Altre orazioni trovansi nel Tadino. (Pag. 108.)

[167] _Mors et Fames vigebit ubique_.

[168] _Mortales parat morbos: miranda videntur_.

[169] _Numeris modisque diversis includitur_. E fa col pessimo gusto

d’allora un giuochetto di parole sul _numeris_ che si può intendere per

versi e per cifre.

[170] Tadino nomina venti reggimenti, e li fa ascendere

complessivamente a 36256, cioè 800 soldati di più. Il passaggio durò

dai 20 settembre al 3 ottobre 1629.

[171] _Cassano fu una delle prime tocche di peste nel Ducato, e fu

assai tribolata dalla fame, dall’alloggio dei soldati e dalla peste. Ma

quando pensaua di rendere gratie a S. Divina Maestà della misericordia

usatagli per averla liberata dal morbo, ecco che nel voler festeggiare

uno giorno, et far allegrezza per la gratia hauuta, Giouanni Pelegato,

fattore del marchese d’Adda, il quale sino nel transito delli Alemani

haueua comperato un sacchetto di polvere, volendola adoprare per tale

effetto, si sentì assalire di dolore di testa tanto insoportabile,

che cascò in terra, et raccolto nel letto con febre pestilente, et con

un bubone nell’inguine sinistro morse nel quarto giorno; cosa invero

miracolosa che non passasse più oltre._ (Tadino, pag. 71.)

[172] _Liber in quo descripta sunt nomina defunctorum civitatis

et corpora S.tor M.li per me Tragllum Zumalum locotenentem Not. D.

Christophori Zumali Canzel. Sanitatis Medl. Coram Ill. R. D. Senat. D.

D. Simone Bossio Præside Offitij Sanitatis_.

[173] Della Tortura, § VII.

[174] Ripamonti tradusse questo passo dalla famosa descrizione

del Boccaccio. Io l’ho ritradotto, adoperando le stesse parole del

Certaldese, cui rimando i lettori anche pel seguito del presente

capitolo.

[175] S. Carlo chiama Milano città numerosa di popolo, ristretta di

case, piena di povertà, frequente di commerci e di traffichi. (_S.

Carlo, Memoriale, pag. I, cap. I._)

[176] S. Carlo ottenne dal Papa questo Giubileo dell’anno santo

anche per Milano, ove fu pubblicato solennemente al principio della

quaresima. _Alla devotione del quale, per conseguire i celesti thesori

delle sue indulgenze, concorse tanta moltitudine di gente sì della

città e dello Stato, come di fuori di lui, che era uno stupore.

Venendo le terre e ville con diuote processioni alle quattro chiese

sante Il Domo, S. Lorenzo, S. Ambrogio, S. Simpliciano, in numero di

cinquecento, di settecento, e fino di mille anime per volta. E tra le

altre, la terra di Monza con bellissimo ordine, con due stendardi et

un S. Giovanni in mezo loro, innanzi in numero di ottomila persone vi

comparse, facendosi a tutti elemosina del mangiare e bere in alcuni

luoghi deputati. Lasso di dire quel che di giorno si faceano di tutte

le Parocchie con tanta divotione, che era gran meraviglia, chi in

habito de Peregrini, e chi con sacchi, e chi in altri humilissimi

vestiti. Per la frequenza grande, temendo i signori conservatori

della Sanità, che tra le genti che veniuano a questa divotione, non si

mescolasse alcuno delle terre infette o luoghi sospetti, ordinarono che

si moderassero queste processioni e si riducessero al numero di dieci o

dodici per luogo_. (Centorio, pag. 21.)

[177] Accennerò in breve l’origine e l’andamento di questo contagio.

Nel 1575 manifestossi in Svizzera, a Trento, indi a Venezia, Genova

e nel Piemonte, in guisa che, circondando d’ogni parte la Lombardia,

riusciva quasi impossibile chiudergli il passo. Infatti il 19 marzo

1576, scoppiò a Paruzero, villaggio di 600 anime, lontano due miglia

da Arona. Nel luglio la peste manifestossi a Melegnano, poi a Monza

_causata da una donna che da Mantoa vi haueua portato certi coralli et

robbe_. Il borgo di San Biagio fu tutto contaminato, e in tre settimane

morirono a Monza centocinquanta persone.

Il 3 agosto morirono due di peste nelle cascine di Comino, discoste tre

sole miglia dalla città. Il giorno 11 agosto, _da queste cassine poscia

si diffuse il male nel borgo degli Ortolani, fuori di porta Comasca,

separato dalla città, et in numero di sei mila persone, da cui usciuano

ogni giorno molte persone d’essercitare diverse arti di Milano, oltre i

giardini d’erbaggi, che per publica comodità et uso vi si faceuano, oue

ogni dì ne moriuano alcuni che erano giudicati sospetti di peste.....

Continuando questo male, saltò fin dentro la città di Milano, et prima

nel borgo di S. Sempliciano, come a lui più vicino per la pratica

degli ortolani con quei di dentro.... Dilatandosi il male verso S.

Marco e fino al Cordusio, e da questa parte nel borgo di Porta Romana,

et al Laghetto, luogo ove fa capo la maggior parte delle barche che

dal Ticino a Milano portano vini, legne, carboni et altre robbe, et

vettovaglie necessarie per il sostentamento della città. Et in Milano

proprio si distese a Porta Vercellina e tutte le altre_. (Centorio,

pag. 7.)

[178] Il Tribunale di Sanità, del quale si è tanto parlato in questa

storia, venne eretto dal Duca Francesco II Sforza l’anno 1534. I

disordini avvenuti in Milano nel contagio del 1524, per mancanza di

provvedimenti sanitarj, suggerirono l’erezione di questa provvida

magistratura. Innanzi Natale, il Duca, e poscia il Senato, eleggevano

i membri d’esso Tribunale: Due medici collegiati col titolo di

Conservatori, — il presidente, che era sempre un senatore, — tre

commissari, — uno scrittore, — un chirurgo, — due uffiziali di Sanità,

o apparitori, — un portiere, — un registratore dei morti, — custodi dei

lazzaretti di spurgo. — In tempo di peste il Tribunale di Sanità aveva

estesissimi poteri.

[179] _Al quale la città di Milano deve alzare una statua di marmo, e

ponerla ad eterna memoria nella piazza pubblica, in segno della gran

sollecitudine, prudenza e cura ch’egli ebbe della sua patria e della

integrità che in lui sempre si vide, per la quale eternamente egli

vivrà immortale._ (Centorio, pag. 336.)

[180] L’isolamento in cui ciascuno procurava di vivere per non

contrarre la peste, e l’aver i nobili, i manifattori ed i bottegaj,

per economia, licenziato un gran numero di servi e di operaj, i

quali vivevano del guadagno giornaliero, accrebbe a dismisura la

mendicità. _Onde in poco spazio di tempo si ritrovò in Milano un

numero grandissimo di persone dell’uno e dell’altro sesso ridotte ad

estremo bisogno; conciossiachè non trovavano i meschini nella città

ricetto alcuno, e fuori uscire non potevano per essere Milano bandito

e guardato intorno da ogni parte dalle vicine terre, acciocchè nessuno

n’uscisse. Non sapendo i poverelli che partito prendere, ispirati da

Dio, si congregarono insieme, e unitamente andarono dal Cardinale come

a padre comune, acciò egli prendesse la loro cura...... Restò tutto

commosso il pio Pastore a vedersi innanzi tanta moltitudine di poveri,

e come che fossero stati suoi cari figliuoli, li accolse, promettendo

che sariano certamente soccorsi e provvisti.... Ne applicò alcuni per

soldati a far le guardie, altri al servizio degli appestati, altri a

purgar panni sospetti di peste. Il resto, che giudicò inabili a simili

uffizi, in numero di tre a quattrocento, dopo averli trattenuti sotto

i portici della chiesa di S. Stefano in Broglio alcuni giorni, li mandò

fuori di Milano circa otto miglia, a un luogo detto la Vittoria, nella

strada di Melegnano, ov’è un gran casamento in forma di palazzo, che

fu fabbricato da Francesco re di Francia, in memoria della vittoria

ch’egli riportò in quel luogo istesso dell’esercito de’ Svizzeri,

ritenendo per questa causa il detto luogo il nome di Vittoria. Li

ridusse adunque tutti in quest’albergo, provvedendo loro delle cose

bisognevoli e per il vivere e per il buon governo spirituale.... Li

visitava egli stesso qualche volta, e n’aveva quella maggior cura che

poteva._ (Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)

[181] _Majestatem quoque regis ære alieno pene esse demersam._

[182] I magistrati non volevano permettere le processioni per

timore che, atteso il concorso, si dilatasse la peste. Ma S. Carlo,

spinto da zelo eccessivo forse, ma condonabile per la rettitudine

dell’intenzione, insistè e ne fece tre solenni nei giorni 3, 5 e 6

ottobre, andando a visitare le chiese di Sant’Ambrogio, San Lorenzo e

San Celso; nelle prime due portò un crocifisso, nell’ultima il Santo

Chiodo. La seguente settimana, _l’infaticabile Pastore diede principio

ad un’altra processione più lunga e faticosa assai delle prime, con

la quale circondò tutta la città, portando egli in mano il Santissimo

Chiodo entro quella gran croce ch’aveva fatto fare a posta, camminando

a piedi scalzi, con l’abito e funi al collo, accompagnato da tutto il

clero e popolo. Fece in quel giorno una fatica incredibile, camminando

digiuno quasi fino a notte_.

Per le minute particolarità, rimando il lettore al citato Giussani.

(Lib. IV, cap. IIII.)

[183] Presso Casalpusterlengo.

[184] Essendo il precedente capitolo lungo fuor di misura, lo suddivisi

in tre, giovando alla chiarezza ed al riposo de’ leggitori le divisioni

inerenti alla stessa narrazione.

[185] _Spatiumque capere illud, unde pars nulla versa tantæ civitatis

in mortem tabemve et pericula mortis excluderetur._

[186] Il Giussani dice che le fosse erano alte quasi come bastioni.

[187] S. Carlo racconta il caso seguente ivi accaduto:

«Era uno appestato riputato morto, e per tale portato con gli altri

morti alla porta di dietro di S. Gregorio, per doversi poi portare

a seppellire in quel cimiterio.... Stava dunque questo poverello fra

un mucchio di 50 o 100 corpi d’uomini morti nella notte precedente,

per dover essere anch’esso, come morto, sepolto fra poco con loro, ed

era ancora vivo, o in mezzo tra la morte e la vita. Quando la mattina

per tempo, il sacerdote ch’aveva cura degli appestati di S. Gregorio,

portando, secondo il solito, il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia

a’ suoi malati, passò davanti a quella porta, ch’era allora aperta,

ed ecco in un subito quest’uomo, rizzatosi inginocchione framezzo a

questi morti, e, tutto pieno d’ardente desiderio di non restar privo

di quel santissimo viatico nel suo transito già vicino, rivoltosi al

sacerdote, con voce piena d’affetto, degna d’ogni compassione, gli

disse: Ah padre, per amor di Dio, a me ancora il Santo Sacramento. Poco

più potè parlare, ma questo bastò per significare il suo desiderio, e

il bisogno alla carità di quel sacerdote, che subito andò a consolarlo,

ministrandogli il Santissimo Sacramento. Ed egli, ricevutolo con

grandissimo affetto e riverenza, tornò subito a collocarsi nell’istesso

luogo, e passò di questa vita prima che vi fosse quasi tempo di ridurlo

al luogo dei vivi». (_Memoriale, pag. 11, cap. III._)

[188] S. Carlo, paragonando Milano all’albero descritto dal profeta

Daniele, e che simboleggiava il castigo ed il perdono di Nabucco,

descrive altresì l’aspetto della città durante la peste.

«O città di Milano, la tua grandezza s’alzava sino ai cieli, le

ricchezze tue si stendevano sino ai confini dell’universo mondo; gli

uomini, gli animali, gli uccelli vivevano e si nutrivano della tua

abbondanza! Concorrevano qui da ogni parte persone basse a sostentarsi

nei sudori suoi sotto l’ombra tua; convenivano nobili ed illustri

ad abitare nelle tue case, a goder delle tue comodità, e a far nido

e stanza ne’ tuoi siti. Ecco che in un tratto dal cielo viene la

pestilenza, ch’è la mano di Dio, ed in un tratto fu abbassata a tuo

dispetto la tua superbia. Sei fatta in un subito dispregio agli occhi

del mondo, sei ristretta dentro de’ tuoi muri: son rinchiuse nei

tuoi confini le tue mercanzie, le tue abbondanze, i tuoi traffichi.

Non era più chi venisse ad abitar teco, a nutrirsi de’ tuoi frutti,

a provvedersi nei bisogni delle tue mercanzie, a vestirsi de’ tuoi

panni, a riposar nei tuoi letti, a godere delle tue comodità, nemmeno

a ornarsi delle tue invenzioni di nuove foggie, nè a pigliar da te il

modo di nuove pompe.

«Fuggivano i grandi, fuggivano i bassi, ti abbandonarono allora tanti

nobili e plebei.

«Chi non fuggiva, spesse volte era dal male o dai sospetti del male

ridotto nelle angustie del Lazzaretto, o fuori delle mura della città,

ad abitare in quelle piccole capanne con riputarsi gran ventura di

avere pur paglia che lo coprisse, ed altrettanta che gli facesse il

letto, che già era consumata tutta per molte miglia attorno di paese.

E però bene spesso gli faceva letto la terra dura, e talvolta l’acqua

o il ghiaccio. Così era la tua abitazione, in buona parte ridotta al

sereno, esposta alla rugiada del cielo, posta in mezzo alle campagne,

nei campi, nei luoghi ove si pascono gli animali e le fiere della

terra; ed ivi eri custodita dalle guardie ed arme de’ soldati, perchè

non uscissi di quei confini; che più? (è cosa da dire e da ricordarsi

perpetuamente per tener memoria sempre della grazia ricevuta) restarono

solitarie le contrade, le case, le piazze, le chiese, chiuse le

botteghe affatto.

«Tu Milano, affamato, angustiato e bisognoso di esser continuamente

soccorso per vivere dalle città, dai castelli e dalle povere ville

d’ogni intorno, restasti come fuor di te stupido, incantato; così in

quei principj specialmente abbassò l’ira divina in un tratto tutte le

tue grandezze».

«O figliuoli, quando andavamo per quei campi, per le capanne, pei

lazzaretti, per le case e contrade infette, e vedevamo in ogni parte

corpi morti, uomini e donne che stavano morendo, altri così gravemente

infermi, ch’erano poco dissimili di faccia e di forze dai morti, chi

dava grido pei dolori che lo affliggevano, chi si lamentava per la

fame, chi dimandava i medici o barbieri, chi era spaventato dalla morte

vicina, chi desiderava la sepoltura dei figliuoli. Pareva che ogni cosa

fosse piena di desolazione e di disperazione, e che fossimo abbandonati

da Dio, e che sebbene era grande quella calamità, fossero nondimeno

molto maggiori anco le afflizioni e ruine che fossero per venirci

appresso». (_Memoriale, cap_. I.)

[189] Oltre al Boniperti si distinse Cesare Rincio. Chi amasse sapere i

nomi dei medici deputati nelle varie porte, li troverà nel Centorio, p.

322. Erano 33, fra i quali il giovane Lodovico Settala, salito dappoi a

tanta celebrità.

[190] Nel secolo XVI Giovan Francesco Rabbia, nobile milanese, fondò

l’istituto di Santa Corona per far curare i poveri malati nelle loro

abitazioni e distribuire le medicine. Destinò per la farmacia ed altri

ufficj la sua casa vicina a San Sepolcro; aveva sull’ingresso una

lapide colla seguente iscrizione in latino.

A CRISTO REDENTORE

LA SOCIETÀ DEDICATA CON SACRO NOME

ALLA SANTA CORONA DI LUI

QUI

AI POVERI E SPECIALMENTE AI MALATI

GLI OPPORTUNI SOCCORSI

LIBERALMENTE LARGISCE.

Questo Istituto, insieme con altri, venne, nel secolo passato, riunito

all’Ospital Maggiore, e sussiste anche in oggi, come è noto.

[191] Il 15 ottobre 1576.

[192] _Fra questi ricchi elemosinarj furono principali li due fratelli

Cusani, Pomponio ed Agostino, essendo poi quest’ultimo, dopo la morte

di S. Carlo, stato promosso al cardinalato da Sisto V._ (Giussani, Lib.

IV, cap. V.)

E S. Carlo nel Memoriale: _Hanno i Milanesi soccorso e sostenuto in

vita alcuna volta vicino a sessanta o settanta mila poveri, abbandonati

da ogni altro ajuto. Quante volte dettero e ferno venire alle mani

nostre le collane, gli anelli, le tazze d’argento per soccorso de’

poveri, senza pur sapere nè anco noi stessi tal volta da che mano

venisse quella carità._ (Pag. I, cap. II.)

[193] I magistrati che vestivano a quell’epoca ciascuno le insegne

della loro carica, vi erano affezionatissimi ed i Senatori avrebbero

creduto avvilirsi uscendo in abito comune, se non era il grave pericolo

di contrarre la peste colle ampie e svolazzanti toghe. Laonde questa

circostanza, avvertita dal Ripamonti, dipinge la costernazione dei

grandi più che a tutta prima non sembri.

Anche il Besta ricorda questo fatto: _Un nuovo modo di vestire fu

ritrovato, perchè li togati e Senato istesso vestivano di curta veste

ed altri abiti succinti e meno atti a prendere il contagio. Più non

si vedeva diversità di vestito pomposo e ornato, del quale già prima

lascivamente andava altiera la città, e non altro d’ognintorno si

sentiva che voci meste, lagrimevoli, nè altro si vedeva che Monatti con

li carri, alcuni d’infermi infetti carichi, altri di corpi morti: e le

povere donne in abito meschino seguendoli, far le spietate, dolorose e

affannate esequie, chi al marito, chi al padre, chi al fratello e con

i loro figliuoletti a mano o nelle braccia e letticciuolo alle spalle,

essere condotte poscia alle capanne._ (Pag. 58.)

[194] _Mille furono i poveri sacerdoti mantenuti a spese pubbliche

durante la quarantena, e dopo per 123 giorni: vi s’impiegarono Lir.

15493._ (Centorio, pag. 306.)

[195] _S. Carlo fece erigere molti altari ne’ crocicchi e luoghi

cospicui della città per dar comodità a tutti di sentir la messa,

stando in casa propria, e vi provvide di sacerdoti che vi celebravano

ogni giorno. Così fece di confessori, li quali andavano di porta in

porta confessando tutto il popolo; la domenica poi si comunicavano nel

medesimo luogo.... Ordinò che ciascuna vicinanza facesse orazione sette

volte tra il giorno e la notte a due cori.... cantavano salmi litanie

ed altre orazioni accomodati ai bisogni di quel tempo. L’ore erano

distribuite ordinatamente, dandosi il segno di ciascuna di esse col

suono della campana più grossa del Duomo, ed allora tutte le famiglie

andavano alle finestre, e un sacerdote o altra persona deputata, dava

principio all’orazione, e tutti gli altri genuflessi rispondevano._

(Giussani, lib. IV, c. 7.)

[196] L’assenza del governatore malcontentò a ragione i Milanesi; del

Serbelloni si lodavano, non senza però qualche taccia di parzialità.

_Non mi basta che abbiate qui lasciato il mio Gabrio Serbelloni

cavagliere onoratissimo e degno dei maggiori favori e onori, il quale

fa quanto può per mio servizio, e mi giova assai. Non però può far quel

che farete voi per essere egli cittadino, ed alle volte non può ne deve

negar piaceri agli amici, parenti e creati.... E tu Gabrio Serbelloni

lasciato con autorità dal mio governatore.... sia parco in conceder

licenze d’andar fuori e venir dentro le persone; usa gran diligenza....

Hai fatto piantare alquante forche e vanno per le strade soldati e

birri giorno e notte.... Provedi, castiga, ed usa la tua autorità che

il tempo lo richiede, e farai benefizio al pubblico etc._ (Pianto

di Milano per la Pestilenza, di Olivero Panizzone Sacco, cittadino

alessandrino. — Alessandria, 1578.)

[197] Pare che i Monatti fossero attivati nel 1576. Una grida del

12 settembre dell’anno suddetto proibisce, sotto pena di tre squassi

di corda, specialmente alle donne e fanciulli, _quando incontrano e

veggano Monatti sì in carretta che altrimenti, di accostarsi a loro. Et

altri insolenti gli tirano ancora dei sassi_.... Un’altra grida del 12

febbrajo 1577 ordina _che non ardisca alcun Monatto, e da verun’ora,

ne per veruna causa andare in alcuna parte di questa città e suoi

borghi, ne fuori dove sono le case, senza una assai lunga bacchetta in

mano, ed uno assai gagliardo campanino, che possa essere ben sentito

per ciascuno di essi, e sempre in compagnia del loro commissario_.

(Centorio, pag. 89-257.)

[198] Trovasi un minuto rendiconto di tutte le spese di questa peste

nel Centorio, pag. 305.

[199] Intende qui velatamente giustificare Federico pel rifiuto dei

dieci mila zecchini offerti dal Lomellini. (_Vedi pag. 173._)

[200] Fa d’uopo avvertire che il Ripamonti parla sempre di lire

imperiali, moneta nominale, e il cui valore subì grandi alterazioni dal

1200 fino a Maria Teresa, che introdusse la nuova monetazione. Nel 1576

la lira suddetta equivaleva a lire due milanesi, ossia franchi 1,44.

Nel 1630 era decaduta in ragione di milanesi lir. 1.15.6. ossia franchi

1,36. Riuscirà facile con questi dati fare il ragguaglio di tutte le

somme citate dal Ripamonti. Il zecchino d’oro nel 1630 valeva circa

lire 11 milanesi, cioè franchi 8,47.

[201] _Che erano circa 800 brente, condotte a sue spese fino ai

confini, il 23 novembre 1576._ (Centorio, pag. 191.)

[202] Da _Castra Majora_, secondo alcuni antiquarj.

[203] Grida 5 gennajo 1577, con altra del 28 gli fu levata questa

facoltà, perchè forse ne abusò. Vedi la nota precedente, pag. 316.

[204] _Trovando che quel sacerdote ch’egli pose fin da principio alla

cura del Lazzaretto, era passato a miglior vita per non aver stimato

il pericolo d’infettarsi, conciossiacosachè fin la prima notte si mise

a dormire pazzamente nel letto d’un appestato, ne fece immantinente

venire un altro dai paesi istessi de’ Svizzeri; avendo anche messo per

governo nel medesimo lazzaretto un padre cappuccino, zelantissimo, e

uomo di molto valore, chiamato fra Paolo Belintano da Salò nel lago di

Garda, per ovviare ai disordini che vi potessero nascere, con podestà

di far dare la corda ed altri castighi a chi li meritava. Il qual padre

vi fece opere stupende, e tenne in gran timore tutta quella moltitudine

di gente, astringendo ognuno a soddisfare interamente al proprio carico

così quelli che curavano il luogo, come chi serviva agli infermi_.

(Giussani, lib. IV, cap. 6.)

[205] _Fra Paolo faceva frustare uomini e donne, alle volte dar

della corda, non che prometterla, e dava loro delle altre penitenze

destramente e piacevolmente_. (Bugato, pag. 51.)

[206] _Venendo poi il verno, non trovandosi provvisione alcuna per

vestirli e difenderli dal freddo, non patendo il pietoso padre di

vederli patire, ne sapendo che in modo provvedere di vestimenti a tanta

moltitudine, gli venne in mente un buon partito, che fu di pigliare

tutti i panni di sua casa, e tagliarli in tanti vestiti.... Fece

dunque spogliare la guardaroba e tutte le stanze del suo palazzo di

quanti drappi v’erano.... e convertire in vestimenti de’ poveri: li

fece fare di diverse forme col cappuccio attaccato, acciò servissero

a tutti eziandio per cappello. Nella qual occasione furono misurati

ottocento braccia di panno rosso, e settecento di pavonazzo, oltre i

drappi verdi e d’altri colori.... Et era cosa molto graziosa a vedere

tanta moltitudine di poveri, vestiti variamente parte di rosso, parte

di pavonazzo, parte di verde, e altri d’altri colori, come se fossero

stati un esercito di soldati di diverse livree e insegne._ (Giussani,

Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)

[207] Alla narrazione della Peste del 1576, aggiungerò, che a quei

giorni si credette agli Untori. In una grida del 12 settembre 1576

trovasi: _Essendo venuto a notizia del governatore che alcune persone

con poco zelo di carità e per mettere terrore e spavento al popolo,

ed agli abitatori di questa città di Milano, e per eccitarli a qualche

tumulto, vanno ungendo con onti, che dicono pestiferi e contagiosi, le

porte e i catenacci delle case e le cantonate delle contrade di detta

città e altri luoghi dello Stato, sotto pretesto di portare la peste

al privato ed al pubblico, dal che risultano molti inconvenienti, e

non poca alterazione tra le genti, maggiormente a quei che facilmente

si persuadono a credere tali cose.... Fa intendere a ciascuno che

nel termine di quaranta giorni metterà in chiaro la persona o persone

che hanno dato il mandato ajutato, o saputo di tale INSOLENZA, se gli

daranno cinquecento scudi, e possa liberare due Banditi_.

La parola _insolenza_ addita che gli unti ritenevansi piuttosto una

braveria che un delitto meditato. Per fortuna in breve non vi si pensò

più. _Dopo la grida_, dice il Centorio, _più non si sentì tal cosa_,

mentre invece, nel 1630, la stessa credenza riprodottasi con maggior

forza e in circostanze diverse, produsse tanto danno.

[208] Il Monti venne eletto arcivescovo di Milano il 28 novembre 1632,

da Urbano VIII. Giovinetto andò a Roma, ove, entrato in prelatura,

fu nominato protonotario apostolico da Paolo V, che sorpassò l’età

pel distinto suo ingegno. Gregorio XII l’aveva carissimo: Urbano VIII

lo mandò suo Nunzio a Napoli, poi a Madrid, dove trovavasi all’epoca

della sua elezione. Reduce da Roma, ebbe il cappello cardinalizio col

titolo di Santa Maria in Transtevere. Soltanto nel maggio 1635 potè

venire a Milano, ove fu accolto con grande esultanza dai concittadini.

Seguendo le vestigia dei Borromei, visitò la Diocesi, e attese a

continuare la riforma del clero, celebrando nel 1636 il trentesimo

secondo Sinodo Diocesano, e due altri nel 1640. Fondò a Concesa un

convento di Carmelitani Scalzi. Fece ultimare il cortile del Seminario

di Milano, e trasferì a Monza nel 1644, entro il locale in cui trovasi

oggidì l’ospitale, il Seminario che S. Carlo aveva fondato sotto

la direzione degli Oblati a _Santa Maria alla Noce._ L’edificio era

meschino, e venne in gran parte rifabbricato l’anno 1687; nel 1755 si

innalzò un altro lato, spendendovi 115,000 lire. Nel 1768 soppressi,

per ordine sovrano, i Seminarj vescovili e concentrati nel Seminario

generale a Pavia, quello di Monza subì la medesima sorte, e fu

convertito in ospitale. Riaperti i Seminarj nel 1791, quello di Monza

si traslocò nell’ex convento dei Cappuccini sulla piazza del Mercato,

ove trovasi anche oggidì. Soltanto nel 1822 riedificossi la facciata,

con disegno dell’architetto Gilardoni, e furono spese lir. 100,000;

infine nel 1832 si diede mano al magnifico cortile, opera del valente

architetto Giacomo Moraglia, e fu di già spesa la ingente somma di

lire 544,000. Si spera di vedere tra non molti anni ridotto a termine

questo Seminario, che attesterà ai nipoti i talenti architettonici del

Moraglia, e la splendidezza di chi ne intraprese la ricostruzione.

Ma per tornare all’arcivescovo Monti, egli ampliò ed abbellì il palazzo

arcivescovile, e legò in testamento la sua preziosa raccolta di quadri,

in perpetuo, agli arcivescovi di Milano. Benemerito, morì il 16 agosto

1650, di soli 57 anni, e sta sepolto in Duomo innanzi la cappella della

Madonna che si chiama dell’Albero.

[209] Vedi pag. 45.

[210] Questo passo convalida l’opinione che esternai sul _Processo

degli Untori_. Vedi l’_Appendice II_ al _Libro Secondo_.

[211] A destra dell’altar maggiore vi si leggono, oltre la citata,

parecchie altre iscrizioni. È inutile di qui riportarle perchè estranee

all’argomento di questa storia.

[212] Chi riuscisse a dissotterrare la risposta del senatore Trotti

negli archivj di Madrid, ove giacciono sepolti i documenti più

rilevanti della storia nostra durante il periodo spagnuolo, rinverrebbe

probabilmente nuovi e importantissimi schiarimenti intorno il Processo

degli Untori.

[213] _Ac rex ipse regum_; così il nostro Storico, copiando per

adulazione il noto epiteto che dà Omero all’Atride.

[214] Allude alla scorreria fatta dal principe di Rohan; il quale nel

1635 si spinse dalla Valtellina fino a Lecco, dove gli chiusero il

passo i Brianzuoli raccolti in armi.

[215] Ripamonti stava scrivendo la Decade V della Storia Patria, che

venne pubblicata dopo la sua morte.

[216] _Hora erat diei fere undecima tenebræque jam appetebant_. Non

capisco in qual modo ciò si combini, sia coll’orologio italiano, sia

col francese. Ritengo che, per errore di stampa, siavi _undecima_ in

luogo di _vigesima_.

[217] La chiusa di questa gonfia allocuzione è più che strana:

Promettere al Cardinale Monti un’urna per quando morrebbe! Credo che ad

onta del sussiego spagnuolo non pochi de’ circostanti si commovessero a

sdegno o a riso.

[218] Precisamente ventun anno e quattro mesi, cioè dal 7 novembre

in cui S. Carlo, morto il 3 di quel mese, fu seppellito _rinchiuso

in una cassa di piombo, coperta d’un’altra cassa di grosse tavole_

(Giussani, Vita), fino al 6 marzo 1606, nel qual giorno si eseguì la

visita del cadavere di S. Carlo, ultimo atto che mancava per chiudere

il processo della sua canonizzazione. Federico Borromeo, coi vescovi

delegati, un medico, un chirurgo discesero nel sotterraneo. _Entrati

nella tomba, che per lo spazio di ventidue anni aveva tenuto in sè

rinchiuso quel prezioso tesoro, videro l’arca molto maltrattata per la

mala disposizione del sito, quantunque elevata fosse da terra sopra

due stanghe di ferro, e massimamente per una goccia che dalle fredde

vene della marmorea sepolcral pietra, stillando, era continuamente

sopra quella caduta, e fatto le aveva nel coperchio un gran foro_....

Sospesa la ricognizione, per l’umidità del sotterraneo, si decise

trasportare l’arca in sacrestia, ove, dopo aver lasciato il corpo per

sette giorni esposto all’aria perchè si asciugasse, fu dai vescovi,

_lasciando scoperta la faccia, le mani, i piedi, di purpurea talare

veste rivestito: sopra di quella aggiunsero un camice di sottilissimo

lino, le pontificie dalmatiche, ed il pallio arcivescovile, mettendogli

per ultimo in capo una preziosa mitra di preziose gemme ornata. Dopo la

qual cerimonia fu da Federico in detta arca riposto.

Perchè poi il collocar di nuovo quel sacro pegno nel medesimo sito

stimavasi da Federico cosa disdicevole molto, diedesi ad investigare

in qual altro più convenevole luogo del metropolitano tempio riporre

si potesse. Dopo molte discussioni, per non contrariare la mente

d’esso Beato, che aveva eletto in morte al suo corpo quel sito per

perpetuo suo riposo, si risolse di non mutar sito, ma di cangiar solo

la forma di sepolcro, in forma di vago e divoto oratorio_. Questo,

volgarmente detto _Scurolo_, benchè non grande, per l’escavazione

del terreno e l’intonacatura delle pareti a lamine d’argento, venne

finito soltanto nel seguente marzo 1607. Allora Federico, col vescovo

Archinti, delegato apostolico, aperta la sacristia ch’erasi murata,

_entrarono amendue, e ritrovato nell’arca il corpo nel medesimo stato

nel quale ultimamente dai delegati vescovi era stato riconosciuto,

sei primarj cavalieri della città con quella più decente maniera che

fosse possibile, sopra gli omeri se la recarono, e sopra l’altare

dell’oratorio, presenti quanti furono a quest’azione chiamati, la

collocarono._ (Rivola, Vita di Federico, lib. III, cap. XXV.)

[219] Ricorderemo i 28 quadri di straordinaria dimensione, che vengono

esposti negli intercolunnj durante l’ottavario della festa di S. Carlo,

ed altri 28 più piccoli, appesi sotto i suddetti. Rappresentano i fatti

principali della sua vita, e sono di famosi artisti lombardi del secolo

XVII. Crespi, Cerano, Morazzone, Procaccino, Lanzani, Parravicino,

Gianoli, Duchino; alcuni d’ignoto pennello.

Ma chi immaginò questo grandioso progetto? chi supplì alla spesa?

Consultate il Rivola nella Vita di Federico, il Torri, il Lattuada, e

tutte le Guide di Milano vecchie e nuove, l’opera del Franchetti sul

Duomo, l’altra con eleganti incisioni, pubblicata dall’Artaria, ec., e

troverete.... un bel nulla!

Unicamente sappiamo, per tradizione, che quando fu canonizzato S.

Carlo nel 1610, Federico, uomo di grandi concepimenti, come fa prova

la Biblioteca Ambrosiana, per tacer il resto, pensò di perpetuare

la memoria del Santo nel modo che parla più vivamente agli occhi di

tutti. Si conosce altresì che varii dei quadri suddetti furono dono

degli Oblati, di religiosi, e divoti privati. Avrei caro che qualcuno

riuscisse a schiarire questo fatto importante, massime per la storia

pittorica della Scuola Lombarda.

[220] Benchè il nostro Storico lo esageri coll’usata ampollosità,

il concorso fu straordinario per la divozione a S. Carlo vivissima e

generale, e incominciata subito dopo la sua morte. _Questa divozione

fu continua e ordinaria fino all’anno 1601, nel qual tempo, correndo a

volo per ogni parte del mondo la fama dei molti miracoli che nuovamente

faceva S. Carlo, si eccitò una tal commozione e fervore in tutti i

popoli della Lombardia e d’altri paesi più lontani, che si vedeva come

un gran profluvio di gente, d’ogni stato e condizione, che venivano a

venerare il sacro corpo suo.... Ed oltre il popolo innumerabile che

da tutte le ore del giorno ed anche per due o tre ore di notte vi

si vedeva promiscuo, vi venivano ancora numerose compagnie d’uomini

e di donne forastiere, processionalmente accompagnate di musica e

da compagnie di trombe.... alcune di sacco per segno di penitenza,

anzi si vedevano comparire sovente le terre intere col clero e tutto

il popolo che passavano molte miglia di persone. I pellegrini erano

frequentissimi d’ogni paese, e molti oltramontani._ (Giussani, Vita,

Lib. VII, cap. 8. cap. XVIII.)

La peste di Milano del 1630 · 第 106 / 107 题