Che! che! Non rispondere è una cosa grossolana,
discutere è una debolezza. Chi accetta la
discussione ammette di poter aver torto e di
doverlo riconoscere. Io non voglio.
GIULIO.
Diavolo! ma è difficile.
RANETTI.
Perchè? Quando c'è stato il colera avete visto se
me ne impippavo del pericolo, ma pigliarmi del
villano e una sciabolata, è cretino. Se il tenente
vuol venire all'erba con due bastoni ci sto. Pari,
pari. Ma non sono abbastanza ben vestito per la
cavalleria.
GIULIO.
Cosa vuoi che ti dica? io credo che Fabrizio non
ne vorrà sapere.
SCENA SESTA.
MARTA e detti.
MARTA.
L'avvocato Fabrizio non è in casa, non è nemmeno
andato a far colazione.
GIULIO.
Va bene.
Marta via.
SCENA SETTIMA.
Detti meno MARTA.
GIULIO.
Sarà dal dottor Brusio per quella causa.
RANETTI.
No, quella causa non si fa.
GIULIO.
Rubbo ha tirato fuori i quattrini?
RANETTI.
Ha pagato. Non tutto in contanti, ma.... Una
cambiale di 8000 lire del conte Arcieri.
GIULIO.
Il padre?
RANETTI.
S'intende.
GIULIO.
E il dottore l'ha accettata?
RANETTI.
Me lo domandi? con una buona firma!
GIULIO.
Per Dio! non so che buona firma abbia potuto
trovare quello spiantato!
RANETTI.
Come non sai? La tua!
GIULIO.
La mia?!
RANETTI.
Tu non hai firmato una cambiale del conte?
GIULIO.
Io non ho mai firmato cambiali in vita mia. Chi
t'ha detto questo?
RANETTI.
L'ho veduta un'ora fa.
GIULIO.
Colla mia firma?
RANETTI.
Diavolo! la conosco eh?
GIULIO.
Ma è falsa!
RANETTI.
Eh!
GIULIO.
È falsa! Ah! per esempio lo mando in galera
dritto. La mia firma tu hai veduto?
RANETTI.
Ma se ti dico....
GIULIO.
Ah questa!
RANETTI.
Anzi il dottore sapendo che abbiamo venduto i
mulini, contava....
GIULIO.
Ma è falsa, è falsa.... io non pago se mi
indorassero. Canaglia! in galera lo mando.
RANETTI.
Mi spiace per suo figlio.
GIULIO.
Pensa bene a quello che dici, Ranetti, tu oggi
avevi la testa via.
RANETTI.
Che? per il duello? non ci pensavo nemmeno: ma ti
dico una cambiale di 8000 lire avvallata Giulio
Scarli.
GIULIO.
Ma capisci bene se io.... 8000 lire! Come mai il
Dottore ha potuto credere?...
RANETTI.
Chi è che va a pensare ad un falso! D'altronde tu
sei tanto amico del figlio che potevi
benissimo.... Io stesso quando ho visto il tuo
nome, ho pensato: ecco uno dei bei regali
dell'amicizia! E mi son detto: Giulio si fida!
GIULIO.
Mi fido! Certo mi fiderei di Fabrizio!
RANETTI.
Denari e donne non fidarsi di nessuno!
GIULIO.
Sì, va', lascia le sentenze ora. Fabrizio non
c'entra. L'essenziale è che io non riconosco la
firma, e che il dottore lo deve sapere sul
momento.
RANETTI.
Bisognerà provare.
GIULIO.
Oh le firme false si conoscono. Vieni con me,
andiamo dal Dottore.
RANETTI.
Bada che quello non ci mette tempo in mezzo. Va
dal Procuratore del Re, dritto.
GIULIO.
Ebbene ci vada.
RANETTI.
E Fabrizio?
GIULIO.
Povero ragazzo!
RANETTI.
Può pagare?
GIULIO.
Mai più!
RANETTI.
Allora è un processo.
GIULIO.
Oh!
Siede accorato.
RANETTI.
Capirai che col padre accusato di falso e
condannato, la sua carriera è bell'e finita. È
certo che se non pagate nè tu, nè lui, il Dottore
non è tenero, il processo lo fa.
GIULIO.
Povero ragazzo!
RANETTI.
Ma non mi hai detto che ha una pensione di 2000
lire?
GIULIO.
È vero!
RANETTI.
Allora può trovare.
GIULIO.
Sì sì sì. Non ci pensavo. Già con quelli può
rispondere.
RANETTI accomiatandosi.
Se lo vedo te lo mando.
GIULIO.
Sì, 8000 lire eh?
RANETTI.
Otto mila.
GIULIO.
Bene--ora vai--lasciami. Inutile che ti raccomandi
il segreto.
RANETTI.
Oh!--E per il mio affare?
GIULIO.
Quale?
RANETTI.
La sfida!
GIULIO.
Se tu potessi scusare senza di me? Vedi bene?
RANETTI.
È perchè tu sei il Presidente del Circolo.
GIULIO.
Signore Iddio!
RANETTI.
Abbi pazienza!
GIULIO.
A che ora è l'appuntamento?
RANETTI.
Alle cinque al Circolo.
GIULIO.
Sono le tre. Ci sarò.
RANETTI.
E se incontro Fabrizio te lo mando.
GIULIO.
No... non gli dir nulla. E va' via--lasciami
pensare--va' via.
RANETTI.
Addio!
Scampanellata violenta.
Questo è Fabrizio e sa tutto: si sente dalla mano.
GIULIO.
Non una parola.
RANETTI.
Siamo intesi eh? Non mi batto.
Via.
SCENA OTTAVA.
FABRIZIO e GIULIO.
FABRIZIO.
Tu hai firmato una cambiale di mio padre?
GIULIO.
Chi ti ha detto?
FABRIZIO.
Lo sai già! Ranetti è venuto ad avvertirtene. Non
ci ha creduto nemmeno lui! Sono disonorato!
GIULIO.
Ma no, Ranetti non è venuto per questo.
FABRIZIO.
Non importa! sono disonorato!
GIULIO.
E quando l'avessi firmata?
FABRIZIO.
Non è vero.
GIULIO.
Ma se....
FABRIZIO.
Non è vero, non è vero. Non cercare d'ingannarmi.
Me l'avresti detto. Prima di tutto non l'avresti
firmata. Tu non metteresti il tuo nome d'accanto
a... E poi me lo avresti detto. E va bene! Sono il
figlio di un falsario.
GIULIO.
Fabrizio!
FABRIZIO.
Oh! non mi fa nemmeno meraviglia, guarda! Non ho
visto la cambiale, ma appena il Dottore mi ha
detto che aveva la tua firma, ho pensato subito: è
falsa! Subito! Come alla cosa più naturale del
mondo! Lui stesso stamattina.... ora capisco!...
Mi rincresce che è il tuo nome di mezzo!
GIULIO.
Senti, Fabrizio.... non l'ho firmata, è vero, è
inutile ingannarti. Tu resti quello che sei e
nessuno conosce nulla. Dunque tutto si riduce alla
perdita del denaro... che è una cosa gravissima.
FABRIZIO.
Oh!
GIULIO.
No--gravissima, lascia stare. Ad ogni modo nel
male non è il peggio danno. Questione di trovarli.
FABRIZIO.
Per questo....
GIULIO.
Faremo così. Tu mi passi una scrittura d'obbligo
con cui vincoli in mio favore per quattro anni la
rendita....
FABRIZIO.
Ma....
GIULIO.
Lasciami finire.
FABRIZIO.
Spero di aver provveduto.
GIULIO.
Bene, mi dirai dopo le tue combinazioni; adesso
sta' a sentir le mie. Tu sei più agitato di me,
dunque c'è probabilità ch'io ragioni meglio. Tu
vincoli in mio favore per quattro anni la pensione
di due mila lire che ti passa il Maraschi; di più,
siccome io non sono un signore, ti obblighi di
pagarmi l'interesse del 5 per cento. I tuoi
guadagni te lo permettono. D'altronde questo andrà
sempre scemando. E io riconosco la firma e pago.
FABRIZIO.
Grazie--no!
GIULIO.
Nota che non devo ricorrere a nessuno per avere i
quattrini. Ranetti mi ha portato stamane undici
mila lire di mia parte per l'affare dei molini che
tu conosci. Dunque li ho.
FABRIZIO.
Grazie, ma è già fatto. Ho già quasi disposto e
avrò la somma domani.
GIULIO.
In che modo?
FABRIZIO.
Una combinazione. Ti assicuro....
GIULIO.
Ti rincresce che paghi io? ma io ti do la somma.
FABRIZIO.
Non è questo: ti dico che ho trovato.
GIULIO.
E dimmi anche come. Se esiti è segno che è un
carrozzino. So bene che non mancheresti di fiducia
in me.
FABRIZIO.
Ho realizzato il capitale.
GIULIO.
Del tuo vitalizio?
FABRIZIO.
Sì.
GIULIO.
Con Maraschi? Maraschi ha acconsentito?
FABRIZIO.
Sì.
GIULIO.
Quanto ti dà?
FABRIZIO.
Più di quanto mi occorre.
GIULIO.
Per Dio! lo spero bene! Ti occorrono otto mila
lire!
FABRIZIO.
Me ne dà dodici.
GIULIO.
Dodici mila lire per un vitalizio di due mila! Con
un giovane di 28 anni; robusto che ha 30 anni di
vita, a dir poco, davanti a sè. E lui te ne paga
sei! Che ladro!
FABRIZIO.
Ti prego di non insistere.
GIULIO.
Hai un bel pregare! Sei matto!
FABRIZIO.
L'importante è di pagare.
GIULIO.
Subito che pago io.
FABRIZIO.
Non voglio debiti.
GIULIO.
Dal momento che sei sicuro di rendermeli.
FABRIZIO.
Potrei morire.
GIULIO.
Prima di quattro anni?
FABRIZIO.
Chi lo sa! Tu hai famiglia.
GIULIO.
Ebbene facciamo così. Tu possiedi ancora quella
bicocca a Gardena.
FABRIZIO.
Quattro muraglie.
GIULIO.
Quattro muraglie che sono una casa. Pastòla te
l'ha voluta comprare.
FABRIZIO.
E non volli disfarmene.
GIULIO.
In tua vita. Ma se devi morire prima di questi
benedetti quattro anni.
FABRIZIO.
Guarda, Giulio, ho appuntamento con Maraschi. Ti
ringrazio di quello che vuoi fare per me. Non ne
dubitavo. Lascia che ne esca a modo mio. Non sono
un ragazzo.
GIULIO.
Ma sì che lo sei e caparbio. È così assurdo quello
che fai, che.... ci dev'essere qualche ragione che
non vuoi dire, perchè non viene in mente a
nessuno. Nemmeno se ti offrissi un patto
disonorevole. Eviti perfino di guardarmi: si
direbbe che ti pesa accettare un piccolo servizio.
FABRIZIO.
Sono già troppi.
GIULIO.
Ah! è per questo? Bada, questo è il ragionamento
degl'ingrati. D'altronde, che servizio ti ho reso?
FABRIZIO.
Mi hai accolto, mi hai ospitato, mi hai dato da
lavorare, hai spartito con me i tuoi guadagni....
GIULIO.
Oh! oh! Come li conti! sì che ne tieni registro!
FABRIZIO.
Ebbene sono orgoglioso; non voglio che la
gente....
GIULIO.
Che ci ha vedere la gente? Vieni qui, vieni qui:
oggi non puoi ragionare a segno. Ma appunto per
questo devo supplire io. È naturale che ora in te,
ferito così nella tua dignità e nella tua
fierezza, l'orgoglio s'inacerbisca e che
t'ingrossi le cose... E mettiamo, puoi anche
credere che io colpito dalla gravità e
dall'urgenza del pericolo, abbia pensato un
provvedimento fuori di luogo. Ebbene, sentiamo una
terza persona che non sia al fatto.
FABRIZIO.
Ma....
GIULIO.
Non un estraneo. Guarda, chiamo mia moglie!
FABRIZIO prontissimo.
No!
GIULIO.
Essa è di buon consiglio e conosce le tue
condizioni.
FABRIZIO.
No, no!
GIULIO.
Abbiamo parlato insieme tante volte dei tuoi
affari... tu stesso....
FABRIZIO.
Non voglio.
GIULIO.
Oh non temere, non dico parola della cambiale.
Essa non saprà mai. Le faccio il quesito.
Va verso il fondo.
FABRIZIO.
No--no, Giulio! te lo proibisco!
GIULIO.
Ma sei pazzo!
Chiama.
Emma! Emma!
FABRIZIO per partire.
Addio!
GIULIO trattenendolo.
Ah no! Stai qui.
Pausa.
Lo senti eh! che ti darà torto? Vedrai, alle prime
parole! È così evidente!
SCENA NONA.
EMMA e detti.
EMMA.
Mi hai chiamato?
FABRIZIO.
fa un rapido movimento verso Emma.
GIULIO interponendosi.
No, no, no! Non prevenirla. Essa non deve sapere!
GIULIO è in mezzo, EMMA a destra,
FABRIZIO a sinistra.
EMMA impaurita.
Che cos'è?
GIULIO.
Vogliamo sentire la tua opinione....
A Fabrizio.
Di' pur tu se vuoi.
FABRIZIO.
È inutile, non accetto.
GIULIO.
Allora parlerò io. Fabrizio deve pagare domani una
somma di otto mila lire. Non l'ha naturalmente. È
un debito d'impegno che gli ha fatto suo padre.
Per procacciarsele ha pensato di realizzare il
capitale di una pensione che gli deve passare
Maraschi. Ma il Maraschi che è un ladro, offre
dieci per quello che vale trenta.
FABRIZIO.
Come vuoi che una signora....
GIULIO.
Oh Emma sa fare i conti benissimo. Io gli ho
offerto la somma.
FABRIZIO.
E io non voglio.
GIULIO.
In prestito, bada. Tu sai che stamane Ranetti mi
ha portato.... Cogl'interessi. Che ne dici tu?
EMMA.
Ma non saprei... è una questione... come posso
io?...
FABRIZIO.
Ma sicuro!
GIULIO.
In prestito ti dico--per impedirgli di fare un
carrozzino.
EMMA.
Capisco, ma....
GIULIO.
Ma?...
FABRIZIO.
Vedi che essa pure.... È così imbarazzante questo
discorso.
GIULIO a Emma.
Tu non trovi?
EMMA.
Che vuoi? Il miglior giudice è lui. Se non
crede... avrà i suoi motivi.
GIULIO.
Fuori questi motivi.
FABRIZIO.
Li ho detti.
GIULIO.
Delle assurdità--e tu Emma?
FABRIZIO.
Ah adesso hai visto!
GIULIO.
Lascia, lascia, ero così lontano da aspettarmi.
EMMA.
Non vorrà che la gente....
GIULIO.
Anche tu l'hai colla gente! È strano che ti
vengano in mente delle obbiezioni che io non avrei
mai sognato. In un affare fra noi due, che ci ha
che vedere la gente?
FABRIZIO.
Si saprà che ho pagato.... si sa che non li ho....
se non dimostro dove li ho presi....
GIULIO.
Li hai presi da me--andremo dal notaio, se vuoi.
FABRIZIO.
Ecco... e diranno....
GIULIO.
Che siamo amici.
EMMA.
Per te stesso.
GIULIO.
Per me? Cosa possono dire di me?
FABRIZIO.
No--ma....
GIULIO.
Cosa possono dire di me? Che faccio per lui quello
che lui farebbe per me. Tu non credi?
A Fabrizio che vuole interrompere.
Lascia!
A Emma.
Tu non credi che Fabrizio?...
EMMA.
Sì certo.
GIULIO.
E dunque? Un aiuto di questo genere è vergognoso
per chi lo accetta, e ridicolo per chi lo dà,
solamente se è immeritato.
FABRIZIO.
Giulio!
GIULIO.
Ti prego di lasciarmi dire. Parlo con lei. Vattene
se vuoi.
Ad Emma.
Proprio tu stai dalla sua? E senza esitare un
momento, così risolutamente. Bisogna dire ch'io ho
perduta la testa, perchè la cosa mi pare così
chiara! Bisogna dire che sia una fissazione. Sarà
una fissazione. Spiegati, Emma.
EMMA.
Non dico mica la mia opinione--io sono una povera
donna.... capisci?... cerco d'indovinare
quello.... che.... egli....--Probabilmente
Fabrizio penserà che tu hai famiglia.
GIULIO.
Sì--me l'ha già detto anche lui! Tu ripeti quello
che m'ha detto lui.
EMMA.
È certo che non gli puoi imporre....
GIULIO.
I miei servigi eh? Di' la parola anche tu: che
sono già troppi!
EMMA.
No... ma se il suo orgoglio....
GIULIO.
Quello che è certo si è che se vi foste intesi
prima non andreste più d'accordo.--Oh Emma! non
senti com'è ingeneroso?
FABRIZIO.
Ma vedi come metti la questione fuori di posto!
GIULIO.
È così poco naturale.
FABRIZIO violentissimo.
Basta insomma!
GIULIO.
Basterà, basterà.--Hai un tono! Basterà. Non mi
hai mai parlato con quell'accento.
FABRIZIO.
Perdonami. Ma d'altronde è un affar conchiuso.
GIULIO.
Ah! Avevi detto: quasi.
FABRIZIO.
Avrò sbagliato; sai in che stato ero.
GIULIO.
Sì, sì, e anche adesso sei in uno stato... e anche
Emma.
FABRIZIO.
È naturale che essa....
GIULIO.
Oh non hai da giustificarla. Ti dura il mal di
testa eh?
EMMA.
Sì.
FABRIZIO.
Ma guarda! Lasciamola, parleremo poi.
GIULIO.
Oh no! se è conchiuso. Questo argomento taglia la
testa al toro, perchè avrai già scritto eh? Cogli
usurai se non si scrive!...
FABRIZIO.
Ho scritto.
GIULIO.
Oh bene! D'altronde se il ricevere un beneficio da
me ti disonora....
FABRIZIO.
Non ho detto....
GIULIO.
Ma sì... e anche Emma la pensa così. Quello che mi
fa meraviglia è che tu abbia avuto tempo... perchè
il debito lo hai conosciuto un'ora fa.
FABRIZIO.
Ne avevo già parlato prima.
GIULIO.
Con Maraschi?
FABRIZIO.
Sì.
GIULIO.
Prima di averne bisogno?
FABRIZIO.
Perchè voglio andar via.
GIULIO.
Ah!
FABRIZIO.
Sai che già ti avevo accennato....
GIULIO.
In nube sì--ed ora hai deciso?
FABRIZIO.
Non posso più star qui. Mio padre mi perseguita.
Parto domani.
GIULIO.
E non me lo dicevi?
FABRIZIO.
Oh! te lo avrei detto!
GIULIO.
Al momento di salire in diligenza.
FABRIZIO.
Contavo di parlartene oggi. La signora Emma lo sa.
GIULIO colpito.
Tu lo sapevi?
EMMA.
Sì.
GIULIO.
Da quando?
FABRIZIO.
Da stamattina.
GIULIO.
Fabrizio ti aveva detto stamattina....
FABRIZIO.
La signora Emma aveva avuto incarico da mio
padre....
GIULIO.
Rispondi sempre tu quando interrogo mia moglie.
Temi che si confonda?
FABRIZIO.
No, ma sembri un giudice istruttore!
GIULIO.
In caso, è indubitato che voi altri sembrate
due....
FABRIZIO.
Che pensi?
GIULIO.
Non ho detto la parola! Non so quello che penso.
Delle cose informi. Vedo confusamente....
A Emma.
Tu stamattina hai parlato con Fabrizio,
dell'incarico avuto da suo padre?
EMMA.
Sì.
GIULIO.
Perchè chini la testa? Gli hai fatta la proposta
di sposare la figlia di Rubbo?
FABRIZIO.
Certo!
GIULIO.
Non affrettarti a confermare tu--tu non sai quello
che fai.
FABRIZIO.
Perchè?...
GIULIO ad Emma.
Gli hai fatto la proposta?
EMMA.
Sì.
GIULIO.
Ricordati però che mezz'ora fa, qui, hai detto di
no.
EMMA.
Io!
GIULIO.
Mi hai detto che Fabrizio s'era trattenuto due
minuti appena.
FABRIZIO.
Infatti....
GIULIO.
Infatti ha mentito!--Perchè hai mentito, Emma? Ci
dev'essere una ragione. Non me la puoi dire? È la
prima volta che tu mentisci ch'io sappia..., ch'io
sappia, bada! Perchè sono così credulo io!
Atterrito.
Lo vedi bene quello che penso, lo vedi bene, Emma?
Dimmi di no--dimmi di no--Emma! Per carità! Emma!
Le si avvicina supplichevole.
FABRIZIO interponendosi rapido.
Giulio!
GIULIO.
Che fai? La difendi! Parola d'onore che hai l'aria
di difenderla. Essa può dunque temere?
Imperioso.
Va' via.
EMMA.
Ah!
Cade ginocchioni.
FABRIZIO.
Giulio!
GIULIO.
Via dalla mia casa!
FABRIZIO.
Ti giuro che essa....
GIULIO terribile.
Va' via!
FABRIZIO via.
GIULIO cade piangendo sopra una sedia.
Ah! ah! ah! ah!
_Cala la tela._
ATTO TERZO.
La stessa scena dei precedenti.
SCENA PRIMA.
RANETTI, MARTA e poi GIULIO.
RANETTI è in scena aspettando.
MARTA entra dallo studio.
C'era poi e non si era mosso!
Via.
GIULIO.
Ah sei tu? Cosa vuoi?
RANETTI.
Ho bussato per un quarto d'ora alla porta del tuo
studio.
GIULIO.
Non ho sentito.
RANETTI.
Hai la faccia stravolta e gli occhi grevi come uno
che ha dormito. Anche a me succede spesso di fare
un pisolino sulle carte. Dormivi?
GIULIO.
No, lavoravo. Facevo la comparsa conclusionale per
la causa degli eredi Morèna.
RANETTI.
Per Dio come c'eri dentro! Ho picchiato tanto!
GIULIO.
È una bella questione.
RANETTI.
E così tu servi gli amici? Tu badavi alle
comparse.
GIULIO.
Che dovevo fare?
RANETTI.
E io aspetta al Circolo! GIULIO.
Oh! sono già le cinque?
RANETTI.
Sono le sei. E non mi hai nemmeno mandato
Fabrizio.
GIULIO.
Ah Fabrizio! Non l'ho veduto.
RANETTI.
Come? Se ero qui quando è venuto.
GIULIO.
Ah già! Ma guarda! Scusa un po' eh? Ho la
testa.--Andiamo allora.
RANETTI.
Dove?
GIULIO.
Al Circolo.
RANETTI.
Oh sì adesso. È tutto accomodato. Ti aspettavo là
per dirtelo.
GIULIO.
Oh bravo!
RANETTI.
Il colonnello l'ha saputo. Non glie l'ho detto io
veh! Ma Béssola avea visto gli ufficiali entrare a
casa mia. La questione era nata.... ti ricordi? te
l'ho detto stamattina.... la storia delle
farfalle.... che Béssola....
GIULIO come trasognato.
Già. La madre di Béssola era una francese.
RANETTI.
E questo, cosa ci ha a che fare?
GIULIO.
Nulla, così. Si sente una parola e la testa
lavora.... eh! eh!...
RANETTI.
Béssola era sulla bottega di Pastone il ceraio che
è proprio dirimpetto alla mia porta di casa: sai
che fa l'asino colla moglie di Pastone, quella
bionda....
GIULIO fisso in qualche idea che gli sta in
mente.
Eh! eh! eh!
Ride.
RANETTI.
Quando ha visto entrare gli ufficiali....
GIULIO c. s.
Pastone è un cattivo soggetto.
RANETTI.
Sì. Un po' ladro, un po' cane, ma....
GIULIO.
E sua moglie lo tradisce lo stesso. eh! eh! eh!
Ride.
RANETTI.
Mi stai a sentire?
GIULIO.
Sono tutto orecchi, mio caro. Racconta.
RANETTI.
Adesso mi hai imbrogliato. Dov'ero?
GIULIO sempre ridendo.
Tu credi che si diano degli appuntamenti? eh! eh!
eh!
RANETTI.
Sei molto allegro!
GIULIO.
Sì: è la primavera.
RANETTI.
Béssola ha capito che venivano per la quistione
del Cotillon, e fila al Circolo a portar la
notizia! Al Circolo c'era il colonnello che è una
perla d'uomo!
GIULIO.
Scapolo eh?
RANETTI.
No, Chinese, decorato dell'Ordine di Brama Putra.
GIULIO.
Che dici?
RANETTI.
Rispondo a segno come tu domandi. Se vuoi farmi
dire.... avanti.... musica!... tu batti, io
ripicchio e andiamo d'accordo.
GIULIO.
Seguita, va'.
RANETTI.
È bell'e finito. Il colonnello s'informò, chiamò
gli ufficiali, mandò a cercare di me, poi ci
raccolse tutti a casa sua.... c'era anche il
tenente Rovi, un bravo ragazzo! Se tu sentissi
come imita Ferravilla! sai, quell'attore milanese.
Io non ho mai sentito Ferravilla, ma.... tale e
quale. Il colonnello mi dimandò: Cosa vuole lei
dal tenente Rovi? Io gli risposi: Non voglio
niente, ne ho già avuto; mi ha dato del
villano.--E lei cosa vuole dal signor Ranetti? Mi
ha preso per un braccio.--Bene, lo preghi di darle
la mano e lo prenda per la mano. E fu lì che
stringendomela, il tenente ha detto una frase....
non mi ricordo.... in milanese, ma così buffa, che
siamo scoppiati a ridere tutti quanti. Bravi
ragazzi! Pensare che loro vanno alla guerra!
Stasera ho offerto da pranzo io.... e domani il
tenente. Voleva esser lui il primo; ma il
colonnello, sa anche il latino, ha detto: _Cedant
arma_.... Tu ci vieni?
GIULIO.
Io?
RANETTI.
Si sa! Tu certo, e vorrei anche
Fabrizio.--Fabrizio non parte mica che tu sappia?
GIULIO.
Perchè?
Subitamente attento.
RANETTI.
Ha accomodato l'affare della cambiale?
GIULIO.
Non so.
RANETTI.
Non l'hai mica pagata tu eh?
GIULIO.
No! no!
Ride.
no! no! fino lì no! eh! eh!
RANETTI.
Che hai?
GIULIO.
È un nervoso che mi piglia.
RANETTI.
Tu lavori troppo!
GIULIO.
Quando si ha la fortuna di avere una famiglia....
Ma non pago io, dillo pure. Paga lui. Ne ha.
RANETTI.
Ma paga, insomma.
GIULIO.
Oh! Io credo!
RANETTI quasi a sè stesso.
Imbarcherà il padre forse.
GIULIO insospettito.
Imbarcherà....
RANETTI.
Sì lo farà partire.
GIULIO.
Perchè?
RANETTI.
Oh ti dirò. Lo cercavo per invitarlo e sono
passato al Cannon d'oro per combinare il pranzo.
Siccome Fabrizio sta proprio lì d'accanto, ho
domandato alla padrona se lo aveva visto passare.
Mi dice: è stato qui un momento fa a ordinare una
carrozza.--Per quando?--Per subito. Una carrozza
chiusa che deve trovarsi al ponte del Vasco.
Capirai che se partisse lui, salirebbe in carrozza
all'albergo, l'ha sull'uscio di casa! Si vede che
vuole imbarcare il padre senza farsi scorgere. Non
ti ha detto nulla?
GIULIO.
No.
RANETTI.
Ma non pare anche a te?
GIULIO.
Sì, sì.
RANETTI.
È la meglio già! Che farne qui di quel mobile? Sai
che tiene in casa la Gazza, la figlia del
sagrestano del Duomo, quella che ebbe due processi
per truffa!
GIULIO segue il proprio pensiero.
È evidente.
RANETTI.
Se almeno se la portasse via, sarebbe un famoso
repulisti.
GIULIO.
Oh c'era da aspettarselo.
RANETTI.
Il repulisti? Non tanto! Se i creditori lo
sapessero non lo lascierebbero partire....
GIULIO c. s.
Perchè? Oh! se tu credi che io li trattenga! Per
me.... guarda.... padronissimi!
RANETTI guardandolo stupito.
Sai cosa ti voglio dire?
GIULIO.
Di' pure di' pure liberamente.... tanto o prima o
poi....
RANETTI.
Mi fai paura!
GIULIO.
Paura? Eppure no! non faccio paura.
Sorride tristemente.
RANETTI.
Che hai?
GIULIO.
Nulla!
RANETTI.
Tua moglie è in casa?
GIULIO.
Sì.... ci sarà ancora.
RANETTI.
Si può vederla?
GIULIO.
No, lasciala stare. Vuoi dirle che ti sembro
strano? Non t'inquietare. Sono stato due ore chino
sulle carte, ed ho un po' di sangue alla testa! Ma
l'aria mi farà bene.--Andiamo.
RANETTI.
Vieni a pranzo?
GIULIO.
Con te?
RANETTI.
Se ti ho detto! Con me e cogli ufficiali.
GIULIO.
Ah! perchè no? A che ora è il tuo pranzo?
RANETTI.
Alle sei e mezza: subito.
GIULIO.
Sicuro--va benissimo--guarda--va benissimo. Altro!
Ci staremo un pezzo eh?!...
RANETTI.
Come vorrai, ci stiamo fino a mezzanotte se ti
piace. Se sapessi dove trovare Fabrizio.
GIULIO.
Oh non verrà. Questi guai del padre lo hanno molto
colpito. È un uomo tanto delicato! Sì.... Sì.... è
meglio così. Pranzo con te.
RANETTI.
Vieni allora!
GIULIO.
Usciamo per lo studio.
RANETTI.
Non avverti in casa?
GIULIO.
Oh!
RANETTI.
Ma no.... ti aspetterebbero.... tua moglie, la
bambina.
GIULIO colpito.
Ah la bambina!?
RANETTI.
Avverto io?
GIULIO.
No--non vengo.
RANETTI.
Eh?
GIULIO.
Mi ricordo ora che ho promesso a mia madre di
portarle la bambina stasera. Mi rincresce ma non
posso. Sarà per un'altra volta.
RANETTI.
Non insisto, ma guarda, vado via inquieto.
GIULIO.
Ma no.... che pazzie?
Chiama.
Marta? Vedi? chiamo Marta perchè vesta la
bambina.... ti assicuro.
RANETTI.
Va bene, va bene! Buona sera allora.
GIULIO.
Buona sera e grazie.
SCENA SECONDA.
MARTA e detti.
MARTA.
Che vuole?
GIULIO.
Accompagna il signor Ranetti e poi vieni qui.
RANETTI.
Se tu capitassi almeno a bere un bicchiere dopo
pranzo.
GIULIO.
Chissà! Al ponte del Vasco eh?
RANETTI.
Che dici?
GIULIO.
Ah no! al Cannon d'oro!
RANETTI.
Sì. Ti aspettiamo. Guarda, il tenente Rovi ti farà
ridere come un ragazzo. Gli facciamo rifare
Ferravilla.
GIULIO.
Perchè no?
RANETTI.
A rivederci allora.
Via con Marta.
SCENA TERZA.
GIULIO poi MARTA.
GIULIO.
La bambina no.... per esempio! Ah no!
MARTA.
Sono qui.
GIULIO.
Metti il cappello a Gemma e il mantello.
MARTA.
La vuole portar fuori?
GIULIO.
Sì.
MARTA.
A quest'ora? È quasi notte. E il pranzo?
GIULIO.
Fa quello che ti dico. Pranzeremo più tardi.
MARTA.
Io venivo per apparecchiare la tavola.
GIULIO.
C'è tempo. Va'.
MARTA.
Esce anche la signora?
GIULIO.
No. Dov'è?
MARTA.
Nella sua camera. L'avverto?
GIULIO.
Gemma è con lei?
MARTA.
No. Giuoca alla bambola nel corridoio.
GIULIO.
Sei passata nella camera della signora?
MARTA.
Ci sono stata un momento fa.
GIULIO.
Che faceva?
MARTA.
Metteva ordine.
GIULIO.
Ah! Vesti Gemma. Devo condurla da mia madre.
Presto. E non dir nulla alla signora: è inutile!
MARTA.
Va bene.
Via.
SCENA QUARTA.
GIULIO solo poi GEMMA e MARTA.
GIULIO.