Tu, Cherubino,

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SHAKESPEARE

LA TEMPESTA

COMMEDIA IN 5 ATTI

NUOVA TRADUZIONE

DI

DIEGO ANGELI

FRATELLI TREVES EDITORI MILANO

1911

SHAKESPEARE.

I.

_A Emma Gramatica_

il traduttore

TEATRO

DI

GUGLIELMO SHAKESPEARE

NUOVA TRADUZIONE DI DIEGO ANGELI

LA

TEMPESTA

COMMEDIA IN 5 ATTI

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1911

Riservata la proprietà letteraria

della presente traduzione.

Tip. Fratelli Treves.

TEATRO

DI

GUGLIELMO SHAKESPEARE.

Ragione dell'opera.

C'è stata un'epoca della mia vita in cui sono stato innamorato di

Titania. Io ero allora un ragazzetto appena settenne e vivevo in una

vecchia villa toscana, fra le giogaie petrose della Gonfolina e i

lecci medicei di Artimino. Ma appunto fra quelle pietre, nelle cui

fessure crescevano le linarie gialle e dentro i cui ginepri arsicci

zirlavano i tordi nei mattini di novembre, o sotto le ombre cupe

dell'antico parco dove s'intravedevano ancora gli avanzi dello

splendore d'altri tempi io ho ricercato invano la piccola regina delle

Fate con tutto il suo minuscolo corteggio di genietti invisibili.

Avevo imparato a conoscerla in un vecchio volume illustrato da uno di

quelli artisti che con lo Stoddart e col William Blake furono i

precursori di tutto l'idealismo letterario della pittura inglese.

Avevo imparato a conoscerla in quelle grandi illustrazioni, un poco

primitive, dove essa compariva sempre all'ombra dei tassobarbassi

vellosi o delle fragole gigantesche, mentre sopra ogni stelo d'erba si

cullava maliziosamente il piccolo «Cobweb» o l'inafferrabile «Pea's

Blossom», mentre Puck dall'alto di un cespuglio vigilava se Oberon non

si avvicinasse. Nella grande stanza deserta, il sole d'agosto entrava

a fiotti dalle vetrate senza tende, e gli armadii intorno sapevano di

resina, e i mosconi ronzavano contro i cristalli mentre lo stridio non

interrotto delle cicale sembrava arrecare su dalla valle il saluto

trionfale della terra feconda. Nella calma di quei pomeriggi estivi,

mentre tutta la casa dormiva nella siesta quotidiana, io sfogliavo il

vecchio volume trovato nella biblioteca paterna e imparavo a conoscere

Caliban, punzecchiato dagli spiriti maligni di Prospero, e il cane

bizzarro di Speed, e i cervi che scendevano ad abbeverarsi lungo il

ruscello nella foresta delle Ardenne dove il vecchio duca esiliato

ascoltava le bizzarrie filosofiche di messer Giacomo e i sospiri

amorosi di Rosalinda. Ma sopra tutti era Titania quella che attirava

il mio spirito infantile, Titania con le sue chiome disciolte, coi

suoi occhi attoniti, con le sue collane di corolle fiorite e con la

sua tenerezza per il bel somarello dalle lunghe orecchie pelose. Così

che molte volte io mi son ritrovato, su per gli scopeti odorosi di

funghi di Artimino o fra i pinastri di Villa Campi, a cercare

timorosamente in ogni campanella d'oro di tassobarbasso e in ogni

calice azzurro di fanciullaccia se non si nascondesse una di quelle

fate misteriose che andavano di notte ad appendere goccie di rugiada

sui fiori della loro regina.

Questa è stata la mia prima visione del mondo shekspiriano e se più

tardi ho cercato altre cose nei suoi volumi e ho trovato altre

emozioni fra i suoi eroi, nessuna certo è stata così pura e così

spontanea come quella di un amore infantile, nato nel tedio delle ore

di studio, dentro una grande villa toscana sui colli di Signa, arsi

dall'estate. E forse è in quel ricordo lontano che debbo ricercare il

senso quasi religioso che io ho avuto sempre per il grande poeta

inglese. Col crescere degli anni e degli studii la prima sensazione

puramente fantastica si è naturalmente modificata, ma anche oggi non

posso rileggere i versi divini del «Midsummer night's dream» senza

provare un poco l'antica nostalgia e ritrovare come in un angolo

riposto del mio cuore qualcosa dell'amore di altri tempi. Per questo

quando il Gaffuri di Bergamo mi propose di tradurgli quella divina

fantasia per una edizione italiana delle illustrazioni di Arturo

Rackham io accettai con gioia e mi accinsi al lavoro con tale un

impeto di entusiasmo che i versi della traduzione mi vennero quasi

naturalmente come in un accesso del «brevis furor» oraziano.

Pubblicato il volume io non pensavo certo a farlo seguire da altri,

quando sopravvennero due fatti nuovi che fecero nascere in me una

idea--ancora indeterminata--dell'opera a cui mi sono accinto. Il primo

fu un articolo di G. S. Gargano, sul «Marzocco» di Firenze, articolo

che oltre a parole fin troppo lusinghiere per la mia versione,

conteneva come un ringraziamento per avere con essa fatto conoscere ai

lettori italiani il capolavoro della fantasia shekspiriana nella sua

integrità; e in secondo luogo venne la rappresentazione che di essa fu

fatta dalla compagnia stabile all'Argentina di Roma, rappresentazione

che ebbe esito trionfale e che mi procurò l'onore di una lettera

dell'ambasciatore inglese sir Rennel Rodd--che è poeta tanto nobile,

quanto è sagace diplomatico--nella quale dopo di avermi detto il suo

piacere nell'aver assistito a quel trionfo del poema inglese che non

credeva possibile d'innanzi a un pubblico latino, m'incoraggiava a

proseguire e a dare agli italiani una intiera versione dell'opera

shekspiriana.

Debbo confessare che da principio l'impresa mi parve così ardua che

non osai concepirla. Ma le due voci diverse mi risuonavano

continuamente nel pensiero e mi spronavano a tentarla. L'Italia, in

fatti, non ha una vera e propria traduzione del Teatro di Guglielmo

Shakespeare. Sia in prosa che in versi i traduttori italiani, per

quanto valenti, non hanno mai avuto il coraggio di osare la semplicità

e spesso la ruvidezza shekspiriana: costretti dalla moda del tempo a

quella artificiosità ridondante che era propria della letteratura

italiana, essi hanno travisato il testo, travestendolo in uno stile

che non è lo stile del poeta inglese e spesso allontanandosene

totalmente, quando un passo oscuro e audace sembrava loro che fosse

insopportabile al pensiero italiano. D'altra parte, da che la poesia

nostra si è felicemente liberata da quelle pastoie accademiche, nessun

poeta aveva tentato di accingersi all'impresa non facile e non breve.

Il Gargano, alcuni anni or sono, aveva tentato di costituire una

società shekspiriana fra i varii letterati italiani, che si

accingessero alla desiderata versione, la quale--tra parentesi--doveva

essere in prosa e più documento letterario che lavoro d'arte. Ma il

tentativo fallì e non fu danno--io credo. Perchè un'opera di tal

genere deve essere compiuta da un unico individuo, che le dia

quell'unità e quella armonia di intendimenti e di stile senza la quale

non potrebbe riuscire degna dell'altissimo soggetto. D'altra parte,

altre nazioni avevano già risoluto il problema per opera di uno solo,

perchè non si sarebbe tentato di fare lo stesso in Italia? L'impresa è

ardua, ma lusinghiera, e a poco a poco divenne così prepotente in me

l'idea di attuarla, che decisi di accingermi al lavoro.

Nel qual lavoro io ho tentato sopra tutto la più scrupolosa fedeltà,

rispettando i metri e le rime, rispettando i concetti e le espressioni

anche là dove esse potevano sembrare meno tollerabili ad orecchi

latini. Ma Guglielmo Shakespeare è con Dante Alighieri una di quelle

forze vive della natura, da cui dobbiamo accettare tutto. D'altra,

parte, per quello che riguarda la struttura metrica dei suoi drammi o

delle sue commedie, essa ha una così profonda relazione con l'anima

dei suoi personaggi che non potrebbe esserne divisa senza grave danno.

Per questo, non solo ho lasciato la doppia forma prosastica e

poetica--come era naturale--ma nei versi ho voluto rispettare per fino

gli emistichi e quei distici rimati che quasi sempre chiudono il lungo

discorso in versi sciolti di un personaggio. E anche questa fedeltà

credo sia necessaria per rendere il pensiero shekspiriano, a punto

perchè egli è di quei poeti in cui nulla è trascurabile e in cui ogni

parola ha un significato profondo e immutabile.

Certo, ai primi passi di un'opera a cui dedicherò quanto oramai mi

resta di vita, io non mi dissimulo le difficoltà e spesso mi dimando

se veramente mi potrà bastare la forza per condurla a fine. Ma

ricordando gli esempi di altri popoli e le parole buone di chi volle

incoraggiarmi, so ritrovare la fiducia primitiva, confidando anche nei

lettori i quali vorranno perdonare le possibili manchevolezze e

incoraggiare anch'essi questo sforzo inteso a dare agl'italiani una

visione il più possibilmente precisa di quel mondo creato da uno dei

genii più alti che mai abbia onorato il pensiero umano.

_Roma, Marzo 1911._

DIEGO ANGELI.

LA TEMPESTA.

NOTA BIBLIOGRAFICA.

Se bene non si sappia precisamente la data in cui fu scritta la

_Tempesta_, pure il Malone--che è fra i più attendibili--la fa

risalire al 1612, dandole così il penultimo posto nella serie delle

produzioni shekspiriane. Ma se bene il Chalmers e il Drake spostino di

un anno questa data--l'uno facendola risalire al 1611 e al 1613

l'altro--è oramai certo che fu una delle ultime opere teatrali scritte

da Guglielmo Shakespeare. Da dove abbia tolto l'idea di questa divina

fantasia lirica, non si può stabilire con precisione. Il Warton cita

un romanzo italiano--_Aurelio e Isabella_--che fu popolarissimo in

Inghilterra verso il 1588 e nel quale per fino il personaggio

principale di Aurelio o meglio Orelio, come apparve nella versione

inglese, poteva aver suggerito la figura di Ariel. Ma quello che si

può stabilire con precisione è da dove il poeta abbia tratto la parte

descrittiva della sua commedia. In quello scorcio del secolo XVI si

pubblicarono in Inghilterra molte relazioni di viaggi, che erano

avidamente lette dal popolo. Fra questi il naufragio di Henry May alle

Isole Bermude (1598) il _Reporte of the laste voyage of Capiteine

Frobisher_ (1577) la _History of travayle of John Barbot_ (1577) e la

_True relation of the travailes of William Davies barber and surgeon_.

Questa è del 1614, ma probabilmente correva già manoscritta fra i

lettori inglesi avidi di avventure marinaresche. In tutti questi

volumi si ritrovano particolari descrittivi che coincidono con quelli

della _Tempesta_. Così nel viaggio del Frobisher è fatta parola di

_Sycorax_, una povera selvaggia che egli trovò in un'isola e che

ritenne essere una strega; e in quello del barbiere-chirurgo Davies si

parla di _Setebos_ che era una divinità adorata dai Patagoni. Inoltre

tutti quei viaggiatori asserivano che le Bermude erano isole abitate

da diavoli, da spiriti e da streghe e questa loro asserzione trovò

tanto credito che la credenza se ne propagò fino agli ultimi anni

delle guerre civili.

Quello che Guglielmo Shakespeare non potè togliere da nessun volume fu

la festevolezza, la grazia e la poesia magnifica di questo lavoro che

ottenne subito un grandissimo favore. Tanto grande che il Fletcher si

affrettò ad imitarlo con un suo _The sea voyage_ e lo imitò Sir John

Sucling coi _Gobelins_, e per fino il Milton ne trasse non poche

ispirazioni per _The mask at Ludlow Castle_. Del resto, una conferma

del grande trionfo che dovette riportare questo lavoro si ha anche in

una velenosa annotazione che il Ben Jonson fece alla sua _Bartholomew

Fair_. «Se non vi è nella sua fiera un mostro servo» egli dice «chi

può aiutarla? L'autore ha in odio di mostrare la natura spaventosa,

nelle sue commedie come colui che inventa _Racconti_, _Tempeste_ e

simili scempiaggini del genere.» Ma i lettori contemporanei si

troveranno più d'accordo col Warburton il quale osserva che «_La

Tempesta_ e il _Sogno di una notte di mezza estate_ sono i più nobili

sforzi di quella sublime e miracolosa immaginazione particolare allo

Shakespeare, che si libra oltre i limiti della natura senza perderne

il senso o--più propriamente--trascina la natura fuori di quei confini

che ella stessa si era stabiliti».

PERSONAGGI RAPPRESENTATI.

ALONZO, Re di Napoli.

SEBASTIANO, suo fratello.

PROSPERO, Duca legittimo di Milano.

ANTONIO, suo fratello, usurpatore del Ducato di Milano.

FERDINANDO, figlio del Re di Napoli.

GONZALO, vecchio e onesto consigliere del Re di Napoli.

ADRIANO }

FRANCESCO } Signori.

CALIBANO, schiavo deforme e selvaggio.

TRINCULO, buffone.

STEFANO, servo ubriacone.

Padrone della nave, Quartiermastro, Marinari.

MIRANDA, figlia di Prospero.

ARIEL, spirito aereo.

IRIDE }

CERERE }

GIUNONE } spiriti.

NINFE }

MIETITORI }

Altri spiriti al servizio di Prospero.

_La scena è a bordo di una nave sul mare,

poi in un'isola disabitata._

LA TEMPESTA

ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

A bordo di una nave, sul mare. Una bufera con tuoni e fulmini.

Entrano il PADRONE della nave e il QUARTIERMASTRO.

IL PADRONE.

Mastro....

IL QUARTIERMASTRO.

Eccomi, Padrone: che c'è?

IL PADRONE.

Bene. Parla ai marinari e manovrate alla spiccia: altrimenti

andiamo tutti a fondo. Presto! presto!

Exit.

Entrano vari MARINARI.

IL QUARTIERMASTRO.

Su, cuori miei: presto, presto, cuori miei! Forza! forza!

Serrate il bompresso. Attenti al fischio del Padrone! Soffia

finchè tu non ne possa più, vento mio: finchè abbiamo

spazio!

Entrano ALONZO, FERDINANDO,

ANTONIO, SEBASTIANO, GONZALO.

ALONZO.

Bravo mastro: mi raccomando di stare attento.

Dove è il Padrone? Siate uomini!

IL QUARTIERMASTRO.

Fatemi la grazia di starvene giù, per ora!

ANTONIO.

Dov'è il Padrone, Quartiermastro?

IL QUARTIERMASTRO.

Non lo sentite? C'imbarazzate la manovra. Rimanete nelle

vostre cabine: così, aiutate la tempesta.

GONZALO.

Su, su, brav'uomo, un po' di pazienza.

IL QUARTIERMASTRO.

Quando l'avrà il mare. Via di qua! Che importa a queste

ondate il nome del Re? Alle vostre cabine! Silenzio e non

c'impicciate.

GONZALO.

Sta bene. Ma rammentati chi hai a bordo.

IL QUARTIERMASTRO.

Nessuno a cui voglia bene più che a me! Voi siete un

consigliere: se potete comandare il silenzio a questi

elementi e ricondurre la calma, non toccheremo più una

gomena. Fate uso della vostra autorità. E se non lo potete,

ringraziate il cielo di aver vissuto tanto e preparatevi

nella vostra cabina per la disgrazia presente,--se disgrazia

ha da esserci. Coraggio, ragazzi! Levatevi dai piedi, vi

dico!

Exit.

GONZALO.

Quest'uomo mi rassicura! Non ha nessun segno d'affogato

sopra di sè: il suo fisico è tutto per la forca. Serbalo per

l'impiccagione, o buona sorte! E fa che la corda del suo

destino sia la gomena della nostra salvezza: sulla nostra

c'è poco da contare! Se non è nato per finir sulla forca, il

nostro caso è disperato.

Exeunt.

Rientra il QUARTIERMASTRO.

IL QUARTIERMASTRO.

Giù l'albero di maestra! Presto! Più giù! più giù! Cerchiamo

d'incappare la vela.

Si odono grida dal di dentro.

La peste a quelli strilloni! Urlano più della tempesta e dei

nostri comandi.

Rientrano SEBASTIANO, ALONZO e GONZALO.

Da capo? Cosa venite a fare? Dobbiamo lasciare andare ogni

cosa e affogare? Volete proprio colare a fondo?

SEBASTIANO.

Un cancro alla lingua, cane bestemmiatore e senza pietà!

IL QUARTIERMASTRO.

E allora, manovrate da voi!

ANTONIO.

Alla forca, carogna, alla forca! Figlio di puttana!

insolente ciarlone! Abbiamo meno paura di te, d'affogare.

GONZALO.

Garantisco io che non affogherà: fosse pure la nave non più

forte di un guscio di noce nè più sfondata di una sfrontata

baldracca.

IL QUARTIERMASTRO.

Serrate le vele! serrate le vele! Ammainate le drizze. Di

nuovo in pieno mare: al largo.

Entrano alcuni marinari bagnati.

I MARINARI.

--Tutto è perduto!

--Preghiamo! Preghiamo!

--Tutto è perduto!

Exeunt.

IL QUARTIERMASTRO.

E che? È dunque necessario che le nostre bocche sieno

fredde?

GONZALO

Sono in preghiera il principe ed il Re.

Andiamo a unirci a loro: il caso nostro

non è diverso!

SEBASTIANO.

Non ho pazienza!

ANTONIO.

Siamo truffati delle nostre vite

da ubriaconi! Quel brigante là

dall'ampia gola! Possa tu giacere

affogato e travolto da ben dieci

maree!

GONZALO.

E pure egli morrà impiccato

se bene contro ciò giuri ogni goccia

che quanto può s'apre per inghiottirlo.

Rumori confusi dall'interno.

--Misericordia! Andiamo a fondo!

--Andiamo a fondo! Addio moglie!

--Addio figliuoli! Addio fratello!

--Si affonda! Si affonda! Si affonda!

ANTONIO.

Dobbiamo affondare col nostro Re!

Exit.

SEBASTIANO.

Dobbiamo congedarci da lui!

Exit.

GONZALO.

Darei volentieri mille iugeri di mare, per pochi metri di

nuda terra: sterpami, roveti e ogni altra cosa. Che la

volontà del cielo sia fatta! Ma io vorrei morire una morte

asciutta!

Exit.

SCENA II.

Nell'isola: d'innanzi alla grotta di Prospero.

Entrano PROSPERO e MIRANDA.

MIRANDA.

Se con vostra arte, o caro padre, avete

l'onde selvagge in tal frastuono messe

or le pacificate. Il cielo--sembra--

ardente pece pioverebbe, se

il mar salendo alla sua guancia, il fuoco

non ne cacciasse. Oh come insiem con quelli

che ho veduto soffrire, anch'io soffersi!

Un vascel valoroso--e non vi ha dubbio

che in lui non fosse qualche creatura

nobile--messo in pezzi! E quali grida

mi percossero il cuore! E son perite

quelle povere anime! Se fossi

stata una Dea possente avrei sommerso

il mare nella terra, prima che

il buon vascello esso inghiottisse insieme

con quelli che recava seco!

PROSPERO.

Calmati!

non più paura e al pietoso cuore

di' che non vi fu danno.

MIRANDA.

O triste giorno!

PROSPERO.

Non vi fu danno. Io non ho fatto nulla

che non fosse per te. Per te mio bene,

per te mia figlia che non sai chi sei

e non conosci d'onde io venga, o s'io,

io non sia meglio di Prospero, padrone

di una povera grotta e nulla più

del padre tuo.

MIRANDA.

Non ho pensato mai

di sapere altra cosa.

PROSPERO.

Il tempo è giunto

ch'io ti spieghi altra cosa. Or dunque dammi

la mano ed il mio magico mantello

or dalle spalle toglimi. Così.

Si toglie il mantello e

lo stende per terra.

Quivi si giace la mia arte. Asciuga

gli occhi e sii calma. Questa spaventosa

vision del naufragio che percosse

la virtù in te della compassione,

con la sola potenza di mia arte

comandata ho così sicuramente

che non una sola anima--che dico?--

non un solo capello di coloro

che tu udisti gridare, che vedesti

sprofondare nell'onde è andato perso.

Siediti, è giunto il giorno in cui tu devi

conoscere di più.

MIRANDA.

Spesso mi avete

cominciato a narrar quel ch'io mi fossi

ma mi avete interrotto ad una vana

mia richiesta lasciandomi, col dire:

"Basta, non è ancor tempo".

PROSPERO.

E il tempo è giunto

ed il momento ne sospinge. Tendi

l'orecchio e presta attenzione. Puoi

tu ricordare gli anni, pria che in questa

grotta fossimo giunti? Io non suppongo

che tu lo possa però che compiuti

non avevi tre anni.

MIRANDA.

E pur lo posso,

o signore.

PROSPERO.

Ma cosa? Una dimora

diversa? Altre persone? Dimmi quale

immagine il ricordo tuo rattiene.

MIRANDA.

È così lunge! Ed è quel mio ricordo

più come un sogno che una cosa vera.

Ma, dite, non avevo allora cinque

o sei donne d'intorno a me?

PROSPERO.

Ne avevi

anche di più, Miranda. Ma in che modo

tutto ciò vive nel pensiero tuo?

E cosa vedi ancora entro l'oscuro

baratro e nell'abisso alto del tempo?

Se tu ricordi cose antecedenti

al tuo giungere qui, puoi ricordare

come qui tu giungesti.

MIRANDA.

No, non posso.

PROSPERO.

Sono oramai trascorsi dodici anni,

dodici anni, Miranda! Era tuo padre

il duca di Milano e assai potente

principe.

MIRANDA.

O signor mio, non siete dunque

mio padre?

PROSPERO.

La tua mamma che fu in vero

la virtù stessa, ti dicea mia figlia

ed era certo, duca di Milano

il padre tuo. L'unica erede tu,

e non indegna principessa!

MIRANDA.

O cielo!

Qual brutto inganno quivi ci ha condotti

o benedizione è stato quello

che ci fu fatto?

PROSPERO.

L'uno e l'altra, o mia

fanciulla: per un brutto inganno, come

tu dicesti, noi qui venimmo ma

l'aiuto è stato benedetto.

MIRANDA.

Oh il cuore

mi sanguina a pensar tutte le cose

che sono ormai fuori del mio ricordo.

Ma proseguite, ve ne prego.

PROSPERO.

Il mio

fratello--era tuo zio--chiamato Antonio,

te ne supplico, ascolta, e chi potrebbe

pensare che un fratello esser potesse

così perfido? E pur dopo me stesso

nessuno amavo più di lui nel mondo.

Tanto lo amavo che in sua cura detti

tutto il mio Stato, ed era allora sopra

le Signorie la prima e il primo Duca

Prospero: in ogni dignità citato

e nelle liberali arti pur senza

paragone. Sommerso nello studio,

su mio fratello il peso del governo

tutto lasciai, sì che stranier divenni

al mio paese, assorto nei segreti

miei studii. Ma quel tuo subdolo zio....

di', mi ascolti?

MIRANDA.

Oh sì molto attentamente.

PROSPERO.

.... come ebbe appreso ad elargir le grazie

od a negarle, come seppe quale

dovea promuover quale radiare

quale rinnovellar fra creature

che furon mie o trasformarle, avendo

ambo le chiavi degli uffici e degli

ufficiali, a intonare si compiacque

tutto lo Stato in unica armonia

cara agli orecchi suoi, sì ch'egli fu

l'edera avvinta al principesco mio

tronco dal qual suggeva ogni verdura.

Ma non ascolti....

MIRANDA.

Oh buon signore, ascolto!

PROSPERO.

Sì, ascoltami, ti prego. Trascurando

sì le cure mondane e tutto intento

ai riposti misteri della mia

mente, vivevo in così gran ritiro

abbandonando ogni favore al mio

falso fratello, che indole malvagia

teneva sveglio. E quella mia fiducia

come un buon genitore, produceva

in lui tanta falsezza quanto più

essa era grande. E questa non aveva

limiti ed era una fiducia senza

confini. Essendo in tal modo signore

non solamente della mia ricchezza

ma di quel che il poter mio consentiva

di esigere, come uno che dicendo

il falso sempre, fa di sua memoria

tal peccatrice che finisce poi

col creder vera la menzogna sua,

egli credette d'esser duca e, inconscio

di una tal finzione, ogni regale

prerogativa fece sua, fin quando

l'ambizione ognor crescendo.... Ascolti?

MIRANDA.

Curerebbe la storia vostra i sordi!

PROSPERO.

Non seppe più distinguer fra la parte

ch'ei sosteneva e quegli per il quale

la sosteneva, sì che pensò al fine

d'essere di Milano l'assoluto

signore. In quanto a me dovea sembrargli

la biblioteca mia ducato grande

abbastanza, sì che mi giudicava

ormai incapace d'ogni regal cura.

Alleato--però che da sè solo

mal dominato avrebbe--con il Re

di Napoli, promisegli un tributo

ogni anno e a fargli omaggio la corona

mal sottomise a quella sua più grande,

ed il Ducato--ahi povera Milano!--

libero fino allora, rese schiavo

in un servaggio vergognoso.

MIRANDA.

Oh cielo!

PROSPERO.

Pensa alla sua condizione e a questo

avvenimento e dimmi s'egli possa

pur essermi fratello!

MIRANDA.

Peccherei

pensando mal dell'avola: cattivi

figli han recato buoni ventri.

PROSPERO.

Ed ecco

la fine. Il Re di Napoli che mi era

acerrimo nemico, prestò orecchio

alle richieste del fratello mio.

Sì che in compenso del promesso omaggio

e di non so quale tributo, fuori

del ducato mi avrebbe egli bandito

con i miei tutti e la bella Milano

con ogni onore a mio fratel ceduta.

Fu così che un esercito, di notte,

a tradimento penetrò la cinta--

e forse avea le porte di Milano

aperte Antonio--e favoriti dalle

tenebre ci cacciarono i ministri

te piangente e me stesso.

MIRANDA.

Ahimè pietà!

Non ricordando come allora piansi

ora di nuovo piangerò. Son gli occhi

costretti a ciò da un tal racconto.

PROSPERO.

Ascolta

ancora un poco e porterò il tuo spirto

agli affari che ci occupano. Senza

questi la storia mia sarebbe troppo

fuori di luogo.

MIRANDA.

Ma perchè non hanno

profittato--a distruggerci--dell'ora?

PROSPERO.

Dimanda giusta e ben doveva il mio

racconto provocarla. Essi non hanno

o cara figlia osato--così grande

era l'amore che il mio popol tutto

mi portava--segnar con sanguinosa

impronta il lor misfatto, ma abbellirlo

vollero con più bei colori. In breve,

caricati che ci ebber sopra un barco,

ci spinsero nel mare. Aveano scelto

una vecchia carcassa di battello

non attrezzato, senza vele, senza

albero, senza sarte: per istinto

l'avean già tutto abbandonato i sorci.

Quivi ci hanno imbarcati e ai nostri pianti

solo rispose il mare ed i sospiri

ci rese il vento!

MIRANDA.

Ahimè quale imbarazzo

dovetti esser per voi!

PROSPERO.

Tu, Cherubino,

fosti invece la mia salvezza. Il tuo

sorriso infuse in me come una forza

celeste e come il mare ebbi cosparso

delle più amare lacrime, un novello

cuore si fece in me, per sopportare

quel che avverrebbe.

MIRANDA.

E in che modo giungemmo

a terra?

PROSPERO.

Per divina provvidenza

un po' di cibo e un poco d'acqua che

un nobil uom di Napoli--Gonzalo,

addentro nel disegno--tutto preso

dalla sua carità volle lasciarci.

E insiem coi cibi i bei vestiarii, i ricchi

tessuti, i lini e tutto il necessario

che tanto ci ha giovato. Per sua grande

gentilezza, sapendo il molto amore

che per i libri avea, dalla mia stessa

libreria seppe sceglier quei volumi

che amavo più del mio ducato.

MIRANDA.

O possa

veder quest'uomo un giorno! Ora mi levo.

PROSPERO.

Sta' ferma: e dell'errar nostro marino

l'ultima parte ascolta. Quivi, in questa

isola siamo giunti, e quivi io stesso

fui tuo maestro e ti giovai pur tanto

quanto nessuna principessa che abbia

maggior tempo e più libero, ma certo

non il divoto precettore.

MIRANDA.

Il cielo

vi ringrazi per questo. E ora o mio

signore--ve ne supplico, è un pensiero

che non mi sa dar pace--qual ragione

aveste a suscitar tale tempesta?

PROSPERO.

Ecco: tu lo saprai. Per uno strano

evento, la munifica fortuna

or mia sola signora--ha in questa spiaggia

condotto tutti i miei nemici ed io

con la mia prescienza ho appreso come

il mio destino sottostasse ad una

ben augurante stella il cui potere

s'io non lo afferro subito si perde

ed ogni mia fortuna è fatta vana

per sempre. Or cessa con le tue dimande.

Tu sei presa dal sonno: è una propizia

stanchezza a cui tu cederai. D'altronde

so ben che non hai scelta.

MIRANDA si addormenta.

Vieni, o servo

mio, vieni! Io sono pronto. Fatti dunque

vicino, o mio Ariel. Vieni!

ARIELE.

Salute

o possente maestro, o gran signore

salute! Io venni qui per obbedire

ad ogni tuo comando: per volare,

per nuotar, per piombare in mezzo al fuoco

o galoppar sulle chiomanti nubi.

Ariele e il valor suo tutto è pronto

al voler tuo possente.

PROSPERO.

Hai suscitato

la tempesta che--o spirito--ti dissi

di suscitare?

ARIELE.

In ogni più minuto

particolare. Ho sconquassato tutta

del Re la nave, or sullo sprone alzandola

or sulla poppa e in ogni sua cabina

o sopra il ponte suscitai l'incendio.

Spesso mi son diviso ardendo in luoghi

diversi e sopra l'albero e fra mezzo

ai pennoni così distintamente

per poi di nuovo unirmi in uno. I lampi

di Giove precursori del tremendo

fulmine, non son così spessi; il fuoco,

lo scoppiettio di solforose fiamme

sembravano assediar l'alto Nettuno

e, per virtù del suo tridente, l'onde

sue piene d'ira far tremare.

PROSPERO.

O bravo

spirito! Chi potrebbe esser sì forte

e sì costante che la sua ragione

non smarrirebbe in tale inganno?

ARIELE.

Credo

non un'anima sola abbia potuto

resistere a una febbre di follia

o a non dar segni di sgomento. Tutti

--i marinari eccettuati--dentro

le spume si gettarono, la nave

con me in fiamme lasciando. Ferdinando,

il figliuolo del Re, con i capelli

irti--più che capelli erano stecchi--

a lanciarsi fu il primo e strepitava:

"L'inferno è vuoto e i démoni son qui!"

PROSPERO.

È lo Spirito mio questo! Ma dimmi:

non avveniva tutto ciò vicino

alla spiaggia?

ARIELE.

Vicino, o mio signore.

PROSPERO.

Ma son salvi, Ariel?

ARIELE.

Non un capello

si è perso e sulle vesti lor che a galla

li sorreggean, non una macchia sola.

Son più fresche di prima. Ed in quel modo

che hai comandato, nei diversi punti

dell'isola gli ho sparsi in varii gruppi.

Il figliuolo del Re trassi alla spiaggia

io stesso e lo lasciai mentre coi suoi

sospiri l'aria rinfrescava, assiso

e con le braccia in triste nodo avvinte:

così.

PROSPERO.

Ma dimmi, che facesti della

ciurma del Re e della rimanente

flotta?

ARIELE.

Quella del Re salva è nel porto:

io l'ho celata dentro la profonda

baia, dove una notte mi chiamasti

affinchè ti recassi dalle sempre

tempestose Bermude una rugiada.

I marinari sotto i boccaporti

stan rannicchiati, immersi in un gran sonno

che il mio incanto aggiungendosi alle molte

fatiche ha suscitato. E il resto della

flotta che avea disperso, ho nuovamente

unito ed ora voga sopra l'onde

mediterranee raggiungendo il porto

di Napoli, dolente tutta e certa

d'aver visto affondar del Re la nave

e quel gran principe.

PROSPERO.

O Ariele, il tuo

ufficio hai ben compiuto. Ma ancor altro

ci resta a fare. In quale ora del giorno

siamo?

ARIELE.

È trascorsa la metà.

PROSPERO.

Di due

clessidre almeno. Il tempo che ci resta

fra l'ora sesta e adesso, noi dobbiamo

sagacemente spenderlo.

ARIELE.

V'è ancora

da lavorare? Poichè tu mi dai

tante fatiche lascia ch'io rammenti

la tua promessa ancor non mantenuta.

PROSPERO.

Che c'è di nuovo, spirito bizzarro,

e che puoi dimandarmi ora?

ARIELE.

La mia

libertà!

PROSPERO.

Prima ancora che sia giunto

il tempo? Basta!

ARIELE.

Te ne prego, almeno

rammenta i degni uffici che ti ho fatto,

nè ho mai mentito nè ho sbagliato mai.

E ti ho servito senza brontolare,

senza rancori! Tu mi promettesti

di condonarmi un anno intiero.

PROSPERO.

Hai forse

dimenticato da qual mai supplizio

ti liberai?

ARIELE.

No.

PROSPERO.

Sì! Per questo credi

far grandi cose sol perchè calpesti

il fango dell'amaro abisso e scorri

sull'aspro vento settentrionale

e--per il mio servigio--entro le vene

della Terra ti chiudi allor che il gelo

la stringe tutta.

ARIELE.

Non è ver, signore!

PROSPERO.

Tu mentisci, o maligno spirto. Hai dunque

dimenticato Sicoràx, l'infame

strega che gli anni e che l'invidia al pari

di un cerchio avean ricurva? Dimmi, l'hai

dimenticata?

ARIELE.

No, signore.

PROSPERO.

L'hai

dimenticata! Ove era nata? Dimmi!

ARIELE.

In Algeri, o signore!

PROSPERO.

Ah sì? Da vero?

Ben una volta al mese è necessario

ch'io ti ripeta quel che fosti. E tu

l'hai già dimenticato. Quella strega

malvagia, Sicoràx, come tu sai

fu bandita da Algeri per delitti

innumeri e incantesimi capaci

di spaventare umano orecchio e pure

le salvaron la vita in prò di certa

sua azione. Non è vero?

ARIELE.

Sì,

o signore.

PROSPERO.

Cotesta fattucchiera

dall'occhio cispellino fu condotta

quivi col figlio e abbandonata dalla

ciurma. E tu, schiavo mio, come sovente

mi hai narrato, eri suo servo e perchè

eri uno spirto troppo delicato

per compiere le infami e obbrobriose

sue volontà, ti rifiutasti ai gravi

ordini che ti dava e allor nell'impeto

dell'implacabil ira ella ti chiuse

--di possenti ministri con l'aiuto--

nello spacco di un pino e dentro quelle

strette pareti dodici anni intieri

crudelmente restasti prigioniero.

E in questo tempo ella morì lasciando

te a gemere là dentro, con sospiri

più rapidi dei gemiti che fanno

le ruote di un molino. Allora questa

isola--se n'eccettui quel figlio

ch'ella avea partorito, un mostricciuolo

lentigginoso e degno di sua stirpe--

non era anco onorata da un'umana

forma.

ARIELE.

Sì, Calibàno, il figlio suo.

PROSPERO.

È quel che dico, spirto mentecatto!

Ed è appunto quel Calibàn che tengo

al mio servizio. Tu sai bene in quali

tormenti ti trovai. Faceano urlare

i lupi le tue grida e i furiosi

orsi a pietà muovevano. Un tormento

di dannato. E non era più presente

Sicoràx per disfar l'opera sua.

Fu l'arte mia che ben costrinse il pino

a riaprirsi e ti lasciò partire

allorchè quivi giunto io ti sentii.

ARIELE.

Grazie, o signore.

PROSPERO.

Se tu gemi ancora

io squarcerò una rovere e sì dentro

ti chiuderò nel suo nodoso ventre

che resterai ben dodici anni a urlare.

ARIELE.

Perdonami, o signore, ai tuoi comandi

obbedirò di buona grazia e tutto

farò da buono spirito.

PROSPERO.

Sta bene

e fra tre giorni ti libererò.

ARIELE.

Ecco di nuovo il mio nobil padrone!

Che debbo fare? Dimmelo, che debbo

fare?

PROSPERO.

Va' con l'aspetto di una ninfa

del mare a tutti gli occhi occulto e solo

visibile alla tua vista e alla mia.

Va': prendi questa forma e poi ritorna

così cambiato qui. Sii diligente.

ARIELE exit.

A Miranda.

Svegliati, cuore mio, svegliati, hai bene

dormito ed ora svegliati.

MIRANDA

svegliandosi.

Lo strano

vostro racconto mi assopiva.

PROSPERO.

Scuoti

quel tuo torpor. Vieni: visiteremo

Calibàno il mio schiavo che nessuna

buona parola ha mai per noi.

MIRANDA.

Signore,

è un villano costui nè mai lo veggo

volentieri.

PROSPERO.

Ma ancora non possiamo

così com'è farne di meno. Accende

il nostro fuoco, il legno spacca e in molti

uffici egli ci serve che ci sono

utili.

Olà! Su Calibàn, su schiavo!

Olà fango, rispondi!

CALIBANO

di dentro.

C'è abbastanza

legno qua dentro.

PROSPERO.

Vieni qua ti dico.

C'è ben altro da fare. Vieni dunque,

testuggine.

Rientra ARIELE: in costume, di ninfa.

O gentil vista! O mio dolce

Ariele, m'ascolta in un orecchio.

Gli parla all'orecchio.

ARIELE.

Sarà fatto, o signore.

PROSPERO.

O velenoso

schiavo che fece il diavolo all'infame

tua madre, vieni qui!

Entra CALIBANO.

CALIBANO.

Che una rugiada

malefica qual mai mia madre trasse

con la penna di un corvo da palude

putrida, cada sopra voi. Che il vento

d'Oriente v'investa e vi ricopra

di pustole ambedue!

PROSPERO.

Sta' pur sicuro

che per questo sarai stretto dai crampi

stanotte e ai fianchi avrai dolori tali

che il respiro ti tolgano. I folletti

nell'ore della notte allor che meglio

possono lavorare, i loro sforzi

rivolgeranno contro te. Sarai

coperto di punture così strette

come sono le celle d'alveare

e più cocenti che l'avesser fatte

gli aculei delle api.

CALIBANO.

Il pranzo debbo

mangiarmi! È mia quest'isola. Mia madre

Sicoràx me la dette e tu l'hai presa!

Quando giungesti qui la prima volta

mi accogliesti benigno e gran carezze

mi facesti amichevoli. Mi davi

da bere un'acqua ove spremevi bacche

e m'insegnavi il nome della grande

luce e dell'altra piccola che il giorno

e la notte rischiarano. Ed allora

io ti amavo e cercavo di mostrarti

i pregi di quest'isola: le fresche

sorgenti, le saline, gli opulenti

terreni e quelli sterili. Sia sempre

maledetto di aver fatto così.

Che le malie di Sicoràx, le vespe,

i rospi e vipistrelli su di voi

si abbattano. Però che sono il solo

vostro suddito e prima ero sovrano

di me stesso! E mi date come cuccia

quell'aspra roccia, e tutta quanta l'isola

mi togliete!

PROSPERO.

O bugiardo schiavo, i colpi

ti commuovono e non le gentilezze.

Se ben marcio tu sia, con una umana

attenzione io ti ho trattato e nella

mia stessa grotta ti ho tenuto, fino

al giorno in cui tentasti violare

l'onore di mia figlia!

CALIBANO.

Oho! lo avessi

potuto fare! Se non lo impedivi

l'isola tutta avrei ripopolato

di Calibani!

PROSPERO.

O schiavo maledetto

cui nessuna bontà lascerà impronta

chè sei capace d'ogni male! Ho avuto

pietà di te, mi sono imposto il grave

compito di farti parlare. Ogni ora

ti ho insegnato una cosa o l'altra. E quando

non sapevi, o selvaggio, disbrogliare

il tuo pensiero e mugolavi acute

strida sì come un bruto, a quelli oscuri

tuoi sentimenti ho dato una parola

che li rese palesi. Ma la tua

vile stirpe--quantunque tu imparassi--

aveva in sè tali funesti germi

che non poteano i buoni sopportarne

il contatto. È così che giustamente

ti ho chiuso in questa roccia, meritata

assai più che una carcere.

CALIBANO.

Mi avete

insegnato a parlare e ne profitto

per maledire. Che la peste rossa

vi uccida per avermi appreso il vostro

linguaggio.

PROSPERO.

Mal seme di strega, via

di qua! La legna arrecaci e sii pronto,

se mi credi, che c'è nuovo lavoro.

Scuoti le spalle, o maligno? Se mostri

trascuratezza o mal voler nel fare

quel che ti ordinerò, tutto ti voglio

torcer con vecchi crampi, empirti l'ossa

di spasimi e ruggire in tal maniera

io ti farò, che all'urla tue le belve

tremeranno!

CALIBANO.

Ti prego, no, ti prego!

A parte.

Debbo obbedire e sì potente è l'arte

sua che saprebbe Setebos, il dio

di mia madre, far servo.

PROSPERO.

Orsù, via schiavo!

Exit CALIBANO.

Rientra ARIELE invisibile, suonando

e cantando. FERDINANDO lo segue.

ARIELE

cantando.

_Su queste sabbie gialle

prendetevi per mano

dopo la riverenza

farete il baciamano.

Poi con piede leggero

--taccion l'onde ribelli--

danzate, e dolci spiriti

cantano i ritornelli.

Ascoltate! ascoltate!_

Si ode abbaiare dal di dentro.

_abbaiano i cani di guardia!_

Si ode di nuovo abbaiare.

_Ascoltate! ascoltate: si udì

lanciar Cantachiaro

il prosuntuoso suo chicchirichì!_

FERDINANDO.

Dove saranno questi canti? In cielo

o sulla terra? Io più non gli odo e pure

vigileran su qualche Dio di questa

isola. Ch'io mi segga anche una volta

e pianga anche una volta il naufragato

mio padre. Sopra l'onde furiose

mi colpì questa musica addolcendo

l'impeto loro e insieme il mio dolore

con sua dolcezza. Allora io l'ho seguita

o meglio quella mi condusse qui.

Ora è cessata. No, di nuovo ancora

ricomincia.

ARIELE

cantando.

_A ben cinque braccia nel mare

tuo padre si giace sepolto:

coralli son l'ossa,

son gli occhi due perle nel volto.

Ma niente di lui sarà vano

che per un incanto del mare

dovrà trasformarsi in qualcosa

di ricco e di strano._

_O ninfe del mare intonate

per lui, d'ora in ora il lamento._

Si ode suono di campane.

_Din-don le campane--le sento

Din-don le campane!_

Di nuovo il suono di campane.

FERDINANDO.

Quel canto di mio padre

annegato racconta. Non è cosa

mortale e non è suono che alla terra

appartenga. Or lo sento sopra me!

PROSPERO

a Miranda.

Le infrangiate cortine dei tuoi occhi

solleva e dimmi quel che vedi.

MIRANDA.

È mai

uno spirito? Come egli si guarda

tutto intorno! Credete a me, signore,

nobile forma egli ha, ma senza dubbio

è uno spirito.

PROSPERO

No, bambina, ei dorme

e mangia ad ha li stessi sensi tutti

che abbiamo noi; li stessi. Quel galante

che vedi là fuor del naufragio, quando

non fosse dal dolor battuto--il duolo

della bellezza è il cancro--tu potresti

bel giovine chiamarlo. I suoi compagni

ha perduto e qua e là tenta cercarli.

MIRANDA.

Posso chiamarlo un essere divino,

che mai di naturale ho visto tanto

nobile!

PROSPERO

da sè.

S'incamminano le cose

come l'animo mio sperava. O Spirito,

lieve Spirito! in meno di due giorni,

per questo fatto, libero sarai.

FERDINANDO.

Certo, quella è la dea che questo canto

accompagnava. I miei voti ascoltate:

posso sapere se abitate questa

isola? E mi potete dar consiglio

del come debba quivi comportarmi?

Ma la prima dimanda è questa ch'io

v'indirizzo per ultima: O portento,

siete fanciulla o no?

MIRANDA.

Non un portento,

signore, ma fanciulla certo.

FERDINANDO.

Il mio

stesso linguaggio! O cielo! E pur sarei

primo fra quelli che un linguaggio tale

parlano, se ancor fossi nel paese

dove si parla.

PROSPERO.

Come il primo? E cosa

diverresti mai tu se ti sentisse

parlare il Re di Napoli?

FERDINANDO.

Lo stesso

di quel ch'io sono, pien di meraviglia

nell'udirti di Napoli parlare.

Egli mi udiva ed è per questo ch'io

piangevo. Il Re di Napoli son io

oramai, che ho veduto con questi occhi

--d'onde non più cessò l'alta marea

delle lacrime--il padre naufragare.

MIRANDA.

Ahimè che pena!

FERDINANDO.

Sì, sulla mia fede!

E insiem con lui tutta la Corte e il Duca

di Milano col suo nobile figlio.

PROSPERO

a parte.

Il Duca di Milano con la sua

più nobile figliuola ti potrebbe

smentir, se lo credesse. A prima vista

si son scambiati i loro sguardi. O dolce

Ariel, sarai libero per questo!

A Ferdinando.

Signore, una parola, con i vostri

discorsi io temo non vi siate fatto

qualche danno. Ascoltate: una parola.

MIRANDA

da sè.

Perchè mio padre sì scortesemente

gli parla? È questo il terzo essere umano

ch'io vidi mai, ma il primo per il quale

io mi sospiri. La pietà sospinga

mio padre dalla mia parte.

FERDINANDO.

Se siete

vergine ancora e il vostro cor non sia

impegnato, di Napoli regina

io vi farò!

PROSPERO.

Piano, signore, ancora

una parola!

A parte.

Entrambi sono presi

da uno stesso potere, ma bisogna

questi rapidi eventi ritardare

perchè una troppo facile vittoria

non renda il premio troppo lieve.

A Ferdinando.

Ancora

una parola: ascoltami, t'impongo

di seguirmi. Tu, certo, usurpi un nome

che non è il tuo: come una spia venisti

in quest'isola e tenti d'usurparla

a me che sono il suo sovrano.

FERDINANDO.

No!

come è vero ch'io sono un uomo!

MIRANDA.

Nulla

di male può abitare un simil tempio.

Se dimora sì bella avrà il cattivo

spirito, i buoni spirti cercheranno

di abitarla con lui.

PROSPERO.

Seguimi!

A Miranda.

Smetti

di chieder grazia! È un traditore.

A Ferdinando.

Vieni!

Il collo ai piedi t'incatenerò,

l'acqua del mar sarà la tua bevanda,

conchiglie d'acqua dolce avrai per cibo

e disseccate radiche ed i gusci

delle ghiande. Su, vieni!

FERDINANDO.

No! Che prima

di subir tale trattamento voglio

aspettare un nemico più possente.

Sfodera la spada e resta immobile per incanto.

MIRANDA.

O caro padre nol tentar con prova

troppo imprudente: è nobile e non è

timido!

PROSPERO.

Cosa? Il mio piede diventa

mio maestro?

A Ferdinando.

Rinfodera la spada,

traditore che tenti di colpire

ma che non osi, tanto la certezza

di tua colpa ti aggrava. Smetti dunque

di stare in guardia! Con la mia bacchetta

io posso disarmarti e far cadere

la tua spada.

MIRANDA.

Vi supplico, o mio padre!

PROSPERO.

Via di qua, non appenderti alle mie

vesti.

MIRANDA.

Pietà, signore, io sarò il suo

ostaggio!

PROSPERO.

Basta! Ancora una parola

e mi cruccerò teco, per non dire

che ti odierò. Per simile impostore

guarda quale avvocato! Zitta! Credi

forse che non ci sieno altre figure

come questa, perchè non ne vedesti

all'infuori di Calibàno e della

sua? Folle bimba, al paragone d'altri

uomini, Calibàno egli è; son tutti

angeli al suo confronto.

MIRANDA.

Umili molto

son dunque i sentimenti miei: non cerco

di vederne migliori.

PROSPERO.

Or dunque, andiamo.

Obbedisci! I tuoi nervi son di nuovo

in infanzia e non hanno più vigore.

FERDINANDO.

Ed infatti è così! Tutti i pensieri

come in un sogno son paralizzati.

La morte di mio padre, la stanchezza

ch'io sento, e quella perdita di tutti

gli amici miei, per fino le minacce

di quest'uomo a cui sono sottomesso,

saranno lievi cose a me se dalla

mia prigione potrò solo una volta

al giorno, contemplar questa fanciulla.

La libertà tenga ogni più riposto

angolo della terra: in tal prigione

avrò spazio bastante.

PROSPERO.

da sè.

Bene!

A Ferdinando.

Andiamo!

Da sè.

Buon Ariele, ben oprasti!

A Ferdinando.

Andiamo!

Ad Ariele.

Ascolta quel che devi fare.

MIRANDA.

Abbiate

coraggio: assai migliore è il padre mio

di quel che il suo parlar non lo dimostri.

Quello che ha fatto è fuor del suo costume.

PROSPERO

ad Ariele.

Tu libero sarai siccome il vento

delle montagne, ma il comando mio

in ogni punto devi esattamente

adempiere!

ARIELE.

Alla lettera!

PROSPERO

A Miranda.

Su, via

seguimi e non parlarmi in suo favore.

ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Un'altra parte dell'isola.

Entrano ALONZO, SEBASTIANO, ANTONIO, GONZALO,

FRANCESCO, ADRIANO, ARIELE.

GONZALO.

Ve ne prego, o signor, siate contento:

per voi come per noi c'è ben ragione

d'essere lieti: poi che di gran lunga

la salvezza ogni perdita sorpassa.

È comune il dolor nostro: ogni giorno

la moglie di un marino, l'armatore

di un mercantile ed il mercante stesso

hanno un egual dolore. In quanto al nostro

miracolo--che tale è l'esser salvi,--

fra milïoni d'uomini ben pochi

posson parlare come noi. Ponete

dunque sulla bilancia, o mio buon sire,

la tristezza e il piacere.

ALONZO.

In grazia: basta!

SEBASTIANO.

Riceve le consolazioni come una minestra fredda.

ANTONIO.

Il consolatore non lo lascerà per così poco.

SEBASTIANO.

Guardatelo: sta caricando l'orologio della sua intelligenza.

Fra poco, suonerà.

GONZALO.

Sire....

SEBASTIANO.

E una: parla.

GONZALO.

Quando ogni afflizion che si presenta

in tal maniera, al suo ospite apporta....

SEBASTIANO.

Un dollaro.

GONZALO.

Un dolore: è giusto. Avete parlato meglio di quel che non

credevate.

SEBASTIANO.

E voi lo avete interpretato meglio di quello che non mi

fossi proposto.

GONZALO.

Ed è perciò, signore mio....

SEBASTIANO.

Uff! Come è prodigo della sua lingua!

ALONZO.

Ti prego,

risparmiami.

GONZALO.

Ho finito. Ma pertanto....

SEBASTIANO.

Continuerà a parlare.

ANTONIO.

Scommettiamo: chi gracchierà prima, lui o Adriano?

SEBASTIANO.

Sarà il vecchio gallo.

ANTONIO.

Sarà il galletto.

SEBASTIANO.

Accettato. E la posta?

ANTONIO.

Una risata.

SEBASTIANO.

Tengo.

ADRIANO.

Se bene quest'isola sembri deserta....

SEBASTIANO.

Ah! ah! ah! ah! -- Eccovi pagato.

ADRIANO.

.... inabitabile e quasi inaccessibile....

SEBASTIANO.

Pure....

ADRIANO.

.... pure....

ANTONIO.

Non poteva tralasciarlo.

ADRIANO.

.... pure sembra che debba essere di clima leggero, sottile

e di delicata temperanza.

ANTONIO.

Temperanza era infatti una delicata donzella.

SEBASTIANO.

Già: e sottile anche, come l'ha saggiamente annunciato.

ADRIANO.

L'aria alita sopra di noi molto dolcemente.

SEBASTIANO.

Come se avesse polmoni e--per di più--marci.

ANTONIO.

O come se fosse profumata da una palude.

GONZALO.

Qui c'è ogni cosa giovevole alla vita.

ANTONIO.

Giusto: salvo però la maniera di vivere.

SEBASTIANO.

Di questa ce n'è poco o punto.

GONZALO.

Come l'erba apparisce folta e rigogliosa! E come è verde!

ANTONIO.

Il suolo però è gialliccio.

SEBASTIANO.

Con una punta di verde.

ANTONIO.

Non si è sbagliato di molto.

SEBASTIANO.

No: non fa che sbagliare intieramente la verità.

GONZALO.

Ma la rarità di tutto ciò, che è quasi oltre ogni

credere....

SEBASTIANO.

Come tante altre notorie rarità....

GONZALO.

.... è che le nostre vesti, bagnate dal mare come furono,

hanno non ostante conservato la loro freschezza e il loro

splendore e sono più tosto rinnovate che macchiate

dall'acqua salata.

ANTONIO.

Ma se una delle sue tasche potesse parlare, non direbbe

forse che mentisce?

SEBASTIANO.

Già: o per lo meno s'intascherebbe molto falsamente la sua

affermazione.

GONZALO.

Mi sembra che le nostre vesti siano così fresche come il

giorno che le indossammo per la prima volta, in Africa, al

matrimonio della figlia del Re, la gentile Claribella, col

Re di Tunisi.

SEBASTIANO.

Fu un bel matrimonio, che ci ha profittato molto nel

ritorno!

ADRIANO.

Tunisi non era mai stata onorata, prima di adesso, con un

modello di perfezione simile alla sua Regina.

GONZALO.

No: dal tempo della vedova Didone.

ANTONIO.

Vedova? La peste a lei! Come c'entra questa vedova? La

vedova Didone!

SEBASTIANO.

E così? Se egli avesse anche detto il "Vedovo Enea", Signore

Iddio, come ve la prendete, per questo!

ADRIANO.

Vedova Didone, avete detto? Ora mi ci fate pensare: ella era

di Cartagine, non di Tunisi.

GONZALO.

Questa Tunisi, o signore, era un tempo Cartagine.

ADRIANO.

Cartagine!

GONZALO.

Ve lo assicuro: Cartagine.

ANTONIO.

La sua parola val più di un'arpa miracolosa.

SEBASTIANO.

Egli ha innalzato le muraglie e le case tutte insieme.

ANTONIO.

Che cosa impossibile sta ora per rendere facile?

SEBASTIANO.

Suppongo che si porterà via quest'isola in tasca e che la

darà a suo figlio come una mela.

ANTONIO.

E che ne butterà i semi in mare per far nascere altre isole!

ALONZO.

Che c'è?

ANTONIO.

Arriva in buon punto.

GONZALO.

Sire, dicevamo che le nostre vesti sono fresche come quando

eravamo a Tunisi, per il matrimonio di vostra figlia, ora

regina.

ANTONIO.

E la più rara che sia mai veduta là.

SEBASTIANO.

Eccettuata, vi prego, la vedova Didone.

ANTONIO.

O la vedova Didone! Già: vedova Didone!

GONZALO.

Non è forse, sire, il mio giustacuore fresco come il primo

giorno che lo indossai? Intendo, sotto un certo punto di

vista....

ANTONIO.

Ecco un "punto di vista" pescato opportunamente.

GONZALO.

.... quando lo indossai al matrimonio di vostra figlia?

ALONZO.

M'impinzate le orecchie con parole

oltre la fame dei miei sensi. Il cielo

volesse ch'io mia figlia non avessi

maritato costà: chè nel ritorno

ho perduto mio figlio e se non erro,

ora che dall'Italia ella è sì lunge,

io non potrò più rivederla. O erede

di Milano e di Napoli, di quale

strano pesce sarai stato pastura?

FRANCESCO.

Sire, forse egli è vivo. Io l'ho veduto

domare l'onde e cavalcarne il dorso.

Egli sottometteva l'acque e d'ambo

i lati respingea quei loro attacchi

nemici e le più aspre ondate contro

di lui sospinte a sè stringea. L'ardita

fronte oltre i flutti irosi sollevando

con buone braccia in vigorosi colpi

remigava così verso la costa

che, dal flutto minata, reclinava

sopra lui, quasi ad aiutarlo. Salvo

giunse a terra.

ALONZO.

No, no, perito è certo.

SEBASTIANO.

La Tempesta · 第 1 / 5 段