Nuove particolarità intorno i Presidenti della Sanità nel contagio del
1630. — Si accenna il gran numero degli altri Magistrati.
Esposi quanto riscontrasi fra le due pestilenze di simile, in guisa
che si confonderebbero in una sola, e quanto v’ha di diverso e non
paragonabile in alcun modo. Ora mi si presenta un fatto segnalatissimo,
non attribuibile al mero caso, bensì alla non interrotta successione
delle più cospicue famiglie di Milano, dalle quali, come da perenne
sorgente, escono personaggi idonei alle più illustri magistrature. E
fia giocondo, nel luttuoso racconto, contemplare, nella cessata peste,
i figli ed i nipoti de’ nobili sostenere le cariche medesime che i loro
padri ed avi sostennero nel precedente contagio, il che apparirebbe
ov’io ne ricordassi i singoli nomi.
Il presidente della Sanità, nel più fiero imperversare del morbo,
del quale rimase vittima, fu, come già dissi, Antonio Monti, figlio
e pronipote di senatori, e fratello del cardinale arcivescovo che
in oggi, con tanta gloria, regge questa Chiesa[208]. Il re nominollo
senatore appena toccò l’età prescritta, e pei meriti della famiglia e
per le chiare sue virtù.
Bello e dignitoso della persona, d’ingegno elegante, egli morì sul
fiore degli anni, e fu lagrimato non solo dal popolo, che lo amava, ma
dagli stessi grandi. Spenta l’invidia, cresceva il dolore per non avere
lasciato figli, ed accusavasi l’egregio giovane di ciò appunto che
forma l’elogio e la sua gloria, voglio dire della generosità con cui
si gettò fra i pericoli della peste, affrontando impavido la morte pel
bene del suo paese.
Prima del Monti, fu presidente della Sanità, nei primi mesi del
contagio, il senatore Arconati[209], maggiore d’età, non però ancor
vecchio. Pieno anch’egli di compassione per le sciagure di Milano,
vi provvide con zelo, non temendo una morte vicina, cui isfuggì per
allora. L’Arconati riassunse il terribile ufficio, affrontandone
intrepido tutti i rischi; imperocchè, morto il Monti, il Senato lo
pregò e scongiurò ad accettare, benchè contro la regola, la presidenza
del Tribunale di Sanità, non essendovi alcuno più idoneo di lui.
Accettò, e fu vittima della peste, lasciando desiderio di sè ne’
concittadini, i quali, istupiditi dallo spavento e dal male, pur ne
lamentarono la perdita. Ma più vivo si fece il dolore, allorquando,
cessato il flagello, si fecero a noverare tutti i sofferti danni.
Nobile e rinomata famiglia è l’Arconati; ma quand’anche tale non fosse
stata, ei solo l’avrebbe resa illustre, sì grande era la perizia di lui
nelle leggi, l’affabilità dei modi e la beneficenza. Passato per tutti
i gradi dei minori impieghi, era divenuto senatore e presidente: la
furiosa peste mietè quest’altro fiore della patria nostra.
Gli altri che succedettero a capo del Tribunale di Sanità, zelavano
d’emulare il nome e la gloria dei predecessori; se non che mancò loro
l’occasione di distinguersi. Imperocchè, venuti in carica in sul finire
della pestilenza, ebbero a lottare colla scelleraggine dei Monatti e
coll’avarizia e il sucidume de’ poveri, affinchè, nascondendo i cenci
e sottraendo abiti, camisce, coltri, biancheria e quant’altro dovevasi
abbruciare come infetto, non mantenessero vivo il principio contagioso.
La spilorceria di quei miserabili diede in sulle prime molti fastidj
al presidente Visconti, che rivolse ogni cura a punirli, e reprimere
uno sfacciatissimo traffico di simili oggetti esercitato da molti
occultamente ed anche in pubblico con insulto della divina clemenza, e
nuovo danno dello Stato.
Discendeva questo senatore dagli antichi duchi di Milano, e diede
splendida prova de’ suoi generosi sentimenti in questa vile trattativa,
perocchè coll’autorità del nome ed il terrore de’ castighi, impedì che
la peste ripullulasse pel contatto de’ cenci. Dottissimo in diritto
civile, consideravasi, all’età nostra, qual emulo di Scevola, di Paolo
e degli altri famosi giureconsulti, i quali, coi loro rescritti e
responsi, compilarono le leggi nei bei tempi della latinità.
Egual fama tra i dotti godeva il presidente Bescapè, il quale,
ripullulando il morbo sul lago di Como, allorchè tutti credevansi
sicuri, l’estirpò dalle radici, impedendo ogni commercio agli abitanti.
Uomo austero e rigoroso, di animo e di corpo indomito, non senza
ragione i letterati lo paragonarono a colui che gli antichi con greca
parola dissero avere viscere di ferro. Ammansò i Cremonesi, essendo
loro pretore, ed accusato presso il censore regio, venne assolto dal
re, non senza vergogna de’ suoi accusatori.
Religioso, prodigò denaro per innalzar tempi e istituire messe
quotidiane, assegnando annui lasciti per la manutenzione. Egli spese
alcune migliaja di zecchini per fabbricare una chiesa nel villaggio
di Bescapè, cognome della sua famiglia. La quale risale fino ai tempi
degli apostoli, e fu così appellata perchè i maggiori concessero in
Roma uno spazio di terreno a Papa Cajo per edificarvi la Basilica di
San Pietro.
Tali egregi presidenti di Sanità ebbe Milano durante il triennio della
peste.
Io compilerei un volume se volessi riferire i nomi e i titoli dei
Decurioni e degli altri magistrati che li sussidiarono; e non riuscirei
ancora a raccoglierli tutti. Immane lavoro! e d’altronde sorgente
d’odio e di invidia per coloro che fossero obbliati.
Così il poeta Omero, sconfidando di enumerare le schiere e i duci
venuti alla guerra di Troja, invocò nell’_Iliade_ le muse perchè le
noverassero. Avessi io ingegno e facondia maggiore! che ricorderei
non solo i nomi di tutti i nostri magistrati, ma il coraggio, le
opere esimie, la gara di carità tra loro, e le morti. Rimasero fermi
in Milano, frammisti ai cadaveri; si recarono nei villaggi e nelle
provincie appestate come se andassero alle proprie ville; presero cura
de’ sepolcri; andarono legati nel campo; nè badarono a dispendio per
sovvenire ai pubblici bisogni.
Lode e gloria agli altri cittadini, ai mercanti, ai ricchi popolani ed
alla minore nobiltà, la quale meno chiara ma più ricca sovente delle
primarie famiglie, la imita ne’ vizi e nelle virtù, e gareggiando con
essa specialmente in questa città, diede egregie prove di sè durante
la pestilenza. Se non che m’è forza tacerne i nomi, perchè troppo
numerosi, come già disse un geografo parlando delle isole del mare
Egeo; quantunque meritino d’essere ricordate. Furono gli accennati che
assunsero il regime dei lazzaretti; nutrirono i rinchiusi, e mantennero
l’ordine in que’ ricettacoli della morte con provvide discipline.
Nell’eseguire i comandi de’ sommi magistrati, giovarono assaissimo non
solo colla prudenza e industria loro, ma altresì col denaro, che era in
que’ giorni, fuori di dubbio, il perno d’ogni cosa.