Donativi di Casalmaggiore.
Il municipio fece una nuova vendita per lire 300,000[200] delle sue
gabelle, costringendo, come nella prima, i privati a farne acquisto,
sotto condizione che sarebbe allo stesso facoltativo in perpetuo,
restituendo il denaro, di ricuperare ciocchè le urgenze del momento
l’avevano costretto ad alienare. Le città provinciali e villaggi vicini
gareggiavano coi lontani in zelo e munificenza verso la metropoli,
ad esempio delle antiche colonie che inviarono a Roma coppe d’oro per
alleviare il meglio che potevano le ristrettezze dell’impero.
Casalmaggiore spedì mille botti di vino[201], con un delegato che
lo offerse in dono al nostro Consiglio generale con ornate parole.
«Sanno i Casalaschi, diss’egli, che Milano, loro capitale e dominante,
scarseggia di viveri per nutrire tante migliaja d’indigenti dalla
peste, tenuti rinchiusi nelle case e privi d’ogni lavoro». Laonde
mandavano quel vino raccolto nelle lor campagne come un tributo,
ed altri ne spedirebbero raccolti o procurati altrove. Pregavano a
ricevere con aggradimento il vino, non pel suo valore, ma apprezzando
il buon animo di quelli che l’offerivano, secondo fece il senato e il
popolo romano colle sue colonie, come attestano gli antichi monumenti.
I Decurioni, ricevuto il dono, lodarono la cortesia di quel nobile
municipio e la sua fedeltà allo Stato, luminosa anche in altri tempi.
In appresso fu onorifico pe’ Casalaschi un tal fatto, perocchè il
collegio dei Giudici, che è, per così dire, il semenzajo de’ Senatori,
racchiudendo in sè il fiore degli uomini nobili e assennati di Milano,
antepose, nel conferire un impiego ambito da molti, uno di Casale
soltanto perchè oriundo di quella città.
Poco dopo la stessa inviò un altro regalo di lieve entità, ma gradito
dai grandi per dar forze a’ bisognosi languenti; mille polli, che,
rinchiusi com’erano nelle gabbie, mandaronsi tosto alle capanne per
distribuirli. Casale in tal modo sovvenne con munificenza e cortesia
l’afflitta metropoli, e ne ottenne la gratitudine.
I Decurioni la sentivano più viva, chè al recente benefizio,
aggiungevasi l’antico lustro di quella terra, nobile ed onorata fin dai
tempi romani al pari delle più grandi città, avendo ivi piantati gli
accampamenti l’esercito durante la guerra tra Ottone e Vitellio, d’onde
trasse principio e nome[202]. Ne’ secoli posteriori fiorì sempre Casale
nelle lettere, nelle armi e in tutte civili discipline, e da lei uscì
l’inclito cittadino Giovanni Baldesio, che, simile ad uno dei tre Orazj
cui venne un giorno affidata la sorte di Roma, duellò in singolare
tenzone con Enrico, figlio d’Enrico imperatore, che stringeva d’assedio
Cremona. Baldesio, vincitore, trafisse a morte l’avversario, ponendo
così fine alla guerra cui erano i Milanesi intervenuti per sostenere la
libertà di Cremona, la quale cessò di pagar l’annuo tributo all’impero.
Laonde que’ cittadini innalzarono una statua al loro liberatore, e
ricopertala d’un manto purpureo, festeggiano l’anniversario di quel
trionfo.
Oramai avvicinavasi il termine della peste, e gli avi, non meno divoti
di noi, non cessavano dal ringraziar Dio per la ricevuta salute,
aggiungendo pur anche i loro sforzi alla divina clemenza. Adempirono
i voti, come femmo noi pure, e siccome la festa di S. Sebastiano
coincideva quasi col termine della quarantena che, ricominciata una
seconda volta, avvicinavasi con ottime speranze al desiato compimento,
si decretò di recarsi la vigilia della festa con processione solenne
all’altare del martire, e deporvi il vaso col sacro osso; che tale era
il voto de’ Milanesi.
V’intervenne il governatore Ayamonte, per quest’unico motivo da
Vigevano venuto a Milano, e dodici fra Senatori e Decurioni. Celebrò
S. Carlo allo stesso altare, ed amministrò di sua mano l’Eucaristia
a tutti gli astanti. Se non che allora evitarono e provvidero ciò che
i magistrati dell’età nostra non scorsero, ovvero neglessero; voglio
dire, proibirono al popolo d’affollarsi in chiesa; escire in molti
dalle case e far crocchj per le strade; stabilendo agli individui
giorni ed ore e tempi diversi, non solo per andare in chiesa, ma pel
disimpegno delle proprie faccende, mentre noi al contrario, trascurando
codesta prudentissima distribuzione, e lasciando che la moltitudine
s’accalcasse promiscua nelle processioni ed altre divote pratiche,
anche queste riuscirono di fomite al contagio. Proibirono altresì gli
avi il ritorno in città a quanti per timore erano fuggiti a nascondersi
nelle ville o nei campi; e quanti, mitigata la peste, presentavansi
giornalmente alle porte, erano respinti. Invece all’età nostra, i
nobili fuggiaschi vennero non solo spontaneamente richiamati, ma si
minacciarono con pene i contumaci. Nelle altre cure, sul finire della
calamità, furono eguali e nel 1577 e nel 1631 la diligenza e gli
sforzi cui avvalorava la crescente speranza, e la brama di non rendersi
indegni colla trascuratezza della grazia da Dio ricevuta.
Giunta la nuova a Milano che Brescia era afflitta dallo stesso morbo,
il Tribunale di Sanità proibì qualunque commercio co’ Bresciani
ed il loro territorio, e si stabilirono le opportune guardie ai
confini; altrettanto si fece poco dopo con Pavia per essersi ivi pure
manifestato il contagio.
Il governatore spagnuolo stava in grandissima agitazione, per tema
non ripullulasse in Milano, tanto più che al presidente Monti, uscito
di carica spirato l’anno, sottentrò il senatore Brugora, nuovo nelle
cose sanitarie. Un decreto regio vietò con severe pene, di ricevere
chicchessia in città, anche muniti di regolare bolletta: il solo Gabrio
Serbelloni ebbe la facoltà di ammettere chi voleva, e niuno entrava
senza un permesso da lui sottoscritto[203]. Vennero pure fissate chiese
vicine alle mura, ove si recassero per adempire i doveri di religione
gli uomini e le donne separatamente. Così avevano ingiunto i medici di
permettere alcun sollievo ai rinchiusi, perchè respirassero dal carcere
diuturno, senza però lasciarli vagare alla rinfusa, o riunirsi ne’
luoghi medesimi.
I fanciulli e le donne in ispecie non si potevano frenare, impazienti
come augelli usciti di gabbia, e per la petulanza del sesso e
l’imprudenza fanciullesca, infrangenti le leggi sanitarie: fu quindi
d’uopo rinchiuderli e porli di nuovo sotto custodia. I disordini
continuarono nel lazzaretto di San Gregorio, vicino al quale eransi
riuniti nei campi i miserabili degli altri lazzaretti e delle capanne,
come altresì continuavano nell’ospitale pei convalescenti, aperto
vicino a San Dionigi. I Monatti sporchi erano frammisti coi sani,
e delitti e scelleraggini d’ogni genere pullulavano in quegli asili
per la convivenza dei rinchiusi, a guisa che nei corpi umani afflitti
da lunghi morbi si generano nuovi malanni. Per la qual cosa, mentre
il contagio era sul finire, e consolidavasi la pubblica salute,
que’ luoghi riuscivano pestilenziali a Milano; così vedemmo noi
pure deturpati i lazzaretti per quante colpe e turpitudini sogliono
commettere gli uomini.
Anche nel 1576 fu investito d’ampissimi poteri, come dittatore e
giudice, un uomo che si trovò laddove nessuno l’avrebbe creduto, e
dove nondimeno un altro ne rinvenne l’età nostra. Fra Paolo da Brescia
cappuccino, simile in parte al padre Felice, era d’altronde più idoneo
all’ufficio suo per severità, aspri modi, e certa feroce indole propria
del suo paese. Egli venne messo alla direzione del Lazzaretto da
S. Carlo[204], e anche oggidì vive in bocca degli uomini la memoria
de’ satelliti di fra Paolo, de’ carnefici, patiboli, cavalletti, e
di lui medesimo, armato e sempre truce e minaccioso in viso sia che
comandasse, che punisse. Oh! quale spettacolo vedere un frate col
cappuccio travestito da magistrato; ma a ciò stringeva la sciagurata
condizione di que’ tempi. Egli, censore severissimo[205], gastigò
e represse i furti, le libidini e gli altri vizj, che senza tregua
baldanzeggiavano in quegli antri della miseria e del bisogno.
Un altro non meno ammirabile spettacolo offrivano que’ luoghi;
la riottosa lasciva e nuda turba ricevente vesti e coltri mandate
dall’arcivescovado. S. Carlo, come narrai nella sua vita, vendette,
per vestire i poveri, le tappezzerie, gli arazzi, i drappi, e quanto
aveva presso di sè raccolto dai cortigiani durante il pontificato dello
zio Pio IV, o li fece tagliare e distribuire ai medesimi perchè si
coprissero. Avrebbe taluno meravigliato e riso, vedendo nel Lazzaretto
i plebei abbigliati sfarzosamente di seta, di porpora e d’altre stoffe
preziose, secondo che a ciascuno era toccato in sorte[206]. Cittadini
e mercanti ricchissimi spedirono in dono al Lazzaretto fino a mille
coltri, ed il Municipio spese esso pure in vestire la nuda plebe lir.
8000, mosso a vergogna pel suo decoro e munificenza, benchè si trovasse
ormai esausto di denaro. E ciò mentre la peste, nè rallentando nè
crescendo, teneva gli animi incerti tra il timore e le speranze.
Sul finire del 1576 Milano si ritrovò libera dal contagio, e i suoi
abitanti, sgombri i sospetti e rassicurati, ripresero le ordinarie
occupazioni della vita. Si trattò di dichiarar sana la città, ad
istanza del senatore Magenta, successo al Brugora come presidente
della Sanità, e impegnatissimo che durante l’anno del suo regime si
abbattessero tutte le capanne, non lasciando alcun vestigio di que’
funesti ricettacoli.
S’aspettò il giorno di S. Sebastiano, nel quale, con decreti e per
mezzo dei banditori, fra il giulivo rimbombo delle campane e le salve
d’artiglieria, con giubilo universale fu promulgato essere la città di
Milano, per la divina clemenza, per favore della Beatissima Vergine,
dei Santi, e massime del martire concittadino S. Sebastiano, libera di
peste, e riaperto il commercio colle altre città. D’ora in poi era in
facoltà di tutti l’uscire e l’entrare nelle case, godendo la pristina
libertà, l’aere e la luce del cielo comuni agli uomini. Quel giorno
venne festeggiato dai Milanesi, che rinascevano alla vita civile;
sopraggiunta la notte, l’intera città venne illuminata; splendevano i
lumi sui balconi, le finestre, i comignoli dei tetti, sulle piazze e
per le vie in grandissimo numero, talchè pareva risplendesse il sole in
pien meriggio. Raccontarono i superstiti, a noi nipoti, che non videro
mai giorno più clamoroso di quella notte di S. Sebastiano, perchè
l’intera popolazione, sopravvissuta al contagio, girava per le vie,
ringraziando con vociferazioni di gioja il santo protettore; squilli di
trombe e musicali stromenti risuonavano in ogni parte.
Queste cose si fecero in Milano nel 1576, epoca memoranda, perchè
reggeva la nostra Chiesa l’immortale San Carlo. Egli soccorse il
popolo durante quella strage col fervore ispiratogli dal cielo, colle
fatiche e la pietà del clero da lui istruito, degli Ordini religiosi, e
specialmente col sussidio de’ Padri della Compagnia di Gesù, religione
che sparse dappoi sì gran luce nella Chiesa, ed istruì nelle scienze,
nelle lettere, ne’ buoni costumi tante lontane genti, e che allora ne’
suoi primordj si rese benemerita di S. Carlo e di Milano[207].