IX.

Il Senato e il Presidente del medesimo nel tempo del contagio.

In codesta gara di magistrati e cittadini zelanti di salvare la patria

dall’eccidio, e nella gara pur anche de’ mercadanti di eseguire con

zelo e fedelmente gli incarichi loro affidati in quel regno della peste

e della morte, sovrastava a tutti per poteri e vigilanza il Senato,

cui lo stesso monarca investì dell’autorità e grandezza del suo nome.

E fu buon consiglio l’affidare il potere sovrano a quest’ordine, per

tenere in freno le umane ambizioni e le altre magistrature, affinchè

non ardissero venire con lui a contesa di supremazia. I membri del

Consiglio Generale vigilarono quai scolte della salute pubblica,

sovvenendo con inesauribili sussidj la popolazione affamata e moriente;

i Senatori s’adoperarono contro gli Untori ed il terrore de’ veneficj.

Nei giudizj e nelle pene inflitte usarono tanta moderazione e pietà,

che, se esistè realmente in Milano questo delitto delle unzioni, non

poteva il Senato agire con più clemenza di quel che fece, inviando

a morte i rei, invece di farli sbranare dalle fiere e dai cani. Se

poi non erano che sospetti e indizi di tale misfatto, grandissima

fu la previdenza dei Senatori medesimi nel punire i principj delle

scelleratezze che simili mostruosi sospetti lasciavano travedere[210].

I Senatori Picenardo e Aria trattarono il processo delle unzioni. Fu il

primo interprete di diritto in una cattedra dell’università Ticinense,

e godeva anche presso le altre università gran fama per la sua

dottrina; creato senatore, indi presidente del Magistrato Ordinario, e

infine reggente del Consiglio Supremo per gli affari d’Italia a Madrid,

il re, attesa la sua vecchiaja, gli accordò il riposo in patria.

L’Aria, ancora in età giovanile, era paragonabile, per ingegno e per

indole, al vecchio collega, e mi fu largo di notizie mentr’io scriveva

le guerre di questa età, talchè, mercè di lui, potei nella mia storia

estendermi sì nelle politiche deliberazioni, che nel racconto degli

avvenimenti e nella spiegazione di molti fatti importanti.

Entrambi i lodati Senatori continuarono nel proprio ufficio, non

atterriti dalle stragi e neppure dai casi dei loro famigliari, che

vennero unti dai medesimi inquisiti.

Era presidente del Senato a que’ giorni Giovanni Battista Trotti,

figlio del senatore Camillo e nipote di Luigi, il quale godeva l’intima

confidenza di Francesco Sforza, in modo che lui solo adoperava per

gli affari del ducato ed i pubblici consigli. Così leggesi di lui

nella lapide che il presidente Giovanni Battista, per ricordo de’ suoi

maggiori, fece collocare all’avo ed al padre quando ristaurò e ornò

la cappella di sua famiglia nella chiesa di San Marco[211]. Uscito

il Trotti da sì illustre stirpe, conscio di quanto doveva al pubblico

ed alla memoria avita e paterna, sosteneva con ansiosa sollecitudine

il grave peso addossatogli dal re, non solo per salvar Milano, ma per

conservare il lustro del Senato, conseguendone egli meritata lode. In

mezzo a tanti pericoli, fra le continue stragi de’ cittadini, udendo

ogni giorno la perdita di qualche magistrato, e scemando il numero

dei Senatori per la morte d’alcuni tra essi, spenti quasi tutti i suoi

servi, il Trotti non pose quasi mai piede fuori dalla città. E siccome

egli si mantenne sempre fermo al suo posto, così esortava i Senatori

senza tregua a non assentarsi. Diceva che il Senato non solo fungeva

le veci del re, ma ne portava anche il nome; che da Milano dipendeva la

sicurezza e la tutela delle altre città e provincie, che gli imperatori

avevano sempre avuta cura di essa e per inviarvi gli opportuni sussidj,

e per trarne altri non minori, onde valersene contro i nemici loro

e della cattolica religione. Queste ed altre cose in Senato o ne’

giornalieri convegni che aveva in sua casa, perorava il Trotti, alto di

statura, grave di fisonomia, e per raro dono di natura o di temperanza,

conservante anche vecchio la floridezza del viso. Ho veduto lettere

a lui scritte dal segretario Carnerio, nelle quali a nome del re lo

pregava che scrivesse per intero la sua opinione circa l’origine del

contagio e l’affare degli untori, poichè a Sua Maestà interessava

conoscere checchè egli ne pensava[212].

La peste di Milano del 1630 · 第 90 / 107 题