X.

Credenza che la peste cessasse per grazia di S. Carlo. — Arca donata

dal re di Spagna per deporvi il suo corpo, e nuova processione per la

città.

Fra tanti meriti de’ cittadini e magistrati verso l’afflitta metropoli,

fra tante fatiche e rimedj divini ed umani adoperati contro la peste,

e i voti e il supplicato favore celeste, unica speranza a’ Milanesi

fu sempre S. Carlo, cittadino e padre, gloria e splendore perpetuo

di questa patria. Gli abitanti superstiti, quasi risorgessero dal

comune sepolcro, credettero che Milano sarebbe perita, ove il santo

Arcivescovo non l’avesse salva, intercedendo appo Dio e la Vergine e

i Santi la ricuperata salute. La fama di questa grazia si disparse tra

le estere genti, accrescendo anche nelle loro contrade la divozione a

S. Carlo. Gli stessi principi volsero l’animo a lui, dispensatore dei

favori divini, e il Re di Spagna[213], divotissimo del Santo, ordinò

che si ultimasse l’arca di cristallo per riporvi il corpo di lui. Erasi

incominciata già da trent’anni, ma il lavoro procedeva lentissimo e con

interruzioni.

Il sesto anno dopo cessata la pestilenza, l’arca fu compita, miracolo

d’arte e di natura, immagine del sole, degna di racchiudere quel

luminare di santità, esposto all’ammirazione dell’accorrente popolo.

Ed io, mentre m’affanno a narrare guerre, casi funesti, sanguinosi

dissidj di re, principi congiurati a danno dei cattolici; e lo Stato e

la Chiesa nostra sconvolta di repente dall’insolenza dei Confederati.

Mentre raccontava la funesta irruzione dell’inimico, la fuga dei

Francesi, e la tomba che molti di loro qui trovarono[214]; mentre il

mio lavoro storico[215] lentamente progrediva, mi sono assai ricreato

nel vedere l’incredibile maraviglioso spettacolo dell’ultima solennità

di S. Carlo, tale che l’età trascorsa non vide, nè la ventura ammirerà

forse più mai. Contemplai in Duomo l’arca donata da S. M. Cattolica,

e la quale non avrebbesi potuto con alcun principesco tesoro ridurre

siffatta, se Iddio non faceva scoprire altre ricchezze di natura a ciò

adatte.

Accorsero gli abitanti dei borghi e villaggi, e quel giorno in Milano

convenne infinita gente dalle provincie e dalle città finitime.

Il governatore comandante gli eserciti accompagnò la processione

in mezzo al clero, cessando pel momento dalle cure di guerra. Tante

migliaja d’armati a lui sommessi sostarono, chè l’ispano Marte imponeva

tregua all’istinto guerresco, che spinse gli altri popoli forsennati

alle armi ed alle stragi. Vedemmo i demonj uscir frementi dall’inferno,

e questi, rabbioso e disperato per il grandioso trionfo della Chiesa,

riscuotersi in pubblico e tremare.

Il cardinale arcivescovo Cesare Monti, non solo terzo successore, ma

quasi un nuovo Borromeo, ne celebrò dal pergamo con apostolico zelo

l’elogio.

Le quali cose, parendo a me degnissime di venir ricordate in questo

Libro, aggiungo il seguente:

La peste di Milano del 1630 · 第 91 / 107 题