GIACOMO ANTONIO TAGLIABUE, _Cancelliere_.
* * * * *
_Essendo pervenuto alle orrecchie dell’Ill.mo ed Ecc.mo Marchese
Spinola etc., il disordine et temerità seguita in questa città di
Milano et in quella di Cremona et Lodi dove sono stati unti quasi tutti
li muri delle case, molte porte, e cadenazzi di esse con untioni di
colore parte bianco, e parte giallo et il travaglio d’animo e spavento
che questa mala atione ha cagionato al popolo per il timore conseguito
che sia stata fatta per aumentare la peste, conferma la grida di Sanità
19 maggio, e promette altri 200 scudi, e liberazione di due banditi per
casi gravi a chi soministra indizj ed impunità anche al complice purchè
non sia il principale._
(13 Giugno.)
* * * * *
_In molte parti dello Stato et in particolare delle città di Milano,
Pavia e Cremona, et altri molti luoghi hanno con unti velenosi untate
le porte, etc. con animo diabolico di dilatare la peste._
_Promette l’impunità dei complici del detto delitto mentre non siano
dei principali.... et il premio di scudi mille et la liberazione di tre
banditi._
(14 Luglio.)
* * * * *
_La continuazione del velenoso male causato dalle untuosità
pestilenziali che senza alcun timore delle minacciate pene si vanno
tuttavia spargendo in questa città con tanta mortalità de’ cittadini,
inducono S. E. a bandire nel termine di due giorni tutti i forastieri
di qualsivoglia nazione, stato, grado, qualità, condizione, pena la
vita et confiscazione dei beni. Mille scudi, e cinque anni di galera
agli osti e tavernieri che non li denunziassero._
(30 Luglio.)
[73] La gente camminava con pistole in mano: i nobili senza mantello, e
con sportule per provigioni. (_Pio della Croce_.)
[74] Il Processo degli Untori, di cui s’è tanto parlato in quest’ultimi
anni, esiste per intero nell’Archivio Criminale, o, per dir meglio,
esisteva, giacchè andò in gran parte smarrito anni sono in un
riordinamento di vecchie carte. La parte di esso che riguarda il
Mora e gli altri condannati, si stampò nel 1630, perchè servisse a
continuare il Processo medesimo coll’accusato Padilla. Pietro Verri
fu il primo a spargere luce su questa miseranda storia degli Untori,
scrivendo nel 1777 le sue OSSERVAZIONI SULLA TORTURA, E SINGOLARMENTE
SUGLI EFFETTI CHE PRODUSSE ALL’OCCASIONE DELLE UNZIONI MALEFICHE, ALLE
QUALI SI ATTRIBUÌ LA PESTILENZA CHE DEVASTÒ MILANO L’ANNO 1630. Fino
dal 1761, Verri aveva abbozzate alcune idee sulla tortura, e nel _Mal
di Milza_, celebre almanacco che, unitamente al _Zoroastro_, pubblicò
per filosofica celia in quell’anno, così esprimevasi, facendo, sotto
forma d’indovinello, parlare la Tortura. «Io sono una regina, ed abito
fra gli sgherri; purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato;
son creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a quello
che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli
trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me,
il mio imperio è nato nei tempi delle tenebre; il mio dominio non è
fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati». Undici anni
dopo, cioè nel 1777, egli riassunse le proprie idee su quell’orribile
abuso, e le ordinò nelle sue _Osservazioni_. Non vi sia discaro, o
lettori, udire il giudizio che ne dà il benemerito Pietro Custodi nelle
_Notizie del Verri_ premesse al volume XV, _Economisti Italiani_, Parte
moderna.
«Per rendere più efficace la forza dei ragionamenti, scelse un
famoso esempio di un delitto impossibile confessato per l’eccesso de’
tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche cui si attribuì la
pestilenza che desolò Milano nel 1630. L’ordine, la chiarezza, la forza
de’ raziocinj e l’insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelle
_Osservazioni sulla Tortura_ in grado eminente. Non temo d’incontrar
taccia di esagerato, se dico che quest’Opera mostra più che ogni altra
qual grand’uomo era il Verri. Egli ebbe il talento di rendere una
lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario
de’ tribunali, ancor più barbaro a que’ tempi; d’insinuare l’austerità
de’ ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della
sensibilità; e di trasfondere ne’ suoi lettori, colla commozione della
sua anima, la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre (il
conte Gabriele), era presidente di quel collegio di supremi giudici,
che centoquarantasette anni prima avea dato un sì atroce esempio
d’ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti.
Si credette che l’estimazione del Senato potesse restar macchiata per
la propalazione dell’antica infamia. Questo riflesso prevalse; Verri,
per rispetto del padre, rinunciò all’idea di dare alle stampe le sue
_Osservazioni_, così il pubblico rimase defraudato di un’opera che
certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la
palma.
Queste _Osservazioni_, unitamente alle _Memorie storiche sulla Economia
pubblica dello Stato di Milano_, scritte nel 1768, furono pubblicate
dal Custodi l’anno 1804, e formano il volume XVII, Parte moderna degli
_Scrittori Classici Italiani di Economia politica_. «Il manoscritto
originale, dic’egli, di questa importantissima Opera, già disposto
dall’autore per la stampa, mi venne cortesemente comunicato dalla
stimabile di lui vedova. Io ho creduto di aggiungervi, quasi in forma
di una lunga nota, le _Osservazioni sulla Tortura_, per soddisfare
alla curiosità di molti che bramavano di vederle pubblicate, e perchè
altronde l’esempio del fatto atroce che ne forma il principal soggetto,
può servire di più ampia dimostrazione della barbarie dei tempi». (pag.
53, Volume XV, Parte moderna).
Cesare Cantù, ne’ suoi _Ragionamenti intorno alla Storia Lombarda del
secolo XVII_, pubblicati in via di commento ai _Promessi Sposi_ nei
Volumi 11, 12 dell’_Indicatore_ 1832, tolse dal Verri, e riprodusse
tutto ciò che avvi di più importante nei due opuscoli citati, circa
la condizione politico-economica di Milano a quell’epoca, e circa il
_Processo degli Untori_.
Nel 1839 si sparse la voce in Milano che pubblicavasi un lavoro sulla
_Colonna Infame_, e molte ciarle se ne fecero, nell’idea che fosse lo
scritto tanto desiderato di Manzoni, o se d’altri lavoro originale.
Ma al comparire del volume fu delusa l’aspettativa del pubblico, non
essendo che una semplice ristampa della _Parte Offensiva del Processo_
data in luce, come accennai più sopra, nel 1630, aggiuntovi, per
informativa e per conclusione del fatto, due brani dei _Ragionamenti_
di Cesare Cantù. Il libro non poteva gradire alla comune dei lettori,
perchè nulla più nojoso d’un processo in istile barbaro e prolisso;
quindi giace dimenticato: però è un documento storico non senza
importanza pei Milanesi. Sceglierò alcune note ad illustrazione
del Ripamonti, tanto dal _Verri_ che dal _Processo_, citando di
quest’ultimo l’edizione del 1839.
[75] Figlio di Domenico e di Paola, levatrice, _habito in porta
Ticinese nella Parochia di S. Pietro in Caminadella cioè al Torchio
dell’Oglio: alli 26 di Maggio cominciai a far il Commissario sopra la
Sanità per far sequestrare sù gli infetti, farli condur via, et anche
far condur via li morti di peste con li carri, commandando alli monati,
et questo ufficio lo faccio per porta Ticinese; ma prima di far il
Commissario attendevo a scartezar filisello_. (Processo, pag. 37.)
[76] Vedi nel Processo i lunghi costituti dei testimonj, i quali
concordemente deposero che circa le due ore della mattina avevano
veduto passare dalla Vedra dei Cittadini il Piazza, imbacuccato,
tenendosi rasente i muri, e con in mano una carta fregare qua e là le
pareti delle case e le porte, che si scoprirono _imbrattate d’un certo
onto che pareva grasso tirante al giallo... una cosa gialla che pareva
che in duoi luoghi vi fosse stata buttata su con un deto_. (Processo,
pag. 30 e seg.)
[77] Di questa crudelissima esacerbazione non trovasi cenno nel
Processo; forse è amplificazione rettorica del Ripamonti.
[78] L’infelice protestò nei primi esami la sua innocenza; ma lo
spavento di venir sottoposto ogni giorno agli spasimi della tortura,
e l’impunità promessa qualora palesasse il delitto ed i complici, lo
spinsero, per amore della vita, alle più strane ed assurde confessioni.
«Il Piazza dunque chiese ed ebbe l’impunità, a condizione però che
esponesse sinceramente il fatto. Ecco perciò che al terzo esame egli
comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia d’aver unto le
muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominciò
a dire che l’unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava
sull’angolo della Vedra; che questo unguento era giallo, e gliene diede
da tre once circa. Interrogato se col barbiere egli avesse amicizia,
rispose: _è amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor
sì_. Quasi che le confidenze di un misfatto così enorme si facessero
a persone appena conoscenti, _amico di buon dì, buon anno_. Come poi
seguì così orribile concerto? Eccone le precise parole. Il barbiere di
primo slancio disse al Piazza, che passava avanti la bottega: _vi ho
poi da dare non so che; io gli dissi, che cosa era? ed egli rispose:
è un non so che unto; ed io dissi: verrò poi a torlo; e così da lì a
tre dì me lo diede poi_. Questo è il principio del romanzo. Va avanti.
Dice il Piazza, che allora che gli fece tal proposizione vi erano
_tre o quattro persone, ma io adesso non ho memoria chi fossero, però
m’informerò da uno che era in mia compagnia, chiamato Matteo che fa
il fruttaruolo e che vende gambari in Carrobio, quale io manderò a
dimandare, che lui mi saprà dire chi erano quelli che erano con detto
barbiere_. Chi mai crederà, che in tal guisa alla presenza di quattro
testimonj si formino così atroci congiure! Eppure allora si credette:
I. Che la peste, che si sapeva venuta dalla Valtellina, fosse opera
di veleni fabbricati in Milano. II. Che si possano fabbricar veleni,
che dopo essere stati all’aria aperta, al solo contatto diano la
morte. III. Che se tai veleni si dessero, possa un uomo impunemente
maneggiarli. IV. Che si possa nel cuore umano formare il desiderio di
uccidere gli uomini così a caso. V. Che un uomo, quando fosse colpevole
di tal chimera, resterebbe spensierato dopo la vociferazione di due
giorni, e si lascerebbe far prigione. VI. Che il compositore di tal
supposto veleno, in vece di sporcarne da sè le muraglie, cercasse
superfluamente de’ complici. VII. Che per trascegliere un complice di
tale abbominazione, gettasse l’occhio sopra un uomo appena conosciuto.
VIII. Che questa confidenza si facesse alla presenza di quattro
testimonj, e il Piazza ne assumesse l’incarico senza conoscerli, e
colla vaga speranza di ottenere un regalo promessogli da un povero
barbiere! Tutte queste otto proposizioni si pongano da una parte
della bilancia. Dall’altra parte si ponga un timore vivissimo dello
strazio e de’ spasimi sofferti, che costringe un innocente a mentire,
indi la ragione pesi e decida qual delle due parti contiene più
inverosimiglianza». (_Verri, Osservazioni, pag_. 215.)
[79] _Gio. Giacomo Mora era huomo di statura mezzana, grosso, faccia
più tosto tonda che altrimenti, con carne bianca e rossa, con poca
barba castana chiara, et era di trent’otto anni in circa_. (Processo,
pag. 374.)
Aveva in moglie Chiara Brivio, un figlio di nome Paolo Gerolamo,
arrestato con lui, e quattro figlie, Anna, di 14 anni; Clara Valeria,
di 12; Teresa, di 7, ed un’altra Teresa, di 6, onde è verosimile che
fosse morta la precedente. (_Dai libri parrocchiali di S. Lorenzo,
citati dal Verri_.)
[80] Gli si trovò fra gli altri: _Un vaso con Ellettuario, con boletino
che dice_ contra pestem, fatto a 21 _Giugno, et è circa quattro
deta. — Se per sorte mi sono venuti in casa perchè io abbi fatto
quest’Ellettuario, et che non s’abbi potuto fare, io non so che farli,
l’ho fatto a fin di bene, et per salute de poveri, come si trovarà,
perchè ne ho dato via per l’amor di Dio_. (Processo, pag. 51.)
Questo unguento preservativo della peste era composto, secondo la
deposizione del Mora, di olio d’ulivo, olio filosoforum, laurino e
di sasso; di polvere di rosmarino, salvia e ginepro, e d’aceto forte.
_E con questo s’onge li polsi, sotto l’asselle, la sôla de’ piedi, il
collo della mano, nelli genochij_. (Ivi, pag. 75.)
[81] Il Tribunale chiamò Margarita Arpizarelli e Giacomina Andrioni,
lavandaje, perchè esaminassero il liscio. Le loro risposte furono
tanto stolide quanto potevasi aspettare da donne del volgo ignoranti e
superstiziose.
_Questo smoglio non è puro, ma vi è dentro delle forfanterie, perchè
il smoglio puro non hà tanto fondo, nè di questo colore, et non è
tachente_ (viscido) _come questo. — Sà V. S. che con il smoglio guasto
si fanno delli più eccellenti veleni che si possono imaginare. E
l’altra. Quanto più si ruga in detto smoglio, si vede che viene più
negro, et più infame, et con il smoglio marzo cattivo si fanno grandi
porcherie, et tossici._ (Processo, pag. 59-60.)
Assurdità che non meritano la pena di una confutazione.
[82] Girolamo Migliavacca, arrotino, fu giustiziato il 7 settembre.
Pietro Girolamo Bertone, oste della Rosa, fu arrotato e scannato il 23
dicembre insieme con Gaspare figlio del Migliavacca ed altri.
Gio. Stefano Baruello, oste di San Paolo, e cognato del Bertone, si
costituì volontario in prigione il 1.º luglio; l’undici ottobre gli
venne intimata la sentenza di morte; promettendogli però l’impunità
ove manifestasse gli untori e complici degli unti. Accettò, e in una
deposizione, che è un assurdo romanzo, accusò come capo degli Untori il
Padilla.
Baruello morì di peste in prigione il 18 settembre.
[83] Figlio del castellano di Milano. Dopo lunga procedura uscì
innocente nel 1632.
[84] Il Baruello, nella sua pazza deposizione, eccitato a dire la
verità, contorcendosi e battendo i denti, gridò: _Ù ù ù, se non lo
posso dire: — V. S. m’agiutti, ah Dio mio! ah Dio mio! — È là quel
prete francese con la spada in mano, che mi minaccia, — vedetelo là,
vedetelo là sopra quella finestra_. I Giudici ritenendolo ossesso,
fecero chiamare un sacerdote, il quale usò varj esorcismi, e benedì
la finestra accennata dal Baruello, che intanto strillava, gridando
_scongiurate quello Gola Gibla_. Alla fine eccitato più volte a
parlare, egli proruppe in queste parole:
«Signore quel prete era un Francese, il quale mi prese per una mano,
e levando una bachetina nera lunga circa un palmo, che teneva sotto la
veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano ad uno libro largo in
foglio, come di carta picciola da scrivere, ma era grosso trè deta,
e l’aperse, et io viddi sopra li foglij delli circoli, e lettere à
torno, à torno, e mi disse, che era la clavicola di Salomone, e disse,
che dovessi dire, come dissi queste parole Gola Gibla, e poi disse
altre parole hebraiche, aggiongendo, che non dovessi uscir fuori del
chierchio, perche mi sarebbe succeduto male, et in quel ponto comparve
nell’istesso circolo uno vestito di Pantalone, et all’hora il detto
Prete tenendo il quadretto dell’onto nelle mani disse, Attaccatevi à
me, ne habbiate paura, e poi voltatosi verso di me, disse, Riconoscete
voi questo quà per vostro Signore, facendomi cenno, che dicesi de sì,
et io all’hora risposi: Signor sì, che lo riconosco per mio Signore,
e lui, cioè detto Prete andava dicendo, _nec propter te, nec propter
alios,_ mirando all’ampolino dell’onto, che haveva nelle mani, oltre
molte altre parole de quali non mi raccordo, e mentre ero in detto
circolo io non vedevo alcuno fuori, che il detto Prete, e detto
Pantalone: partì poi detto Pantalone, sentito che hebbe ch’io lo
riconoscevo per mio Signore, et uscito fuori del circolo, viddi..... il
Signor Don Gioanni il quale mi disse avete visto colui? denari non ve
ne lascerà mancare; et io dimandandoli chi era detto Sig. Don Gioanni,
rispose che era il diavolo: all’hora detto Prete li restituì detto
ampolino, et il Sig. Don Gioanni lo diede à me dicendo: Horsù vi hò
conosciuto per galant’homo mi voglio affidar di voi, pigliate questo
vaso, che è di quelli onti, che hoggi dì vanno per Milano, e perche non
è perfetto, trovate ghezzi, e zatti, come hò già detto di sopra, poi mi
soggionse: Non vi dubitate, che se la cosa va à luce, io sarò padrone
di Milano, e voi vi voglio fare delli primi di Milano». (_Processo,
pag_. 227.)
E seguitò la sua filastrocca, accusando molte persone, e
particolarmente un Carlo Vedano maestro di scherma. Baruello era
un furfante matricolato, che fingendosi invaso dal diavolo, sperava
a forza d’invenzioni e bugie, scampare la vita, godendo l’impunità
promessa; ma egli non fece che compromettere nuovi innocenti, e chi sa
quante altre vittime avrebbe sagrificate se in pochi giorni non fosse
morto, come notai, di peste.
[85] Il Mora e il Piazza subirono la morte il 2 agosto con tutte le
barbare esacerbazioni portate dalla sentenza 27 luglio del seguente
tenore.
«Riferito in Senato dal Magnifico Senatore Monti, presidente
dell’Uffizio di Sanità, il processo istrutto contro G. Piazza e G.
G. Mora, che con pestifero unguento unsero la Città, e udito esso
magnifico presidente, e raccolti i voti di tutti i Senatori, venne
nella determinazione che i predetti Mora e Piazza, intimata ad essi
la morte, vengano tormentati colla corda ad arbitrio d’esso magnifico
Presidente, intorno agli altri punti e ai complici; e che avuti per
ripetuti e confrontati, sopra un carro sieno condotti al solito luogo
del supplizio, e per via sieno morsi con tenaglie infocate nei luoghi
dove peccarono; ad entrambi si tagli la destra davanti alla barbieria
del Mora, e spezzate le ossa secondo il costume, e la ruota si levi in
alto e si intreccino vivi in quella, e dopo 6 ore sieno strozzati, e
subito i loro cadaveri sieno bruciati, e le ceneri gettate nel fiume, e
la casa del Mora si distrugga, e al posto suo s’alzi una colonna che si
chiami _infame_ con un’iscrizione del fatto, e a nessun più in perpetuo
sia concesso rifabbricarla. Ai creditori particolari si soddisfaccia
coi beni dei condannati se ne avranno, se no del pubblico; i beni del
Mora e del Piazza si confischino. Nel condurli al patibolo si tenga
questa forma. Precedano due trombetti che annunzino al popolo la causa
della condanna e del supplizio. Siavi bastante scorta, chè non avvenga
tumulto nel popolo, e perciò si chiudano le case dei sospetti; e si
proclami che ciascuno stia in casa, e si guardi. Il luogo dove avrassi
a far la giustizia cingasi di steccati di legno, i quali affinchè non
possan essere infetti con quell’unguento pestifero, custodiscansi da
uomini a ciò; e a quel luogo facciasi un coperchio, acciocchè i frati
possano con minor incomodo assistere ai condannati, e di tutto diasi
avviso al vicario di Giustizia. Ottaviano Perlasca sottoscrisse e
sigillò ecc.».
* * * * *
Chiuderò questo capitolo con un documento importantissimo, perchè prova
ad evidenza l’intima persuasione, e in uno lo spavento che i magistrati
avevano degli unti. Si noti che il fulminante decreto uscì cinque
giorni dopo il supplizio del Mora.
_Philippus IV Dei gratia Hispaniarum ecc. Rex, et Mediol. Dux ecc._
_Havendo prodotto questo infelice secolo huomini per non dir mostri,
usciti dalle più horride parti dell’Inferno, quali già divenuti così
scelerati et crudeli, che con fini barbari ed infami eccedendo nella
lor ferità tutti i termini dell’humana crudeltà, hanno havuto ardire
di cospirare nella morte ed eccidio de’ Popoli e Città di questo
stato, co ’l fabricare veneni pestiferi e dispergerli per le case,
per le strade, per le piazze e sopra gli huomini stessi, uccidendo in
questo modo infinito numero de’ cittadini e famiglie senza distintione
di età, di sesso e di stato; nè contenti di questo sono arriuati
a segno tale d’empietà verso Dio, che fatti sacrileghi, gli hanno
ancora disseminati sopra persone sacre, ed introdotto ne’ Chiostri
d’huomini Religiosi, e Vergini sacre ed innocenti, ed ancora nei Sacri
Tempij, imbrattando con essi le Sante Immagini ed i Sacrosanti Altari,
acciocchè niun luogo restasse in tutto della loro empietà sicuro a’
miseri, che per la salute propria e comune ai Santi intercessori ed
allo stesso Dio ricorressero. E quello che più accresce l’horrore è,
che molti di questi tali scellerati, mossi da una infame ed essecranda
avaritia, diuenuti parricidi siano arriuati a stato tale d’empietà,
di tradir per danari la propria Patria, e quei Cittadini, coi quali
s’erano nodriti ed alleuati, col fabricare e disseminare in essa questi
pestiferi veleni, rompendo con più non udita inhumanità quei legami
sacrosanti d’amore, coi quali dalla natura, da Dio stesso, e dalla
continua consuetudine i cuori humani si sogliono insieme stringere
ed alligare. Per rimediare ad un delitto tanto grande, e sradicare
dal mondo huomini tanto empj ed inhumani, oltre il premio proposto a
chi metterà in chiaro il detto delitto dal Tribunale della Sanità di
scudi 200 e l’impunità ad uno dei complici con grida del 19 maggio
p. p., fù d’ordine di S. E. publicata altra grida sotto il 23 giugno
susseguente, con premio di altri scuti 200 da pagarsi dalla R. Camera,
e d’altri scuti 500 offerti dalla città di Milano, e della liberazione
di due banditi di casi graui, con l’impunità ad uno dei complici, a chi
mettesse in chiaro il detto delitto. E communicato poi il negotio col
Senato, il quale stimò questo delitto in questa parte andar di paro con
quello di Lesa Maestà, anzi esser con esso inseparabilmente congiunto,
fu comminato con publico Editto del dì 11 Luglio a quelli che sapessero
quali fussero i rei di un tanto delitto, e non lo rivelassero, la pena
della vita, e confiscatione de’ beni che dalle leggi era prescritta a
quelli che non scoprissero i rei di Lesa Maestà. Ed ultimamente con
altra grida delli 13 luglio fatta co ’l parere del medesimo Senato:
per dar maggior animo a quelli che havessero voluto metter in chiaro
questo fatto, si propose nuovo premio dell’impunità a trè complici e di
mille scuti, e la liberatione di trè banditi di casi riseruati, purchè
hauessero le opportune remissioni. Ed il Senato, essendo venuto sotto
il suo giudizio due di questi traditori della patria, con la sentenza
del 27 luglio, hà posto mano a quella maggior severità delle leggi,
che fosse conforme, non all’enormità del delitto, poichè a quella
è impossibile arrivare, ma all’habilità della natura humana ed alla
Christiana pietà._
_Ma perchè non conuiene tralasciar alcun rimedio per sradicare dal
mondo sceleratezza tanto empia, e fiere tanto crudeli, ha risoluto
l’Ill. ed Ecc. signor Ambrosio Spinola ecc., co ’l parere anche del
Senato, di far pubblicare la presente grida._
_Con la quale inherendo alle sudette, le quali vuole che restino nel
suo vigore e forza, ed a tutte le proibitioni e pene fatte ed imposte
dalle sacrosante leggi, così comuni come particolari di questo stato,
per la salute commune e beneficio publico, prohibisce a ciascuna
persona di qualunque conditione e stato sia, senza eccettuarne alcuna,
il fabbricarne o far fabbricare questi pestiferi veneni, o l’usarli
sotto pena della vita, in modo che condotti al luogo del Patibolo,
le siano dal Carnefice con una ruota ben ferrata spezzate ad uno ad
uno tutte le ossa principali del corpo dal cranio della testa impoi,
perchè possino i loro corpi esser intessuti vivi fra i raggi di detta
ruota, e poichè in essa frà quelli acerbi cruciati in pena della sua
sceleratezza ed ad esempio de’ simili mostri di crudeltà havranno
vomitata quell’anima infelice, che informaua quel corpo scelerato,
sia quell’infame cadavere come peste del mondo gettato nelle fiamme, e
ridotto in minima polvere che sparsa nell’acqua d’un vicino fiume, si
disperda, non convenendo che qualsiuoglia minima parte di lui habbia
sepoltura in quella città ò luogo, che haurà così empiamente tradito._
_E se questi tali saranno Cittadini ò Sudditi di questo Stato, commanda
S. E. che le Case di tanto empj parricidi, come Nidi de’ traditori,
siano rouinate e distrutte; e che i posteri loro, come quelli che
haueranno hauuto la descendenza da’ traditori della patria, siano in
perpetuo priui di tutti gl’honori, commodi, priuilegi, utilità proprie
de’ Cittadini e Sudditi di questo Stato, e siano tenuti, trattati in
tutto e per tutto come stranieri e d’altre nationi, e per la nota che
porteranno sempre seco d’esser discesi da sangue d’empij parricidi
contra la propria patria, sia abborito il Commercio loro, come se
fossero nati frà que’ popoli che sono stimati più barbari e fieri,
e sogliono seruir ad altri per esempio d’ogni inhumanità e crudeltà.
Riseruando sempre al Senato l’arbitrio di aggiunger a queste pene quei
maggiori cruciati che la giustizia, e la seuerità delle leggi, havuto
risguardo all’attrocità del fatto, richiederà._
_Commanda di più S. E. che tutti i complici di un così horrendo
delitto siano sottoposti alle stesse pene, ed in oltre ordina che
non sia alcuna persona che habbia ardire di tenere in Casa ò in altro
qualsivoglia luogo conseruare sotto pena della vita, questo pestifero
veneno, nè trattar di fabricarlo, ò usarlo, rimettendosi nel genere
della morte all’arbitrio del Senato, havuto riguardo al fatto, ed alle
persone, seruando però sempre la dovuta seuerità._
_E perchè il distinguer da veleno a veleno potrebbe turbare
l’essecutione della presente grida, dichiara S. E. che tutti li
Veneni che non saranno nella sua semplice e natural forma, ma misti ò
trasformati, siano giudicati per pestiferi, ad effetto d’essequire le
sudette pene._
_Et acciochè tale e così essecrando delitto non possa restar occulto,
promette S. E. l’Impunità a quello de’ complici che preuenerà gli
altri in darne parte alla giustizia; e si dichiara che a quelli che si
lasceranno preuenire sarà da S. E. denegata ogni Gratia e misericordia,
e lascierà che abbia contro di loro effetto la seuerità della
giustizia._
_Di più commanda S. E. che tutti quelli che sanno ò sapranno alcuni
esser colpevoli di tutti ò alcuno de’ sodetti delitti, siano tenuti
subito a venirli a denuntiare alla giustizia, sotto pena d’esser tenuti
Complici, auuertendo bene a non lasciarsi prevenire da alcuno, perchè
se si scoprirà che l’habbino saputo, e si siano lasciati preuenire
da altri, non s’admetterà alcuna scusa, ma saranno con ogni pena più
severa et essemplare castigati._
_Dichiara inoltre S. E. che per la presente grida fatta in materia di
questo pestifero Veneno, non si intende di derogare a qualsiuoglia
altra Legge, che proibisca il fabricare, usare, portare ò ritenere
veleni: anzi vuole che tutte le leggi intorno a ciò fatte siano
inuiolabilmente osservate ed esseguite._
_E commanda S. E. al Capitano di Giustizia, Podestà di Milano ed agli
altri Podestà delle Città e Terre solite, a far pubblicare questa Grida
acciò venga a notitia di tutti._
_Data in Milano alli 7 di agosto 1630._
_Ex ordine S. Ex. Antonius Ferrer._
Vidit FERRER.
PROUERIA.
[86] Esaminando i processi degli Untori, che esistono in gran numero
nei nostri archivj pubblici e privati, trovai molti inquisiti,
arrestati appunto nelle campagne. Mi ricordo aver letto tra gli
altri il processo d’un frate laico, che venne preso nelle vicinanze
di Legnano, perchè alcuni ragazzi, i quali custodivano le vacche al
pascolo, corsero in paese gridando ch’egli aveva unta una pianta,
vicino la quale erasi soffermato per bisogni naturali.
[87] Anche il vicino Limbiate andò immune dalla peste, se vuolsi dar
fede alla tradizione popolare conservata in paese fino ad oggi. Però
in entrambi gli archivj parrocchiali non esiste ricordo alcuno intorno
il contagio del 1630 a conferma d’una tanto fortunata eccezione nella
generale catastrofe.
Devo questa notizia alla gentilezza del Rev. parroco di Limbiate
Domenico Galli, che dietro mia inchiesta ebbe la compiacenza di
esaminare i suddetti archivj.
[88] _Plebeij quoque nobilium_.
[89] Pare che alluda a Gustavo Adolfo re di Svezia, detto il Leone del
Nord, che per sostenere la Riforma di Lutero guerreggiava in quel tempo
contro l’imperatore Ferdinando ed i principi cattolici della Germania.
[90] Da queste franche parole appare che il nostro Storico non
era persuaso delle unzioni. Infatti egli si limita a tradurre
nel seguente capitolo il Tadino, uomo, e pe’ suoi talenti e per
la carica di Conservatore della Sanità, molto stimato. L’urtare
un’opinione generalmente creduta non solo dal popolo, ma dai nobili e
magistrati, e cui inclinava a credere lo stesso Arcivescovo, era per
sè pericolosissimo. Aggiungasi le traversie sofferte dal Ripamonti
ed i molti suoi nemici, e si troverà che il lasciare, siccome fa, in
dubbio se le unzioni fossero reali o immaginarie egli è quanto potevasi
esigere da uno storico posto nelle sue circostanze.
[91] _Atque post ejus mortem futurus alter quodammodo Septalius_,
dice il testo. La frase _affixus lateri senis hærebat_, indica con
molta forza l’amicizia e famigliarità strettissima che univa questi
due medici, così distinti per talenti e bontà di animo, e i quali,
per eminenti servigj prestati alla patria durante una lunga carriera,
e specialmente nel contagio, meritano che la loro memoria sopravviva
benedetta tra i non ingrati posteri.
[92] Il Tadino somministrò importanti notizie al Ripamonti, senza le
quali avrebbe difficilmente potuto rischiarare molti punti della storia
del contagio. _E perchè questo Istorico personalmente non si trovava
presente alla crudeltà di questo pernitioso contagio_ (finora non mi
fu dato scoprire dove si fosse ritirato il nostro Ripamonti), _però
ne anche poteva essere informato d’alcune certe speciali et esentiali
particolarità che la città desidera; anzi la sua fatica si sarebbe
resa molto imperfetta, quando che o sì per ubbidire a chi mi poteva
commandare come che anche per essermi in persona à comune prò della mia
Patria dal principio sino al fine di così grande flagello adoperato,
non l’hauessi soccorso de’ molti avvisamenti et osservationi come ne’
suoi libri, con più et longhe memorie egli testifica._ (Ragguaglio,
ec., _nella Dedica al vicario Orrigoni_.)
[93] _Apparve nel fine del mese di Giugno una Cometa molto grande verso
settentrione et durò longo tempo, vista da più persone; come ancora
si viddero alcuni Eclissi et in particolare del Sole et della Luna;
inditio manifesto del futuro gastigo della peste che N. S. ci voleva
mandare..... Di modo aponto spirata la Cometa, puoco doppo successero
di nuovo le untioni nella città principalmente, et suo Ducato et doppo
passarono per tutto lo Stato_. (Tadino, pag. 110.)
[94] In questo pomposo elogio del Tadino, come astrologo, e nella
protesta che fa il Ripamonti della propria ignoranza e timidezza
nella medesima scienza, non ti sembra, o lettore, di travedere una
pungentissima ironia? Era il nostro Storico, per acume d’ingegno e
libertà d’opinioni, molto innanzi de’ contemporanei, e in tutte le
opere di lui scorgesi come disprezzasse buona parte dei pregiudizi
comuni a que’ giorni; ma la credenza delle unzioni era così generale,
che il negarla sarebbe stato, lo ripeto, pericoloso. Nè Ripamonti,
sfuggito una volta all’Inquisizione, era uomo da incapparvi la seconda,
ciocchè non sarebbe stato difficile, stantechè l’Inquisitore generale,
come vedremo avanti, le autenticò, per così dire, coll’autorità delle
sue parole.
[95] Secondo il Tadino erano francesi. (Pag. 111.)
[96] _Occorse che costui (il francese) trattò per accidente di tutte
queste cose con un Battiloro detto il Borghino, il quale habitava
vicino alla casa del Senator Arconato, presidente all’hora della
Sanità di tutto lo Stato, et subito conferto dal Borghino questo
negotio, con Gio. Battista Cogliate persona giuditiosa et prudente,
et desideroso molto della salute publica, et domestica della casa del
sodetto Presidente. Il quale essendo stato avvisato dal detto Cogliate
et ricordandosi delle lettere reali... nel fare del giorno seguente
dell’avviso, lo fece far prigione, ec._ (Tadino, pag. 111.)
[97] Tutt’altro che rilasciato! Essendosi rinvenuta fra le sue robe
_una vestina dell’habito di S. Francesco di Paola con una cintura del
detto ordine, dovè confessare ch’era frate. Arrivò questa nuova al
Padre Inquisitore Generale, il quale per suo officio, come appostata
et habitato in Geneura lo sequestrò con tutte le sue robbe, et puoco
dopo lo fece condurre al Santo Officio, il quale esaminato sopra altri
particolari, di più di quello haueua fatto il Tribunale della Sanità
per interesse del suo officio, s’intese che confessò il pregione molte
cose pregiudiciale alla salute dell’anima sua et scandalo universale;
dove puoco doppo fu condotto a Roma d’ordine di quella Santa
Congregatione._ (Tadino, pag. 112.)
[98] Il Tadino dice che gli Untori servivansi di _escrementi
putrilaginosi delli buboni, carboni, et antraci pestilenti misti
con altri ingredienti, li quali per hora non conviene riporgli in
carta...._ (Pag. 119.)
Sono incredibili le assurdità che si propalavano intorno la
composizione di tali supposti unguenti. I poveri accusati, per
sottrarsi agli atrocissimi spasimi della tortura, facevano sì pazze
e strane confessioni, che sarebbe bastato un po’ di buon senso nei
giudici per scorgere a colpo d’occhio la falsità; sgraziatamente
la credenza generale nelle unzioni era sì forte, che soffocava non
solo il buon senso, ma ogni principio di giustizia. _Si pigliava di
tre cose, tanto per una; cioè un terzo della materia che esce dalla
bocca dei morti, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo dello
smoglio un altro terzo; e mischiavo ogni cosa ben bene, ne vi entrava
altro ingrediente o bollitura._ Così il Mora, in uno dei costituti;
le quali aberrazioni da delirante, prodotte dal bisogno di sottrarsi
al martirio, e dopo ritrattate, cadevano al solo riflesso che i due
ultimi schifosi ingredienti nemmeno per sogno sono velenosi, e la bava
degli appestati non era facile raccoglierla clandestinamente in gran
quantità, e maneggiarla senza contrarre la peste.
Ed il Maganza, figlio di frate Rocco, altro implicato nel processo.
_Il cognato del Baruello mi disse: andiamo fuori di Porta Ticinese, li
dietro alla Rosa d’oro, ad un giardino che ha fatto fare lui, a cercare
delle biscie, dei ratti e dei ghezzi ed altri animali, quali li fanno
poi mangiare una creatura morta, e come detti animali hanno mangiato
quella creatura, hanno le olle sotto terra, e fanno gli unguenti, e li
danno poi a quelli che ungono le porte: perchè quell’unguento tira più
che non fa la calamita._
«Un pazzo legato non potrebbe fare un dialogo più privo di senso di
questo, e allora seriamente veniva scritto. L’unto malefico, secondo il
romanzo del Mora, era di bava, sterco e ranno; ora, secondo il figlio
del frate Maganza, era di serpenti, rospi, ec. nodriti di carne umana,
e non si sapeva allora che questi animali non mangiano carni! — A un sì
strano e bestiale racconto conveniva di opporre alcune interrogazioni
necessarie... Tutto si ommise. Il fanatismo voleva trovare il reo dopo
di avere immaginato il delitto». (_Verri_, Osservazioni, _pag._ 232.)
[99] Dice il Tadino che i Decurioni di Palermo _per liberarse da
questo nemico così crudele si facevano tanto liberali con abbondanza
de’ dinari che somministravano fin due dople al giorno di mercede
alli Monatti oltre li straordinarj et furti che potevano fare.... E
si ridussero_ (i Palermitani) _a tal stato miserando, che se la peste
s’appizzava in due case in una contrata, v’erano gli ordini tanto
rigorosi, che subito attaccata s’abbruggiasse tutta, spettacolo invero
horrendo_! (Pag. 119.)
[100] Avete curiosità di sapere in che consistesse questo famoso
Unguento? Ecco la ricetta che insieme con altre parecchie trovasi nel
TRATTATO DI VARJ RIMEDJ CONTRO LA PESTE nel libro del cavaliere Ascanio
Centario intorno il contagio del 1576.
_UNGUENTO PRETIOSO ET MIRABILE_
_Contro la peste, che fu manifestato da uno che venne per infettar
Milano, che fu poi per questo giustitiato._
_Piglia Cera nuova_ _oncie III_
_Olio d’oliva_ _oncie II_
_Olio di Hellera_ }
_Olio di sasso_ }
_Foglie di aneto_ }
_Orbaghe di lauro peste_ } _ana ½ oncia._
_Saluia_ }
_Rosmarino_ }
_Un poco d’aceto_ }
_Et tutte queste cose si fanno negli sopradetti oglij bollire tanto
che ogni cosa sia bene incorporata insieme a’ modo d’unguento del quale
poi si ungono le narici del naso, ovvero li polsi della testa, o delli
bracci, et sotto la suola de’ piedi, usando prima il mangiare de agli,
cipolle, e gustare dell’aceto._
[101] E come se gli unguenti non bastassero, si trovarono anche le
polveri venefiche.
_S’aggiunse di più, che oltre l’unguento pestilente et venefico
fabricavano ancora una polvere della medema natura et qualità, la quale
spargevano nelli vasi dell’acqua benedetta pigliata dal popolo nelle
chiese et ancora nelli luoghi della povertà dove si trouauano camminare
con li piedi ignudi, attaccandose alle mani et piedi haueva tanta forza
che incontinente quelle misere creature s’infettavano et morivano in
brevità di tempo._ (Tadino, pag. 119.)
[102] Tadino dice che erano _figliuole di un Antonio Vailini di
Caravaggio_. (Pag. 121.)
[103] Codesto G. B. Farletta, morto in prigione durante la procedura,
venne abbruciato in effigie il 7 settembre mentre si giustiziavano il
Maganza ed altri untori.
[104] _Mentre odorava la superficie, nel manico ouero piede vi si
trouava il veleno, et morse in brevità di tempo._ (Tadino, pag. 121.)
[105] _Che si trouaua di colore gialdetto oscùro._ Questa pretesa
unzione accadde nel settembre 1630, ed il Tadino s’appoggia alla
relazione del dottore e avvocato Giuseppe Dondeo, delegato nel
Tortonese. (_Pag._ 122.)
[106] Avendo il Ripamonti tradotto questo pazzo racconto dal Tadino,
io cito l’originale perchè sarebbe inutile ed assurdo il ritradurre dal
latino. (_Tadino, pag._ 123.)
[107] Alle ore 23, secondo il Tadino, meglio informato; perchè il
Ripamonti non trovavasi a Milano.
[108] _Ma il camminare con tanta gente fu causa, che di queste persone
molte fossero unte, et morsero in breve tempo, et per dir il vero nel
principio del mese di agosto et nel prossimo non vi era giorno che non
si sentissero grande novità di queste maladette untioni per le contrade
di questa città, il che tutto di notte succedeva, et pochi malfattori
si ritrouauano._ (Tadino, pag. 129.)
[109] _Ma non dimorono quà le miserie nostre, che queste untioni
passorno ancora fuori della città per le terre, et ville, et di più
corse voce che sino li frutti fossero stati unti. — Oltre di questo
comminciò entrare il contagio et mortalità nelle bestie bovine, et
ancora nei caualli et durò longo tempo sino l’anno 1635._ (Tadino, pag.
129.)
[110] _Accidit vero facetum atque elegans quiddam._
[111] _Hominem sine fine deosculabatur._
[112] _Il Padre Casati uomo d’animo mite ed il compagno più severo
entrarono nel Lazzaretto il 30 marzo: era un sabbato santo._ (Croce.)
_Era il Padre Felice Casati di età matura, e l’altro Padre Michele
giovine d’anni, ma ambi duoi di molto senno, et di prudente giuditio
cittadini milanesi; Padri invero tanto caritatevoli et infervorati
nel servitio di Dio..., che se questi Padri iui non si ritrouauano, al
sicuro tutta la città annichilata si trouaua._
_Poco dopo il Padre Casati s’ammalò, in causa del manigoldo portinaro
ed apparitore del Tribunale Paolo Antonio Gallarate, il quale per li
furti che lui, figliuoli et figliuole lavandare faceuano, restorno
per divino giuditio tocchi dalla peste: doue non palesandola al
fisico Appiano, al quale detto Gallarate seruiua portandogli il libro
sopra il quale scriueua le medicine per gli infermi, restò ancor esso
contaminato.... et puoco doppo restorno offesi li due padri cappuccini
con un bubbone all’inguine, atteso che li medemi padri spesse volte
teneuano nelle mani il medemo libro, sì che il portinaro con li
figliuoli presto morirono et li Padri con detto Fisico Iddio lodato si
risanarono._ (Tadino, pag. 94, 98.)
_In maggio s’infettò anche il padre Michele Posbonello; ma sì mitamente
che non fu quasi mai obbligato a letto. In principio di giugno il Padre
Cristoforo di Cremona sacerdote molto avanti eletto a quel servitio
tolto li ostacoli, che sin allora gliel’avevano impedito alfine entrò
nel desiderato aringo.... Desiderio ch’ebbe poi felicissimo l’effetto
corrispondente, a’ 10 di giugno, morendo di peste per il servitio di
que’ poveri, nella persona de’ quali serviva il suo diletto Gesù._
(Croce, pag. 12.)
[113] _Per stragem illam hominum atque tuguriorum._
[114] L’esimia condotta del Padre Casati e del suo compagno
Pozzobonello ottennero meritamente il più dolce compenso che uomo
bramar possa in terra; la riconoscenza di tutta una popolazione. I
Cappuccini desiderar non potevano un più lusinghiero attestato di
quello che loro diede la sanità colla patente sottoposta. E sembra che
per onore dell’Ordine ne diramassero copie in varj conventi. Lo desumo
da quella che io ebbi sott’occhio, e che ha in calce quanto segue.
«Collazionata coll’originale da me Frate Ilario da Milano, sacerdote
Cappuccino, e socio ordinario, per ingiunzione del Rev.º Padre Lorenzo
da Novara, Provinciale e Ministro dei Frati Cappuccini della provincia
di Milano. E siccome trovai concordare parola per parola, in fede
sottoscrissi, apponendovi il suggello maggiore di essa provincia, per
mandato del prefato Rev.º Padre Provinciale. Dato in Milano nel nostro
convento della Concezione il XXI Ottobre 1646.
«Frate ILARIO da Milano.
«_Il Presidente et Conservatori della Sanità dello Stato di Milano_».
«Poichè la memoria delli egregij fatti, si deve procurare di
accrescere, e mantenere nelle menti degl’huomini, per accenderli
a gloriose opere, et innanimarli a mostrare di sè quel valore, et
virtu, che puonno farli in ogni secolo immortali, e renderli dopo
morti vivi. Con questa ragione, debbiamo dunque essaltare l’opere
insigne, et eroici fatti del _Padre Felice Casato_ hora Guardiano
del Monastero nuovo de’ Capuccini in Porta Orientale di questa
Città, il quale con animo invitto, andò ad incontrare la morte, col
sottoporsi a manifesto pericolo della vita, mentre pregato da’ Signori
Carl’Antonio Roma, et Geronimo Legnano nobilissimi Cittadini, a nome
di questo Tribunale, et de’ Signori di Provisione, a far opera con
li superiori di quel Monastero, acciò mandassero qualche Padre della
loro Religione ad assistere, et governare il Lazaretto di S. Gregorio
fuori di P. O. di questa Città. Egli prontissimamente fece offerta di
sè stesso, la quale fu accettata con molto giubilo da detti Signori.
Ed ottenuta ch’ebbe detto Padre la dovuta licenza da’ suoi superiori:
si rinchiuse col Padre Michele Posbonello suo Compagno (il quale dopo
rihavuto dal male contagioso, e continovando nelle solite fatiche
di molti mesi nell’istesso Lazaretto: caduto in grave infermità, e
portato dal detto Lazaretto al suo Monastero; ivi fra pochi giorni,
rese l’anima a Dio) nel Lazaretto sodetto alli 30 di Marzo l’anno
1630 con carico di Regente e Governatore di detto Lazaretto, con
ampla autorità concessagli da questo Tribunale sotto il Presidentato
del Signor Senatore Marc’Antonio Monte di gloriosissima memoria, di
amministrar giustizia, di castigare i delinquenti, disobedienti, et
inosservanti degl’ordini di questo Tribunale; di comandare, ordinare,
prevedere, e fare tutto quello, che dalla singolare sua prudenza
fosse stimato necessario al buon governo d’esso Lazaretto, et al
servitio degl’infetti, et sospetti, che in quello si ritrovavano: e
che nell’avvenire vi fossero entrati per dover essere curati, o per
fare la quarantena. Ha atteso questo Padre al detto carico vintitrè
mesi continovi con somma pendenza, vigilanza, e carità, con l’agiuto
di dodici Padri della sua Religione, quali sono morti di peste nel
medesimo Lazaretto per servitio di esso; havendo hauto sotto al suo
governo, et commando, tal’hora più di sedici milla anime, e governato
nel detto spatio di tempo da cento milla persone, e più alle quali
ha fatto provedere, non solo li alimenti, e medicinali necessarij per
il corpo, ma ancora somministrato li santissimi Sacramenti, et altri
agiuti spirituali per l’anime loro, havendo quotidianamente celebrato
il santo sacrificio della Messa, predicato, frequentemente esortando
li poveri appestati alla patienza, penitenza, et rassegnatione di
se medesimi nel voler di sua Divina Maestà. Ma non contento degli
infiniti travagli, et dell’inesplicabili fatiche del Lazaretto, ha
voluto adoperarsi anco in servitio della Città, e suoi contorni, col
provedere de’ Monatti, e Carri per condurre alli fopponi i cadaveri, e
per levare gli appestati vivi, col far interrare i morti del Lazaretto,
e quelli che di giorno e di notte erano portati dalla Città in tanto
numero; havendo anco fatto cavare diversi fopponi vicino al Lazaretto,
e provisto agli altri sparsi in diverse parti fuori dalla Città, acciò
da quelli non esalasse fetore, et accompagnato molte volte (portando
la Croce) li medesimi appestati levati dal detto Lazaretto, a quello
di S. Barnaba per dar luogo ad altri più pericolosi; havendo anco
eletto tanti Ministri, quali appena assentati, si trovavano caduti
nell’infettione, et morti. Et con la sua opera, et industria, in tempo
tanto calamitoso, in gran parte ha provisto a tanti migliaja di persone
il vitto necessario. E finalmente dopo d’aver patito infiniti disagi,
sostenuto diverse infermità et esser stato due volte sì crudelmente dal
male contagioso oppresso, che più tosto ad opera Divina, che ad agiuto
humano si può attribuire la di lui ricuperata salute: se n’è uscito
con buona licenza di questo Tribunale vittorioso dal detto Lazaretto
nel quale ha dimorato dal principio del male sino al fine, sotto
il comando delli Signori Presidente della Sanità, Monte, Arconati,
Visconte; et ultimamente, sotto il Sig. Senatore Sfondrato hora
Presidente. Et perche la grandezza dei meriti di detto Padre, et il
voto di povertà della Religione, lo rendono incapace di premio terreno:
l’habbiamo almeno voluto honorare colla presente nostra testificatione
d’indubitata verità di tutte le predette cose, et anco maggiori, la
quale servirà a perpetua memoria, et essaltatione sua, a gloria di Dio,
et ad esempio de’ buoni Cittadini, et benemeriti della Patria loro.
«Dato in Milano li 20 Magio 1632.
«D. GIOVANNI SFONDRATO, _Presidente_.
«GIACOMO ANTONIO TAGLIABUE, _Cancelliere_.»
[115] La chiesa ed il convento delle _Grazie_ furono edificati nel
luogo ov’esistevano i quartieri delle soldatesche di Francesco I
Sforza. Il conte Gaspare Vimercati, generale delle medesime, donò ai
Domenicani il sito e pose nel 1464 la prima pietra del convento. Egli
morì prima di aver finita la chiesa e la raccomandò a Lodovico il Moro,
che la fece ultimare da periti architetti, gettando a terra la maggior
cappella e l’antico coro: fu ultimata nel 1497 dopo la morte di sua
moglie Beatrice d’Este. La stupenda cupola delle _Grazie_ è opera del
Bramante. Sarebbe superfluo ricordare che nel monastero esisteva il
famoso cenacolo di Leonardo, di cui oggi non rimane, per ingiuria del
tempo, quasi più traccia.
[116] Il Consiglio Generale dei 60 Decurioni, dopo avere con
solennissima pompa visitata la cappella della Madonna del Rosario in
questa chiesa, il 27 maggio 1631, decretò, in rendimento di grazie,
una lampada d’argento del valore di 500 a 600 scudi con tanto reddito
annuale che bastasse a comperare l’olio per tenerla continuamente
accesa. Nel 1796 la lampada fu rubata mediante un foro praticato
nel muro della cappella; nel 1816 la fabbriceria delle _Grazie_ fece
istanza alla città, e fu messa in corso l’antica prestazione di quattro
zecchini all’anno per la spesa dell’olio.
Di ciò esiste memoria sopra l’ingresso, munito di cancelli di ferro,
che mette all’antica cappella della Madonna. Trovasi nella mezzaluna
un dipinto a fresco, del quale non indicano l’autore nè il Torri, nè
Lattuada, nè lo stesso elenco delle pitture esistente in detta chiesa,
ma che io crederei di scuola del Cerano. Rappresenta la Vergine che
apparisce in mezzo a due angeli, uno dei quali sostiene la lampada
dell’olio miracoloso entro cui un Domenicano intinge una penna per
toccare gli appestati che in diversi gruppi sono disposti nel fondo.
Sotto leggesi la seguente iscrizione, che traduco al solito dal latino:
A
D. O. M.
LA CITTÀ DI MILANO
INFURIANTE IN ESSA CRUDELMENTE LA PESTE
NEGLI ANNI MDCXXX E MDCXXXI
SPERIMENTATO L’OLIO SALUTIFERO
DELLA LAMPADA DI MARIA DELLE GRAZIE
ALLA MEDESIMA
CON LAMPADA ARGENTEA
PERCHÈ ARDA IN PERPETUO
DINANZI LA SACRA EFFIGIE SUA
IL VOTO DELLA RICONOSCENZA
ESULTANTE SCIOLSE
L’ANNO DI RICONCILIAZIONE
MDCXXXII.
[117] _Dove morivano 1700 persone al giorno, cessò in modo la strage,
che non rimanevano estinte che tre o quattro al giorno._ (Somaglia.)
[118] La quarantena generale fu proposta nel luglio: ma non attivata
dietro parere della Sanità, perchè, dice il Tadino, _mai fu osservato
in niuno tempo di peste nel maggior fervore dell’estate venire a
quarantena.... molto più che le persone stesse sarebbero crepate nelle
loro proprie stanze, nelle quali ogni giorno se ne trovavano morti e
infetti_.
_Verso poi il fine di settembre et principio d’ottobre fu dato
principio alla quarentena generale.... si cominciò a prohibire a tutti
gli infetti et sospetti che non caminassero più per la città, sapere
nome cognome de commissarj, apparitori, et Monatti, perchè molti
non rolati andavano con grande temerità facendo l’offitio che più le
gradiua, mentre potessero rubare._
In novembre s’incominciò veramente la quarantena di giorni 22,
affidando la sovr’intendenza di ciascuna porta della città a
gentiluomini con ampii poteri. Il municipio somministrava ogni mattina
pane e riso ai poveri quarantenanti.
Nel dicembre la peste scoppiò nel castello, ma essendo luogo chiuso,
spurgate le stanze, e mandati in campagna gli infetti, presto fu
libero. In Milano però _al tempo stesso Iddio lodato si vedeuano
cessati li carriaggi del tutto, et si cominciava a rasserenarsi, et
aprirse le botteghe dei mercanti_.
L’anno 1631 si godè _puoco meno che intera salute, seguitando le
purghe particolari delle case sospette et infette le quali si trouauano
chiuse; et sebbene occorrevano alcuni casi di peste benchè rari, con
tutto ciò Iddio lodato non passauano più oltre. Si continuavano ancora
le guardie alle porte della città, poichè vi restauano ancora molte
terre del Ducato contaminate. Infine dopo molti ordini e provvedimenti
sanitarj ai duoi di Febraro 1632, a suono di Trombe, fu fatta la
liberatione della città et ducato di Milano_. (Tadino, pag. 135 e seg.)
[119] Fu d’uopo dare esempj di rigore. _Non restauano li furbi fare
delle ladrarie et furti, dove fu preso un Monatto et convinto fu
impiccato. Duoi infetti che non volevano ubbidire, andando per la città
furono presi, et gli fu troncata la testa._ (Tadino, pag. 136.)
[120] Ciò indurrebbe a credere che il Senato temeva una sollevazione,
ove non avesse prontamente appagato il pubblico col supplizio dei
supposti Untori.
[121] Forma, come dissi nella mia Introduzione, la Decade V della
Storia di Milano del Ripamonti.
[122] _Occultum virginale illud_.
[123] Somaglia, lodando le elargizioni di Federico, riferisce che
soltanto nella sua parrocchia di San Vittore Quaranta Martiri, faceva
distribuire _un quartaro di riso la settimana per ogni povero._
[124] _Si provvide di sei sacerdoti d’approvata vita e forti della
persona, i quali in tre parti ripartiti, avessero a due a due a
scorrere ogni giorno la tripartita ampiezza della città, ec._ (Rivola,
Vita di Federico, pag. 564.)
[125] Le splendide elargizioni dell’Arcivescovo nostro trovansi per
minuto notate dal Rivola, dal Somaglia e da altri contemporanei. È
celebre un suo detto, che appalesa quale carità veramente cristiana
lo infiammasse. Era intenzionato Federico di offerire alla Madonna
dell’Albero in Duomo un pallio tutto d’oro massiccio, tempestato di
gemme. Sopraggiunta la carestia e la peste, impiegò invece quel denaro
a soccorrere i poverelli, e rallegrandosene: _Lodata sia,_ esclamò, _la
Reina del cielo, che dandomi occasione di porger a’ poveri nelle loro
estreme necessità soccorso ed ajuto, m’ha fatto fare il pallio a suo
modo!_
[126] Il 30 novembre, trovandosi nella chiesa di San Dalmazio per la
rielezione degli uffiziali della dottrina cristiana, disse: _Se ’l
Signore Iddio per nostro gastigo hauesse determinato di mandar sopra di
noi questo gran flagello, non dubitate, fate animo, che ne da me, ne da
miei preti sarete giammai abbandonati_. (Rivola, pag. 574.)
[127] Esiste una vaga e assurda tradizione che Federico, durante il
contagio, si allontanasse da Milano, e che fu questo uno dei motivi
che vennero addotti contro la sua canonizzazione. Siccome però in
nessuna delle tante memorie dell’epoca trovasi indizio di ciò, io la
ritengo falsa. Tutt’al più si potrebbe supporre alcuna momentanea gita
fuori di città, che fu per avventura esagerata dai malevoli, tacciando
di pusillanime e trascurato il zelantissimo Arcivescovo. (_Vedasi il
Rivola_.)
[128] Nel luogo ove sbocca la via detta di Santa Croce, sulla piazza
attuale di Sant’Eustorgio, esisteva da antichissimi tempi _un fonte_,
traduco l’Alciati, _ove si pretende che San Barnaba battezzasse
primo i Milanesi, e celebrasse la messa, catechizzando il popolo_.
La tradizione aggiungeva che il santo Apostolo dimorò sette anni
in quel solitario sito, che San Cajo, il terzo arcivescovo della
nostra Chiesa, ivi battezzò gran numero di Gentili, fra i quali i
più nobili cittadini. Grandissima era la venerazione dei Milanesi,
che nelle infermità venivano a bere di quell’acqua, reputandola, per
intercessione di San Barnaba, miracolosa. Non essendovi alcun vestigio
di chiesa, Federico Borromeo pensò ad innalzarne una, ed il 28 ottobre
1623 pose la prima pietra coll’assistenza del Governatore, Tribunali e
Città, con infinito popolo accorso a quella divota funzione. (_Così il
Lattuada_.)
[129] «Non affrontava i pericoli temerariamente, come se disperazione o
noja lo costringessero a morire, ovvero cercasse lode fra i precipizj,
giusta quanto si narra facessero alcuni grandi uomini. Ma del pari non
evitò mai alcun pericolo cui fosse giusto e legittimo l’avventurarsi».
Così lo stesso Ripamonti nella Vita di Federico, pag. 389.
[130] Esisteva una tradizione fra i Padri Minori Osservanti che,
scoppiata la peste in Milano, il Guardiano del convento della Pace
dicesse in refettorio, che tutti coloro i quali erano disposti a
prestarsi si alzassero in piedi; e che neppure uno rimase seduto.
Questo fatto lo raccontava il vescovo Cerina, antico religioso
dell’Ordine, e morto in Milano nel 1827.
Onorevole Documento di quanto fecero i Minori Osservanti in tempo del
contagio è la seguente Iscrizione posta in una lapide nell’ortaglia
dell’ex convento della Pace, e oggidì di proprietà della Raffineria
di zuccaro dei signori Azzimonti e C. Tanto più volontieri io cito
quest’iscrizione, traducendola, in quanto che, malgrado la sua
importanza storica, non venne finora giammai pubblicata.
TRATTIENI IL PASSO VIATORE NON IL PIANTO
L’ANNO DELLA NATIVITÀ DI CRISTO MDCXXX
UN FUNESTO CONTAGIO
INVASE L’ITALIA DEVASTÒ LA LOMBARDIA
E LO STATO E LA CITTÀ DI MILANO QUASI ANNICHILÒ
SEICENTO MILA NEL PRIMO
CENTONOVANTA MILA NELLA SECONDA MORIRONO
QUESTA MILANESE PROVINCIA
DEI FRATI OSSERVANTI DI S. FRANCESCO
PIÙ CHE CENTO DEI SUOI FRATI RAPITI DAL MORBO
CON GIUSTO DOLORE LAGRIMÒ
ESSI COL PRESTARE AGLI APPESTATI UFFICI DI CARITÀ
PERDETTERO LA VITA ACQUISTANDO IN CIELO
IL PREMIO DEI CARITATEVOLI
NOVE DI LORO ESTINTI IN QUESTA DIOCESI
QUATTRO A S. STEFANO IN BROGLIO
DUE A S. BARTOLOMEO IN MILANO
DUE IN ABBIATEGRASSO UNO A S. PIETRO FUORI DI MONZA
TUMULATI RIPOSANO
UNDICI ALTRI SACERDOTI INSIGNI
PER DOTTRINA EVANGELICA PREDICAZIONE E PIETÀ
LA MEDESIMA PESTE VULNERÒ NON ESTINSE
COSÌ LA FURIBONDA MORTE E I CADAVERI SANGUINOLENTI
NON POTERONO SPEGNERE IL FUOCO DI CARITÀ
DEI FIGLI DI S. FRANCESCO
NÈ RAFFREDDARE LE SACRE CENERI DI ESSO FUOCO
QUESTO UFFICIO PIÙ DI OGNI ALTRO PIETOSISSIMO
LA MISERA PATRIA SPERIMENTÒ
DIVOTA RICONOBBE GRATA ENCOMIÒ
O TU CHE VAI OLTRE IMPARA
DA SÌ GRANDE CONTAGIO L’UMANA CALAMITÀ
DA TANTA ABNEGAZIONE LA PIETÀ RELIGIOSA
DA SÌ TREMENDO FLAGELLO
IL GASTIGO E INSIEME L’INDULGENZA DIVINA
I FRATI NOVIZJ DELLA CASA DELLA PACE
SUPPLICANTI LA PACE CELESTE
QUESTA LAPIDE
A SEMPITERNO MONUMENTO DEI DEFUNTI
E SALUTARE RICORDO DEI BEATI
POSERO
IL QUARTO GIORNO DI OTTOBRE ANNO MDCXXXXVI
[131] A schiarimento di questo passo, giovi richiamare l’attenzione
dei lettori sull’Ordine degli Umiliati, il quale estinto da quasi
tre secoli, cadde in dimenticanza, benchè abbia sostenuto una parte
importante nella storia. Sull’incominciare del secolo XI (1014), e
regnando l’imperatore Enrico I, alcuni nobili milanesi furono tradotti
prigionieri in Germania, e là fra le angustie dell’esiglio fecero
voto che se un giorno riveder potevano la patria, condurrebbero una
vita santa, rinunziando agli agi ed alle pompe mondane. Tornati in
patria, attennero il voto, e riuniti gli ingenti loro patrimonj, si
raccolsero in un cenobio sotto la regola di San Benedetto, assumendo
il nome di Umiliati per ricordo della _umìle_ vita cui erano stati
ridotti dall’inopia durante la cattività. L’Ordine crebbe rapidamente,
e in meno d’un secolo Milano contava sessanta ospizj, trenta per gli
uomini, e trenta per le donne. Gli Umiliati si resero benemeriti
al paese, dissodando in molte parti terreni, istituendo setificj,
e specialmente lanificj, ramo d’industria che fecero prosperare
in Lombardia, attivandone un esteso commercio. Le ricchezze loro
crebbero a dismisura, e, come accade, pervertiti i costumi, traviò
l’Ordine dall’originaria regola. All’epoca di S. Carlo contavansi in
tutta l’Italia non più di cento Umiliati, compresi i novizj, i quali
avevano nullameno che un reddito annuo di sessanta mila zecchini
imperiali, sommanti più d’un milione delle nostre lire. S. Carlo, fin
da quando trovavasi in sua gioventù a Roma, s’informò degli Umiliati, e
conosciutane la decadenza, stabilì richiamarli all’osservanza. Infatti
nel 1567 intimò un capitolo generale, privò i Proposti (così chiamavasi
i superiori delle diverse case degli Umiliati, e da ultimo vivevano
alla principesca, con autorità quasi dispotica) delle entrate, e nominò
un Generale dell’Ordine di sua scelta. Fu allora che diversi Proposti
congiurarono per togliere di mezzo l’Arcivescovo, scegliendo un frate
Donati, milanese, detto il Farina, perchè l’uccidesse. L’attentato
andò in lungo, tra per mancanza di denaro, tra per l’irresolutezza
del Farina, in cuore del quale il rimorso lottava colla sete dell’oro.
Un bel giorno, rubate le argenterie della sua chiesa in Cremona, egli
fuggì a Mantova, e di là a Venezia ed a Corfù, sciupando in bagordi il
ricavo della rapina. Tornato in patria, recossi in Isvizzera, sempre
indeciso a farsi mandatario de’ suoi superiori. Finalmente le costoro
suggestioni vinsero la titubanza del Farina; la sera del 2 ottobre
1569, mentre S. Carlo, in una cappella posticcia di legno, perchè
stavasi riattando l’ordinaria nel palazzo arcivescovile, assisteva co’
famigliari ad alcune orazioni cantate dai musici, l’empio frate presa
la mira dall’apertura dell’uscio, sparò contro il Borromeo uno schioppo
carico a palla e migliaroli grossi (pernigoni); ma nol ferì, perdendosi
il piombo entro le pieghe del rocchetto, con lieve scalfittura
soltanto.
Fuggito in Savoja, dove s’arruolò nelle truppe, il Farina venne più
tardi scoperto, consegnato, e insieme co’ Proposti suoi complici salì
il patibolo nel 2 agosto 1570. L’anno medesimo l’Ordine degli Umiliati
fu abolito con breve di papa Pio V, con lieve rammarico del pubblico,
irritato dal recente delitto. S. Carlo, oltre i locali di San Calimero
e di San Giovanni in Porta Orientale, già avuti sei anni prima (1564),
e dati il primo ai Padri Teatini, il secondo trasmutato nel Seminario
Maggiore, ottenne dal Papa la chiesa e cenobio di Brera (vi mise i
Gesuiti); — Santo Spirito (ne fece il Collegio Elvetico); — la Canonica
in Porta Nuova (altro seminario), — e finalmente Santa Sofia lungo il
naviglio in Porta Romana. Delle rendite degli Umiliati vennero messi a
disposizione di lui 25,000 zecchini imperiali all’anno.
[132] Intraprese la carriera ecclesiastica, e studiò indefessamente
diritto civile e canonico. Appena ordinato sacerdote, il Bescapè,
vescovo di Novara, nominollo vicario generale di quella diocesi, ove
si distinse col sapere e lo zelo. Di là passò arciprete a Monza, ove
nel 1602 fece costruire i due armadj che stanno ai lati dell’altar
maggiore in San Giovanni per riporvi le reliquie ed il famoso papiro
che contiene il catalogo delle medesime spedito da S. Gregorio papa
alla regina Teodolinda. In tale circostanza andò smarrito il papiro,
e, se stiamo alla tradizione, esso fu sottratto dallo stesso arciprete
Settala. E invero i dottissimi monaci Maurini, Germain e Mabillon,
viaggiando in Italia, lo scopersero nel 1638 nel museo della famiglia
Settala. Passato molti anni dopo in proprietà del conte di Firmian,
il successore di lui, ministro plenipotenziario in Lombardia conte
Wilzeck, generosamente lo restituì il 7 settembre 1777 alla Basilica
monzese, nel cui tesoro si custodisce. Un’apposita iscrizione,
indicando il fatto, dice che fu rinvenuto a caso nel museo Settala;
Frisi nelle sue _Memorie_ accenna la perdita del papiro; ma sembra
che per riguardi alla famiglia abbia taciuto il nome dell’imputato.
Io l’accenno per amore della verità storica. Nel 1618 il Settala passò
canonico della cattedrale di Milano e penitenziere maggiore; Federico
lo aveva carissimo, e molto se ne servì per comporre le vertenze tra il
foro ecclesiastico ed i regj ministri. Agitavasi in quei giorni a Roma
la causa della canonizzazione di S. Carlo, ed il Settala fu scelto a
pieni voti per recarsi colà quale procuratore arcivescovile. Esiste nel
carteggio di Federico buon numero di lettere scritte al Settala durante
il soggiorno in Roma, e provano la stima e l’affetto che nutriva per
lui. Tornato in patria, fu dal Cardinale, durante la peste, messo alla
direzione del lazzaretto ecclesiastico, in cui morì nel 1630. Lasciò
da cinquanta manoscritti concernenti casi di morale, di diritto, ec.
Se ne può vedere il catalogo nell’Argelati, _Biblioteca degli Scrittori
Milanesi_.
[133] L’oblato Carlo Rasino fu scelto per direttore spirituale, e vi
morì di peste: gli succedette Francesco Volpi, sacerdote esemplare ed
uno dei guariti. Nel Lazzaretto, rimasto aperto dai primi di luglio
sino alla fine di settembre, ebbero ricovero sessanta appestati, dei
quali risanarono soli quattordici. (_Rivola, pag._ 591.)
Stando ad alcune Memorie manoscritte la Congregazione degli Oblati
perdette 27 de’ suoi membri.
Varie importanti notizie, su quanto fecero gli Oblati anche nella
Diocesi in questo contagio, rinvenni in uno di quei libri dimenticati
nelle biblioteche, ma che riescono molto utili agli studiosi delle
cose patrie. Ha per titolo: _De origine et progressu Congregationis
Oblatorum ab anno congregationis conditæ 1678 ad 1737_. M.º 1739.
L’autore è un Bartolomeo Rossi, oblato e dottore dall’Ambrosiana,
poscia preposto a Cantù, e infine missionario nella Casa di Ro, dove
morì circa il 1750. In questo libro, scritto in buon latino, leggesi il
fatto seguente:
«Nè fu minore la pietà degli Oblati al di fuori di Milano. Adamo
Molteni e G. Battista Bassi, il primo, parroco a Monza, l’altro a
Biasca, morirono di peste. Dureranno fatica i posteri a credere ciocchè
è confermato da gravissimi documenti, esservi stato alcuno che incontrò
con tale rassegnazione la morte, da celebrare a sè medesimo le esequie
e scendere vivo ancora nel tumulo. Codesta fermezza d’animo, sto per
dire miracolosa, mostrò G. Battista Ro, proposto di Leggiuno, il quale,
nel confessare e portare il Viatico ai moribondi, contratta per l’alito
la peste, mentre sentiva venirsi meno la vita, discese entro la fossa
che aveva fatta scavare per sè. Ivi, dette alcune brevi parole sulla
miseria dei beni di questo mondo a’ suoi parrocchiani che in folla lo
circondavano tratti dal nuovo spettacolo, adagiando decentemente le sue
membra e incrociate le mani sul petto, dolcemente spirò».
[134] Ripamonti, misterioso sempre, non dice quale fosse codesta
chiesa, nè a me fu dato per indagini scoprirla.
[135] _Halitusq: tuos cum ipsius anima et spiritu quam minime
consociabis_.
[136] Questa savia disposizione prova sempre più quanto Federico
cercasse di ovviare il contatto, sì fatale nelle pestilenze; che se
annuì prima alla traslazione del corpo di S. Carlo, bisogna dire vi
fosse indotto dal desiderio dei magistrati e di tutta la popolazione,
giacchè non è supponibile che ignorasse il pericolo inevitabile di
vieppiù spargere il contagio con quell’imprudente funzione.
[137] Morirono in città 62 curati e 33 coadjutori: nella diocesi
infiniti. (_Pio della Croce, pag._ 62.)
Secondo il Rivola, 64 curati e quasi altrettanti coadjutori.
[138] La Storia MS. della Peste, vedi l’Introduzione, pag. XXXI.
[139] Anche questo passo, secondo Verri, fa prova che il Ripamonti, per
timidità piuttosto che per persuasione, sostenne l’opinione degli unti
malefici.
[140] Da qui trasse Manzoni l’episodio di Renzo che si pone in salvo
sul carro dei monatti.
[141] Questo Appiani fu uno dei medici che si prestarono con maggior
zelo durante il contagio. Uomo di buon senso non credeva alle unzioni
(Vedi Appendice I al Libro II). Infermò di peste nel Lazzaretto, ove
l’aveva destinato il collegio medico, _et rihautosi, si risolse per
servire alla sua patria, seguitare l’impresa sino al fine, non ostante
che di già il Tribunale gli hauesse assegnato cento scudi al mese. Et
non stimando l’interesse ma sibbene il servitio publico, et desideroso
di gloria, volse seguitare a servire con la conditione che dopo
medicate codeste creature con la debita cautione potesse ancor servire
per la città.... ma il capriccio di un Fisico intorbidò ogni cosa,
esigendo che habitasse di continuo nel Lazzaretto, cosa che continuando
sarebbe in breve stata la sua morte. Laonde si ritirò, ed il Lazzaretto
rimase privo de’ medici_ (Tadino, pag. 103).
La seguente lettera, che il Tadino suo collega ci ha conservata, è
importante, perchè espone gli effetti fisici e morali della peste; e
tanto più che sono descritti da un medico. La tradussi dal latino,
lottando con le anfibologie e le gonfiezze che la rendono qua e là
difficilissima.
«_Illustrissimo Presidente di Sanità e Collegio,
Senatori amplissimi_».
«Eccomi uomo nuovo e redivivo, ma sempre vostro servo. Perduta io
stesso ogni speranza, pianto dai miei famigliari nella città, e fino
ne’ lontani villaggi come morto; tre soli amici con un filo di speme
non m’avevano per anco cancellato dal numero dei viventi. Ora vivo
e non per me, ma per voi, Illustriss. e Colendiss. Sigg., Congiunti
amatissimi, cui sono debitore più assai che dell’esistenza. Ma quanto
non ho sofferto! non il solo male, ma le stesse pietose mani dei
medici furono crudeli: aperte le vene, mi trassero sangue due volte,
m’applicarono quattro vescicanti, i quali coll’acre calore fecero
sollevar vesciche dall’intorpidita cute. Ahi strazio! quai fetide e
putrefatte ulceri! quale orribile puzzo! Si minacciò perfino il fuoco,
e fu adoperato. Questi non pertanto sono lievi dolori, anzi giovevoli;
ma oh come atroce ed orrendo fu il male che non si potrebbe meglio
qualificare che col proprio nome di peste! Nessun altro più turpe
del medesimo che offende il cerebro sede dell’intelletto, tutte le
funzioni del quale sono turpemente viziate, illanguidite, travolte.
Qual mormorio agli orecchi che rintronavano d’inconditi suoni! gli
occhi erano abbagliati da mentiti colori e da vani fulgori: mal fermi
paventavano crollassero i vacillanti tetti, e vedevano le pareti
tentennare con moto incostante e vertiginoso. Ma più amaro era il
sapore che tormentava le fauci con ingrata sensazione. Aggiungevasi
per ultima angoscia la sete; e siccome il bere aggravava il male, così
erami forza in certo modo sopportarla per non peggiorare. Qual lotta
sostenessi contro il grave sopore che opprimeva tutti i sensi, quali
sforzi per non addormentarmi e per tener lontano il sonno e l’infame
sua sorella la morte, io non ho parole ad esprimerlo adeguatamente.
Il cuore, fonte della vita e talamo dell’anima, era da codesto malore
intorpidito. Ben egli sforzavasi con tremuli battiti di respingere
il mortifero veleno; ma come sottrarvisi se d’ogni parte gli aliti
avvelenati concorrevano alla sua ruina? Laonde il cuore, oppresso
da tanto peso, vinto da sì nemica forza, illanguidiva, non battendo
come avrebbe dovuto pel fuoco febbrile. Il bubone poi quanto più era
salutare, tanto riusciva più molesto, e se dava alcuna speranza di
guarigione, questa era bilanciata dal dolore presente. Aggiungevasi
una penosa spossatezza di tutte le membra e l’impotenza di aver requie
che nol concedevano le gambe esulcerate e lo spasimo all’inguine. E
qual sollievo io aveva in tanti mali? nessuno. Sì, nessuno, Illustris.
Signori, poichè i famigli e gli amici aborrivano il malato e lo
fuggivano; laonde nè blandi colloqui, nè veruno di quei conforti che
possono ridonare la vita. La speranza, sollievo dolcissimo in tutti i
guai che può inspirare anche fallaci gioje, e colle ridenti immagini
che ne rappresenta alla fantasia, tempera i mali e appena lascia
sentire il dolore, per maggiore mia infelicità, fuggiva lungi da me per
rendermi vieppiù misero, stantechè io era intimamente convinto la peste
essere mortale. Aveva vedute tante esequie! e tanti spirare sotto la
medicatura od anche mentre pigliavano cibo! Le orrende immagini di quei
moribondi che mi si paravano innanzi allo sguardo empievano di spavento
l’animo mio. Ma basti, che non voglio più a lungo tediarvi con sì
molesti discorsi. State sani, e con voi la città tutta».
«Devotiss. Dottor Fisico
G. BATTISTA APPIANI».
[142] I mercanti, a ciò eletti alla presenza dei Commissarj di Sanità,
faranno _all’interessata ad alla leggittima persona che per esso
comparirà pagare le giusta metà del valore in contanti o per quelli che
non haueranno chi leggittimamente comparisca si deporanno al Banco di
Sant’Ambrogio_.
_Et questo benefizio del pagar la metà s’intenda solamente per le
persone povere non intendendosi compresi i gentiluomini Mercanti
ed altre persone comode le quali da tal abbruggiamento non possono
ricevere notabile detrimento._
_Detti mobili saranno condotti nel Foppone di S. Gregorio, dove fatta
la massa s’incammineranno al luogo per tale obbjeto destinato nel
Foppone di Porta Comasina._
_Niuno per temeraria curiosità ne per malitia osi accostarsi ai carri,
ne al luogo dove si fa la stima sotto pena di tre tratti di corda;
ne con voci o fatti violare tale attione ne inquietarla sotto pena di
cinque anni di galera, nel che si obbligano per li figliuoli li Padri
et Madri sotto pena pecuniaria, et corporale ad arbitrio del Tribunale,
et si crederà ad un testimonio degno di fede._ (Grida 7 Giugno 1630.)
[143] _Il fumo delle robbe infette, come letti, piume, lane, strazzi,
portate di notte sopra il stradone di S. Dionigi vicino S. Primo per
abbruggiarle fu tanto pestilente et fetido, che entrando nelle finestre
delle camere dei Padri Cappucini mentre riposavano, gli contaminò
talmente gli spiriti che in puoco spatio di tempo ne morsero cinque._
(Tadino, pag. 101-126.)
[144] Il collegio offrì inoltre molti onori e privilegi a quei medici
di campagna che venissero a pericoloso incarico in Milano. Accettò
un Romanò; _ma il meschino entrato nel Lazzaretto in 15 giorni restò
tocco, et finì la sua vita in sette. Per questo esempio non si trovò
persona che volesse assistere in detto Lazzaretto_. (Tadino, pag. 108).
[145] Vedi la nota pag. 121.
[146] Probabilmente l’Autore intese dieci delle nostre pertiche comuni.
[147] Intorno la mortalità e la popolazione di Milano a quest’epoca,
vedi l’Appendice in fine del libro.
[148] Il Tribunale di Sanità però, avuto riguardo alla miseria dello
Stato a motivo del passaggio delle truppe, _rilasciò alquanto il
suo rigore permettendo si potessero tenere i bigatti con le debite
istruzioni_. (Vedi Tadino, pag. 97).
[149] Per quante ricerche abbia fatte nei pubblici archivj di
questa anagrafi, tanto importante per determinare almeno in modo
approssimativo la popolazione di Milano, non ne rinvenni traccia.
[150] _Lindò è un mercato generale, cioè un luogo ove si riducono
tutte le merci, che in Italia vengono da tutta l’Alemagna doue per
il più dell’anno sono molte città et luoghi infetti di questo morbo
contagioso._ (Tadino, pag. 13.)
[151] _Ad instanza della città ne fu procurata la sospensione sotto
il dì 17 luglio 1629 fino all’autunno, non ostante che molte città
dell’Alemagna nostre vicine fossero infette di peste._ (Tadino, pag.
14.)
[152] _Il quale provvedesse con ogni autorità et vigore di giustizia
alli bisogni.... Col carico di compire a visitare tutte le terre ville
castelli et porti di tutto il lago di Como di tutta la Valsassina monte
di Brianza et Gera d’Adda._ (Tadino Pag. 24).
[153] _Nel ritorno ritrouassimo colà_ (ad Olginate) _molto numero
de’ huomini et donne li quali giorno et notte dissero habitare alla
campagna per il timore del contagio hauendo abbandonate le proprie
case, et le loro comodità, et ci pareuano tante creature seluatiche
portando in mano chi l’erba menta chi la ruta chi il rosmarino, chi
un’ampolla d’aceto; che per dir vero ci faceuano piangere et furno da
noi consolati et fattogli di subito prouedere alli loro bisogni, atteso
che gli mancava sale, pane, aceto ed oglio._ (Tadino Pag. 26).
[154] _Sed belli graviores esse curas._
[155] Il Tadino racconta distesamente quanto osservò nel tratto
di paese da lui percorso; trascelgo alcuni fatti più importanti e
caratteristici.
Da Galbiate passarono a Chiuso, indi a Malgrate. _L’istesso giorno del
nostro arrivo ritrouassimo una giovane morta in 4 giorni; comandassimo
fosse cauata dalla sepoltura, il corpo della quale si trouaua con segni
pestilentiali come liuori nelli Hippocondrij, flagellationi, petecchie
negre, pauonazze, et tutto il dorso verso l’osso sacro moreleggiante.
Interrogata la sotteratrice che tiene cura di lauare li cadaueri
nominata la Tredesa donna vecchia ma robusta, se haueva osservato altri
segni nelli altri corpi simili a questi, rispose non se ne ricordaua;
ma si scorgeva che questa vecchia Gabrina s’andaua scusando et coprendo
la peste, la quale poco doppo pagò il douuto gastigo della sua bugia
perchè fra tre giorni morse._ Trovarono a Malgrate 29 malati, che, al
loro ritorno, sette giorni dopo erano morti. Lecco si conservava sano
tuttavia, non però Olate, Balabio e la Valsassina.
Nel discendere verso Bellano dalla _sommità del monte sentessimo fetori
insoportabili, et descendendo al basso per la terra non ritrouassimo
persona alcuna come luogo silvestre, et disabitato che ci arrecò non
puoco horrore. Finalmente arriuando alla piazza vedessimo un prete ad
una finestra con faccia quasi cadauerosa, il quale per le preghiere che
li facessimo che da noi douesse uenire fu molto difficile non ostante
hauessimo con noi una persona del paese. Et interogato della salute di
quella infelice terra... rispose il male hauer avuto principio circa li
6 dì ottobre et a quell’hora erano morti circa 64 persone... et ciò che
era notabile la sera si trouauano le persone sane, la mattina morte_.
Da Bellano i Commissarj passarono a Varenna dove _ritrouassimo una
donna morta in tre giorni con un carbone pestilente sopra una mamella,
presso di lei il marito, et figliolo parimenti con buboni_.....
Bellaggio lo trovò sano, non così Dorio e Colico, chiamato dal Tadino,
non so perchè, _delitia del lago di Como. Et questa terra è stata la
più destrutta et sualigiata di quante haueuamo visitate, perchè fu la
prima nell’ingresso delli Alemani_.
Anche sull’opposta sponda del lago dalla Cadenabbia a Domaso,
trovarono serpeggiare il contagio. Venuti a Como, e date le opportune
disposizioni, tornarono a Bellaggio, indi per Lecco e Valmadrera
incominciarono la visita della Brianza, costeggiando l’Adda. Per
Treviglio, Caravaggio, Cassano, Cambiago, ecc., paesi della Geradadda
ne’ quali incominciava a scoppiare qualche caso di peste, i due
commissari si restituirono a Milano il 15 novembre. Per le minute
particolarità di questo viaggio, rimando i lettori al Tadino. (Pag.
25-50.)
[156] _Et ferebat id vorato jam quæstu mercimonium in Urbem_.
[157] _Et ipsa pestilentia submoverat punieratque commode aliquem_.
[158] Il Tadino, riferendo questo aneddoto, dice: _Siccome N. S. haueva
levato l’inteletto al suo popolo d’Israel, così al presente molto più
haueva acciecato la città di Milano, la quale si lasciò persuadere
da una donna, ecc. Sebbene della promessa fattagli della liberatione
del figliuolo gli portaua consolatione grande, niente di meno sapendo
non hauer rimedj atti per questo male, non durò lungo tempo la sua
bugia, la quale fu puoi causa della sua morte. Et benchè dicesse hauer
ancora preseruativi, con tutto ciò s’appestò malamente, et hebbe il
condegno gastigo della morte pestilente, come nel fine de’ suoi giorni,
riconosciuta del suo errore, disse alli padri Capuccini, che ciò
haueua fatto per agiuttare il figliuolo per l’amore sviscerato che gli
portaua_. (Pag. 110.)
[159] _Atteso che di già se n’erano ritrouati morti in molto numero
di loro senza confessione nè aggiuti come tante bestie_. (Tadino, pag.
125.)
[160] Vedi nel Tadino i due decreti originali del Senato in data del 6
luglio. (Pag. 125.)
[161] Questa lavanderia, piantata pel contagio, _constaua de’ 24 banche
in acqua corrente chiara et copiosa, separati però li banchi delle
lauandare monatte brutte et nette.... In oltre si trouauano disposte
molte camere dalla parte di detta lauanderia, parte per gouernare le
robbe infette et parte per le purgate.... Veramente l’architettura col
parere di Carlo Butio architetto in ogni materia nella sua professione
singolare, et l’artificio si trouaua molto bene disposto. Sebbene
poco dopo detta lauanderia non fu mentenuta in grave danno del publico
benefitio, con tutto ciò volendo il tribunale restasse sempre memoria
di attione così honorata et segnalata per gli futuri secoli, fu dato
ordine alli detti fisici Tadino et Settala, di far mettere sotto il
portico delle camere laterali, all’opposto di detta lauanderia in
luoco eminente uno Elogio, come da loro fu eseguito di questo tenore_.
(Tadino, pag. 69.)
SOVRASTANTE IL PERICOLO
DELLA PESTE IMPORTATA
QUESTO LAVACRO
ORDINATO DA G. BATTISTA ARCONATI
SENATORE E PRESIDENTE DEL MAGISTRATO DI SANITA’
COMPIUTO SOTTO IL SUO SUCCESSORE
MARCO ANTONIO MONTI PRESIDENTE
I MEDICI CONSERVATORI
ALESSANDRO TADINO E SENATORE SETTALA
A SPESE PUBBLICHE INNALZARONO
L’ANNO MDCXXIX
[162] Questi fu il delegato di Sanità, Marc’Antonio Arese, il quale,
reduce a Milano da una visita nella riviera di Lecco e Valassina,
_biasimò la lauanderia particolare del Lazzaretto con tanto artificio
fatta fabbricare. Perciò degno di scusa per non essere sua professione,
volendo fra gli altri errori, che l’acqua corrente si dimorasse mentre
si gettaua dentro le robbe infette doppo riceputo il bollo, cosa
lontana dalla ragione e dall’esperienza...... mentre che non può mai
nettarse et espurgarse le robbe infette, mentre resti l’acqua torbida e
sporca..... Il Delegato_ (Arese) _propose alla città di fare una nuoua
lauanderia generale all’incontro del Lazzaretto, che fu di spesa alla
città di_ 4000 _scudi senza frutto alcuno_. (Tadino, pag. 98-99.)
[163] I Romani davano questo nome ad un tratto di terreno lungo le mura
al di fuori o al di dentro di esse, consacrato dalla religione, e sul
quale era vietato fabbricare o coltivare.
[164] Ecco un’altra prova che il Ripamonti era superiore a’ suoi tempi,
distinguendo la soda pietà dalle pratiche esagerate e ignoranti.
[165] Allusione al dragone della favola, custode del vello d’oro, o
piuttosto alla superstizione popolare, che il diavolo, in forma di
Drago, custodisca i tesori sepolti.
[166] Ecco l’originale in versi latini, rimati secondo il cattivo gusto
dell’epoca:
_Stella cœli extirpauit_
_Quæ lactavit Christum Dominum_
_Mortem pestis quam plantauit_
_Primus Parens hominum._
_Ipsa Stella nunc dignetur_
_Sydera compescere,_
_Quorum bella plebem cædunt_
_Diræ mortis ulcere._
_O piissima Stella maris_
_A peste succurre nobis;_
_Audi nos, Domina,_
_Nam Filius tuus, nihil negans,_
_Te honorat._
_Salva nos, Jesus,_
_Pro quibus Mater orat._