Voto a S. Sebastiano. — Quarantena generale — Spurghi.
Il 23 ottobre i LX Decurioni, per la salute pubblica, fecero voto a S.
Sebastiano martire, nostro concittadino, affinchè per le ferite aperte
nel suo corpo dalle freccie, supplicasse Iddio a liberare Milano dal
contagio. Il voto fu espresso colle seguenti parole:
«S. Sebastiano martire, nato in questa terra pel cielo, cittadino e
alunno di Milano, che ne va glorioso, deh! pe’ meriti tuoi impetra
grazia appo Dio onde abbia fine la pestilenza così fatale alla tua
patria. Noi riedificheremo più grande e magnifica entro i quattro anni
prossimi venturi la chiesa che i nostri avi dedicarono al tuo nome.
Il primo giorno anniversario che ricorrerà della tua festa offriremo
a detta chiesa un vaso di cristallo per riporvi, col debito onore, le
venerande reliquie del tuo corpo che ivi si conservano, portandolo noi
Decurioni, col clero e col popolo, confessati in prima e comunicati,
perchè il dono sia vieppiù aggradito».
I Decurioni, affinchè tutti conoscessero le promesse con cui
obbligavansi al santo, e la città sancisse il voto, chiamarono persone
dai borghi che rappresentassero le loro parrocchie, talchè il voto
fosse solenne ed a nome del pubblico: i sindaci annuirono per lettere.
Circa la forma e il modo del ristauro della chiesa, vennero delegati
a proporla ed a farla eseguire Alfonso Gallarato, Giovanni Arcimboldo
e Battista Visconti. Erano gli animi infervorati e per divozione
al martire concittadino e per la speranza d’impetrare salute per
intercessione di lui. S’aggiunsero altri voti i quali ignoro se oggi
sussistano ancora tutti, e vengano con fedeltà adempiuti, ovvero
siano caduti in dissuetudine, come si fece e si farà sempre, perchè
gli uomini sono fraudolenti perfino col cielo; ed all’antico peccato
dell’uman genere s’aggiunge pur quello d’ingannare i santi.
I Decurioni, annuente e consigliante il governatore spagnuolo,
promisero inoltre, a nome dei Milanesi, d’instituire una confraternita
di S. Sebastiano. Primo a inscriversi fu il marchese d’Ayamonte,
governatore, colla moglie e i figli, poi i Decurioni, il Senato, i
magistrati ed i nobili secondo i loro gradi. Le discipline e gli
obblighi di questa confraternita non furono assoggettati a verun
regolamento; ma lasciati in arbitrio della volontà di ciascuno, che far
poteva le opere pie che più gli andavano a genio. Distribuire ai poveri
qualche limosina; i più ricchi impiegare grosse somme in soccorso della
pudicizia pericolante, massime se qualche nobile donzella trovavasi in
simile rischio, seguire con torce la processione nella vigilia di S.
Sebastiano, giorno in cui si trasportavano in Duomo le sue reliquie;
lasciare dette torce ad usi pii, specialmente in raccogliere denaro per
doti di fanciulle bisognose. Votarono altresì che il giorno dedicato al
nome ed alla memoria del santo martire, sarebbe festivo in perpetuo pei
Milanesi, esclusa ogni opera servile. In esso giorno si recherebbero
coll’arcivescovo e il clero metropolitano alla chiesa di lui, portando
i doni col rito e la pompa medesima, con cui la seconda festa di Pasqua
si recano annualmente alla basilica di Sant’Ambrogio colle insegne di
ciascun’arte, e lo stendardo dell’augustissimo pastore. Ultimo voto
fu una messa quotidiana nella chiesa di San Sebastiano, da celebrarsi
da un sacerdote eletto dalla città a nome di essa, e coll’onere di
contribuire alla spesa della solenne funzione nell’anniversario del
voto[191].
Si supplicò il cardinale arcivescovo che si facesse autore di questi
voti, perocchè non sono validi senza l’autorità della Chiesa.
Frattanto il morbo, nè per umani rimedi, nè per divino soccorso
rallentava, i redditi della città, le profuse elargizioni degli
abitanti e fino le imposte forzose non bastavano alle spese giornaliere
del contagio. Trovo scritto che a quell’epoca alcune persone diedero
per uso pubblico, con ripetute largizioni, somme sì ingenti, che non lo
crederei ove non facessero indubitata fede i registri. I più generosi
in Milano furono Giacomo e Francesco d’Adda[192], i quali le ricchezze
tramandate dagli avi, o raccolte colla propria industria, nobilmente
impiegarono nel sostenere in parte le pubbliche gravezze, largendo
denaro alla città o prestandolo senz’interesse, mentre cert’altri
usuraj ne fecero vile ed esecrabile traffico.
Questi sussidj però non bastavano, e si trattò di vendere alcuni
redditi pubblici per incassare trentamila zecchini. Ma non
presentavansi acquirenti, sicchè dovette il governatore costringere
alcuni ricchi ad impiegare il loro denaro in siffatta compera.
Il Senato diede vacanze al foro, scarcerò i prigioni per debiti, i
senatori, deposta la toga, come dimentichi del loro grado, camminavano
per le strade in veste succinta[193]. Fu poscia discusso tra il Senato
ed i nobili del rimedio che nelle estreme angustie si ritenne sempre
unico e più efficace, quantunque difficilissimo a mettere in pratica.
Voglio dire, di tenere rinchiusa e segregata fino al quarantesimo
giorno, che si crede il termine dell’esperimento contro i contagi,
l’intera città come un individuo, e tante migliaja di persone quasi
formassero un solo corpo.
La quarantena venne prorogata per l’enormità del dispendio e la
scarsezza di quanto necessariamente bisognava somministrare alla
moltitudine sequestrata. Temevasi inoltre che il popolo, stanco dello
squallore e della solitudine domestica, senza pane e modo di vivere
per mancanza di guadagno, cessati i lavori, sorgesse a tumultuare.
Il disprezzo della morte che aveva di continuo sott’occhio, la vista
dello stato in pericolo di ruinare per tanti mali, e la speranza
dell’impunità potevano spingerlo ad ogni più disperato eccesso.
Nondimeno si decisero ad intimare la quarantena generale: il 31
ottobre fu decretato che tutti si chiudessero nelle case, e proibito
qualunque commercio e contatto e raccomunarsi pei bisogni giornalieri,
se i cittadini volevano nuovamente godere la vita civile e la luce.
Codesto rimedio contro la peste adottarono il governatore, il Consiglio
Segreto, il Senato, il Tribunale di Sanità e di Provvisione, non che i
LX Decurioni, i quali tutti, a nome del re e della patria, ne assunsero
l’incarico a vantaggio della salute pubblica.
Sarebbe, aggiungevasi, una molestia di quaranta giorni, un isolamento
necessario e salutare al tempo stesso. Niuno ardisse metter il piede
fuori dal limitare della sua casa, e se trasgrediva il divieto,
subirebbe gastighi, proscrizioni, multe, e quant’altro sogliono
minacciare in tali casi i dominanti. A tutte le cose necessarie
provvederebbe lo Stato.
Il decreto ebbe sollecita esecuzione; nel dì fissato ricchi e poveri
rimasero in casa, e furono serrate tutte le botteghe, ad eccezione di
quelle ove si vendevano commestibili. Ai poveri, le cui famiglie erano
registrate in ogni quartiere, non mancarono i viveri e si conservano
negli atti pubblici i nomi dei nobili che ebbero tale incarico nelle
singole parti di Milano.
È la Misericordia una confraternita di nobili, che sotto un tal nome
distribuiscono annualmente ventiquattro mila zecchini, se non che le
morti e le calamità del tempo avevano sminuito d’assai tale patrimonio
dei poveri.
Nell’oratorio della Misericordia riunivansi ogni giorno i delegati
della confraternita a consulta per sciogliere i viluppi delle sempre
nuove difficoltà che l’un l’altro esponeva. S’aggiunsero ai confratelli
due nobili per ciascuna porta, e più ancora secondo che in questa o
in quella parte di Milano maggiori erano le brighe. Quanto forniva il
Municipio, recavasi dalle campagne, ovvero si comperava nelle botteghe,
era deposto sul limitare d’ogni casa. Serrate tutte le porte della
città, venivano ammessi coloro soltanto che recavano commestibili, e i
quali, appena le avessero portate ne’ luoghi stabiliti, sia a privati
sia a’ venditori, dovevano ripartire, esibendo le bollette. Nessuno di
loro poteva pernottare entro le mura.
Formaronsi squadriglie d’uomini per andar in giro e comperare le
cose necessarie: costoro avevano un permesso rilasciato dai nobili,
affinchè niuno, per girovagare, si unisse impunemente alle squadriglie.
I bottegai e i rigattieri stavano allo sbocco ed all’ingresso delle
contrade e in mezzo di tutti i corsi, affinchè ciascuno de’ vicini
abitanti potesse comprare frutta, vino e commestibili d’ogni sorta. A
venditori furono condonate le solite tasse, rinunziandone il municipio
l’introito a vantaggio degli acquirenti.
Le taverne, le dispense e le primarie farmacie rimanevano aperte per
la vendita soltanto da terza al tramonto, con cancelli dinanzi e vasi
pieni d’aceto, ne’ quali si gettavano le monete perchè l’acrimonia
di esso liquido purgasse i metalli. Altri nobili, due per parrocchia,
ebbero lo speciale incarico d’indagare e riferire su quanto accadeva
in ciascheduna casa, notare i sintomi favorevoli o sinistri, i morti
repentinamente, coloro che già disperati risanavano. Questi nobili
conoscevano casa per casa, padroni, inquilini e lo stato loro,
altrettanto come la propria famiglia; gli tenevano scritti in appositi
elenchi, e ne facevano tutti i giorni la ricognizione coi medici,
continuando a tenerli rinchiusi, ovvero mandandoli alle capanne,
secondo il giudizio dei medici stessi.
Erasi lasciata alla loro prudenza facoltà di concedere il permesso
d’uscire, qualora trovavano giusti gli addotti motivi, con obbligo
però d’informare i superiori. Altri nobili delle primarie famiglie
sorvegliavano il loro operato, investiti d’ampi poteri, fino a punire
di morte gli uffiziali subalterni ed i quarantenanti, perchè quelli non
trascendessero, come è loro costume, a’ furti e rapine, e questi non
uscissero dalle abitazioni, vagando con pericolo della salute pubblica.
Altri nobili finalmente s’adoperavano coll’autorità ed i consigli
perchè ciascuno adempisse il suo dovere.
Il cardinale arcivescovo assoggettò ad eguale disciplina il clero,
ingiungendo che ogni ecclesiastico rimanesse in casa, secondo le
prescrizioni generali[194]. E colla santità e prudenza, virtù in lui
esimie, stabilì che per evitare le funeste conseguenze dell’ozio
nell’isolamento delle pareti domestiche, uomini e donne facessero
orazione sette volte il giorno, al tocco delle campane[195]. Le quali
preci, la messa quotidiana, giovarono a tener occupati gli animi in
divoti pensieri e placare l’ira celeste.
Ai birri e custodi che già v’erano in Milano a cagione della
pestilenza, s’aggiunse il banditore della città che ebbe speciale
incombenza durante i quaranta giorni. Egli girava colla sua squadra,
osservava le case, e se qualcuno usciva senza bolletta, con in mano
una verga, minacciava istantaneo castigo ai delinquenti presi. Per
le contrade eranvi forche alzate; il governatore offerse drappelli
di soldati tedeschi a custodia delle singole porte; ma i Decurioni
si scusarono dall’accettarli, perchè il Municipio, oppresso da tanti
pesi insopportabili, non era in grado di supplire anche a siffatto
dispendio.
Il marchese d’Ayamonte andò colla sua famiglia a Vigevano, conducendo
seco alcuni dei primarj Decurioni del Consiglio segreto, i quali erano
i suoi consiglieri intimi per gli affari. Investì d’ogni suo potere
in Milano il presidente del Senato Rainoldo e Gabrio Serbelloni,
distintissimi personaggi di quell’epoca, e superiori a tutti, il primo
per sapere giuridico ed esperienza nell’applicazione delle leggi,
l’altro per valor militare: entrambi per esemplarità di vita.
Gli annali dell’epoca tramandarono ai posteri il glorioso nome e
l’inclite gesta del Serbelloni[196].
Colle esposte discipline si aprì la quarantena, che fu mantenuta
sino al termine con maggior ordine e perseveranza che non a’ tempi
nostri, giacchè, dopo incominciata, cadde poscia in disordine e venne
abbandonata.
La intrapresero gli avi, ricorrendo ai santi, giusta l’antica
consuetudine. Il senatore Castiglioni, cui nello scomparto della
città era toccata la sorveglianza di Porta Vercellina, propose a’
colleghi di riunirsi nella chiesa di San Francesco, accostarsi alla
mensa eucaristica e formare un comune peculio per soccorrere i poveri,
facendo voto di fare lo stesso ogni anno, ad imitazione del voto fatto
nel 1524, quando la peste minacciava d’un totale sterminio Milano e la
Lombardia.
In tal guisa, attivata e proseguita la quarantena, si tennero gli
uomini rinchiusi come animali velenosi entro le tane, affinchè,
coabitando, non ispargessero il principio contagioso. Quando nelle
case, divenute altrettante carceri all’esigliato popolo, manifestavasi
sintomo alcuno del morbo, si spurgava ogni suppellettile, e tutti gli
oggetti di cui l’uomo fa uso, e finanche ciò che rimaner poteva infetto
per la presenza o per l’alito. L’arte di fare gli spurghi ebbe origine
a que’ giorni in Milano, infausta gloria della medesima! Ed io la
descriverò in questa luttuosa mia storia, non perchè n’abbino invidia
le altre città, ma perchè giovar se ne possano, ed averne gratitudine a
Milano, quando mai ritornassero codesti tempi, in cui s’acqueta fra gli
uomini ogni gara.
La casa infetta veniva tosto contrassegnata, affinchè si evitasse
come lo stesso contagio. Il cadavere dell’appestato asportavasi dai
Monatti[197], e gli infermi, se ve n’erano, si conducevano alle capanne
fuori della mura; gli scrigni poi, le casse e tutte le loro masserizie
venivano poste in istrada o nella corte. Non s’apriva però o movevasi
cosa alcuna se non in presenza di testimoni, e invitati coloro che
vi avevano interesse. Il denaro trovato recavasi a Francesco Ornati,
cassiere dell’erario pubblico, e rimaneva in deposito presso di lui,
fino al tempo della restituzione. Abbruciavansi gli oggetti di poco
o nessun valore, gli altri, previo elenco e marca, si consegnavano
ai Monatti sporchi in separati fardelli, perchè li portassero ai
lavacri, spurgandoli a tenore della loro qualità. Altri Monatti netti,
entrando in casa, profumavano con storace, incenso e pece in gran
copia l’inospitale dimora e le infette pareti; lavavano ogni parte con
calce e ranno per staccarne e detergerne la peste. Mescolate due libbre
d’incenso ed una di pece, gettavasi sul fuoco, e il salutifero vapore
spargevasi per tutta la casa. Sulle robe che si portavano alle fonti
per lo spurgo, era scritto sopra il nome del proprietario; gli stessi
Monatti, poste sopra pali le schede dei nomi, le mostravano poscia ai
padroni cui dovevano restituirsi le robe o qualsiasi altra merce.
Le case con tal metodo spurgate furono 8953; le famiglie 4066, la
spesa del municipio negli spurghi e suffumigi, oltre quelli sostenute
privatamente da coloro cui interessava di mantenere nette e le
abitazioni e le suppellettili loro, salirono a 120,000 lire[198].
I cocconi che i bachi da seta, finchè sono entr’essi chiusi, tessono e
spalmano colla loro saliva, turpe e fetida officina di vermi che dà in
seguito sì gran lucro e splendore agli opificj della città, venivano
collocati sopra bacini, e sottopostovi carboni ardenti con aggiunta
una mistura, temperavasi col vapore e col fumo il nauseante puzzo dei
medesimi onde non fosse nocivo.
Le stoffe poi e le vesti di seta gettavansi entro una caldaja in cui
bollivano erbe medicinali; il luogo dell’operazione chiudevasi tutto
all’ingiro, perchè quel fumo e calore dispendioso senz’alcun frutto non
si dileguasse per l’aria. In egual modo spurgavansi i giojelli d’oro e
d’argento, tutte le vesti di bambagia e di lana, qualora non fossero
già inzuppate d’olio, immergevansi in quel bollente liquido, poi
nell’acqua fredda ripetute volte, forzando così a staccarsi la sanie
che avessero per l’addietro assorbita.
I manipoli di canape o lino infetto ponevansi nelle acque correnti
e vi si lasciavano tre giorni. Tutte le stoffe si ritenne bastante
profumarle con fumo odorifero; le pelliccie, se di poco conto,
gettavansi al fuoco, se no venivano seppellite in botti con calce:
quando poi esigevano, pel molto prezzo, maggior cura, messe in un
ordigno movibile, si facevano girare sopra un recipiente di legno
riscaldato con suffumigi, perchè non si guastasse la morbidezza e il
lucido dei peli. Con queste cautele si conservavano le pelliccie,
evitando il pericolo che in simili oggetti di mollezza e di lusso
s’occultasse la peste. I codici, registri, le librerie, quante carte
eranvi presso gli speziali, gli albergatori, i causidici e i medici, i
cuoj, le piume, la borra, stramazzi e letti, quadri, metalli, e checchè
altro serve alla vita, agli studi o ai piaceri degli uomini, veniva
esposto prima all’aria salubre ed a cielo sereno, purgato e asterso
più volte con liquidi e profumi. E si rinvenne l’arte di non guastare
tali cose nello spurgo, giacchè provvedendo alla salute, si voleva
conservare ciò che abbellisce l’esistenza.
Spese il municipio 24,000 lire nell’acquisto dell’area e luoghi
circostanti per innalzare le lavanderie, e nella fabbrica di esse.
Due genovesi, Spinola e Gianfoglieta, mostrarono una splendidezza
d’animo pari a quella dell’ammirabile loro concittadino il Lomellini,
che a’ giorni nostri largì denaro con tanta profusione, da offendere
la modestia dei beneficati, a segno che solo gli uomini senza pudore
ricevevano soccorsi da lui[199]. Que’ due genovesi regalarono essi
pure denaro al municipio, e comperate vettovaglie nel territorio
lodigiano, le introdussero in Milano, vendendole ai poveri all’egual
prezzo dell’acquisto, rinunziando in tal guisa ad una città, cui erano
estranei, il guadagno proprio e degli avidi rivenditori. Le parrocchie
urbane, emulando questa munificenza, e vergognando di lasciarsi
superare in generosità da forastieri, invece di dar loro l’esempio,
assunsero l’impegno di mantenere ciascuna i suoi poveri, addossandosi
ripartitamente il peso che gravitava sul municipio.
Con queste largizioni de’ cittadini e degli estranei, proseguiva la
quarantena; e non era ancora giunta a metà, che s’incominciò a provarne
gli effetti salutari ed un sollievo crescente, che l’alternarsi del
morbo rafforzava ogni dì le speranze. Notabile differenza tra i due
contagi che la nostra peste non scemò fino all’ultimo, mancando le
risorse dei magistrati, la pazienza e la sommessione del popolo.
Nè soltanto perseverarono i nostri avi nell’intrapresa quarantena,
ma giunti quasi al suo termine, la ricominciarono per altri quaranta
giorni, affine d’esplorare più intensamente l’insidioso morbo, sempre
fallace, e che a guisa d’implacabile nemico sprezza le tregue e fino la
pace conchiusa. Così ordinava lo stesso governatore, ritirato a quel
tempo in Vigevano, e cui avevano scritto i Decurioni tornare salubre
tutta la città e scomparire la peste.