Il Senato e il Presidente del medesimo nel tempo del contagio.
In codesta gara di magistrati e cittadini zelanti di salvare la patria
dall’eccidio, e nella gara pur anche de’ mercadanti di eseguire con
zelo e fedelmente gli incarichi loro affidati in quel regno della peste
e della morte, sovrastava a tutti per poteri e vigilanza il Senato,
cui lo stesso monarca investì dell’autorità e grandezza del suo nome.
E fu buon consiglio l’affidare il potere sovrano a quest’ordine, per
tenere in freno le umane ambizioni e le altre magistrature, affinchè
non ardissero venire con lui a contesa di supremazia. I membri del
Consiglio Generale vigilarono quai scolte della salute pubblica,
sovvenendo con inesauribili sussidj la popolazione affamata e moriente;
i Senatori s’adoperarono contro gli Untori ed il terrore de’ veneficj.
Nei giudizj e nelle pene inflitte usarono tanta moderazione e pietà,
che, se esistè realmente in Milano questo delitto delle unzioni, non
poteva il Senato agire con più clemenza di quel che fece, inviando
a morte i rei, invece di farli sbranare dalle fiere e dai cani. Se
poi non erano che sospetti e indizi di tale misfatto, grandissima
fu la previdenza dei Senatori medesimi nel punire i principj delle
scelleratezze che simili mostruosi sospetti lasciavano travedere[210].
I Senatori Picenardo e Aria trattarono il processo delle unzioni. Fu il
primo interprete di diritto in una cattedra dell’università Ticinense,
e godeva anche presso le altre università gran fama per la sua
dottrina; creato senatore, indi presidente del Magistrato Ordinario, e
infine reggente del Consiglio Supremo per gli affari d’Italia a Madrid,
il re, attesa la sua vecchiaja, gli accordò il riposo in patria.
L’Aria, ancora in età giovanile, era paragonabile, per ingegno e per
indole, al vecchio collega, e mi fu largo di notizie mentr’io scriveva
le guerre di questa età, talchè, mercè di lui, potei nella mia storia
estendermi sì nelle politiche deliberazioni, che nel racconto degli
avvenimenti e nella spiegazione di molti fatti importanti.
Entrambi i lodati Senatori continuarono nel proprio ufficio, non
atterriti dalle stragi e neppure dai casi dei loro famigliari, che
vennero unti dai medesimi inquisiti.
Era presidente del Senato a que’ giorni Giovanni Battista Trotti,
figlio del senatore Camillo e nipote di Luigi, il quale godeva l’intima
confidenza di Francesco Sforza, in modo che lui solo adoperava per
gli affari del ducato ed i pubblici consigli. Così leggesi di lui
nella lapide che il presidente Giovanni Battista, per ricordo de’ suoi
maggiori, fece collocare all’avo ed al padre quando ristaurò e ornò
la cappella di sua famiglia nella chiesa di San Marco[211]. Uscito
il Trotti da sì illustre stirpe, conscio di quanto doveva al pubblico
ed alla memoria avita e paterna, sosteneva con ansiosa sollecitudine
il grave peso addossatogli dal re, non solo per salvar Milano, ma per
conservare il lustro del Senato, conseguendone egli meritata lode. In
mezzo a tanti pericoli, fra le continue stragi de’ cittadini, udendo
ogni giorno la perdita di qualche magistrato, e scemando il numero
dei Senatori per la morte d’alcuni tra essi, spenti quasi tutti i suoi
servi, il Trotti non pose quasi mai piede fuori dalla città. E siccome
egli si mantenne sempre fermo al suo posto, così esortava i Senatori
senza tregua a non assentarsi. Diceva che il Senato non solo fungeva
le veci del re, ma ne portava anche il nome; che da Milano dipendeva la
sicurezza e la tutela delle altre città e provincie, che gli imperatori
avevano sempre avuta cura di essa e per inviarvi gli opportuni sussidj,
e per trarne altri non minori, onde valersene contro i nemici loro
e della cattolica religione. Queste ed altre cose in Senato o ne’
giornalieri convegni che aveva in sua casa, perorava il Trotti, alto di
statura, grave di fisonomia, e per raro dono di natura o di temperanza,
conservante anche vecchio la floridezza del viso. Ho veduto lettere
a lui scritte dal segretario Carnerio, nelle quali a nome del re lo
pregava che scrivesse per intero la sua opinione circa l’origine del
contagio e l’affare degli untori, poichè a Sua Maestà interessava
conoscere checchè egli ne pensava[212].