In cui è descritta l’arca di S. Carlo donata dal Re Cattolico, e la
solenne Processione fatta in Milano il 4 novembre 1638.
Il governatore di Milano Diego Gusmano, speso che ebbe l’autunno in
grandi apparecchi e in spedizioni militari di poca importanza, stabilì
di ritornare in città, perchè essendo prosperamente avviati gli
interessi del suo re, voleva, a nome del medesimo, onorare i Santi con
solenne omaggio. Avvicinavasi il giorno nel quale la Chiesa milanese
festeggia l’anniversario di S. Carlo con zelo de’ cittadini e tra il
concorso de’ forensi, sino dal tempo in cui papa Paolo V, ad istanza
specialmente del Re di Spagna, annoverò fra i Santi il Borromeo.
Quell’anno, 1638, accresceva la celebrità e la gioja della festa il
donativo reale dell’arca, paragonabile ai monumenti degli antichi
monarchi egiziani: depostevi le reliquie del santo Arcivescovo in mezzo
all’oro, all’argento, a lucentissimi cristalli, dovevasi trasportare
con isplendida pompa per le contrade, mostrando agli abitanti il loro
avvocato e consolatore.
L’aveva ordinata il cardinale arcivescovo Monti, fra le altre
espiazioni, per placare l’ira celeste durante l’attuale guerra, aprendo
l’animo a speranza che i meriti di S. Carlo e le preci del popolo
mitigherebbero Iddio, affinchè ispirasse a’ belligeranti re pensieri di
pace, ad ottenere la quale s’adoperano a tutto potere anche gli umani
mezzi.
Il governatore doveva intervenire alla funzione, e per ordine espresso
del sovrano, e perchè il pubblico ad una voce l’invocava. Incitavalo
pure l’ingenita pietà, e il desiderio di far onore al donativo del suo
re, cui egli aveva cooperato a far terminare.
L’idea dell’arca nacque sendo governatore il Velasco, che pel primo
raccomandò al re le reliquie di S. Carlo, e tanto fece, che ottenne
alcune migliaja di zecchini per darvi mano.
Ma i successivi governatori, benchè durasse la pace, lasciarono andare
in obblio l’ordine reale, nè più si pensava all’arca. Il Gusmano
alfine, in mezzo alle sue guerre e vittorie, ed all’incerta condizione
dello Stato, invocando il patrocinio di S. Carlo, instò perchè
si terminasse, collocandovi le reliquie di lui. E fu compiuta per
l’autorità sua e del cardinale Monti, il quale, zelante della gloria
dell’illustre antecessore, spronava i ministri regi ad eseguire, dopo
sì lungo tempo, i sovrani comandi. Egli stesso istruì gli artefici
intorno la forma, e gli ornamenti dell’arca, esperto come era nelle
belle arti per ingegno, e per studi sull’antichità; laonde gli
intelligenti opinano che sua mercè sia riuscita più vaga ed elegante.
Tale è infatti, nè sarebbe bastata qualunque somma, se Iddio, per
onorare il suo Santo, e dar premio alla munificenza del regio donatore,
non avesse infiammata la mente degli artefici, i quali superarono in
questo lavoro sè medesimi. L’arca risplendeva veramente come il sole:
pezzi di cristallo d’inusitata grandezza e lucidità, furono rinvenuti
per bontà divina, e narrerò un caso che somiglia a miracolo, non già
come s’usa per accrescere pregio a portentosi lavori, ma sibbene per
tramandarlo ne’ miei annali colle altre vicende dell’epoca.
Allorquando venne governatore in Milano il Velasco, due artefici, cui
erasi allogata la costruzione dell’arca, fecero entrambi un sogno
la stessa notte; che in certe caverne, framezzo le rupi, giacevano
pezzi stragrandi di cristallo di monte opportunissimo per eseguire
un lavoro che restasse splendido monumento fra i tesori del Duomo.
Erano i suddetti artefici Francesco Cingardo e Angelo Benzoni, i
quali, informato il governatore, recaronsi per suo ordine a Gliciga
in Valsesia, i cui monti avevano visti nel sogno. Ivi, per gli
indizi ottenuti da un mandriano che lì presso custodiva il gregge,
rinvennero i massi di cristallo stragrandi e di tale lucentezza, che
in nessuna officina eransi mai ammirati gli eguali. Questo s’aggiunge
di portentoso, che nel segare que’ massi e pulirli, non vi si trovò
macchia, mentre per solito ne’ cristalli destinati ad usi profani
rinvengonsi sempre scabrosità, corpi opachi e altri difetti; come anche
non di rado si scheggiano nell’ispianarli.
Descriverò l’arca giusta il disegno a matita degli autori; ma dirò in
prima l’impressione che fece su me e su tutti, quando ancora vuota fu
esposta al pubblico. Ammiravasi la materia preziosa e la bellezza del
lavoro; ma dopo che fuvvi deposto il sacro corpo, visibile in essa,
ispirò sensi divoti ed una specie di religioso terrore. Imperocchè,
quasi da un globo ardente o da una fonte di luce, scaturiva dall’arca
un sì sfolgorante luccicore che abbagliava, forzando a chiudere le
palpebre quanti vi tenevano fissi gli occhi. I cristalli, le lamine
d’argento rappresentanti umane figure ed altri oggetti, formavano un
bellissimo contrasto d’ombre e di luce; abbellendo l’unità del concetto
con vaghi accessorii, che i soli artefici sanno ben distribuire;
le quali cose piacevano all’occhio e deliziavano l’animo. Nè la
meraviglia era scevra d’un certo terrore: la brama di scrutare ogni
parte dell’arca veniva rattemperata dal rispetto, le quali diverse
sensazioni erano soavi, e vieppiù eccitavano i desiderii. Tutti gli
spettatori rimanevano estatici, e quando era forza scostarsi per dar
luogo ad altri, la seguivano cogli occhi. Udivansi risonare ad una voce
dai cittadini e dagli stranieri le lodi del re Filippo per sì ricco
donativo, e augurj di lunga vita a lui, e di prosperità all’Impero,
all’austriaca stirpe, al nome spagnuolo. Anche le donne gridavano
evviva ai re stranieri ed ai nostri principi.
Il meraviglioso lavoro dell’arca avrebbe fatto accorrere e plaudire
anche i gravi politici, e specialmente alcuni degli antichi romani,
se dopo tanti secoli potessero rivivere. Perocchè essi erano usi ad
ammirare soltanto le opere della natura e dell’arte, inscii della
purissima gioja che a noi soltanto è dato gustare, volgendo i pensieri
all’eterna gloria dei Santi.
Vedevansi d’ogni parte sull’arca angeli d’argento, effigiati
coll’espressione che aver denno lassù nell’empiro, ove gli alati
spiriti con forme infantili da secoli infiniti alzano inni di lode
a Dio ed ai Santi, e fruiscono essi pure d’ineffabile beatitudine.
L’angelica schiera, in volto umano, circondava giuliva le reliquie
del Santo, rappresentando le glorie dell’anima sua sì al vivo,
che l’umilissimo Arcivescovo avrebbe arrossito d’un simile trionfo
raffigurato dall’ingegno e dalla mano degli uomini. Gli angioli, benchè
di terrestre materia, avevano viso celestiale, e sembravano alienassero
i pensieri dalle mondane cose, ispirando pei santi più intensa
venerazione che avere non sogliono i mortali.
Intorno all’arca gli angioli parevano, con amabile gara, prestare i
loro uffici al santo Pastore, che dalla sua Chiesa trasvolò in cielo,
deposto il frale, che giace entro l’arca, portante le impronte de’
sofferti travagli e delle volontarie mortificazioni.
Siedono alcuni angioli sul coperchio, e quasi intuonassero le lodi
del Santo, imboccano con vezzo infantile le trombe chiamanti il genere
umano a quel glorioso spettacolo; altri, di soave fisonomia, pare che
cantino accompagnandosi colle cetre. Questi sta in atto di ammirazione,
quegli d’esultanza, uno meditabondo, un altro orante, adora il Signore
per sì gran prodigio. Molti altri tengono tra le mani le insegne
pontificali e i sacri arredi, dei quali un giorno servivasi l’illustre
Cardinale, della cui santità sembrano penetrati.
Componesi l’arca di due piani, e fu chiamata romboide, perchè ha
questa figura geometrica. Il primo, ossia l’inferiore, dividesi in
dodici scompartimenti angolari, più o meno grandi: quest’ordine è lungo
quattro cubiti, e nei due lati più piccoli un cubito e mezzo.
Modiglioni, cornici e piccoli gradini formano l’altezza della
base, sostenuta da dodici animali d’argento, come è tutta l’arca
sì nell’interno che al di fuori. Ad ogni angolo v’ha una cariatide
come gli antichi usavano sottoporre alle gronde per ornamento
architettonico; le cariatidi sono dodici nel piano inferiore. Gli
angioletti sopra descritti cogli arredi pontificali a guisa di trofei,
sedono ai plinti.
Questi angoli, o ante, sostengono entrambe le cornici, quello che
disotto corre, e l’altro che al disopra s’unisce col coperchio. Tutti
portano statue d’argento rappresentanti le virtù, quali solevano
effigiare gli antichi; e sono dodici virtù in tutto il circuito. Gli
interstizj sono di cristallo, ciascuno formato di tredici pezzi; uno
dei quali, più grande, di forma ottangolare e lucentissimo, viene
attorniato dai dodici cristalli minori. Per tal guisa, dodici gran
pezzi costituiscono l’arca in questo primo ordine, insieme cogli
accessori tutti d’argento. I pezzi però che stanno ai due capi
dell’arca sono assai più piccoli. Le incassature d’argento de’ medesimi
sono dorate, ed in totalità i pezzi di cristallo sono 156.
L’ordine superiore che rinchiude l’arca è simile al descritto, e per
la disposizione delle cariatidi e per l’aspetto della cornice. Se
non che varia pel rientrare dei lati, ossia curvatura, che termina
in rombo, e per la dissomiglianza che nella parte ovale del pezzo
avvi una finestretta. Gli angioletti, al basso, sono sedenti, invece
nella parte superiore stanno ritti quei che portano i regi stemmi.
Imperciocchè, per tributare il debito onore all’augusta Casa Austriaca,
sostegno fermissimo della Chiesa, questa volle, per gratitudine, che
si mettessero sul coperchio i suoi stemmi in oro, portati da angeli.
Due di questi veggonsi ai fianchi in atto d’intuonare un inno, altri,
nella parte inferiore, portano gli stemmi del marchese di Leganes,
per ricordo ai posteri, che l’arca venne compiuta lui governatore di
Milano.
Volevasi far altrettanto coll’eminentissimo Monti, per aver insistito
col Leganes affinchè l’arca si compisse; ma egli non consentì,
suggerendo che invece si incidesse in una lamina sotto quale
arcivescovo ed in qual anno fu ultimata.
Anche nell’ordine superiore sonvi dodici cariatidi fra grandi e
piccole, e tutti gli altri ornamenti eguali, eccetto che sono tutti di
minor dimensione, vale a dire, le statuine e le cariatidi proporzionate
a quest’ordine più basso. Fregiano la cornice quattro vasi d’argento
a fogliami. I pezzi di cristallo in quest’ordine sono 67, così trovo
scritto nei registri.
L’arca costò 60,000 zecchini, siccome risulta dai codici reali. È
dovere altresì tributare la meritata lode ad uno de’ più distinti fra
i cittadini e gli ecclesiastici, il quale, sotto l’arcivescovo Monti
ed il governatore Gusmano, amministrò il denaro, e s’adoperò perchè
nel giorno fissato l’arca fosse compiuta senz’alcuna menda. Fu desso
Primicerio Visconti, nipote per sorella di Federico, e venne trascelto
dalla autorità ecclesiastica, dalla governativa e dal re, per la
nobiltà del casato, i talenti ed il senno, e perchè appartenente alla
famiglia Borromeo.
Gusmano per intervenire, come dissi più sopra, ed offerire e consegnare
l’arca in nome del suo re all’arcivescovo metropolita, da Alessandria
si recò a Pavia, indi a Milano, ove giunse il 2 novembre, antevigilia
della festa di S. Carlo, disponendo le cose in modo, che dopo la
solennità potesse restituirsi senza ritardo all’esercito. Venne
modestamente in un cocchio tratto da sei mule nere, come esigeva
lo scopo del viaggio; però dovunque passava, la plebe tripudiava,
chiamando gli Spagnuoli liberatori dello Stato e terrore dei Francesi.
S’udì qualche applauso, ma la gratitudine era più vivamente sentita
nell’animo. Il governatore entrò in città verso le undici ore[216], sul
far della sera; dopo un breve riposo in palazzo, sbrigò alcuni affari,
diede, giusto l’uso, udienza, quindi recossi al Duomo per consegnare
alle autorità ecclesiastiche l’arca di S. Carlo, già collocata dinanzi
l’altar maggiore. Trovavansi presenti il cardinale arcivescovo, e a lui
d’intorno i monsignori colle loro insegne.
Appena si sparse la voce della cerimonia, si fece calca di popolo, e
fu d’uopo vietare l’ingresso in Duomo, poichè la moltitudine, allegra e
curiosa, accorreva fra le tenebre, come fosse di pien meriggio. Voleva
ciascuno vedere l’arca, come pure l’arcivescovo, essendovi in tanto
concorso di cittadini e forastieri, molti che nol conoscevano; ma pochi
vennero ammessi alla cerimonia.
Riferirò le parole con cui il governatore, colla dignità ed eloquenza
conveniente a principe, consegnò il regio donativo all’eminentissimo
Monti.
«Sua Cattolica Maestà, il re nostro Filippo IV, fra i presidj suoi,
questo grandemente apprezzò sempre, che S. Carlo Borromeo nacque nel
suo impero. Con speciale culto S. M. venerò ognora il nome e la memoria
del Santo, adoperando zelantemente che lo venerassero del pari i suoi
sudditi, e ne fu rimunerato con grazie celesti, delle quali ei serba
riconoscente, e perpetua memoria. Egli è persuaso che specialmente pel
patrocinio di S. Carlo, e l’intercedere di lui appo Dio, sia incolume,
e fiorisca il cattolico impero e l’austriaca Casa, fugati e domi i
nemici in ogni parte, e rivolta a danni loro la guerra accesa contro
l’Impero e la Casa medesima. Volendo il monarca, mio signore, non già
rimunerare sì grandi beneficj, ma dar prova di sua gratitudine, ordinò
si costruisse quest’arca per collocarvi il corpo del Santo Arcivescovo
suo protettore, ed ingiunse a me, infimo e fedelissimo suo servo, che
oggi compiuta la consegnassi in dono a questa metropolitana, siccome
faccio di presente. Supplico l’Eminenza Vostra che, in nome di S.
Carlo, voglia accettare di buon animo e serbare questo dono, tenue
per sè, ma grande se riguardasi l’animo e la divozione del donatore.
Riceva quest’arca, nel cui splendore rifulgeranno le reliquie del gran
Cardinale, come la purissima anima di lui lasciò risplendente questa
patria e questa Chiesa per ottimi costumi ed egregie discipline. La
riceva, dico, con pari benevolenza ed affetto, onde nelle preci e ne’
sacrifizj di questa cattedrale, rammenti di raccomandare a Dio O. M. la
salute del re e l’incolumità dell’impero, che tributa onore ed ossequio
al Santo.
«E degnisi, con eguale benevolenza, raccomandare me pure, ministro e
pronto esecutore dei regi voleri, al patrocinio di S. Carlo, il quale,
per favore singolare, già rese vittoriose le mie armi, che senza di lui
non avrebbero potuto spingersi, dalla necessaria difesa dello Stato,
fino sul territorio nemico. Del qual prospero esito, ci confessiamo
debitori all’intercessione di lui appo Dio. Riceva finalmente
l’Eminenza Vostra il donativo; un altro simile spera d’apparecchiare
lo stesso re, colle ricchezze del suo impero, alle reliquie di Vostra
Eminenza, allorquando, seguendo la vestigia di S. Carlo, giungerà al
termine di questa mortale carriera[217]».
Tali furono i detti del Gusmano, pieni di riverenza per S. Carlo, e
resi vieppiù efficaci dalla pietà e dal decoro dell’oratore. Più d’ogni
altro ne fu commosso l’arcivescovo, non ammiratore soltanto, ma egregio
imitatore delle virtù del Borromeo. Egli, edificato dalla divozione del
re, e immaginando di trovarsi presente al Santo, così rispose:
«Fece la Maestà Cattolica quello ch’era conveniente e decoroso al
re dei re, al potentissimo monarca del mondo cristiano, secondo
l’insegnamento de’ genitori dell’avo, del proavo, e della lunga
schiera de’ Cesari suoi antenati, di venerare i Santi come i più
validi sostegni dell’Impero. Nè ciò mi giunge nuovo, avendolo a lungo
osservato allorchè risiedeva come Nunzio apostolico alla Corte. S.
Carlo, fra le altre sue virtù e le gesta immortali che gli meritarono
la gloria celeste, procurò sempre, fino all’ultimo, di favoreggiare
l’Impero e la Casa Reale, cui è affidata la tutela e la difesa della
religione cattolica. Laonde meritamente venne mai sempre onorato, e lo
è in oggi, dalla munificenza reale. L’arca, che sembra tenue donativo
al possessore di tante ricchezze, da me e dal mio clero, è considerata
preziosissima. Questo tesoro verrà da noi custodito, non solo pel
suo valore, ma perchè collocato fra i monumenti della cattedrale, sia
illustrato dai letterati, e rimanga modello ammirabile dovunque fia
nota la splendidezza del donatore e il pregio dell’opera».
In tal modo favellarono il governatore e l’arcivescovo, presenti per
trascriverne le parole e testificare quanto fecero i due illustri
segretari Caimi e Platone, il primo eclesiastico, l’altro regio, i
quali ne rogarono pubblico atto.
Così fu eseguita la consegna dell’arca; la notte stessa, l’arcivescovo,
quasi colle proprie mani, vi depose il corpo di S. Carlo, colla mitra,
la pianeta e gli arredi pontificali. Erasi dapprima ideato di coprirgli
la faccia con una maschera d’oro, ma con più maturo riflesso si credè
più semplice di lasciarlo scoperto il volto, nello stato cui l’avevano
ridotto il tempo e la corruzione, che neppure risparmia le reliquie dei
Santi. Una delle guancie trovossi guasta e corrosa, non tanto dall’età,
quanto da uno stillicidio continuato per vent’anni, e prodotto
dall’umidore del sepolcro, il quale non era stato ancora aperto ed
esaminato[218].
L’altra guancia aveva meno sofferto, benchè non fosse intatta: il
mento e la bocca, come rimangono colla dentiera allorchè consumansi
le carni, serbavano una tal quale impronta della fisonomia. I vecchi
erano commossi, ricordando il volto paterno del Santo, e lo guardavano
compunti; anche i ritratti di esso comprovavano la rassomiglianza.
Altri scrittori descrissero la pompa solenne con cui si espose al
popolo milanese il venerabile corpo del Santo 54 anni dopo la sua
morte. L’arca venne tratta dalla sacrestia, e diligentemente chiusa
dopo avervi riposto il corpo e deposta sovra l’altar maggiore alla
venerazione, con gioja non scevra di rammarico. Il Duomo era addobbato
in modo da imitare, per quanto è concesso agli uomini, col decoro, la
splendidezza e la festiva ilarità, le eterne sedi dei Beati lassù in
cielo. L’augustissima nostra cattedrale, che forse più di qualunque
altra si spinge in alto, testificava l’allegrezza pubblica come se
un altro popolo ed un’altra celeste città esultassero alla vista del
Santo Pastore. Quanti adornamenti di palchi, arazzi, quadri[219],
luminarie, immaginarono gli antichi e le moderne arti, quanti ne ideò
con larghissimo dispendio lo splendido e intelligente nostro clero
nelle pubbliche festività, tutti vennero in quel giorno adoperati.
Splendeva corruscante il tesoro di S. Carlo collocato sul vecchio
tumulo, gareggiando per ricchezza coi tesori dei re, i quali l’avevano
arricchito di molti anelli e gemme votive al Santo, per gli sfuggiti
pericoli, e pei trionfi ottenuti o impetrati da lui. Le statue e i
simulacri argentei di alcuni tra essi ricordavano, a testimonianza
delle ricevute grazie, i varj mali che affliggono l’umanità.
Il cardinale arcivescovo Monti celebrò il divino Sacrifizio e recitò
il panegirico del Santo, come aveva fatto il cardinale Federico in un
precedente anniversario. Gloria non comune di quell’età, che sommi
arcivescovi fossero del pari sommi oratori! Graditissimo ai grandi
ed alla moltitudine non solo per l’eloquenza, ma per l’elogio della
generosità del re Filippo, riuscì il passo in cui il Monti, alzando gli
occhi al cielo, apostrofò il Santo così:
«Celeste Carlo! decoro e corona de’ pontefici; un giorno nostro
cittadino e pastore e padre di questa patria. Oggi ad onorare le tue
reliquie e il nome tuo s’unisce il divino favore alla magnificenza
del re di Spagna, il quale dona un’arca, che nessuna privata ricchezza
avrebbe potuto offerire. Apparisce come costruita in cielo, che, per
assecondare la divozione del re, fe’ scoprire meravigliosi cristalli,
per formare un’arca degna del principe e in uno della purità del sacro
corpo, che vince il fulgore di que’ cristalli».
Dopo l’ufficiatura, incominciò la processione; quattro vescovi
sostenevano in apparenza l’arca, che era portata da uomini nascosti
sotto il drappo che la cingeva. L’arcivescovo, quantunque mal fermo
per recente malattia, sostenevala egli pure. I senatori portarono il
baldacchino per un tratto di strada, scambiati da altri a seconda
del grado e dei privilegi delle varie magistrature: il governatore
la seguitava al suo posto con una torcia accesa. Sarebbe superfluo
descrivere i consueti apparati della città, le contrade coperte di
tele, le muraglie adorne di arazzi, i quadri ed altri oggetti preziosi,
tratti dalle case dei ricchi, giacchè simili pompe si ammirarono altre
volte in Milano.
L’ornamento tutto speciale di quel giorno fu la moltitudine, la quale a
stento capiva nella città, e lo strepito che vi faceva. Rimasero quasi
deserti i villaggi e le città vicine; e se il nemico avveduto sapeva
profittare dell’occasione, avrebbe potuto facilmente impadronirsene.
Molti giunsero dalle terre Venete, dalla Marca d’Ancona, dal
Genovesato, dalla Svizzera, dai Grigioni, avendo calcolato il tempo
del viaggio per arrivare il giorno della festa. Nè solo individui,
ma intere famiglie, le donne coi loro bambini, i figliuoli seguendo i
genitori, ovvero venuti nascostamente dalle vicinanze a Milano. Molti
vecchi altresì, nobili e plebej, ciechi, storpj e afflitti da malattie
si trascinarono, sì grande era il desiderio d’assistere alla solenne
traslazione del corpo di S. Carlo ed invocarne il patrocinio; nè vi
mancò una turba di mendichi. Seppi che parecchi mariti, che lo stato
conjugale rendeva infelici, e mogli angosciate per le libidini degli
adulteri consorti, accorsero con fiduciosa semplicità di cuore, che il
geniale talamo deterso e santificato per occulta virtù di S. Carlo,
e reintegrato il buon nome, la famiglia passerebbe dallo sprezzo e
dalla disperazione ad un onesto e giocondo vivere; la quale fiducia o
semplicità ebbero pure alcuni Milanesi.
Conosco certi tali che, afflitti per rovesci di fortuna o circondati
da pericoli, sperando nell’ajuto del Santo, ottennero, o almeno
affermarono d’aver ottenuto, grazie non meno evidenti di quelle che
ricevettero i guariti da corporali malattie. E siccome di queste
si narrano miracolose guarigioni, così viene assicurato che le più
gravi dell’animo, ed i domestici infortunj, mitigò in quel triduo S.
Carlo colla sua intercessione appo Dio, e molti videro prosperare i
loro traffichi e rimarginarsi le ferite del cuore, secondochè avevano
pregato e fatti voti.
Sessanta mila peregrini alloggiarono negli alberghi e nelle taverne;
numero che venne notificato al pubblico. Aggiungasi altri moltissimi,
i quali furono ospitati dai parenti ed amici, essendochè ogni casa,
grande o piccola, era zeppa di ospiti, una parte de’ quali venne
collocata negli abituri dei poveri, provvedendo al loro vitto, per non
poter fare altrimenti attesa la ristrettezza in cui trovavasi ciascuna
famiglia per tanta gente che aveva in casa.
I ricchi accaparrarono gli alloggi lungo tempo innanzi: perfino i
collegi e i chiostri diedero a molti ricovero, e nondimeno fu ancora
maggiore il numero di quelli che pernottarono a ciel sereno[220].
È facile l’immaginarsi lo strepito ed il tumulto che tanta folla di
gente fece per le vie e specialmente in Duomo; urli, risse, sassi,
coltelli, alcuni rimasero feriti ed uccisi. Rimbombava la cattedrale di
un continuo fragore, eguale al ruggito di torrente, che, ingrossato da
notturna pioggia, travolve giù per le roccie dei monti immenso volume
d’acque.
Pure superavano quel fragore le grida e lo schiamazzío degli ossessi, i
quali, alla presenza di S. Carlo, erano in siffatta guisa tormentati,
che molti in quel giorno cessarono dal ritenerli inganni femminili,
convinti che veramente gli spiriti infernali s’impossessano degli umani
corpi, nelle viscere dei quali soffrono i martirj cui sono dannati.
Consta, con bastante certezza, che in quel giorno furono liberate
alcune donne, avvinte, secondo le apparenze, con inestricabili nodi da
Satano.
Nè tacerò come uomini e donne, invasi da furore divoto, fur visti
avventarsi contro i bastoni e le picche. Imperocchè, custodendo le
sbarre un drappello di soldati tedeschi con armi per tenere indietro,
come s’usa, la folla, scuotevano di continuo all’ingiro le picche ed
i bastoni per incutere terrore. Un drappello di sbirri, frammisti ai
soldati, non solo brandiva le armi, ma con torvo viso e minaccie osava
irrompere nella calca, battendo e ferendo parecchi. Ne sorse una zuffa
che durò tutto il tempo in cui l’arca rimase esposta. Molti ne uscirono
colla faccia pesta e insanguinata; un birro fu battuto a morte da un
giovane colla mazza istessa con cui gli aveva pestato un piede.
Non si potè conservare nella processione l’ordine secondo i gradi: e
le due primarie magistrature della città altercarono, disputandosi il
posto più vicino all’arca. Al governatore spiacque la contesa; ma si
riappacificarono subito, e la gara fu piuttosto mossa da zelo che da
umana ambizione. Credo che il Santo medesimo gioisse, contemplando dal
cielo quel contendere intorno alle sue reliquie, e perfino i grandi
inquieti in mezzo al popolare tumulto. Questa unica dimostranza mancava
del cielo, partecipe al giubilo degli uomini, ovvero del nostro piccolo
globo turbato per sì gran trionfo!
Compito il giro sull’imbrunire, l’arca fu riposta sopra l’altare
maggiore. L’arcivescovo diede un pranzo frugale, e colle discipline
usate da S. Carlo e Federico nei loro conviti dopo alcuna solennità,
invitò quattro vescovi ed i fratelli Altemps, parenti di S. Carlo
dal lato di madre. Anche il governatore in palazzo diede un pranzo
militarmente frugale ai magnati ed a parecchi amici, che il dì vegnente
ritornavano seco lui all’esercito. Egli prolungò la sua partenza
d’un giorno: il sabbato 6 novembre da Milano avviossi per Pavia ad
Alessandria.
FINE DEL LIBRO QUINTO
ED ULTIMO.