì, signore mio: mentre ch'ei dorme

te lo farò vedere e nella sua

testa potrai ben conficcargli un chiodo.

ARIELE.

Tu mentisci: non lo puoi fare.

CALIBANO.

Che scemo quel fantoccio! O tu pagliaccio

rognoso! Io prego vostra signoria

di picchiarlo e di togliergli la sua

bottiglia. Non potrà più bere quando

non ce l'avrà, se non l'acqua marina,

chè non gli mostrerò le fresche fonti.

STEFANO.

Trinculo, non scherzare col pericolo! Se interrompi

un'altra volta questo mostro, lascio da parte

la compassione e con le mie proprie mani ti

riduco come un baccalà.

TRINCULO.

Ma cosa ho fatto? Se non ho fatto nulla! Me

ne vado via, ecco.

STEFANO.

O non hai detto che mentiva?

ARIELE.

Tu mentisci!

STEFANO.

Ah mentisco? E tu prendi questo.

Dà un pugno a Trinculo.

Se ti è piaciuto, smentiscimi un'altra volta.

TRINCULO.

Io non ti ho smentito. Hai perduto il cervello

e le orecchie? Maledetta la vostra bottiglia, è

tutta colpa del vino e della ubriachezza. Che

la peste si prenda il vostro mostro e il diavolo

le vostre dita.

CALIBANO

ridendo.

Ah! ah! ah! ah!

STEFANO.

E ora tira avanti, col tuo racconto. Allontanati,

ti prego.

CALIBANO.

Picchialo ancora un po': fra qualche tempo

anch'io lo picchierò.

STEFANO.

Più in là: prosegui.

CALIBANO.

Ecco, come ti dissi, è suo costume

di dormire nel pomeriggio. Allora

quando i libri gli avrai tolti, potrai

schiacciargli il cranio o rompergli la testa

con un ceppo, o sventrarlo con un palo,

o tagliargli la gola con il tuo

coltello. Ma però, prima, rammenta

d'impossessarti dei suoi libri. Senza

di quelli ei non è altro che uno sciocco

al par di me, nè ha più spirito alcuno

al suo comando: l'odian tutti come

io l'odio. Ma brucia soltanto i libri

e serba i suoi belli utensili--in questo

modo li chiama--con i quali ei vuole

adornarsi una casa quando l'abbia.

Ma più di tutto pensa alla bellezza

di sua figlia: egli stesso la proclama

"senza eguali". Non ho mai visto donna

all'infuori di Sicorax, mia madre,

e di lei: ma però questa sorpassa

Sicorax, come una cosa più grande

sorpassa una più piccola.

STEFANO.

Ella è dunque

una ragazza così bella?

CALIBANO.

Certo,

signore mio: ti garantisco ch'ella

ti sarà di buon letto e ti darà

bellissimi figliuoli.

STEFANO.

Mostro! io ammazzerò quell'uomo. Sua figlia

ed io, saremo il Re e la Regina--Dio salvi

le nostre Maestà--e Trinculo e tu stesso sarete

i miei vicerè. Ti piace la congiura, Trinculo?

TRINCULO.

Eccellente.

STEFANO.

Dammi la mano: mi dispiace di averti picchiato.

Ma finchè vivi, rattieni la lingua.

CALIBANO.

Fra mezz'ora

si sarà addormentato: hai tu deciso

di ucciderlo?

STEFANO.

In parola mia d'onore.

ARIELE.

Lo dirò al mio padrone!

CALIBANO.

Tu mi rendi felice, io sono pieno

di gioia: ci vogliamo divertire.

Volete un po' riprendere quel canto

che poco fa mi insegnavate?

STEFANO.

Voglio accordarti tutto quel che mi chiedi,

mostro: tutto quanto, tutto. Vieni qua, Trinculo,

cantiamo.

_Canzoniamoli e snidiamoli,

sì, snidiamoli e canzoniamoli:

il pensiero è libero...._

CALIBANO.

Questa

non è la stessa musica.

Ariele suona la musica

col flauto e col tamburo.

STEFANO.

Cos'è quest'eco?

TRINCULO.

È l'aria della nostra canzone, suonata dal

ritratto di Nessuno.

STEFANO.

Se sei un uomo fatti vedere come sei; se

sei un diavolo fatti vedere come ti pare.

TRINCULO.

Oh, perdono per i miei peccati!

STEFANO.

Quello che muore paga tutti i suoi debiti:

io ti sfido. Aiuto!

CALIBANO.

Hai paura?

STEFANO.

No, mostro, no.

CALIBANO.

Non avere timor: l'isola è piena

di rumori e di dolci arie che danno

piacere e non fan male. Qualche volta

di ben mille strumenti odono il rombo

le orecchie mie: qualche altra volta sento

voci, che se mi sveglio dopo un lungo

sonno, mi fan riaddormentare e allora

mi sembra di veder sognando nubi

che squarciandosi mostran gran ricchezze

pronte a piovermi addosso, tanto che

se allora mi svegliassi, piangerei

per sognare di nuovo.

STEFANO.

Questo prova che è un buon regno per me,

dove potrò avere la musica per niente.

CALIBANO.

Quando Prospero sarà ucciso.

STEFANO.

Lo sarà fra poco: mi rammento la tua storia.

TRINCULO.

Il suono si allontana: andiamogli dietro e

poi faremo il nostro affare.

STEFANO.

Facci la strada, Mostro, e ti seguiremo. Mi

piacerebbe di vedere il tamburino: Deve avere

una buona mano.

TRINCULO.

Vengo con te, Stefano.

Exeunt.

SCENA III.

Un'altra parte dell'Isola.

Entrano ALONZO, SEBASTIANO, ANTONIO, GONZALO,

ADRIANO, FRANCESCO e altri.

GONZALO.

Per nostra donna! o Sire, io più non posso

andare innanzi: mi fan male l'ossa

mie vecchie ed è in un vero labirinto

che ci siamo perduti, in mezzo a strade

diritte ed a meandri. Ho gran bisogno

di riposare.

ALONZO.

O mio vecchio fedele,

non posso biasimarti. Anch'io son stanco

fino a perderne i sensi. Siedi dunque

e riposati. Quivi ogni speranza

voglio deporre e non serbarla ancora

presso di me quale lusingatrice.

È affogato colui, che pur ci ha fatto

perdere nel cercarlo e il mare irride

alle nostre ricerche sulla terra.

E sia! Che se ne vada!

ANTONIO

piano a Sebastiano.

Io sono molto

lieto, che sia così fuor di speranza.

Ma non abbandonate, per un primo

disinganno, il proposito che abbiamo

deciso insieme di compire.

SEBASTIANO

ad Antonio.

Un'altra

volta, anderemo a fondo.

ANTONIO.

come sopra.

E sia: stanotte

ma non più tardi.

Si ode una musica

strana e solenne.

ALONZO.

Qual musica è questa?

Udite, amici miei.

GONZALO.

Una musica dolce e meravigliosa.

Entra PROSPERO, in alto,

invisibile. Entrano sotto di lui

alcune strane forme che portano

una tavola apparecchiata. Danzano

con gentili atteggiamenti

di saluto e dopo aver invitato

il Re a mangiare se ne vanno.

ALONZO.

Ci mandi il cielo

gli Angeli suoi custodi! Cosa sono

quelli esseri?

SEBASTIANO.

Fantocci vivi! Adesso

io crederò che esiston gli unicorni,

che in Arabia v'è un albero pe'l trono

della Fenice e che in quest'ora stessa

la Fenice vi regna.

ANTONIO.

Io credo a entrambe

le cose, e quando un fatto avrà bisogno

di credenza da me venga e che è vero

ben giurerò. Non dicon più menzogne

ora i viaggiatori, non ostante

che sieno condannati dagli inetti

rimasti a casa!

GONZALO.

Ma se raccontassi

quello che accadde, a Napoli sarei

creduto? E se dicessi di aver visto

tali isolani--perchè certo sono

abitanti dell'isola--e che forme

pur avendo di mostri, le maniere

loro--notate--son gentili molto

più che quelle di alcuni fra noi, anzi

di tutti noi?

PROSPERO

a parte.

Onesto gentiluomo,

hai detto il vero! molti dei compagni

vostri son peggio dei demonî.

ALONZO.

Il mio

pensier non può scordare quelle forme

e quei gesti e quei suoni che sprovvisti

di favella hanno espresso un eccellente

discorso muto.

PROSPERO

a parte.

Aspettane la fine!

FRANCESCO.

Sono svaniti stranamente.

SEBASTIANO.

Ebbene

poco importa poichè le vettovaglie

hanno lasciato dietro loro. Abbiamo

buon appetito: non vi piacerebbe

d'assaggiar queste cose?

ALONZO.

No.

SEBASTIANO.

Davvero,

Sire, non c'è d'aver paura. Quando

eravamo fanciulli, avremmo mai

creduto che ci fosser montanari

con un grugno di toro e con due borse

di carne penzoloni ai loro colli?

O che vi fosser uomini col capo

nel torace? miracoli che pure

potrebbe garantirci oggi un qualunque

viaggiatore assicurato al cinque

per uno.

ALONZO.

E bene, sederò d'innanzi

a questa mensa e pranzerò, fosse anche

l'ultima volta. Che mi importa? Sento

ora che tutto il meglio è già passato.

Fratello, e voi duca, venite quivi

a sedervi con noi.

Si ode rumoreggiare il tuono:

si veggono lampi. Entra ARIELE

sotto la forma di un'arpia,

batte le ali sulla mensa e

questa sparisce rapidamente.

ARIELE.

Voi siete tre uomini di peccato

il cui destino--che governa questo

basso mondo con quelli che vi sono--

costrinse il mare insaziato a trarvi

su quest'isola dove essere umano

Abitare non deve, voi che siete

ora indegni di vivere. Io vi ho resi

pazzi. È con un valor simile al vostro

che gli uomini si affogano e si appiccano

da loro stessi!

Alonzo, Sebastiano e gli

altri sfoderano le spade.

O stolti! I miei compagni

ed io siamo i ministri del Destino:

gli elementi di cui le vostre spade

son fatte, prima i venti dalla voce

sibilante potrebbero ferire,

o uccidere con vani colpi l'acque

sempre in sè racchiudentisi, che all'ali

mie togliere una sola piuma. Sono

intangibili i miei compagni al pari

di me: ma se potessero le vostre

spade ferirci voi le sentireste

troppo gravi alle vostre forze e invano

tentereste di alzarle. Ma pensate

--e questo è il mio messaggio--che voi tre

da Milano il buon Prospero cacciaste

insiem con l'innocente figlia e sopra

il mar lo abbandonaste, su quel mare

che del delitto vostro or vi ha pagati.

Il potere del ciel, che se rimanda

mai non oblia, per queste infamie vostre

ha sollevato il mare e le costiere

ed ogni viva creatura contro

la vostra pace. Alonzo, di tuo figlio

ti hanno privato ed ora con mia voce

proclaman che una lenta ed incessante

rovina, peggio d'ogni morte--almeno

questa d'un colpo uccide--a passo a passo

voi seguirà per ogni vostra impresa.

Nè per salvarvi contro i loro sdegni

che, in questa desolata isola, sopra

di voi si verseranno, avrete scampo

se non nel pentimento e in una vita

pura!

Svanisce.

PROSPERO

da sè

Bravo Ariele! Questa arpia

hai ben rappresentato. Avevi, in vero,

un aspetto vorace e in quel che hai detto

non una delle istruzioni mie

ti sei dimenticato. I subalterni

miei ministri, hanno anch'essi recitato

le loro parti con precisione

singolare e vivezza grande. Agiscono

ora gl'incanti e questi miei nemici

sono presi nel laccio della loro

demenza e sono in mio potere. Intanto

alle lor febbri gli abbandono e torno

dal giovin Ferdinando, che annegato

credono, e da mia figlia a entrambi cara.

Exit.

GONZALO.

Per quanto c'è di sacro al mondo, Sire,

Perchè restate in tale abbattimento?

ALONZO.

È atroce! è atroce! mi è sembrato udire

parlare i flutti e dirmi questo e i venti

cantar quest'altro e il tuono in suo profondo

e cupo rombo, pronunciando il nome

di Prospero, il peccato mio con quella

sua voce bassa proclamare. Dunque

è mio figlio sepolto entro la melma

del mare? Voglio ricercarlo in fondo

dove non giunse lo scandaglio e seco

io giacerò nel fango!

Exit.

SEBASTIANO.

Un sol demonio

alla volta e saprò batter le loro

schiere!

ANTONIO.

Ed io ti sarò secondo!

Exeunt.

GONZALO.

Sono

tutti e tre disperati! La lor grande

colpa come veleno destinato

ad agir molto tempo dopo, morde

or gli spiriti loro. Ve ne prego,

voi che avete le gambe più veloci,

inseguiteli rapidi e cercate

d'impedir quello che la loro furia

può provocare.

ANTONIO.

Ve ne prego: andiamo.

Exeunt.

ATTO QUARTO.

SCENA UNICA.

D'innanzi alla grotta di Prospero.

Entrano PROSPERO, FERDINANDO e MIRANDA.

PROSPERO.

Se vi punii con troppo aspro vigore

quel che ne aveste in premio vi compensa,

perchè vi ho dato qui della mia vita

gran parte o almeno quello per cui vivo.

Anche una volta alle tue man l'affido.

Tutti i tormenti che subisti, io stesso

in prova dell'amor tuo te li feci

subire e tu mirabilmente hai dato

degna risposta. Qui d'innanzi al cielo

io ti confermo il mio ricco presente.

O Ferdinando, a queste mie parole

non sorridere: un giorno capirai

Come ogni lode ella sorpassi e quanto

dietro di sè la lasci.

FERDINANDO.

Io ben lo credo

quasi oracolo.

PROSPERO.

Allora, come mio

dono e come conquista tua, mia figlia

prenditi. Ma se tu le romperai

il nodo verginal prima che tutte

le cerimonie nuziali in pieno

e sacro rito sien compiute, dolce

rugiada il ciel non pioverà su questa

vostra unione a crescerla, ma il tristo

odio e lo sdegno dallo sguardo obliquo

e la discordia sì perfidamente

semineranno sopra i vostri letti

le loro velenose erbe, che entrambi

li prenderete in odio. Or dunque bada,

come ti accenderà la Face Imene.

FERDINANDO.

Come spero l'accenderà, per colmi

giorni ed ottima prole e lunga vita

con un amore sempre eguale a questo.

L'antro più cupo, l'opportunità

più forte e la tentazion più grande

che il nostro peggior genio possa mai

consigliarci l'onor mio pervertendo

nella lussuria, non potranno ch'io

dimentichi quel giorno in cui le nozze

dovranno celebrarsi, il giorno quando

mi sembrerà che i raggi alti di Febo

si sieno sciolti e che la notte avvinta

sia di catene in basso.

PROSPERO.

Hai detto bene.

Siediti dunque e con lei parla: è tua.

Ariele, o gentil servo Ariele!

Entra ARIELE invisibile.

ARIELE.

Che vuoi, potente mio signor? Son qui.

PROSPERO.

Tu ed i compagni tuoi l'ultimo vostro

servigio avete ben compiuto: ed ora

in altra impresa simile vi debbo

impegnare. Conduci qui la banda

su cui ti detti signoria: ma cerca

di affrettarla: perchè d'innanzi agli occhi

di questa giovin coppia debbo alcune

vanità della mia arte mostrare.

Io l'ho promesso ed essi ora lo attendono

da me.

ARIELE.

Subito?

PROSPERO.

In men d'un batter d'occhio.

ARIELE.

Prima che possa dirsi _Vengo_ o _Vo_

o respirar due volte e fare _oh oh_

sulla punta dei piedi come sto,

smorfeggiando verranno se verrò:

mi amate sempre mio padrone? No.

PROSPERO.

Caramente, o Ariel mio buono! Ed ora

non comparir finchè non odi ch'io

ti abbia chiamato.

ARIELE.

Bene: intendo

Exit.

PROSPERO.

Guarda

di non mentire, non lasciar le briglie:

i giuramenti più tenaci, sono

paglia se il fuoco entri nel sangue. Sii

più continente o buona notte ai vostri

voti!

FERDINANDO.

Ve lo prometto, o mio signore.

La bianca e fredda neve virginale

ch'io stringo al petto, spegne entro le vene

ogni ardore.

PROSPERO.

Sta bene. E tu, Ariele,

vieni e un rinforzo arreca. È meglio avere

qualche spirito in più. Vieni. Le lingue

trattenete ed aprite gli occhi. Attenti.

UNA RAPPRESENTAZIONE.

Entra IRIS.

IRIS.

O Cerere feconda, lascia i tuoi vasti piani

ricchi d'orzo, d'avena, di piselli e di grani;

i tuoi monti ove il gregge fra l'erba atterra il muso;

i pingui prati dove sta raccolto nel chiuso;

le rive che l'aprile umido, al tuo comando

di gigli e di peonie fiorisce in cima, quando

di lor fredde ghirlande si voglion coronare

le caste ninfe; l'ombre delle ginestre care

all'amante tradito; le viti arrampicate

sui pali e le tue spiagge marine, desolate

e rocciose, ove aspiri l'aspra brezza fragrante;

la Regina del Cielo di cui son lo stillante

Arco e la messaggera, vuole che per un poco

tu lasci quei soggiorni e venga in questo loco

stesso, su questa erbosa radura a prender parte

con sua Grazia Sovrana alle prove dell'arte.

Con gran battito d'ale volano i suoi pavoni:

Vieni a inchinarla, o Cerere, ricca di tutti i doni.

CERERE.

Salute, o messo multicolore, che non hai

alla sposa di Giove disobbedito mai,

che con l'ali ranciate versi sopra i miei fiori

benefici acquazzoni, di bene apportatori,

e con l'azzurre punte del grande arco circondi

le mie terre boscose e i pascoli fecondi;

dell'orgogliosa terra, ricca ciarpa, perchè

la Regina, fra questo verde, ti manda a me?

IRIS.

Un contratto di vero amor per celebrare

e di qualche ricchezza largamente dotare

una coppia di amanti beati.

CERERE.

Dimmi, allora,

o grande arco del cielo, se mai la tua signora

seguono, a farle omaggio, Venere con suo figlio.

Dal giorno in cui per loro tenebroso consiglio

mia figlia si ritrasse nel regno inesplorato

di Dite, l'amicizia ho per sempre lasciato

della madre e del cieco fanciullo scandaloso.

IRIS.

Non temere: ho incontrato la Dea nel nuvoloso

regno di Pafo e il figlio con lei: credean fra tanto

d'aver lanciato un qualche libidinoso incanto

su questi amanti che hanno fra loro stabilito

di non compier del letto nuziale alcun rito

pria che Imene abbia acceso la face. Ma fu invano!

se n'è andata la ganza di Marte e quel suo vano

fanciullo ha rotto l'arco ed anche i dardi e giura

che sarà d'ora innanzi una pia creatura

e coi passeri solo scherzerà.

CERERE.

La Regina

Giunone--la conosco dal passo--si avvicina.

Entra GIUNONE.

GIUNONE.

Salute alla opulenta sorella! Or meco vieni

a render questa coppia ricca di tutti i beni

e di onorata prole.

Canto.

_Ricchezze, onori, nozze beate

e figliolanze continuate

gioie ad ogni ora sieno per voi,

fa questo voto Giunone a voi._

CERERE.

_Messi abbondanti, pingui terreni

granai ed aie pur sempre pieni

viti coi grappoli rigonfi e buoni

alberi chini per molti doni,

la primavera rechi ventura

ad ogni fine di mietitura,

miserie ed ansie lunge da voi,

fa questo voto Cerere a voi._

FERDINANDO.

Questa è una bella visione e un molto

armonioso incanto. Dimmi, posso

credere che sien spiriti?

PROSPERO.

Son spiriti

che dai confini loro ho qui costretti

per virtù di mia arte a recitare

queste mie fantasie.

FERDINANDO.

Lascia ch'io viva

pur sempre qui. Così mirabil padre

e tal moglie faran di questo luogo

un Paradiso.

Cerere e Giunone si parlano

tra loro e spediscono

Iris a recare un messaggio.

PROSPERO.

Taci, ora: Giunone

e Cerere bisbigliano tra loro

e v'è qualche altra cosa. Fa' silenzio

o il loro dire perderemo.

IRIS.

O voi, Ninfe, chiamate Naiadi dei correnti

rivi, di giunchi cinte, dagli sguardi innocenti

lasciate i vostri ondosi canali e fra le buone

erbe giungete tutte: ve l'ordina Giunone.

Venite, o caste Ninfe, non bisogna tardare,

un contratto d'amore dobbiamo celebrare.

Entrano alcune NINFE.

Mietitori riarsi dall'agosto opprimente

lasciate i vostri solchi e quivi lietamente

a far festa venite, mettendovi i cappelli

di grossa paglia d'orzo e in giocondi drappelli

unitevi alle ninfe qui presenti e una danza

intrecciate secondo la villereccia usanza.

Entrano alcuni MIETITORI e si

uniscono con le NINFE danzando

una danza piena di grazia. Prima

che questa finisca, PROSPERO

si alza in piedi di un tratto e

parla loro. Dopo le sue parole

essi vaniscono in cielo con uno

strano, basso e confuso rumore.

PROSPERO

da sè.

Avevo

obliato l'ignobile congiura

del bruto Calibano e dei compagni

suoi contro la mia vita. È quasi giunto

il tempo stabilito al loro inganno.

Rivolgendosi agli spiriti.

Bene, o spiriti, andate ora, non più.

FERDINANDO

a Miranda.

È strano il padre vostro, è in preda a qualche

emozion che lo commuove.

MIRANDA.

Mai

fino ad oggi l'ho visto da una tale

collera preso.

PROSPERO.

Il vostro volto, o figlio,

reca il riflesso di un interno affanno

come se foste spaventato. Siate

tranquillo. Sono terminati i nostri

divertimenti. Erano quelli attori--come

ho già detto--spiriti ed ormai

svanirono nell'aria, nella lieve

aria. Non altrimenti, gli edifici

senza base di questa visione,

le torri dalle nubi incoronate,

i palazzi magnifici, i solenni

templi e l'intero globo stesso e quanto

dentro di sè contiene, svaniranno

un giorno senza pur lasciare traccia

più di quella che l'insostanziale

vision nostra abbia lasciato. Noi

siamo tessuti con la stessa trama

dei sogni ed è la piccoletta vita

nostra dal sonno circondata! Or sono,

signore, un poco stanco ed è confuso

questo vecchio cervello. Ve ne prego,

andate nella mia grotta e là dentro

riposatevi. Io voglio fare un giro

o due, per trovar calma all'agitata

anima mia.

FERDINANDO e MIRANDA.

Ve l'auguriamo.

PROSPERO.

Vieni

come il baleno!

A Ferdinando e Miranda.

Grazie.

Exeunt.

O Ariele

Vieni!

ARIELE.

Sono presente al tuo pensiero.

Quale è il piacere tuo?

PROSPERO.

Spirto, bisogna

incontrar Calibano.

ARIELE.

O mio padrone,

quando condussi Cerere, pensavo

di parlartene, ma temetti allora

d'irritarti, facendolo.

PROSPERO.

Ripeti:

dove lasciasti quei marrani?

ARIELE.

La Tempesta · 第 3 / 5 段