Credenza che la peste cessasse per grazia di S. Carlo. — Arca donata
dal re di Spagna per deporvi il suo corpo, e nuova processione per la
città.
Fra tanti meriti de’ cittadini e magistrati verso l’afflitta metropoli,
fra tante fatiche e rimedj divini ed umani adoperati contro la peste,
e i voti e il supplicato favore celeste, unica speranza a’ Milanesi
fu sempre S. Carlo, cittadino e padre, gloria e splendore perpetuo
di questa patria. Gli abitanti superstiti, quasi risorgessero dal
comune sepolcro, credettero che Milano sarebbe perita, ove il santo
Arcivescovo non l’avesse salva, intercedendo appo Dio e la Vergine e
i Santi la ricuperata salute. La fama di questa grazia si disparse tra
le estere genti, accrescendo anche nelle loro contrade la divozione a
S. Carlo. Gli stessi principi volsero l’animo a lui, dispensatore dei
favori divini, e il Re di Spagna[213], divotissimo del Santo, ordinò
che si ultimasse l’arca di cristallo per riporvi il corpo di lui. Erasi
incominciata già da trent’anni, ma il lavoro procedeva lentissimo e con
interruzioni.
Il sesto anno dopo cessata la pestilenza, l’arca fu compita, miracolo
d’arte e di natura, immagine del sole, degna di racchiudere quel
luminare di santità, esposto all’ammirazione dell’accorrente popolo.
Ed io, mentre m’affanno a narrare guerre, casi funesti, sanguinosi
dissidj di re, principi congiurati a danno dei cattolici; e lo Stato e
la Chiesa nostra sconvolta di repente dall’insolenza dei Confederati.
Mentre raccontava la funesta irruzione dell’inimico, la fuga dei
Francesi, e la tomba che molti di loro qui trovarono[214]; mentre il
mio lavoro storico[215] lentamente progrediva, mi sono assai ricreato
nel vedere l’incredibile maraviglioso spettacolo dell’ultima solennità
di S. Carlo, tale che l’età trascorsa non vide, nè la ventura ammirerà
forse più mai. Contemplai in Duomo l’arca donata da S. M. Cattolica,
e la quale non avrebbesi potuto con alcun principesco tesoro ridurre
siffatta, se Iddio non faceva scoprire altre ricchezze di natura a ciò
adatte.
Accorsero gli abitanti dei borghi e villaggi, e quel giorno in Milano
convenne infinita gente dalle provincie e dalle città finitime.
Il governatore comandante gli eserciti accompagnò la processione
in mezzo al clero, cessando pel momento dalle cure di guerra. Tante
migliaja d’armati a lui sommessi sostarono, chè l’ispano Marte imponeva
tregua all’istinto guerresco, che spinse gli altri popoli forsennati
alle armi ed alle stragi. Vedemmo i demonj uscir frementi dall’inferno,
e questi, rabbioso e disperato per il grandioso trionfo della Chiesa,
riscuotersi in pubblico e tremare.
Il cardinale arcivescovo Cesare Monti, non solo terzo successore, ma
quasi un nuovo Borromeo, ne celebrò dal pergamo con apostolico zelo
l’elogio.
Le quali cose, parendo a me degnissime di venir ricordate in questo
Libro, aggiungo il seguente: