V[184].

Lazzaretti secondarj. — Capanne per gli appestati e per i poveri. —

Medici. — Asilo pei bambini.

La peste frattanto non rallentava, a segno che le sue stragi sarebbero

state più grandi d’ogni altra precedente, ove non l’avesse di gran

lunga oltrepassata quella dell’età nostra, nel descrivere la quale io

forse seguii l’esempio di tutti i tempi e degli uomini, sempre proclivi

ad esagerare i proprii mali a confronto degli altrui, talchè affermano

le recenti sciagure di tutte le altre più atroci e terribili.

Anche allora pel contagio diffuso diventò angusto il Lazzaretto

alla turba degli appestati, benchè sembri che un sì vasto edificio

essere debba a tal uopo più che sufficiente per qualsiasi città.

Nel 1576, come nel 1630, il popolo milanese, lagnandosi, come

sempre, de’ beneficj e delle liberalità dei governanti, strepitava,

tacciando d’avarizia e d’imprevidenza la saggezza de’ vecchi

duca, perchè avessero troppa circoscritta l’area del Lazzaretto.

A sentirlo avrebbero dovuto ingrandire quell’asilo della morte in

guisa che abbracciasse tutta quanta l’ampia Milano sopravvenendo un

contagio[185]!

In tale ristrettezza del Lazzaretto si supplì, come facemmo noi pure,

alla turba, erigendo pei malati ed i moribondi, lazzaretti succursali

fuori delle mure. Anzi ritengo in ciò aver noi seguito l’esempio

lasciatoci dagli avi, i quali decretarono che da tutte le terre, entro

il circuito di venti miglia, si trasportassero a Milano pali, assi e

paglia, e venissero anche i contadini per innalzare le capanne. Furono

queste duecento per ciascuna porta, e non fia inutile ricordarne

la forma come trovasi descritta negli annali di quella pestilenza,

affinchè non rimanga sepolta negli atti del municipio, ma si conosca

eziandio dagli estranei, se mai questa mia storia fia letta un giorno

in altri paesi.

Sceglievasi un luogo il più alto che si poteva e declive, piantando per

lungo le capanne in fila ed eguali, per quanto lo permetteva la natura

del terreno.

Le strade intersecanti il lazzaretto aprivansi dieci braccia lontane

l’una dall’altra, ed eravi uno spazio vuoto di sei braccia tra le

singole capanne, le quali avevano tutte l’ingresso rivolto dalla

medesima parte, con uno spiraglio sopra l’uscio, ed una imposta

congegnata in guisa che ciascun malato, anche piovendo, potesse

veder la luce, respirare l’aria libera, ed evitare in parte il tedio

dell’angusto suo carcere.

Le capanne formavansi con travicelli, il pavimento di terra battuta

ed alquanto alto perchè fosse meno umido, con vari buchi all’ingiro,

pei quali l’acqua piovana colava entro rigagnoli. Una larga fossa[186]

chiudeva intorno ciascun lazzaretto, per impedire che di giorno

o fra le tenebre, alcuno vi penetrasse a maltrattare i rinchiusi,

come anche perchè questi temerariamente non uscissero. In tale fossa

colavano tutte le acque derivate, con canali, dalle vicine sorgenti

pei vari usi dei lazzaretti. Fuori del recinto di ciascuno dei medesimi

s’innalzavano tettoje pei soldati che facevano la guardia sul limitare:

ivi pure sorgevano altri tugurj ad uso di cucina, taverne, farmacie,

pei molteplici bisogni della numerosa famiglia là radunata. Una gran

croce presentava la vista consolante del Redentore ai miseri appestati,

chè la religione fu la prima d’ogni cura sì nel lazzaretto di San

Gregorio[187] come ne’ secondarj. Ogni mattina davasi il segnale perchè

tutti, inginocchiandosi, volgessero gli occhi alla croce, meditando

i tormenti sofferti da Cristo. Celebravasi giornalmente la messa in

oratorj posti nel recinto, affinchè ciascun ammalato, dal limitare

della propria capanna, potesse, se non ascoltare, vedere almeno il

Santo Sacrificio.

Per impedire la fuga ai rinchiusi s’investirono di straordinari poteri

alcuni gentiluomini, i quali avevano il titolo di capitano, e sotto

di sè cento soldati per ciascheduno, con un pubblico scrivano ed

altri uffiziali. La somma spesa in queste guardie fu di 46,000 lire,

per fitto delle case vicine ai lazzaretti, legna, materassi ed altre

suppellettili ad uso dei soldati e dei capi, non che per le cibarie.

Ad ogni porta di Milano si destinarono altri nobili, coll’incarico

di comperare e spedire le vettovaglie ai lazzaretti. In questi però

non ammettevansi con facilità e promiscuamente tutti i poveri; ma

quando l’uffiziale, cui spettava tale cura, riferiva esservi alcun

povero da trasportare fuori di città, i nobili a ciò deputati nelle

singole parrocchie, li visitavano. E trovate vere le esposte ragioni,

lo ricevevano, pigliando nota in apposito registro del suo nome,

cognome, condizione; se aveva moglie, e quanti figliuoli, sotto quale

parrocchia, ed in quale casa abitasse, non che il giorno in cui venne

ricevuto. Poscia, condotto o trasportato all’ingresso dei lazzaretto,

spogliato degli abiti e lavato, si rivestiva d’una tunica nuova, era

messo in una delle capanne insieme con un compagno, e talvolta con due,

colla cautela di tenere sempre i sospetti e gli appestati in quartieri

divisi[188].

Ogni quartiere aveva i propri ministri e inservienti, col divieto di

qualunque menomo contatto fra loro, perchè i sani non contraessero il

morbo.

Scarsi erano i medici, essendosi nascosti, o simulando di non essere

tali, quei che anteponevano la dolcezza del vivere al lucro. Benchè

si promettessero stipendii generosissimi, non si riuscì a cavar

fuori dalle ville parecchi di loro, i quali vi si tenevano nascosti,

abborrendo la mercede della morte. In codesta privazione d’un’arte,

il cui nome soltanto è sollievo e farmaco agli infermi, nel mentre si

cercavano per ogni dove persone le quali, avendo almeno una tintura

di medicina, acconsentissero ad entrare ne’ lazzaretti, capitarono

vicino a Pavia alcuni Francesi che spacciavansi per medici, e tali

si sarebbero creduti alla fisonomia ed all’abito. Mettevano fuori

aforismi, e, condotti da un oste a visitare i malati in que’ dintorni,

prescrissero medicine, bevute le quali, guarirono, probabilmente perchè

non era giunta l’ora di morte per essi.

I Francesi dicevano d’esser avviati a Venezia per liberare dal contagio

quella città. Un Lonato, spedito dalla Sanità a Pavia, assoldò e menò

seco quattro o cinque dei sedicenti dottori, non più esperti della

vecchia montanara che a’ giorni nostri s’intromise, come raccontai,

nel Lazzaretto. Fu loro assegnato uno stipendio mensile, più largo

che non avrebbero ardito pretendere i più riputati medici, cioè mille

e seicento zecchini, la massima parte de’ quali venne loro sborsata

all’istante.

Introdotti ne’ lazzaretti, si scoprì poco dopo, non so come, la lora

sfrontatezza e ignoranza, per cui, messi in carcere, battuti con verghe

e ritolto loro il denaro avuto, affinchè non fossero d’ulteriore

aggravio, vennero scacciati. Due però di quei cerretani morirono

di peste in prigione. Infine si ebbe ricorso al Collegio dei fisici

che provvedesse in qualche modo all’urgenza, ed esso, coll’autorità

sua, fe’ sì che uscirono fuori medici, i quali adempirono al proprio

dovere. A ciascuno vennero assegnati dal pubblico zecchini cinquanta

di salario per ogni mese: cento a Lanfranco Boniperti novarese, per

la molta rinomanza di cui godeva nell’arte sua[189]. I medicinali,

le pozioni e quant’altro si trovò giovevole a curare e rifocillare

i malati, somministrò Santa Corona, istituto che il fondatore, con

regale munificenza, aperse a beneficio de’ poveri[190]. E quando non

bastavano le rendite del medesimo, supplirono alla spesa i nobili ed il

municipio.

Soccorso grandissimo in ogni bisogno prestava il cardinale arcivescovo

Carlo, allora vivente qual santo tra gli uomini, ed io son d’avviso che

quanto egli fece durante il contagio, valse più d’ogni altra azione

dell’operosa sua vita a schiudergli le porte del cielo al termine di

questa nostra calamitosa carriera, ed a procacciargli dappoi gli onori

della canonizzazione. Egli assunse con gioja la cura degli appestati

per amore del suo popolo, profuse ricchezze, vendè poderi, spogliò il

palazzo per sovvenire a’ bisognosi, e assai più fece in tutto il tempo

della pestilenza per la salute spirituale del suo gregge. Le quali cose

non istarò ora a ripetere per averle già bastantemente spiegate nei

libri che pubblicai sulla vita e il pontificato del Borromeo.

Il pane ed il vino si distribuivano nelle capanne come segue: venti

oncie di pane di frumento per testa al giorno, ventotto oncie di vino

non annacquato, un po’ di riso, o che altro più leggiero e gustoso

secondo le prescrizioni del medico. Tali commestibili erano forniti dai

dispensieri, e li recavano ai lazzaretti con tremende cautele a motivo

del contagio. Quei di fuori provavano il terrore di chi si avvicina

ad un covile di belve, poichè i rinchiusi, somigliavano a tante fiere

ivi incatenate, nè uscivano a prendere le vettovaglie, finchè non

eransi discostati i dispensieri dopo averle poste a terra lontano dal

limitare.

Alcuno meraviglierà forse per tante sollecitudini e ripieghi usati par

tenere in vita que’ plebei; ma rifletta che essi erano membri del corpo

dello Stato, che importava sommamente di salvare la metropoli, e che

le miserie e il sucidume del popolo mettevano a repentaglio anche la

vita dei grandi. La città spese la somma di 105,000 lire per alimentare

la caterva dei poveri chiusa ne’ tugurj dei lazzaretti, meglio e più

salubremente che nelle loro case. Si raddoppiarono diligenze nella

quarantena cui furono assoggettati per esplorare se la peste di

nascosto non covasse tra loro.

Nelle file di capanne destinate ai quarantenanti, se alcuno moriva,

quanti trovavansi nel medesimo recinto non potevano moversi di là

o rientrare in città prima che trascorressero quaranta giorni da

quella morte. Dopo il qual periodo di tempo, trasferivansi in altri

recinti netti, che avevano due ingressi. Colui che doveva fare lo

spurgo entrava da una porta, e spogliandosi, gettava fuori le vesti,

poi lavatosi nel serbatojo ivi pronto, indossava un abito nuovo che

gli veniva sporto dall’altra porta; allora soltanto gli era concesso

l’uscire, ben inteso che non apparisse in lui il più lieve indizio

di peste. Con tal metodo si denudavano, lavavano ed esploravano

gli uomini; quanto alle femmine, per non offendere il pudore,

erano visitate dalle levatrici, che assistevano le partorienti nel

lazzaretto.

Coloro che rientravano in città, subìta la quarantena, non potevano

uscire dalle loro abitazioni e vagare liberamente, ma per venti

giorni dovevano rimanervi chiusi ed isolati. Il denaro trovato nelle

tasche dei morti nelle capanne o che essi palesavano celato in qualche

nascondiglio, era restituito ai loro congiunti da uno dei Decurioni

trascelto a questo ufficio. Qualora non vi fossero congiunti o parenti,

ereditava il pubblico. Eguale buona fede ed esattezza usavano i

nobili col denaro depositato da molti, credendo inevitabile la morte,

poichè, guariti, lo riavevano senza la minima perdita. Il Senato,

perchè non riuscissero vane le ultime volontà dei moribondi, decretò

fosse lecito a qualunque ministro o custode de’ lazzaretti scrivere

e firmare testamenti, i quali sarebbero validi come se dettati con

tutte le solennità notarili, e col tabellionato inscritti nei loro atti

autentici. E per evitare che l’ignoranza non desse luogo a frodi più

dannose dei raggiri legali, s’aggiunse al decreto che simili testamenti

sarebbero nulli senza l’approvazione del Senato.

I lattanti, i bambini di fresco spoppati, e tuttora deboli, rimasti

privi di genitori; infelici non solo per l’imbecillità dell’infanzia,

ma perchè privi d’ogni sussidio, morivano nei letticciuoli stessi ove

erano ancora caldi i cadaveri dei genitori, o superstiti per maggiore

sciagura, traendo a stento la vita, avvoltolavansi per terra, senza

che alcuno li raccogliesse. I proprj mali e lo spavento dei maggiori

pericoli sovrastanti faceva sì che niuno badasse a quel vergognoso

disordine.

Finalmente il Municipio vi rimediò, destinando un ampio edificio, nel

quale i medesimi erano alimentati con materne cure, salvando questi

sgraziati che parevano venuti in luce per tosto morire.

Balie, levatrici ed altre donne pietose e amorevoli, fungenti le veci

di madre, che natura, madre comune, destina a fasciare e porre in culla

il neonato che vagisce, quasi presago de’ mali dell’esistenza; tutte

queste donne, madri ai figli dello Stato, furono a spese pubbliche e

per cura dei nobili riunite in quell’ospizio, ove i derelitti bambini

ebbero asilo. Il quale insieme colle nuove capanne che si dovettero

innalzare pel numero degli appestati sempre crescente, mancando altresì

paglia e legnami, costò cinquanta mila lire.

La peste di Milano del 1630 · 第 86 / 107 题