Cercare! Ma dunque lei crede proprio che

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GIUSEPPE GIACOSA

Tristi Amori

_Commedia in tre atti in prosa._

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1900.

ALL'AMICO

PIETRO COSTA

SCULTORE

_Giuseppe Giacosa._

PERSONAGGI.

L'AVVOCATO GIULIO SCARLI.

La signora EMMA.

Il Conte ETTORE ARCIERI.

L'Avvocato FABRIZIO ARCIERI.

Il Procuratore RANETTI.

GEMMA bambina di 5 anni.

MARTA, domestica.

La scena in una piccola Città di provincia.

_Questa commedia fu rappresentata la prima

volta a Roma dalla Compagnia Nazionale al teatro

Nazionale nella stagione di Quaresima 1888._

PROPRIETÀ LETTERARIA

I diritti di riproduzione, di traduzione e di

rappresentazione sono riservati per tutti i paesi,

non escluso il Regno di Svezia e di Norvegia.

È assolutamente proibito di rappresentare questo

dramma senza il consenso scritto dell'autore.

(_Articolo 11 del Testo unico, 17 settembre 1882_).

ATTO PRIMO.

Sala da pranzo in casa dell'avvocato Giulio.

SCENA PRIMA.

EMMA e FABRIZIO.

EMMA siede davanti al caminetto, pensosa.

FABRIZIO entra dallo studio, si guarda

attorno, viene non avvertito fin dietro di

lei, le prende la testa fra le mani, la

rovescia verso di sè e la bacia sulla bocca.

EMMA.

Mi fai morire!

FABRIZIO.

Dimmi che mi ami; dammi il buon giorno con una

parola d'amore! Dimmi che mi ami.

EMMA.

Ti amo.

FABRIZIO.

Dimmelo ancora.

EMMA.

Ti amo, ti amo, ti amo! Sei venuto, sono contenta.

FABRIZIO.

Non mi aspettavi?

EMMA.

Ti aspetto sempre!

FABRIZIO.

Stamane non dovevo venire così presto in studio. I

passi mi ci hanno portato. Ogni giorno mi dico:

non l'ho mai amata tanto! Sono salito. Non speravo

di vederti, volevo essere un momento nella casa

ove tu sei. Ma poi Giulio discorreva nel suo

gabinetto, non s'è accorto di me: ho sentito qui

il tuo passo tranquillo e lento.... Come sei

bella!

EMMA.

Mi vuoi bene?

FABRIZIO.

Ti amo.

EMMA.

Mi vuoi anche bene?

FABRIZIO.

Come facevo a vivere quando non ti amavo?

EMMA.

Mi vuoi anche bene?

FABRIZIO.

Lo sai.

EMMA.

Rispondi. Quando poi tu sei uscito, le tue parole

restano qui. Tu hai gli affari che ti distraggono,

le mie faccende mi lasciano andar via colla mente

e ascoltare la memoria. Quando sono sola ti lascio

dire, ti lascio dire, come facevo con te quella

sera lassù in montagna che tu avesti paura del mio

silenzio e io mi godevo la tua voce. Ma pensa!

Tutta la giornata! Bisogna dirmi tante cose che me

ne resti, e: tante cose vuol poi dire una cosa

sola, non è vero? e ripeterla mille volte come

un'orazione. Vai già via?

FABRIZIO.

Per forza--sono salito in furia, non mi posso

trattenere.

EMMA.

Ti rivedrò oggi?

FABRIZIO.

Non so, spero.

EMMA.

Lo sai che non sono viva quando tu non ci sei.

Stassera?

FABRIZIO.

Sì: ogni sera uscendo mi prometto di non tornarci

mai più e poi la mattina comincio a contar le ore.

Non potrei non venire, ma è un tormento!

EMMA.

E per me!

FABRIZIO.

Tu puoi tacere: sei lì china sul tuo lavoro, mi

senti vicino, mi ascolti parlare e puoi tacere e

pensare. Io devo discorrere con Giulio, badare a

quello che mi dice, sorridere, ridere, e intanto

sento il tuo sguardo e il tuo respiro che mi fanno

raccapricciare!

EMMA.

Ti ricordi prima? Che sere! Quante cose dicevano

tutte le parole! Tu lodavi la stagione e ti

sentivo dirmi il tuo amore e ti dicevo il mio

parlando della casa.

FABRIZIO.

Anche ora.

EMMA.

Sì: ma con tormento.--Che sarà di noi?

FABRIZIO.

Non pensiamo. Domenica da tuo zio?

EMMA.

Sì.

FABRIZIO.

Ti voglio anche bene.

EMMA.

Sì.

FABRIZIO.

Ma ti amo anche tanto!

EMMA.

Sì.

FABRIZIO.

Marta non è in casa?

EMMA.

No.

FABRIZIO.

Allora esco di là che Giulio non mi veda. Addio.

Via.

SCENA SECONDA.

EMMA poi GIULIO.

Un silenzio. EMMA prende certe stoviglie che

sono sulla tavola di mezzo e le mette nella

credenza.

GIULIO.

Emma, c'è di là Ranetti; gli ho offerto il

vermouth.

EMMA.

Vedi che non ho finito di assestare.

GIULIO.

Ranetti vede di peggio a casa sua.

EMMA.

Lasciami levare quei panni dal fuoco.

GIULIO.

Perchè? Dove c'è bambini si sa! il vermouth è qui

nell'armadio?

EMMA.

Sì.

GIULIO apre l'armadio, prende una bottiglia e

il cavatappi mentre Emma ripone le stoviglie.

Ranetti mi ha portato il mio dividendo nella

liquidazione dei molini. Abbiamo venduto con un

profitto insperato. Ranetti è un diavolo per

queste cose! Indovina quanto mi tocca.

EMMA.

Non so.

GIULIO.

Undici mila lire. Non dici nulla?

EMMA.

Che devo dire?

GIULIO.

Già, tu non sai il valore del denaro. Quando tre

anni fa sono entrato per tre mila lire nell'affare

dei molini tu me ne sconsigliavi. Quei denari

volevi metterli ad abbellire la casa.

EMMA.

Sono una sciupona.

GIULIO.

Ti dico questo per scusarmi di avere avuto

giudizio.

Vedendo che Emma prepara due soli bicchieri.

Due bicchieri soli?

EMMA.

Io non ne piglio. Faccio economia.

GIULIO.

Sei ingiusta.

EMMA.

Hai ragione, perdonami, ma mi farebbe male. E poi

ho da fare di là.

GIULIO.

Rimani un momento. Ranetti ha piacere di

salutarti. Lo chiamo?

EMMA.

Chiamalo.

GIULIO verso lo studio.

Ranetti.

SCENA TERZA.

RANETTI e detti.

RANETTI di dentro.

Eccomi. Come sta madama?

EMMA.

Bene, e lei?

RANETTI.

Ho incontrato la sua bambina ora per strada. Gemma

la chiamano eh?

EMMA.

Sì.

RANETTI.

Emma la madre, Gemma la figlia.

GIULIO.

Volevo chiamarla collo stesso nome di mia moglie.

Essa non ha voluto dicendo che faceva confusione:

allora ho aggiunto un G.

RANETTI.

L'iniziale del tuo nome. E che bambinona

prosperosa! Marta stentava a tenerle dietro. Va

già a scuola?

EMMA.

No, Ha cinque anni. La mando con Marta a far la

spesa per farla camminare un po'. Io non trovo mai

tempo di uscire la mattina.

RANETTI.

Si sa! una casa!

A Giulio che gli offre il vermouth.

Madama prima.

EMMA.

Grazie, non ne piglio.

RANETTI.

Le dà alle gambe? Alle signore il vermouth dà alle

gambe. A me le rinforza e ne ho di bisogno. Sono

in piedi da ieri mattina.

EMMA.

Come va?

RANETTI.

Non sa che stanotte c'è stato il ballo grande al

circolo?

GIULIO.

Chi lo direbbe il più attivo e solerte dei

procuratori? Balla tutta la notte.

RANETTI.

E sgobba tutto il giorno. Madama non mi domanda

nemmeno come è andato?

EMMA.

Com'è andato?

RANETTI.

È andato male. Oramai al circolo non si può più

ballare.

A Giulio.

Son venuto anche per parlarti di questo.

GIULIO.

A me?

RANETTI.

Non sei tu il presidente? È la solita storia. Noi

paghiamo, gli ufficiali se la godono e ci

sbeffeggiano. Il tenente dei carabinieri balla

cogli speroni. Ieri sera ha fatto un sette

nell'abito della signora Pastòla, che ci passava

il mio cappello. Pastòla vuol mandargli il conto.

L'altra sera strepitavano che essi vengono in

spalline, che noi si doveva andare in marsina.

Almeno al ballo grande dicevano. Sono andato in

giacchetta e dirigevo io. La legge in paese ce la

devono fare i forestieri? Le ragazze non hanno

occhi che per loro. Rubano ad ogni giro! I

borghesi non possono mai ballare.

GIULIO.

Sono giovani.

RANETTI.

E noi? Intanto non sposano mai e fanno delle

scenate.

GIULIO.

Uh scenate!

RANETTI.

Ma sì! Ieri sera dirigevo io. Se non si comanda la

_queue_ non c'è più ordine, non è vero? E bisogna

vociare: scelgono me per questo: quando comando

io, tremano i vetri. Ebbene ieri sera una volta

che grido la _queue_, un capitano che stava in

prima fila colla signora Sequis dice: Che

cannonata! e si tura gli orecchi. Io mormoro fra

di me, fra di me, nota bene: se alle cannonate si

turano gli orecchi! Nient'altro! Finito il

ballabile, vengono due ufficiali e mi domandano

che avessi detto. Io ho usato prudenza e ho

risposto che non ricordavo: Lei ha detto di qui

fin qui; e mi ripetono la mia frase in tono

minaccioso. Io uso prudenza e nego. Come si fa?

Battersi? Le tocco. Più tardi al cotillon....

GIULIO va all'uscio dello studio.

RANETTI.

Ti secco?

GIULIO.

No.

Guarda nello studio poi torna.

Tira innanzi.

RANETTI.

Al cotillon si faceva la figura delle farfalle:

nota che l'ho introdotta io al circolo quella

figura, e ho regalato le farfalle che avevo

fabbricato io nel retro bottega di Pasca. Sai

com'è la figura delle farfalle?

GIULIO.

Me lo immagino.

RANETTI.

Si prendono....

GIULIO.

Me lo immagino. Va' avanti.

RANETTI.

Ebbene Béssola mi avverte che c'era il tenente

Rovi che entrava sempre nella figura quando non

gli toccava. È uno sperlungone che sfonda le

cupole, naturale che le farfalle le acchiappa lui.

Béssola che è piccolo non ci arriva mai. Che

avresti fatto tu?

GIULIO.

Mah!

RANETTI.

Io adocchio e quando vedo il tenente Rovi entrare

fuori di turno, lo prego di ritirarsi. Colle buone

s'intende. Mi rispondeva di sì e seguitava. E una

volta lo prego, e due lo prego, e tre. Alla quarta

lo prendo per un braccio per tirarlo via. Si

scioglie con uno strappo e mi dà del villano, là,

forte!

GIULIO.

Oh diavolo! e tu?

RANETTI.

Io ho usato prudenza e sono andato a cena. Ma ti

avverto che al circolo si mormora contro di te. Tu

sei il presidente!

GIULIO.

Mi son già dimesso tre volte.

RANETTI.

E ti hanno riconfermato: dunque tocca a te a

provvedere. Ma le sere dei balli non ti si vede

mai.

GIULIO.

Non ci va mia moglie.

RANETTI.

E perchè, madama?

EMMA.

Non ne ho voglia.

RANETTI.

Una signora giovane! Anche di questo si mormora.

EMMA.

Non faccio del male a nessuno.

RANETTI.

L'anno passato ci veniva.

GIULIO.

Di mala voglia anche allora. Emma ha un carattere

posato, non ama trovarsi colla gente, non ama

discorrere.

RANETTI.

Oh! un'apparizione.

EMMA.

Bisogna vestirsi, far tardi.

GIULIO torna verso lo studio.

RANETTI.

Vai via?

GIULIO.

No, guardo nello studio se non è entrato nessuno.

L'ho lasciato aperto.

RANETTI.

Il tuo sostituto ama i suoi comodi.

GIULIO.

Gli avvocati non hanno dei sostituti, hanno dei

collaboratori.

RANETTI.

Oh scusi!

GIULIO.

E il mio collaboratore non è in studio perchè è

andato in pretura per conto mio.

RANETTI.

Volevo ben dire che non era il ballo la cagione

del ritardo.

GIULIO.

Perchè?

RANETTI.

Perchè il signor conte Arcieri non ci fa l'onore

di mettere i piedi al circolo.

GIULIO.

Ha altro per la testa.

RANETTI.

E poi non siamo gente del suo bordo.

EMMA si alza e fa per allontanarsi.

RANETTI.

Madama ha da fare. Leviamole l'incomodo.

EMMA.

No, volto questi panni perchè non brucino.

RANETTI.

Tanto.... la discrezione....

GIULIO.

Lascia stare la discrezione, e poichè sei un bravo

ragazzo abbi un po' d'indulgenza nei tuoi giudizî.

RANETTI.

Ho detto che il tuo collaboratore non è del nostro

ceto--un nobile!

GIULIO.

Firma: avvocato Arcieri senz'altro.

RANETTI.

Come a dire che il titolo non gli occorre

portarlo, che tutti lo dobbiamo conoscere.

GIULIO.

Se lo portasse gli fareste il rimprovero a

rovescio.

RANETTI.

Di' che non sta sulle sue!

GIULIO.

È serio, è vergognato della vita equivoca e

viziosa di suo padre.

RANETTI.

Suo padre almeno è gioviale, alla mano, pieno di

spirito.

GIULIO.

I dissoluti sono tutti così. Ma deve a mezza la

città. Il figlio in quanti incontra ha paura di

trovare un creditore.

RANETTI.

Non è obbligato a pagare.

GIULIO.

Ma paga come può. Il padre non ha più un soldo.

Campa di giuoco e di peggio. Ha dato fondo a tutto

il patrimonio del figlio. A questo non rimane che

una pensione di 2000 lire che gli deve passare

quell'usuraio di Maraschi. Ebbene non ne tocca un

quattrino, la mette tutta quanta a riturare qua e

là le buche più grosse. Questi sono fatti che

contano. Vive di quelle poche cause che gli cedo

io, ma nessuno di voi altri l'aiuta. Tu

procuratore avviatissimo, non gli hai ancora

mandato un cliente.

RANETTI.

Li mando a te.

GIULIO.

Non è la stessa cosa. Io ho una bambina e ne

possono venire degli altri. Del lavoro che viene a

me ho il dovere sacrosanto di sbrigarne io quanto

più posso. Egli stesso non ne vuol sapere: l'altro

giorno mi disse che s'accorgeva di essermi di

peso, parlava d'andar via per cercar fortuna. Ma

finchè sta qui spera di tenere in soggezione il

padre, che non le faccia troppo grosse. È una cosa

dolorosa. Altro che le farfalle del Cotillon! Vive

come un anacoreta. Si lesina il centesimo, non si

è associato al circolo per via della spesa.

Abitare col padre non può: è così poco

rispettabile quella casa! Sta a dozzina dal

cancelliere di Pretura: ha un aspetto elegante

perchè riduce e finisce di usare gli abiti smessi

di suo padre, che fa il damerino a cinquanta anni.

Ti prego poi di non andare a blaterare di queste

cose al Caffè Vasco. Ma chi può dire se tu ed io

saremmo capaci di fare altrettanto? E invece di

ammirare o almeno di apprezzare quella virtù, di

sostenere quel coraggio, voi altri gli mostrate

una freddezza ripulsiva che egli attribuisce a

diffidenza, a disistima per la triste fama del suo

nome. È una cosa dolorosa.

RANETTI.

Hai ragione. Vedrai.

GIULIO.

È da un pezzo che ti volevo dire queste cose. Ma

mi ripugnava mendicare amicizie a chi merita di

trovarle spontanee.

RANETTI.

Hai ragione. Gli mando oggi un famoso cliente. Sei

contento?

GIULIO.

Farai bene. È abilissimo.

RANETTI.

Tarderà molto a venire?

GIULIO.

Non so.

RANETTI.

Tu lo aspetti?

GIULIO.

No, alle dieci vado in tribunale.

RANETTI.

Allora bisognerà che gli lasci un biglietto perchè

vada subito dal dottor Brusio. Sai che il dottore

è invalido, non si può muovere.

GIULIO.

È quello il cliente?

RANETTI.

Sì. Buono eh? Rubbo l'impresario doveva pagare

ieri sera al dottore una somma di 15,000 lire.

GIULIO.

Rubbo è buono per un milione.

RANETTI.

È per questo che non paga. Lo conosco, è cavilloso

come un cattivo procuratore. E se non ha pagato

s'intavola una litaccia che si farà grossa come

una casa. Dove posso scrivere il biglietto?

GIULIO.

Di là nello studio.

RANETTI.

Va bene. Madama....

Via nello studio.

SCENA QUARTA.

EMMA e GIULIO.

EMMA siede vicino al fuoco pensierosa.

GIULIO.

È un buon diavolaccio.

Emma non si muove. Giulio le si avvicina e

quasi per svegliarla.

Oh!

EMMA.

Sei buono!

GIULIO.

Perchè? Perchè ho difeso Fabrizio? Farebbe lui

altrettanto e più per me. Non lo credi?

EMMA.

Sì. Sei buono.

GIULIO.

È così facile quando si è contenti. Paragono la

mia vita alla sua e mi trovo possedere tante

ragioni di felicità e lui così poche, che mi pare

di essergli in debito. Io ho te, ho Gemma, gli

affari prosperano, la gente mi vuol bene. E lui!

Domenica quando andavo a raggiungerti alla villa

di tuo zio, avevo presa la scorciatoia che

costeggia il Vasco: l'ho visto là tutto solo che

andava su e giù per il greto, con un'aria così

abbandonata! L'ho chiamato, è venuto arrossendo di

che lo avessi colto in flagrante delitto di

poesia, diceva lui! Gli altri della sua età e

della sua condizione la domenica vanno in brigata,

se la godono, egli aveva proprio l'aria di non

essere di nessuno. Eravamo a pochi passi dalla

villa, l'ho invitato ad accompagnarmi che avrebbe

pranzato con noi. Non ci fu verso. Mi sono voltato

due o tre volte a guardarlo ancora che tornava in

città. Povero diavolo! Ti fa pena eh?

EMMA.

Perchè?

GIULIO.

Si vede! Quel padre è così spregevole! I giorni di

mercato tutto elegante com'è, si rintana in un

bugigattolo alle _Tre Colombe_ e giuoca a macao

coi negozianti di bestiame che scendono dalla

montagna. Quindici giorni fa il Rosso,

l'impresario della diligenza, l'ha schiaffeggiato

perchè faceva saltare le carte.

EMMA.

Che orrore!

GIULIO.

Pensare che Fabrizio potrebbe innamorarsi di una

brava ragazza, e che c'è caso gliel'avessero a

ricusare perchè è figlio di suo padre.

EMMA.

Hai l'udienza oggi?

GIULIO.

Sì, alle 10.

EMMA.

Verrai a mezzogiorno per la colazione?

GIULIO.

Sì, sì.

RANETTI di dentro.

Oh bravo.

EMMA.

Guarda, c'è gente.

GIULIO.

Sarà Fabrizio.

SCENA QUINTA.

RANETTI, FABRIZIO e detti.

RANETTI conducendo Fabrizio.

Venga qui, venga qui. Si parlava di lei in questo

momento.

FABRIZIO a Giulio.

Buon giorno!

S'inchina ad Emma. A Giulio.

L'interrogatorio Bonola rinviato a quindici

giorni, Martino assolto.

GIULIO.

Un bicchierino di vermouth?

FABRIZIO.

Grazie, no.

RANETTI.

Ho bisogno di lei, sa?

FABRIZIO.

Di me?

RANETTI.

Sì, per un affare che può farsi grosso. Può venire

con me subito?

FABRIZIO guardando Giulio.

Ma!

GIULIO.

Va' pure. Io ho udienza in Tribunale, ma non

aspetto nessuno.

RANETTI.

Le avevo scritto un biglietto, ma se viene lei si

fa più presto. In mezz'ora ci si sbriga. Le affido

un famoso cliente.

FABRIZIO.

Grazie.

ETTORE dallo studio.

È permesso?

GIULIO a Fabrizio.

Guarda un po'.

ETTORE c. s.

È permesso?

FABRIZIO fra sè, stupito.

Mio padre!

SCENA SESTA.

ETTORE e detti.

ETTORE.

Posso entrare qui?

GIULIO.

Si accomodi.

FABRIZIO pronto, ad Ettore.

Vuoi me? Vieni.

ETTORE.

Dacchè ho la fortuna di poter salutare una bella

signora, non me la lascio scappare. Come sta,

signora Scarli?

EMMA.

Grazie!

ETTORE a Giulio.

Io non ho mai occasione di trovarmi con lei,

avvocato, ma so tutto quello che ha fatto e che fa

in favore di mio figlio. È inutile dirle che

gliene sono riconoscente.

GIULIO.

Fabrizio mi aiuta, stiamo bene insieme.

FABRIZIO.

Hai bisogno di parlarmi?

ETTORE.

Sì. Oh Ranetti!

RANETTI.

Come va, signor Conte?

ETTORE.

Bene, se godo le sue grazie. E stanotte ne abbiamo

fatte delle vittime eh? L'indomani di un ballo è

un coro generale d'imprecazioni mascoline contro

di lei.

RANETTI.

Qualche ufficiale?

ETTORE.

No, i mariti.--Vedo che l'avvocato ha intenzione

di offrirmi il vermouth.

GIULIO.

Oh scusi!

lo serve.

FABRIZIO.

Bada che ho molto da fare. Se ti occorre veramente

di parlarmi.

ETTORE.

Mi occorre tanto che sono andato a cercarti in

Pretura.

FABRIZIO.

Se vuoi venire di là.--Scusi, signor Ranetti,

sento quello che vuole mio padre e poi sono da

lei.

ETTORE.

Devi uscire col signor Ranetti?

FABRIZIO.

Sì.

ETTORE a Ranetti.

Ne avranno per un pezzo?

RANETTI.

Mezz'ora.

ETTORE.

Ebbene, siccome una mezz'ora almeno di colloquio

con mio figlio occorre anche a me, le cedo il

passo. Gli affari anzi tutto.

A Fabrizio.

Tu ritorni qui?

FABRIZIO.

Qui!

ETTORE.

Domando perdono alla signora e all'avvocato se do

appuntamento a mio figlio in casa loro, ma siccome

vorrei parlare anche con loro, anzi prima con

loro....

GIULIO.

Il guaio è che io alle dieci devo essere in

tribunale e

guarda l'orologio

mancano pochi minuti.

ETTORE.

Parlerò con la signora.

EMMA.

Con me?

ETTORE.

Se mi permette.

FABRIZIO a Ranetti.

È proprio indispensabile che io venga con lei?

RANETTI.

Sarebbe meglio.

FABRIZIO ad Ettore.

Tu non puoi rimettere ad oggi?

ETTORE.

Impossibile: ma ti dico hai tutto il tempo, prima

di parlare con te io ho piacere di dire due parole

alla signora.

FABRIZIO a Ranetti.

Abbia pazienza, vada senza di me.

ETTORE a Fabrizio.

Si direbbe che ti dà fastidio di lasciarmi qui

solo. Sono sicuro che l'avvocato non ha nessuna

difficoltà a concedermi di rimanere mezz'ora con

sua moglie.

GIULIO.

S'immagini!

EMMA piano a Giulio.

Ma io....

GIULIO piano ad Emma.

Come si fa?

A Fabrizio.

Allora tuo padre ti aspetterà qui.

FABRIZIO piano ad Ettore.

Non si tratta mica di denari.

ETTORE.

Per chi mi pigli?

RANETTI.

Madama....

EMMA.

A rivederlo.

RANETTI.

Signor Conte....

ETTORE.

Giudizio eh? E mi voglia bene.

RANETTI.

Sempre.

FABRIZIO ad Emma salutandola.

Torno subito.

A Giulio.

Addio.

Via per lo studio con Ranetti.

SCENA SETTIMA.

Detti, meno FABRIZIO e RANETTI.

GIULIO ad Ettore.

Perdoni un momento, due parole a mia moglie.

ETTORE.

Faccia, faccia!

EMMA piano a Giulio.

Mi dà una soggezione!

GIULIO piano ad Emma.

Abbi pazienza. Fabrizio verrà subito, hai visto

com'era seccato. Se potessi rimanere, ma come si

fa? Del resto vedrai che è compitissimo. Non posso

immaginare cosa voglia da noi. Denari no, non

oserebbe. Se mai....

EMMA.

Io non ne ho, ma pensa che imbarazzo se me ne

domandasse!

GIULIO.

No, no, a te non osa. Se mi riesce di sbrigarmi,

vado e torno. Addio eh?

EMMA.

Addio.

GIULIO.

Se vuole accomodarsi.

ETTORE.

La ringrazio.

Giulio via dallo studio.

SCENA OTTAVA.

EMMA e ETTORE.

ETTORE.

È proprio una violazione di domicilio, a quest'ora

indebita. Ma per le belle signore non c'è ora

indebita. Esse trionfano a tutte le ore.

EMMA.

Scusi se la ricevo qui nel tinello, ma in sala fa

freddo, non c'è il fuoco acceso.

ETTORE.

Ma qui è bellissimo, qui si sta d'incanto, anzi

quest'aria casalinga è così attraente! Avevo già

più volte pregato Fabrizio che mi accompagnasse da

lei.

EMMA.

Io faccio una vita così ritirata! Nelle città

piccole non c'è l'abitudine....

ETTORE.

Sono dunque doppiamente indiscreto. Ma si tratta

di una cosa grave. Volevo rivolgermi a Fabrizio,

poi ho pensato che era meglio cominciare dai suoi

migliori amici. E sono anche contento di potermi

aprire prima con lei sola. Le donne sono migliori

alleati che gli uomini.

EMMA.

Segga.

ETTORE.

Sissignora! Ma poi mi lascierà levarmi in piedi e

non troverà sconveniente se non so star fermo.

Sono un po' agitato. Si tratta di una cosa grave.

È la prima volta che parlo con lei, ma so che lei

è molto buona. Anche suo marito è un uomo di gran

cuore, ma le donne sanno meno cose e ne capiscono

di più. Mi perdo in preamboli, perchè non so come

entrare in argomento. Si vede che a mio figlio

spiaceva questa mia insistenza a rimanere. Io sono

un po' il pupillo di mio figlio. Egli ha un certo

diritto di sindacare la mia vita, io non ho

quello, non dico di sindacare, perchè non è il

caso, ma nemmeno di entrare nel giro della sua. Ci

sono degli elementi della sua vita, delle

abitudini, degli affetti che io devo ignorare, o

lasciargli credere che ignoro.

EMMA da sè.

Oh!

ETTORE.

Ciò rattrista, perchè non sono vecchio e potrei

essergli indulgente senza scapito della mia

dignità. Sono sicuro che lei approva questi

scrupoli, non è vero? Non mi risponde?

EMMA.

Che le posso rispondere? Non comprendo quello che

vuol dire.

ETTORE.

Quello che dico e nulla più.

EMMA.

Non so spiegarmi la ragione....

ETTORE.

Del mio discorso? È semplicissima. Quello che io

ignoro può forse esser conosciuto da lei.

EMMA.

Dica.

ETTORE.

Lei non sa se Fabrizio abbia qui in città.... o

altrove.... un qualche legame?

EMMA.

Legame?

ETTORE.

Sì.... un qualche amore.... sarebbe così naturale

alla sua età.... qualche passioncella virtuosa e

malinconica. Tutti ci passano e specialmente i

giovani seri come mio figlio. Lei non sa?

EMMA.

No.

ETTORE.

Si capisce, a lei non arrivano le ciarle della

gente.

EMMA.

Le ciarle?

ETTORE.

Oh le città piccole! Io non sono ingenuo, non è

vero? Eppure ascolto spesso qua e là delle

osservazioni così argute, delle malignità così

ingegnose, delle induzioni così sottili, da

esserne meravigliato e spaventato. Al caffè Vasco

ci sono dei genii in questa materia. Suo marito ha

torto di non andarci: per un avvocato dev'essere

un famoso esercizio. Fra una partita e l'altra a

tarocchi vi si dicono delle cose profonde. C'è

della gente che tiene registro, non per modo di

dire, ma che scrive veramente tutto quello che

succede in città, specialmente i fatti che paiono

insignificanti. È una fabbrica d'armi insidiose!

Sanno tutto; a che ora uno esce di casa, a che ora

ci ritorna, dove è andato, chi c'era, che aspetto

aveva rientrando. Ci sono degli oracoli che

predicono il futuro: per esempio, cito un fatto

senza importanza, ma per darle un'idea.... Lei è

andata al ballo ieri sera! Io non lo so. C'è

andata?

EMMA.

No.

ETTORE.

Ebbene ieri l'altro al caffè Vasco lo si

prevedeva.

EMMA.

Non ci vado da un anno.

ETTORE.

Lo credo.... ma faccio per mostrarle.... Per dirne

un'altra.... io non so nemmeno se c'è andato mio

figlio a questo ballo eh?

EMMA.

No, non c'è andato.

ETTORE.

Lei lo sa?

EMMA.

Sì, lo so. E prevedevano anche questo?

ETTORE.

Anche.

EMMA, ridendo male.

Sono oracoli a buon mercato. Sanno che Fabrizio

non è socio del circolo.

ETTORE.

Ah ecco! Fabrizio non è socio. Insomma lei non può

dirmi nulla se Fabrizio sia libero.

EMMA.

No.

ETTORE.

Già. Eppure io ho bisogno di conoscere,... perchè

non vorrei contrariare i sentimenti di mio figlio.

Proverò a domandarne a suo marito.

EMMA.

Ah!

ETTORE.

Chissà che egli non sia informato e ad ogni modo

può aiutarmi a cercare.

EMMA, ridendo.

Cercare! Ma dunque lei crede proprio che

Fabrizio.... che idea! Io mi domando cos'è che ha

potuto mettere in mente.... Basta vederlo. Ha

tanto da fare! Tanti pensieri! Giurerei!... E poi

si capirebbe.... avrebbe capito anche lei: quando

uno è innamorato si capisce, non è vero? Ebbene io

lo vedo tutte le sere; viene qui, si fa tardi, si

discorre, lui fa la partita con Giulio, io sto lì

a lavorare, e le assicuro.... che pazzia! e poi me

lo avrebbe detto, sono sicura che mi avrebbe

confidata ogni cosa.--Mai più!

ETTORE.

Meglio così. Allora tutto è più facile. Voglio

dargli moglie.

EMMA.

Ah!

ETTORE.

Sì. Bisogna finirla con questa vitaccia di

espedienti. Non ci siamo nati. Gli ho trovato un

partito conveniente sotto ogni aspetto. Una

ragazza, giovane, anche bella, allevata

modestamente, 200,000 lire lì sulla tavola, senza

contare le speranze. Figlia unica. Fabrizio mi

farà delle difficoltà, me ne ha già fatte; ma deve

finire per accettare: è assolutamente necessario.

E si deve far presto. Io non ho tempo di

aspettare. Bisogna che tutti quelli che possono

agire su di lui, mi vengano in aiuto. Quando ho

cercato di parlargliene egli ha troncato il

discorso bruscamente, brutalmente, perchè ha preso

un tono con me! Ora devo dare una risposta

definitiva da cui dipendono molte cose, molte cose

gravi.... perdoni se parlo così vibrato, ma glie

l'ho detto in principio. Sono un poco agitato.

Sono sicuro che lei mi aiuterà a persuaderlo. È

necessario.

EMMA da sè.

Ah!

ETTORE.

Perchè, vede--caso mai--tutti questi amori mancini

vanno a finire scioccamente e non conchiudono. Da

principio tutto riesce.... l'amore, la poesia, le

promesse! Si va guardinghi, nessuno scoprirà mai,

e un bel giorno tutto si scopre, e allora l'amore

bisogna bene che finisca e la poesia e le

promesse. Ci sono delle altre promesse che

tengono, quelle sancite dalla legge. E intanto

l'occasione buona se n'è andata e non torna più, e

si rimane colla vita sciupata, collo scorno di una

caduta inabile, peggio che quello di una cattiva

azione. La gente non vi aiuta più, e vi si accusa

di ingratitudine.... bisogna ricominciare la vita

con più anni e meno risorse. Ecco tutto!

Piantandosele in faccia.

Non ho ragione?

Lunga pausa.

Suo marito lo metto subito dalla mia, ma deve

aiutarmi anche lei, perchè non abbiamo tempo

d'andar per le lunghe. Bisogna far presto!

nell'interesse stesso di Fabrizio bisogna decidere

su due piedi. Tanto vale.--Non sposa per amore,

non è vero? Dunque?--Perchè quelli non aspettano

più. Hanno un'arma.

Sempre più concitato.

È la figlia di Rubbo l'impresario. Rubbo vuol far

contessa sua figlia. Rubbo ha un'arma, quello che

vuole, vuole. È venuto da me stamattina--a

mezzogiorno vuole la risposta. Bisogna almeno che

gli possa dare delle speranze, ma la mia parola

non gli basta. È così male educato! Vuol parlare

oggi con Fabrizio--se no!--Lei mi aiuta, non è

vero? non è vero che mi aiuta?

EMMA.

Sì.

ETTORE.

Parlerà con Fabrizio?

EMMA.

Sì.

ETTORE.

Subito appena torna?

EMMA.

Sì, sì--ma che non ci sia lei.

ETTORE.

Va bene.--Io prima gli dico di che si tratta.

EMMA.

Ecco--e poi dopo....

ETTORE.

Me ne vado.

EMMA.

Sì. Facciamo così: quando Fabrizio ritorna io li

lascio.

ETTORE.

Ma poi?

EMMA.

Glie l'ho promesso.

ETTORE.

Capisce bene che dev'essere una cosa grave, se

sono qui a pregarla come un'anima disperata.

FABRIZIO dallo studio.

Sono qui.

EMMA.

Ah!

Scatta in piedi.

FABRIZIO entra dallo studio e si avvicina ad

Emma.

EMMA piano a Fabrizio.

Non ne potevo più.

Via dal fondo.

SCENA NONA.

ETTORE e FABRIZIO.

FABRIZIO.

Cos'è stato?

ETTORE.

Non so.

FABRIZIO.

Che le hai detto?

ETTORE.

L'ho pregata che mi aiutasse a persuaderti di

prender moglie.

FABRIZIO.

Che parole le hai detto?

ETTORE.

Non c'è tempo agli interrogatorii. Rubbo vuole una

risposta. Accetti?

FABRIZIO.

No!

ETTORE.

Bada!

FABRIZIO.

Non me ne parlare.--È inutile--vieni via!

ETTORE.

Bada!

FABRIZIO.

Vieni via, vieni via!

ETTORE.

Tu non sai di che si tratta--Fabrizio, ti prego

colle mani giunte, non mi ricusare.

FABRIZIO spaventato.

Che cos'è? mi spaventi.

ETTORE.

Vedi bene che non dev'essere un capriccio.

FABRIZIO.

Dimmi la ragione.

ETTORE.

Voglio levarti da questa vita miseranda.

FABRIZIO.

No! Che t'importa di me?

ETTORE.

Oh!

FABRIZIO.

Quanto gli devi?

ETTORE.

Tu credi?

FABRIZIO.

Quanto? vediamo se ci arrivo.

ETTORE.

Come sei acerbo!

FABRIZIO.

Oh ti giuro che vorrei darti tanta tenerezza e

tanta riverenza.

ETTORE.

Non si direbbe.--Mi umilii continuamente. Tu

soccorri alla mia miseria, ma non sai rispettarla.

FABRIZIO.

Perchè....

ETTORE.

Non è rispettabile, lascialo dire a me. Dovresti

capire che delle qualità della mia razza, le più

tenaci sono quelle che non servono a nulla. Posso

gettare il mio orgoglio e degradarmi colla gente

che mi è inferiore, ma non con te.

FABRIZIO.

Non è questione d'orgoglio. Quel poco aiuto che

sono in grado di darti non può offendere la tua

fierezza e sostiene la mia. Quanto gli devi?

ETTORE.

Non si tratta di denari. Tu non potresti!

FABRIZIO.

Quel Rubbo ti tiene in qualche modo; come?

ETTORE.

Ha la mia parola.

FABRIZIO.

Per queste nozze?

ETTORE.

Ti supplico di acconsentire.

FABRIZIO.

Perchè vuol darmi sua figlia? Non sono un Narciso

da innamorare le donne a distanza e quella

pupattola non saprebbe innamorarsi.

ETTORE.

Vuol farla contessa.

FABRIZIO.

Sposala tu.

ETTORE.

Che pazzia!

FABRIZIO.

Ma sì. Io ti rinunzio i diritti di primogenitura.

Il primo figlio che ne avrai sarà Conte in luogo

mio.

ETTORE.

Non scherziamo.

FABRIZIO.

Non scherzo. Se credi che 200,000 lire valgano il

titolo che portiamo, ebbene esso è più tuo che

mio, dacchè l'ebbi da te. Tu sei vegeto, elegante,

sei più giovane di me, io sarò il nonno de' tuoi

figliuoli. Sei più tagliato alla vita che cercano

quelli là. Tu sai essere vistoso. Una volta

tornato nell'agiatezza saresti nel tuo stato

perfetto. Io no. Le gioie che tu potresti sperare

dal matrimonio, questo te le darebbe tutte: di

quelle che potrei sperare io, non ne avrei

nessuna. Perchè tormentarci in tanti, per ottenere

essi quello che io non posso dare ed io quello che

non cerco? Non è portando i tuoi abiti smessi che

potevo avvezzarmi all'eleganza. Mi sento così poco

nobile io! Non ho che virtù borghesi! So lavorare,

amo il lavoro, non ho ambizione, mi compiaccio

della vita intima. Un po' di tranquillità e la

sicurezza del domani mi bastano. E vederti

contento, e non essere costretto con te alla parte

ingrata del mentore, e poterti dare tanta

tenerezza figliale e tanto rispetto! non domando

altro! Sposala tu!

ETTORE.

Rubbo non vuole.

FABRIZIO ridendo amaramente.

Hai già cercato e vieni da me alla peggio!

ETTORE.

Vedi che hai orgoglio anche tu!

FABRIZIO.

È vero. E non faccio mercati.

ETTORE.

Ma li consigli a tuo padre.

FABRIZIO.

Alla tua età i patti sono chiari; non c'è frode

possibile.

ETTORE.

Non saresti il primo a fare un simile matrimonio.

FABRIZIO.

Anche se rubassi, non sarei il primo ladro.

ETTORE.

Quando ti dico....

FABRIZIO.

Basta. Bisogna aver perduto ogni idea di

rettitudine per non capire che il mio consenso

sarebbe un'azione disonesta.

ETTORE.

Credi che sia più onesto entrare nella casa di un

galantuomo, guadagnarne l'amicizia, riceverne i

benefici e sedurne la moglie?

FABRIZIO violento.

Questo hai detto alla signora Emma?

ETTORE.

Ora lo dico a te.

FABRIZIO c. s.

Rispondimi, le hai detto questo?

ETTORE.

Non ho ragione?

FABRIZIO.

Nessuno può sospettare.

ETTORE.

Ma tutti sospettano.

FABRIZIO.

Non è vero.

ETTORE.

E tu allora denunzia la calunnia al marito.

FABRIZIO.

Guarda! Non curo difendermi! Ma se tu hai detto

una parola di ciò alla signora Emma....

ETTORE.

Lascia stare, ha quasi confessato.

FABRIZIO atterrito.

Essa?

ETTORE.

Qui, or ora.

FABRIZIO abbassa la voce, e si guarda attorno.

Sst! Vieni via. Andiamo a casa tua. Non è

possibile che tu abbia fatto questo! Un

gentiluomo! Vieni via, vieni via!

ETTORE.

No, tu rimani. La signora Emma ti vuol parlare.

FABRIZIO.

A me?

ETTORE.

Sì.

FABRIZIO.

Ti sei fatto promettere che ti avrebbe aiutato?

ETTORE.

Sì.

FABRIZIO.

E te l'ha promesso! Vedi bene che i tuoi sospetti

sono assurdi.

ETTORE.

Tu avresti mezzo di mostrarne anche più

chiaramente l'assurdità.

FABRIZIO.

Sposando la figlia di Rubbo? Ho un mezzo migliore.

Andarmene!

ETTORE.

Ricusi ancora?

FABRIZIO.

Certo!

ETTORE.

È la tua ultima parola?

FABRIZIO.

Oh! l'ultima!

ETTORE.

Anche se ti dicessi che ne va in parte dell'onore

del tuo nome?

FABRIZIO.

Tu ed io intendiamo così diversamente la parola:

onore!

ETTORE.

Addio!

Si allontana poi ritorna.

FABRIZIO.

Addio.

ETTORE.

Se mai, fino a mezzogiorno sono in casa. Dopo

sarebbe troppo tardi.

Via per lo studio.

SCENA DECIMA.

FABRIZIO poi EMMA.

FABRIZIO alla porta del fondo.

Signora Emma!

Silenzio,--poi Emma entra.

EMMA.

È andato via?

FABRIZIO.

Sì.

EMMA.

Ha scoperto ogni cosa!

FABRIZIO.

Lo so.

EMMA.

Non sarà il solo.

FABRIZIO.

Io parto.

EMMA.

Quando?

FABRIZIO.

Appena posso. Stasera.

EMMA.

Che penserà Giulio?

FABRIZIO.

Cercherò una ragione. Non oso guardarlo. Se mi

fissasse, capirebbe: non saprei trovare una parola

per sviarlo. Ma questo avvertimento viene in

tempo. Me partito, i sospetti cadono. Doveva finir

così. Che ha detto mio padre?

EMMA.

Non so più. Tante cose! Ho veduto subito che

sapeva, subito da principio. Mi guardava--mi

guardava! Le parole erano riverenti, ma lo sguardo

oltraggioso! Poi deve aver minacciato, ma non so

più. Che tortura! Lo sanno tutti eh?

FABRIZIO.

No. Mio padre vede così facilmente il male. È così

corrotto!

EMMA.

Che ci ha indovinati!

FABRIZIO.

Per carità non perdiamoci. Dobbiamo farci

coraggio, per fingere fino a stasera. Non posso

partire senza veder Giulio. Ci troveremo tutti e

due nella sua presenza. Egli vorrà dissuadermi.

Bisognerà sapere essere forti e fingere. Per lui!

per lui! L'unico bene che possiamo fargli è

d'ingannarlo.

EMMA.

Non sapremo--siamo vili.--È l'ultima ombra di

nobiltà che ci resta.--Ma l'avevamo preveduto eh?

Almeno l'avevamo preveduto. Non si può dire che

non avessimo coscienza di tutto.

FABRIZIO.

No.--Chi lo sa come si comincia? È un veleno così

sottile, così subdolo! Chi lo avverte da principio?

Ha tanti nomi! È pietà, è rispetto, è fede! Chi lo

teme? Non è che un ardore di bene. Si appiglia a

tutte le facoltà buone e forti dell'animo e le

esalta per stancarle. Quando avvertiamo l'insidia,

è padrone di noi.

EMMA.

Non cerchiamo scuse. Ci siamo amati--sono stata

vile--è finito!

FABRIZIO.

Emma!

EMMA.

Partire! E se scopre?

FABRIZIO.

No, troveremo modo.

EMMA.

Che dirgli da un'ora all'altra?

FABRIZIO.

Già lo meditavo. Glie ne avevo parlato. Non potevo

più accettare questa parte.

EMMA.

Non pensiamo a noi.

FABRIZIO.

Penso a lui. La scoperta della mia colpa potrebbe

ucciderlo; la continuazione dei benefici lo

farebbe ridicolo.

EMMA.

Partire così è una fuga--domani....

FABRIZIO.

L'amore è vile, Emma. Se non ci armiamo di questi

terrori esso ci ripiglia. È un mese che dico

domani e che trascino di giorno in giorno il buon

proposito.

Avvicinandosele.

Ti amo tanto, Emma.

EMMA ritraendosi.

No, no, no!

FABRIZIO.

E se domani non ho più coraggio? Se mi addormento

un'altra volta nella mia viltà? Tu mi

supplicheresti invano, Emma! Quanto non m'hai

supplicato! Ti vincerei un'altra volta, povera

donna debole! Non fidarti di me! Se volessi

portarti via, tu mi seguiresti.

Emma fa un movimento verso di lui.

Lo vedi se ti riprendo? Non fidarti di me. Sono

uscito da una razza sfatta. Mio padre è uno

scroccone, potrei essere un ladro.

EMMA.

No, Fabrizio!

FABRIZIO.

Ora! ora! mentre ho la mente a queste paure,

mentre ti parlo di lui, e vorrei morire per non

averlo offeso, se ti guardo mi sale al cervello la

vampa della pazzia!

SCENA UNDICESIMA.

MARTA e detti.

MARTA.

Signora!

EMMA.

Che!... La bambina?...

MARTA.

È rimasta di sotto a giuocare coi figli del

droghiere. C'è la lavandaia che domanda se non ha

portato ieri una tovaglia scompagna dalle nostre.

EMMA.

Non so--c'eri tu!

MARTA.

Già, il conto tornava, ma poi piegandola ho visto

bene io che ce n'era una non nostra.

Apre la credenza e prende una tovaglia.

Eccola qui.

EMMA.

Dagliela.

MARTA.

Lasci fare.

Via.

SCENA DODICESIMA.

EMMA e FABRIZIO.

EMMA.

Vedi bene! È giusto, va! Non è possibile! È una

cosa degradante! Questa intromissione della casa

in.... oh!... Ci vogliono gli uomini oziosi, le

donne inutili.... Sì.... sì.... stasera parti....

stasera.... troverai un pretesto.... ma.... mai

più.... mai più.... mai più!

Lunga pausa.

Dovevo anche parlarti di quello che vuole tuo

padre. Lo sai quello che vuole?

FABRIZIO.

Sì.

EMMA.

Ho promesso di persuaderti.

FABRIZIO.

Oh!

con isdegnoso rifiuto.

EMMA con involontaria passione.

No eh?!

FABRIZIO.

Oggi verrò da Giulio. Gli dirò che voglio

liberarmi dalle sollecitudini di mio padre.

EMMA.

Sì.

SCENA TREDICESIMA.

MARTA e detti.

MARTA.

Ecco fatto.

FABRIZIO inchinandosi ad Emma.

A rivederla.

EMMA c. s. a Fabrizio.

A rivederlo.

Fabrizio via.

SCENA QUATTORDICESIMA.

MARTA ed EMMA.

MARTA.

Glie l'ho mostrata e le ho detto che quando

porterà la nostra, glie la ridaremo.--Vuol

prendere i conti?

EMMA.

Ora?

MARTA.

Se no mi passa di memoria.

EMMA va a prendere nel cassetto della mezza

luna il libro dei conti e il calamaio, poi

siede alla tavola di mezzo.

MARTA.

C'erano già dei carciofi in piazza--ma--salati!

L'avvocato n'è ghiotto. Ma strapagarli!

EMMA.

Di' pure.

MARTA.

Filetto venticinque, burro quindici, patate

tre....

Cala la tela.

ATTO SECONDO.

La stessa scena dell'atto primo.

Sulla tavola di mezzo c'è una lunga scatola

bianca e dentro un taglio d'abito di velluto.

SCENA PRIMA.

GIULIO, GEMMA poi MARTA.

GIULIO tiene Gemma sulle ginocchia e la fa

ballare dicendo.

Il cavallo del gradasso

Va di passo, va di passo

Pian pian pian pian.

Il caval del giovinotto

Va di trotto, va di trotto

Ran ran ran ran.

Quando il re sta sulla groppa

Si galoppa, si galoppa

Vlan vlan vlan vlan.

Ma nel giorno della guerra

Il cavallo cade a terra.

Dan dan dan dan.

Rimette la bambina a terra.

GEMMA.

Ancora.

GIULIO.

Oh sì!

GEMMA.

Allora la storia.

Arrampicandosi sulle sue ginocchia.

GIULIO.

Una volta c'era un Re....

MARTA dal fondo.

Viene subito.

GIULIO.

Cosa fa di là?

MARTA.

Non so, era chiusa in camera. Ha detto che viene

subito.

Via.

GEMMA.

C'era un Re....

GIULIO.

Non so altro.

GEMMA.

Che aveva un figlio....

GIULIO.

E una figlia.

GEMMA.

Vedi che la sai?

GIULIO con aria di mistero.

Senti, Gemma, quando viene mamma..... noi non

diciamo niente....

GEMMA.

Sì.

GIULIO.

Lei vede quella scatola che c'è lì sulla tavola e

domanda: Cos'è?

GEMMA.

Sì.

GIULIO.

E noi rispondiamo: mah!

GEMMA.

Mah!

GIULIO.

E lei domanda. Chi l'ha portata?

GEMMA suggerisce la risposta.

Non sappiamo.

GIULIO.

Cara! non sappiamo: sì. E allora la mamma....

GEMMA vedendo Emma.

Sst!

SCENA SECONDA.

EMMA e detti.

GIULIO facendo saltare la bambina.

Il caval del giovinotto....

EMMA.

Mi vuoi?

GIULIO a Gemma.

Sst!

Forte.

Va di trotto, va di trotto! Pian pian....

GEMMA.

No: Ran, ran!

EMMA.

Mi hai fatto chiamare?

GIULIO c. s.

Quando il Re sta sulla groppa....

EMMA è ritta presso la tavola senza avvertire

la scatola.

GEMMA piano a Giulio.

Non la vede.

GIULIO.

Aspetta.

GEMMA forte.

Io vedo una cosa sulla tavola.

EMMA.

Dici a me?

GEMMA.

Sulla tavola.

EMMA vede la scatola.

Ah! Cos'è?

GEMMA.

Mah!

EMMA.

Chi l'ha portata?

GIULIO.

Mah! Non sappiamo. N'è vero, Gemma?

GEMMA.

No: guarda, guarda!

EMMA l'apre.

Oh!

GEMMA.

Che cos'è?

EMMA.

Un abito di velluto! Giulio!

GIULIO.

Sono gli spilli per la vendita dei molini. Non lo

guardi?

EMMA.

È bello! grazie.

GIULIO.

Sei pallida.

EMMA.

No.

GIULIO.

Sì.

EMMA.

Ho un po' di emicrania. È molto bello questo

abito! Ma troppo lusso! è una follia!

GIULIO.

Sono due anni che la medito. L'anno passato avevo

cominciato dal primo gennaio a mettere in serbo

una lira il giorno. Poi è scappato quel Forgia che

mi doveva 800 lire e addio regali. L'altra sera al

contratto di nozze della Pianna c'era la signora

Sequis con un abito di velluto come questo. Ma lo

portava così male, ne spandeva da tutte le parti.

Il velluto non dona che alle persone sottili: le

grosse le ingrossa. Io pensavo: Ah quando vedrò

Emma vestita così! Appena Ranetti mi portò i

denari dei molini mi è tornato in mente. Tu sì che

starai bene! sì che sarai bella!

EMMA.

Come hai fatto a scegliere da te solo?

GIULIO.

Ho comprato male?

EMMA.

Ma no, benissimo!

GIULIO.

Guarda, esamina pure, è morbido? è fitto, è

lucido?

EMMA.

Sì, sì.

GIULIO.

È un pregiudizio il credere che gli uomini non

s'intendano di queste cose. I devoti sanno

adornare la Madonna. Gli uomini capaci di voler

molto bene, cioè di amare fortemente e virilmente,

hanno tutti il senso degli ornamenti femminili.

Gli è che in fondo di ogni loro pensiero e di ogni

loro azione sta l'immagine cara che li fa pensare

ed agire. E questa non è una debolezza! Tutti gli

uomini forti e buoni amano. Mi credi di quelli?

EMMA.

Sì.

GIULIO.

L'hai forte eh, l'emicrania? Si vede. Hai gli

occhi lucenti e stanchi.--Che voleva poi quel

conte Arcieri? È lui che ti ha dato il mal di

testa.

EMMA sforzandosi a sorridere.

No!

GIULIO.

Che voleva?

EMMA.

Vuol dar moglie a suo figlio.

GIULIO.

E perchè viene da noi?

EMMA.

Perchè lo aiutiamo a persuaderlo. Il figlio non

vuole.

GIULIO.

In massima ha torto. Chi sarebbe la sposa?

EMMA.

La figlia di Rubbo.

GIULIO.

Ah! Fabrizio ha ragione. Rubbo è un cattivo

soggetto. Come te la sei cavata?

EMMA.

Insisteva tanto.

GIULIO.

M'immagino. Hai promesso di parlare a Fabrizio?

EMMA.

Ho fatto male?

GIULIO.

Hai fatto benissimo. E ne hai parlato?

EMMA.

No. È stato qui due minuti appena.

Ha chiusa la scatola, la prende e si avvia.

GIULIO.

Vai via?

EMMA.

Vado a riporre....

GIULIO.

E a me?

EMMA.

Cosa?

GIULIO.

Gli spilli.--Sei tu che me li devi dare.

EMMA.

Che posso darti io?

GIULIO.

Oh!

La prende per le mani e fa per attirarla a sè.

Qua!

EMMA fa un involontario moto di resistenza.

GIULIO.

No?

Sorpreso.

EMMA rimettendosi gli porge le fronte.

GIULIO la bacia.

EMMA prende la bimba e la copre di baci.

GIULIO.

Rendimeli pure a quel modo. Ne sono contento.--Sai

cosa si dovrebbe fare? Prendiamo Gemma con noi e

andiamo a fare una passeggiata fuori all'aperto.

Ti va?

EMMA.

Come vuoi.

GIULIO.

Gemma, va' da Marta e dille che ti vesta.

GEMMA.

Sì, sì.

Via dal fondo.

GIULIO.

Un po' d'aria ti farà bene: sei sempre qui chiusa

a dar punti.

EMMA.

Già mi passa.

GIULIO.

Oggi mi do vacanza. Sai che stamattina ho fatto il

conto che da due mesi ho incassato, incassato,

nota, quasi 1000 lire! E a registro sono più di

2000. E vero che sono i mesi buoni, ma 9000 lire

all'anno escono. Siamo a posto; siamo quasi

ricchi, Emma! Domani porto 10,000 lire alla banca!

E otto anni fa non avevo un soldo. Va' là che hai

avuto coraggio a sposarmi. Il nostro bilancio era

presto fatto: zero via zero.... Come fa piacere

voltarsi indietro! Posso dire di avere sgobbato

come un facchino, ma tu mi aiutavi tanto! La vita

mi è stata facile. Sorridi!

EMMA.

Giulio!

GIULIO.

Ne abbiamo passate delle ore a sospirare i

clienti. Ti ricordi? che ti mettevi alla finestra

a vedere se ne entrava nel portone? E non ne

veniva mai. Ti ricordi quella volta che sei

entrata nello studio con un gran velo che ti

nascondeva la faccia, a domandare un consulto? Che

risate! Che pazza che eri! Come ridevi tutta

quanta! Ci tornerei guarda! E la casa! Che povera

casa avevamo!

EMMA.

Ora l'hanno demolita.

GIULIO.

È vero: per farci il quartiere degli alpini. Ci

sono capitato un giorno quando l'abbattevano. Ho

riconosciuta la nostra camera là in alto,

tappezzata di quella brutta carta olivastra a

fiori turchini: c'erano ancora tre pareti ritte,

la quarta era caduta con mezzo il soffitto.

Ricordavo tante cose! Ti rattristo? Va' là che le

gioie buone sono con noi: le abbiamo portate via

tutte! E nessuno le abbatte quelle.--Che hai?

EMMA.

Nulla.

GIULIO.

Vatti a vestire.

EMMA.

Sì.

Si avvia.

GIULIO.

Marta sta in casa, eh?

EMMA.

Ti occorre?

GIULIO.

Oh! se viene Fabrizio che gli dica di trattenersi

a pranzo.

EMMA.

No!

GIULIO.

Perchè?

Scampanellata di dentro.

EMMA.

Non ci ho pensato. Ora il pranzo è combinato!

GIULIO.

Fabrizio non dà soggezione.

EMMA.

No: lascia stare.

GIULIO.

Perchè? oggi sono contento.

EMMA.

Ti prego, lascia stare.

GIULIO.

Come vuoi, ma non capisco.

SCENA TERZA.

MARTA, RANETTI e detti.

MARTA.

C'è il signor Ranetti.

GIULIO.

Avanti.

RANETTI.

E seconda apparizione!

Ad Emma.

La faccio scappare?

EMMA.

No, andava già.

RANETTI.

Un momento. Vuole che le dica cosa c'è lì dentro?

Le mostra la scatola.

Ci sono 18 metri di velluto in seta, nero, alto 60

centimetri, fabbrica di Lione. Giulio ha fatto la

spacconata oggi uscendo di Tribunale. È entrato

nel negozio del Biondo con un'aria risoluta e

grandiosa: ha messo sossopra tutta la mercanzia,

ha pagato come un banchiere, ed è venuto a casa

tirandosi dietro il figlio del Biondo che portava

la scatola. La gente si fermava sulle botteghe a

guardarlo.

GIULIO.

E poi?

RANETTI.

E poi se ne parla al Caffè Vasco. I tarocchisti

hanno mandato Mutria in missione dal Biondo per

sapere. Devo dire anche il prezzo?

GIULIO.

Ti prego di no.

RANETTI ad Emma.

Faccia vedere.

EMMA scopre la scatola.

RANETTI.

Magnifico!

GIULIO.

Sono i molini, vedi? Tu sei un diavolo che li hai

venduti così bene!

RANETTI.

Bada, la farina del diavolo va in crusca.

GIULIO.

Non c'è pericolo. Dunque cosa vuoi?

RANETTI.

Indovina!

GIULIO.

Eh sì! Guarda, vogliamo andare a passeggio con mia

moglie.

RANETTI.

Ah mi rincresce tanto per madama, ma tu non

potrai.

GIULIO.

Perchè?

RANETTI.

Perchè ho bisogno di te.

EMMA.

Vado dalla bambina.

Via dal fondo.

RANETTI.

Mi hanno sfidato.

GIULIO.

Chi?

RANETTI.

Gli ufficiali, due ufficiali. Sono venuti da me,

due ufficiali da parte del tenente Rovi.

GIULIO.

Quello del cotillon?

RANETTI.

Bravo!

GIULIO.

E vieni qui e discorri d'altro come se niente

fosse?!...

RANETTI.

Dovevo arrivare affannato per una inezia? Casca il

mondo? Bella cosa! Dunque ho bisogno di te; e

vorrei pregare anche l'avvocato Fabrizio.

GIULIO.

Va bene.

RANETTI.

Sai dove si può vedere adesso?

GIULIO.

Fabrizio? Ma dovrebbe venire.

RANETTI.

Perchè dovete essere in due eh?

GIULIO.

Già, per le forme. Si può mandare a vedere in casa

se c'è.

RANETTI.

Vado io.

GIULIO.

No, mando Marta.

Chiama dal fondo.

MARTA.

Torna a Ranetti.

Sei tranquillo!

RANETTI.

Ti fa meraviglia?

GIULIO.

Meraviglia! Sì, sono cose che agitano.

RANETTI.

Oh non li aspettavo, ma una volta presa una

decisione....

GIULIO.

Se te la lasciamo prendere. Come li hai accolti

quei due?

RANETTI.

Benissimo.

GIULIO.

Sono stati cortesi?

RANETTI.

Compitissimi. Mi hanno domandato se riconoscevo di

aver preso per un braccio il tenente Rovi.

GIULIO.

E tu?

RANETTI.

Ed io ho risposto che riconoscevo benissimo.

GIULIO.

Marta!

RANETTI.

Inutile negare, tanto più che....

SCENA QUARTA.

MARTA e detti.

MARTA.

Cosa vuole?

GIULIO.

Sai dove sta l'avvocato Fabrizio?

MARTA.

Io no.

GIULIO.

In casa del signor Peirone, il cancelliere della

Pretura, lo conosci?

MARTA.

Quello che ha quella serva gobba, rossa?

RANETTI.

Sì, Polonia.

MARTA.

Dove sta?

GIULIO.

D'accanto a San Biagio, la porta dove c'è il

botteghino del lotto. Qui a due passi. Va' a

sentire se l'avvocato Fabrizio è in casa, e

pregalo che venga qui subito. Fa' presto.

SCENA QUINTA.

Detti meno MARTA.

GIULIO.

Dove li troviamo quei due signori?

RANETTI.

Al Circolo, alle cinque.

GIULIO.

C'è tempo. Io conto di fare così. Vado con

Fabrizio. Si rifà la storia dell'accaduto. Noi

dirigevamo il ballo....

RANETTI.

per mandato espresso della Direzione. Carattere

ufficiale, dunque....

GIULIO.

Voi non volevate obbedire alle norme....

RANETTI.

prescritte. Ma....

GIULIO.

Lasciami dire. Vi abbiamo invitato varie volte

colle buone.

RANETTI.

Sì, ma....

GIULIO.

Lasciami dire. Non avete ceduto. Allora nostro

malgrado noi siamo stati costretti a trattenervi

per un braccio.

RANETTI.

Noi, noi, noi! Io! Ero io solo che dirigevo.

Nessuno s'è mosso in mio sostegno: Solo ero.

GIULIO.

Ma si usa dire così.

RANETTI.

Ah basta, basta! Ma vai troppo per le lunghe. Io

direi semplicemente così: Il signor Ranetti non si

batte.

GIULIO.

Eh!

RANETTI.

Non si batte.

GIULIO.

Anch'io voglio arrivare a questa conclusione, ma

ragionando e persuadendoli.

RANETTI.

Che ragionando? che arrivare? Questo è un fatto.

Questo è il punto di partenza, non quello di

arrivo. Non mi batto. Tutto il resto è vanità.

GIULIO.

Ma allora perchè mandi noi?

RANETTI.

Per dirglielo.

GIULIO.

Potevi dirlo tu.

RANETTI.

Le forme!

GIULIO.

Ma non so se Fabrizio vorrà fare questa parte.

RANETTI.

Che parte?

GIULIO.

Andare a dire da bel principio che uno non si

batte.

RANETTI.

Subito che è vero.

GIULIO.

Va bene, ma....

RANETTI.

Tu stai per il duello?

GIULIO.

No, ma, o non si va, o si discute.

Tristi Amori · 第 1 / 3 段