Sire, potete ringraziar voi stesso

per questa grande perdita. L'Europa

favorir non voleste con la figlia

vostra, che preferiste abbandonare

a un africano e quivi ella è bandita

dai vostri occhi che giustamente ormai

lacrime versan di rimpianto.

ALONZO.

Basta,

ti prego.

SEBASTIANO.

Supplicato foste e tutti

c'inginocchiammo innanzi a voi con ogni

genere di preghiere e quella stessa

bell'anima divisa fra disgusto

e obedienza, esitò a lungo incerta

da qual lato propendere. Perduto

per sempre abbiamo vostro figlio, io temo,

e Napoli e Milano avran per questa

avventura più vedove che noi,

uomini non rechiamo a consolarle.

La colpa è vostra.

ALONZO.

Ed è la mia più cara

perdita!

GONZALO.

O Sebastiano, o mio signore,

il vero che narrate manca forse

di gentilezza e di opportunità.

Irritate la piaga quando invece

voi dovreste arrecar l'impiastro.

SEBASTIANO.

È giusto.

ANTONIO.

E chirurgico molto.

GONZALO.

O mio buon sire

è tempo nero per noi tutti, quando

siete rannuvolato.

SEBASTIANO.

Tempo nero.

ANTONIO.

Nerissimo.

GONZALO.

E dovessi io coltivare

quest'isola, o signore....

ANTONIO.

Pianterebbe

l'ortica.

SEBASTIANO.

O pur la malva.

GONZALO.

S'io mi fossi

il Re, cosa farei?

SEBASTIANO.

Vi provereste

a non ubriacarvi per mancanza

di vino.

GONZALO.

Nel mio Stato ordinerei

le cose alla rovescia: non un nome

di magistrato ammetterei; commerci

d'ogni genere esclusi; ignote tutte

le lettere; ricchezza, povertà,

usi di servitù nessuno; niente

contratti, eredità, siepi, poderi

chiusi, terreni coltivati e vigne;

proibito l'uso di metalli, d'olio,

di frumento, di vino; alcun lavoro:

gli uomini tutti in ozio ed anche tutte

le donne, ma innocenti e pure; alcuna

supremazia regale....

SEBASTIANO.

Ma vorrebbe

essere il Re!

ANTONIO.

La fine della sua repubblica si dimentica del

principio!

GONZALO.

Senza sudori e senza

sforzi tutte le cose produrrebbe

la Natura; vorrei fossero ignoti

il tradimento, la bassezza e l'uso

di spada, di coltello, di fucile,

di picca e d'ogni altra arma; la benigna

Natura produrrebbe in abbondanza

quanto basti a nutrire il popol mio!

SEBASTIANO.

E nessun matrimonio fra i suoi sudditi.

ANTONIO.

Nessuno: tutti in ozio, puttane e farabutti.

GONZALO.

E vorrei governar, sire, con tanta

perfezione, che l'età dell'oro

sarebbe sorpassata.

SEBASTIANO.

Salva sia

Sua Maestà!

ANTONIO.

Evviva il Re Gonzalo!

GONZALO.

E--mi ascoltate, o sire....

ALONZO.

Basta, ti prego; le tue parole non mi dicono niente.

GONZALO.

Credo facilmente a Vostra Altezza e se le ho dette è stato

per divertire questi gentiluomini i quali hanno una milza

così sensibile, che si mettono a ridere per la minima

sciocchezza.

ANTONIO.

Questa volta abbiamo riso di voi.

GONZALO.

Il quale io, in questo genere di allegra pazzia sono un

niente in confronto a voi. Così potete continuare e ridere

ancora di nulla.

ANTONIO.

Che colpo ci avrebbe dato!

SEBASTIANO.

Se non fosse caduto come uno straccio.

GONZALO.

Voi siete gentiluomini di fegato, capaci di tirar giù la

luna dalla sua sfera, se stesse cinque giorni senza

cambiare.

Entra ARIELE invisibile.

Si ode una musica solenne.

SEBASTIANO.

Lo faremmo infatti e ci andremmo a caccia servendocene come

lanterna.

ANTONIO.

Su via, mio buon signore, non vi arrabbiate.

GONZALO.

O no, ve lo garantisco io, non comprometterei la mia serietà

per così poco. Volete ridere di me mentre dormo? Mi sento

molto stanco.

ANTONIO.

Andate a dormire e cercate di sentirci.

Tutti si addormentano, eccettuati

ALONZO, SEBASTIANO e ANTONIO.

ALONZO.

Come sì presto addormentati? Ahi fosse

possibile che gli occhi miei con loro

si chiudessero sopra i miei pensieri!

Sento che a ciò sono proclivi.

SEBASTIANO.

Sire,

non ricusate questa offerta, il sonno

ben di rado il dolor visita e quando

lo faccia, è di conforto.

ANTONIO.

Ambo, o signore,

vi guarderemo mentre riposate

e veglieremo alla salvezza vostra.

ALONZO.

Io vi ringrazio. Oh sonno portentoso!

ALONZO si addormenta.

Exit ARIELE.

SEBASTIANO.

Quale strano sopor tutti li tiene!

ANTONIO.

Forse è il clima.

SEBASTIANO.

Perchè, se gli occhi vostri

non si aggravan così? Non sento affatto

bisogno di dormire.

ANTONIO.

Ed io nè meno.

Son vigili i miei spiriti. Assopiti

essi sono nel sonno, tutti insieme

quasi per un accordo e son piombati

a terra come fulminati! Quale

buona fortuna, o Sebastiano. Quale

buona fortuna! Ma non più, mi sembra

però di legger sul tuo volto, quello

che vorresti: l'occasion ti parla

e la mia ardente fantasia già scorge

una corona alla tua fronte....

SEBASTIANO.

Cosa?

Sei tu sveglio?

ANTONIO.

Non odi il mio parlare?

SEBASTIANO.

L'odo: ma questo tuo parlare è certo

d'uomo assopito e tu nel sogno parli.

Cosa dicevi? Assai strano riposo,

dormir con gli occhi aperti! Tu ti muovi,

e stai in piedi e discorri e pure dormi

profondamente.

ANTONIO.

Nobil Sebastiano,

tu, la fortuna tua lasci dormire

o morire più tosto! E chiudi gli occhi

pur essendo ben sveglio.

SEBASTIANO.

È certo, russi

distintamente e v'è nel tuo russare

pur qualche senso.

ANTONIO.

Più che mio costume

io son serio e voi pur lo diverrete,

se mi darete ascolto, triplicato,

in questo caso.

SEBASTIANO.

Io sono un'acqua ferma.

ANTONIO.

E a scorrer io v'insegnerò.

SEBASTIANO.

Sì, fatelo:

un'indolenza ereditaria, forse

m'indurrà a rifluire.

ANTONIO.

O se sapeste

quanto questo proposito voi stesso

pur irridendo accarezzate e quanto

più lo spogliate e più lo fate bello!

Gli uomini del riflusso, veramente

sono vicini, molto spesso, al fondo

per il loro timore e per la loro

indolenza.

SEBASTIANO.

Ti prego, spiega meglio.

La durezza del tuo sguardo e del tuo

volto proclama un non so qual pensiero

che vuol manifestarsi, ed il cui parto

grandi sforzi ti costa.

ANTONIO.

Ecco, signore:

questo messer di debole memoria

--che lascerà fra gli uomini un ricordo

anche più lieve quando sia sepolto--

quasi convinto ha il Re (perchè costui

è l'uomo del convincere e soltanto

a questo scopo è nato) che suo figlio

sia sempre vivo. Che non sia affogato

è impossibile, come non sarebbe

possibile che nuoti ei che qui dorme.

SEBASTIANO.

Non ho alcuna speranza ch'egli sia

salvo.

ANTONIO.

Quanta speranza in quella "alcuna

speranza"! Alcuna speme è un'altra strada

che adduce a una speranza così alta

qual l'occhio dell'ambizione appena

può raggiungerla e dubita pur anco

di poterla scoprire! Convenite

con me che Ferdinando è morto?

SEBASTIANO.

È morto.

ANTONIO.

Dunque qual'è l'erede più vicino

al trono?

SEBASTIANO.

Claribella.

ANTONIO.

La regina

di Tunisi, colei che abita a dieci

leghe oltre il poter nostro; colei che

da Napoli non può ricever nuove

(se non le faccia da corriere il sole

chè l'_Uomo nella luna_ andrebbe troppo

lento) prima che il mento del fanciullo

appena nato sia peloso e pronto

ad esser raso; quella per cui tutti

fummo preda del mare e solo alcuni

rigettati alla spiaggia. Ma son questi

predestinati a compiere un tal fatto

di cui il passato è il prologo e il futuro

sta nelle vostre mani e nelle mie.

SEBASTIANO.

Che vaniloquio! Cosa dite? È vero

che la figlia di mio fratello regna

su Tunisi ed è vero ch'ella sia

la sola erede al trono e che fra i due

paesi corra un qualche spazio.

ANTONIO.

Un tale

spazio, che ciascun cubito ci sembra

debba gridare: "Come Claribella

può dettar leggi a Napoli? Rimanga

a Tunisi e si svegli Sebastiano".

Dite: se quel sopor che ora li tiene

fosse la morte, non sarebber peggio

di quel che sono. E può qualcun regnare

su Napoli, così come costui

che dorme. Ci sarebbero signori

che potrebber parlar con altrettanta

inutile abbondanza al par di questo

Gonzalo. Io stesso potrei far discorsi

così vani. Ah perchè voi non avete

un'anima alla mia pari! Qual sonno

sarebbe questo al salir vostro! Udite?

SEBASTIANO.

Credo di sì!

ANTONIO.

Con qual senso accogliete

questa vostra fortuna?

SEBASTIANO.

Mi rammento

che soppiantaste Prospero, il fratello

vostro.

ANTONIO.

È vero. E guardate come bene

mi stanno addosso queste vesti: molto

meglio di prima. Mi erano compagni

di mio fratello i servi, ora mi sono

sottomessi.

SEBASTIANO.

Però la coscienza...

ANTONIO.

Ahi, signore, dov'è? S'ella pur fosse

un gelone potrebbe trattenermi

dentro le mie pantofole: ma io

non sento quella Dea dentro il mio seno.

Ci fossero fra me e Milano venti

coscienze potrebbero gelare

e liquefarsi prima che una qualche

molestia mi recassero. Il fratello

vostro qui giace e non varrebbe meglio

di questa terra su cui dorme s'egli

fosse quello che sembra: morto. Io posso

con tre pollici sol di questo ferro

obbediente stenderlo per sempre

sul suo letto e nel tempo stesso, voi

rivolgete lo sguardo a questo vecchio

straccio di ser Prudente, che in tal modo

non sarebbe più là per giudicare

quel che facemmo. In quanto agli altri tutti,

accetteranno, come un gatto beve

una tazza di latte, quel che noi

vorremo suggerire e obbedienti

orologi quell'ora suoneranno

che diremo esser utile all'impresa

del momento.

SEBASTIANO.

Sarà mio precedente

il tuo passato, caro amico, e come

acquistasti Milano io farò mia

Napoli. Fuori la tua spada; un colpo

e ti libererai da quel tributo

che paghi, ed io, Re, ti amerò.

ANTONIO.

Snudiamo

le spade insieme e quando la mia mano

si alzerà, faccia la vostra altrettanto

per Gonzalo.

Rientra ARIELE invisibile.

Si ode una musica.

SEBASTIANO.

Ma ascolta una parola.

Lo trae da un lato, parlandogli.

ARIELE.

Ha preveduto il mio signor per mezzo

dell'arte sua questo periglio in cui

l'amico suo si trova e qui mi manda

che tu viva e non muoia il suo disegno.

Parlando negli orecchi di Gonzalo.

_Mentre giaci addormentato

la congiura dall'occhio sbarrato

non perde un momento.

Se la vita ti sta a cuore

scuoti dunque cotesto torpore.

Attento! Attento!_

ANTONIO.

Siamo rapidi entrambi.

GONZALO

svegliandosi.

Angeli buoni

salvate il Re.

A Sebastiano e Antonio.

Che cosa c'è?

A Alonzo.

Su! Sveglio.

A Sebastiano e Antonio.

Perchè le spade sguainate? E cosa

vogliono dire quei sinistri sguardi?

ALONZO

svegliandosi.

Che c'è di nuovo?

SEBASTIANO.

Mentre vegliavamo

sopra il vostro riposo, in un istante

medesimo un rumore udimmo come

ruggir di tori o di leoni. È questo

che vi ha svegliati? Assai terribilmente

mi ha colpito l'orecchio.

ALONZO.

Io non ho udito

nulla.

ANTONIO.

Era uno strepito che avrebbe

spaventato l'orecchio anche di un mostro

e il suol fatto tremare. È stato certo

il ruggire d'un'orda di leoni.

ALONZO.

Tu l'udisti, o Gonzalo?

GONZALO.

Sul mio onore

udito ho come un mormorio bizzarro

che mi ha svegliato: ed io vi ho scosso allora

e vi ho svegliato e mentre aprivo gli occhi

visto ho le spade loro ignude. Certo

vi fu rumore, e questo è vero. Meglio

faremo a stare in guardia o pur lasciamo

questa contrada. E sfoderiam le spade.

ALONZO.

Lasciamo pure questo luogo e il figlio

mio misero cerchiamo.

GONZALO.

Il ciel lo tenga

lungi da tali belve, ch'egli è certo

in quest'isola!

ALONZO.

Andiamo.

Exit con gli altri.

ARIELE.

Il mio signore

Prospero, ben saprà quel che ho compito

e tu, Re, cerca il figliuol tuo smarrito.

Exit.

SCENA II.

Un'altra parte dell'isola.

Entra CALIBANO con un fastello di legna.

Si ode rumoreggiare il tuono.

CALIBANO.

Tutte le infezioni che dai botri,

dalle paludi, dalli stagni sugge

il sole, possan ricadere sopra

Prospero ed ogni pollice del suo

corpo coprir di pustole! Gli spiriti

suoi m'odono e pur debbo maledirlo.

Ma s'ei non lo comanda non verranno

a pungermi nè a spaventarmi in loro

visioni di démoni nè a farmi

cader nei fossi, o come fuochi erranti

a condurmi di notte fuori della

mia strada. Per la più piccola cosa

eccoli addosso a me! Simili a scimmie

qualche volta m'irridono col loro

stridere e mi perseguono ed al fine

mi mordono; altre volte prendon forma

di porcospini che sul mio cammino

si arrotolano sì che le lor punte

mi feriscono i piedi, e spesso ancora

son circondato da serpenti, i quali

con la forcuta lingua sibilando

mi rendon pazzo. Ahimè, questo che viene

è uno dei suoi spiriti che certo

mi vorrà tormentar perchè son lento

a portare la legna. Vo' cadere

disteso al suol, che forse non mi scorge.

Entra TRINCULO.

TRINCULO.

Non c'è nè un cespuglio nè un alberello qualunque per

ripararsi dalle intemperie ed ecco che si prepara una

tempesta: la sento brontolare nel vento e c'è laggiù una

nuvola nera--quella grossa là--che sembra un vecchio oltre

il quale sia per spandere il suo liquido. Se tonasse, come

ha già fatto, non saprei nè meno dove nascondere il capo:

quella nuvola là non ci risparmierà certo l'acqua a secchie!

Cosa c'è, qui per terra? Un uomo o un pesce? È morto o è

vivo? È un pesce: per lo meno puzza di pesce, un puzzo

rancido di pesce passato; una specie di baccalà che non

dovrebbe essere nè meno tanto fresco. Che pesce buffo! Se

fossi ora in Inghilterra, come ci sono stato un tempo, e se

avessi questo pesce solamente dipinto, non un baggiano, nei

giorni di fiera, mi rifiuterebbe la sua moneta d'argento per

vederlo. In quel paese, questo mostro arricchirebbe il suo

uomo: ogni strana bestia arricchisce il suo uomo laggiù.

Certo, non darebbero un centesimo per soccorrere un povero

stroppiato, ma ne sborserebbero dieci per vedere un Indiano

morto. Piedi come un uomo e natatoie per braccia! In parola

d'onore, è caldo! Abbandono la mia prima opinione: la

congedo definitivamente: non è un pesce ma un isolano che

sarà stato colpito dal fulmine.

Si ode rumoreggiare il tuono.

Povero me, ecco la bufera che ritorna! Non ho di meglio da

fare che nascondermi sotto il suo gabbano: non c'è altro

riparo tutto intorno! La sventura vi fa trovare curiosi

compagni di letto! Mi nasconderò là sotto finchè non sarà

passato il tramestìo della tempesta.

Si nasconde sotto le vesti di Calibano.

Entra STEFANO cantando

con una bottiglia in mano.

STEFANO.

_Non andrò più al mare, al mare,

sulla spiaggia vo' morir...._

È un ritornello adattatissimo per il trasporto di qualcuno:

ma ecco la mia consolazione.

Beve.

_Il Padrone, il nostromo, io stesso, i marinari

il cannoniere e il servente

Megg, Moll e Marietta amavano del pari

ma non si curavan niente

di Cate che un linguaggio aveva spudorato

e al marinar diceva di sovente

"Sii appiccato".

Il gusto del catrame non le piaceva punto

nè della pece il sapore

sì che un sarto qualunque potea graffiarla appunto

dove sentisse il prudore.

Dunque su, ragazzi, al mare

e lasciatela impiccare!_

Anche questa è una canzone poco allegra: ma ecco la mia

consolazione.

Beve.

CALIBANO.

Non mi tormentate.... oh....

STEFANO.

Cosa c'è? Ci sono dei diavoli qui? È per farci qualche

burletta che vi travestite da selvaggi e da uomini

dell'India, eh? Non mi son salvato dall'affogamento per aver

ora paura delle vostre quattro zampe; già che è stato detto:

"L'uomo più forte che mai sia andato su quattro gambe, non

cederà il terreno" e si ripeterà di nuovo, finchè Stefano

respirerà col suo naso.

CALIBANO.

Gli spiriti mi tormentano, oh....

STEFANO.

Questo deve essere un qualche mostro a quattro zampe

dell'isola, che avrà acchiappato la febbre. Dove diavolo può

avere imparato la nostra lingua? Non fosse che per questo

gli vo' recare qualche aiuto. Se mi riescirà a guarirlo lo

addomesticherò e lo condurrò a Napoli con me: sarà un regalo

degno di ogni imperatore che avrà messo i piedi nel cuoio di

vacca.

CALIBANO.

Non tormentarmi, te ne prego, il legno

a casa porterò presto.

STEFANO.

Deve avere un accesso perchè quello che dice non è molto

ragionevole. Gli farò assaggiare la mia bottiglia: se non ha

mai bevuto vino, questa bevuta sarà capace di levargli la

febbre. Se potrò guarirlo e addomesticarlo, non lo curerò

mai abbastanza già che farà rientrare il suo padrone nelle

spese e presto, ve lo garantisco io.

Dà da bere a Calibano.

Non sapreste dire chi è il vostro amico: apri bocca un'altra

volta.

Gli dà di nuovo da bere.

CALIBANO.

Un gran male

non mi farai, ma ancora un poco certo:

lo veggo al tuo tremor; Prospero agisce

sopra di te.

STEFANO.

Vieni qua: apri bocca. Ecco qualcosa che ti snoderà la

lingua, gatto mio. Apri bocca: ecco una cosa che ti leverà

di dosso i brividi, te lo garantisco io.

Gli dà da bere.

Su, apri bocca.

TRINCULO.

Riconosco questa voce: dovrebbe essere.... ma è affogato

quello. Questi sono diavoli. Aiuto!

STEFANO.

Quattro zampe e due voci: un mostro straordinario! La voce

davanti è per dir bene del suo amico, senza dubbio, e quella

di dietro per maledire e dire delle oscenità. Fosse pur

necessario tutto il vino della mia bottiglia, lo guarirò.

Vieni qua.

Gli dà di nuovo da bere.

Amen. Voglio versarne un poco anche nell'altra bocca.

TRINCULO.

Stefano!

STEFANO.

L'altra tua bocca mi chiama per nome? Aiuto! Aiuto! Questo è

un diavolo e non un mostro.

TRINCULO.

Stefano! Se tu sei Stefano toccami e parlami perchè io sono

Trinculo: non aver paura, sono il tuo buon amico Trinculo.

STEFANO.

E se tu sei Trinculo, vieni fuori. Ti tirerò per le gambe

più corte: perchè se fra tante gambe ci sono le gambe di

Trinculo, quelle sono le più corte.

Tira fuori Trinculo di sotto

il mantello di Calibano.

Sei proprio Trinculo per davvero! Come diavolo hai fatto a

servire di sedile a questo vitello? O che forse peta

Trinculi?

TRINCULO.

Credevo che fosse stato fulminato. Ma tu non sei affogato,

Stefano? Io spero che tu non sia affogato. Mi ero nascosto

sotto il gabbano di quel vitello, per paura della tempesta.

E tu sei vivo, Stefano? O Stefano, due Napoletani salvi!

STEFANO.

Ti prego, non mi girare così intorno: il mio stomaco non è

troppo solido.

CALIBANO

da sè.

Sono esseri assai belli

se pur non sono spiriti. È un gran Dio

costui che reca un suo liquor celeste.

Mi voglio inginocchiare.

STEFANO.

E come te la sei scampata? Come sei arrivato qui? Giurami su

questa bottiglia come sei arrivato qui. Io mi son salvato

sopra un barile di Xeres che i marinari avevano buttato in

mare: lo giuro per questa bottiglia che mi son fabbricato

con la scorza d'albero appena giunto a terra.

CALIBANO.

Ed io su questa

bottiglia giurerò d'esserti fido

suddito: che non è cosa terrena

il suo liquore.

STEFANO.

Su via: raccontami come ti sei salvato.

TRINCULO.

Nuotando come un'anitra, ragazzo mio. Io posso nuotare come

un'anitra: te l'ho giurato.

STEFANO.

E allora, qua: bacia il vangelo.

Gli dà da bere.

Se bene tu possa nuotare come un'anitra, non vuoi dire che

tu non sia fatto come un'oca.

TRINCULO.

O Stefano, ce ne hai dell'altro?

STEFANO.

Tutto il barile, ragazzo mio. La mia cantina è in una

grotta, sulla spiaggia del mare dove ho nascosto il mio

vino. Come va, vitello, ti è passata la febbre?

CALIBANO.

Sei sceso dal cielo?

STEFANO.

Dalla luna, te lo dico io. Ero io che facevo l'_Uomo nella luna_.

CALIBANO.

Io ti ho visto e ti adoro. La padrona

mia m'insegnò a vederti ed il tuo cane

e il fastello di spine.

STEFANO.

Vieni qua: giuramelo e bacia il vangelo. La riempirò di

nuovo. Giura.

Dà da bere a Calibano.

TRINCULO.

Per questa buona luce: ecco un mostro di poca intelligenza.

Io aver paura di lui? Un mostriciattolo da niente! L'_Uomo

nella luna_! Un mostro credulone, via! Bravo mostro, succhi

bene.

CALIBANO.

Ogni più breve

spazio fertile in questa isola, io voglio

mostrarti. Ecco, ti bacio il piede: sii

mio Dio.

TRINCULO.

Per la luce: un mostro ubbriacone e pieno di perfidia.

Quando il suo Dio si sarà addormentato gli ruberò la

bottiglia.

CALIBANO.

Ti bacio il piede e d'esser tuo

suddito giuro.

STEFANO.

Vieni dunque qua: in ginocchio e giura.

TRINCULO.

Questo mostro dalla testa di cane mi farà morir dal ridere.

Un mostro spregevole: sentirei quasi la voglia di

picchiarlo.

STEFANO.

Vieni qua: bacia.

Gli dà da bere.

TRINCULO.

Il povero mostro è briaco: un abominevole mostro.

CALIBANO.

Le più fresche fonti

ti mostrerò, ti coglierò le bacche,

saprò pescar per te, per te bastante

legna metterò insieme. Che la peste

venga al tiranno che ora servo! Invece

verrò con te che sei meraviglioso.

TRINCULO.

Un mostro ridicolissimo, che trasforma un povero ubbriacone

in una meraviglia!

CALIBANO.

Lascia, ti prego, ch'io ti porti dove

sono i frutti selvatici; con l'unghie

mie lunghe ti saprò scavare i bulbi;

ti mostrerò dove la gazza ha il nido;

t'insegnerò come si prenda al laccio

la marmotta e saprò condurre te

nei folti d'avellane e poi per te

sniderò l'alche. E tu verrai con me?

STEFANO.

Su via: apri il cammino senza più chiacchierare. Trinculo,

siccome il Re e tutto il resto della compagnia sono

affogati, noi ereditiamo quest'isola. Qui, portami la

bottiglia: compagno Trinculo, fra poco la riempiremo.

CALIBANO

cantando con voce da ubbriaco.

_Addio padrone! padrone addio...._

TRINCULO.

Un mostro cialtrone: un mostro ubbriaco!

CALIBANO.

_D'ora in avanti non più penare

per pescare

non più fardelli pe'l focolare.

Piatti e stoviglie messi in cantone

ban, ban Caliban

ha nuovo servo nuovo padrone._

Libertà hey-dà; hey-dà libertà, libertà hey-dà-libertà...

STEFANO.

Da bravo, mostro, apri il cammino.

Exeunt.

ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

D'innanzi alla grotta di Prospero.

Entra FERDINANDO recando un ceppo da ardere.

Son faticosi certi giuochi e pure

l'incanto lor compensa la fatica

e bassezze vi son che sopportare

si posson nobilmente. Spesso a ricche

conclusioni tendono le imprese

più miserande. L'opera ch'io compio

essere mi dovrebbe tanto grave

quanto odiosa, ma colei che servo

quel che è sterile fa vivo e trasforma

le mie fatiche in contentezza. Oh dieci

volte ella è più gentil di quel che sia

burbero il padre suo, che pure è fatto

d'asprezze! Per un suo tristo comando

gli debbo accatastar mille di questi

ceppi e la mia dolce signora piange

quando mi vegga lavorare e dice

che mai lavor sì vile ebbe un cotale

lavoratore. Ecco io mi scordo e pure

questi dolci pensier fanno più lieve

il lavor mio, sì che quanto più penso

tanto meno fatico.

Entra MIRANDA e

in fondo PROSPERO.

MIRANDA.

Ahimè, vi prego,

non lavorate sì aspramente. Avesse

arso il fulmine questi ceppi che ora

dovete accatastar. Lasciate questo,

vi prego, e riposatevi. Allorquando

brucerà dovrà piangere d'avervi

fatto stancare. Immerso nello studio

è mio padre: vi supplico, lasciate

di lavorare; per tre ore, almeno,

ei non verrà.

FERDINANDO.

Dolcissima signora,

il sol tramonterà prima ch'io m'abbia

compiuto il mio lavoro.

MIRANDA.

Se vorrete

sedervi i ceppi io porterò per voi.

Datemi quello, ve ne prego, io stessa

lo recherò sulla catasta.

FERDINANDO.

No,

o creatura preziosa, meglio

spezzarmi i nervi e rompermi la schiena

che lasciarvi compire un disonore

simile mentre rimarrei seduto

senza far nulla.

MIRANDA.

Assai meglio che a voi

mi converrebbe un tal lavoro. Il mio

cuore lo anela e ben ripugna al vostro.

PROSPERO

a parte.

Avvelenato sei, povero verme:

lo prova questa tua visita.

MIRANDA.

Avete

l'aspetto stanco.

FERDINANDO.

O nobile signora,

non è vero: per me siete un mattino

fresco anche quando è notte. Ma vi prego,

ditemi il nome vostro ch'io lo possa

pronunziar nelle mie preci.

MIRANDA.

Miranda.

O padre mio, dicendolo, ai comandi

vostri ho disobbedito ora.

FERDINANDO.

O ammirata

Miranda, o vetta d'ammirazione

degna di quanto è più caro nel mondo!

A molte dame il mio sguardo migliore

ho rivolto e ben spesso l'armonia

di lor parole ha reso schiavo il mio

udito troppo pronto. Per diverse

virtù, diverse donne ho amato e mai

con anima sì piena, poichè sempre

qualche difetto in lor si combatteva

con le grazie più elette, rimanendo

vittorioso. Ma, per contro, voi,

oh voi, così perfetta e senza pari

siete l'eccelsa d'ogni creatura!

MIRANDA.

Io non conosco alcuna del mio sesso

nè rammento alcun volto femminile

all'infuori del mio visto allo specchio.

E fra quelli che posso nominare

uomini, solo ho visto voi--l'amico

mio buono--e il caro padre. Come sono

gli umani volti, fuor di qui, lo ignoro,

ma la modestia mia, solo gioiello

della mia dote, non vuol altro al mondo

compagno fuor di voi, nè il mio pensiero

immaginar potrebbe un'altra forma

a voi diversa ch'io potessi amare.

Ma forse troppo follemente io parlo

ed i precetti di mio padre oblio.

FERDINANDO.

Principe io son--Miranda--per la mia

nascita e--non lo voglia Iddio--fors'anco

Re; nè vorrei questo portar di legna

sopportare così come a una mosca

delle carogne, non permetterei

di pungermi le labbra. Ora ascoltate

parlar l'anima mia: dal primo istante

ch'io vi scorsi, il mio cuore in servitù

vostra si venne e quivi esso è rimasto

a farmi schiavo ed è solo per voi

che qui rimango a trasportar la legna

con pazienza.

MIRANDA.

Voi mi amate?

FERDINANDO.

La Tempesta · 第 2 / 5 段