Lazzaretti secondarj. — Capanne per gli appestati e per i poveri. —
Medici. — Asilo pei bambini.
La peste frattanto non rallentava, a segno che le sue stragi sarebbero
state più grandi d’ogni altra precedente, ove non l’avesse di gran
lunga oltrepassata quella dell’età nostra, nel descrivere la quale io
forse seguii l’esempio di tutti i tempi e degli uomini, sempre proclivi
ad esagerare i proprii mali a confronto degli altrui, talchè affermano
le recenti sciagure di tutte le altre più atroci e terribili.
Anche allora pel contagio diffuso diventò angusto il Lazzaretto
alla turba degli appestati, benchè sembri che un sì vasto edificio
essere debba a tal uopo più che sufficiente per qualsiasi città.
Nel 1576, come nel 1630, il popolo milanese, lagnandosi, come
sempre, de’ beneficj e delle liberalità dei governanti, strepitava,
tacciando d’avarizia e d’imprevidenza la saggezza de’ vecchi
duca, perchè avessero troppa circoscritta l’area del Lazzaretto.
A sentirlo avrebbero dovuto ingrandire quell’asilo della morte in
guisa che abbracciasse tutta quanta l’ampia Milano sopravvenendo un
contagio[185]!
In tale ristrettezza del Lazzaretto si supplì, come facemmo noi pure,
alla turba, erigendo pei malati ed i moribondi, lazzaretti succursali
fuori delle mure. Anzi ritengo in ciò aver noi seguito l’esempio
lasciatoci dagli avi, i quali decretarono che da tutte le terre, entro
il circuito di venti miglia, si trasportassero a Milano pali, assi e
paglia, e venissero anche i contadini per innalzare le capanne. Furono
queste duecento per ciascuna porta, e non fia inutile ricordarne
la forma come trovasi descritta negli annali di quella pestilenza,
affinchè non rimanga sepolta negli atti del municipio, ma si conosca
eziandio dagli estranei, se mai questa mia storia fia letta un giorno
in altri paesi.
Sceglievasi un luogo il più alto che si poteva e declive, piantando per
lungo le capanne in fila ed eguali, per quanto lo permetteva la natura
del terreno.
Le strade intersecanti il lazzaretto aprivansi dieci braccia lontane
l’una dall’altra, ed eravi uno spazio vuoto di sei braccia tra le
singole capanne, le quali avevano tutte l’ingresso rivolto dalla
medesima parte, con uno spiraglio sopra l’uscio, ed una imposta
congegnata in guisa che ciascun malato, anche piovendo, potesse
veder la luce, respirare l’aria libera, ed evitare in parte il tedio
dell’angusto suo carcere.
Le capanne formavansi con travicelli, il pavimento di terra battuta
ed alquanto alto perchè fosse meno umido, con vari buchi all’ingiro,
pei quali l’acqua piovana colava entro rigagnoli. Una larga fossa[186]
chiudeva intorno ciascun lazzaretto, per impedire che di giorno
o fra le tenebre, alcuno vi penetrasse a maltrattare i rinchiusi,
come anche perchè questi temerariamente non uscissero. In tale fossa
colavano tutte le acque derivate, con canali, dalle vicine sorgenti
pei vari usi dei lazzaretti. Fuori del recinto di ciascuno dei medesimi
s’innalzavano tettoje pei soldati che facevano la guardia sul limitare:
ivi pure sorgevano altri tugurj ad uso di cucina, taverne, farmacie,
pei molteplici bisogni della numerosa famiglia là radunata. Una gran
croce presentava la vista consolante del Redentore ai miseri appestati,
chè la religione fu la prima d’ogni cura sì nel lazzaretto di San
Gregorio[187] come ne’ secondarj. Ogni mattina davasi il segnale perchè
tutti, inginocchiandosi, volgessero gli occhi alla croce, meditando
i tormenti sofferti da Cristo. Celebravasi giornalmente la messa in
oratorj posti nel recinto, affinchè ciascun ammalato, dal limitare
della propria capanna, potesse, se non ascoltare, vedere almeno il
Santo Sacrificio.
Per impedire la fuga ai rinchiusi s’investirono di straordinari poteri
alcuni gentiluomini, i quali avevano il titolo di capitano, e sotto
di sè cento soldati per ciascheduno, con un pubblico scrivano ed
altri uffiziali. La somma spesa in queste guardie fu di 46,000 lire,
per fitto delle case vicine ai lazzaretti, legna, materassi ed altre
suppellettili ad uso dei soldati e dei capi, non che per le cibarie.
Ad ogni porta di Milano si destinarono altri nobili, coll’incarico
di comperare e spedire le vettovaglie ai lazzaretti. In questi però
non ammettevansi con facilità e promiscuamente tutti i poveri; ma
quando l’uffiziale, cui spettava tale cura, riferiva esservi alcun
povero da trasportare fuori di città, i nobili a ciò deputati nelle
singole parrocchie, li visitavano. E trovate vere le esposte ragioni,
lo ricevevano, pigliando nota in apposito registro del suo nome,
cognome, condizione; se aveva moglie, e quanti figliuoli, sotto quale
parrocchia, ed in quale casa abitasse, non che il giorno in cui venne
ricevuto. Poscia, condotto o trasportato all’ingresso dei lazzaretto,
spogliato degli abiti e lavato, si rivestiva d’una tunica nuova, era
messo in una delle capanne insieme con un compagno, e talvolta con due,
colla cautela di tenere sempre i sospetti e gli appestati in quartieri
divisi[188].
Ogni quartiere aveva i propri ministri e inservienti, col divieto di
qualunque menomo contatto fra loro, perchè i sani non contraessero il
morbo.
Scarsi erano i medici, essendosi nascosti, o simulando di non essere
tali, quei che anteponevano la dolcezza del vivere al lucro. Benchè
si promettessero stipendii generosissimi, non si riuscì a cavar
fuori dalle ville parecchi di loro, i quali vi si tenevano nascosti,
abborrendo la mercede della morte. In codesta privazione d’un’arte,
il cui nome soltanto è sollievo e farmaco agli infermi, nel mentre si
cercavano per ogni dove persone le quali, avendo almeno una tintura
di medicina, acconsentissero ad entrare ne’ lazzaretti, capitarono
vicino a Pavia alcuni Francesi che spacciavansi per medici, e tali
si sarebbero creduti alla fisonomia ed all’abito. Mettevano fuori
aforismi, e, condotti da un oste a visitare i malati in que’ dintorni,
prescrissero medicine, bevute le quali, guarirono, probabilmente perchè
non era giunta l’ora di morte per essi.
I Francesi dicevano d’esser avviati a Venezia per liberare dal contagio
quella città. Un Lonato, spedito dalla Sanità a Pavia, assoldò e menò
seco quattro o cinque dei sedicenti dottori, non più esperti della
vecchia montanara che a’ giorni nostri s’intromise, come raccontai,
nel Lazzaretto. Fu loro assegnato uno stipendio mensile, più largo
che non avrebbero ardito pretendere i più riputati medici, cioè mille
e seicento zecchini, la massima parte de’ quali venne loro sborsata
all’istante.
Introdotti ne’ lazzaretti, si scoprì poco dopo, non so come, la lora
sfrontatezza e ignoranza, per cui, messi in carcere, battuti con verghe
e ritolto loro il denaro avuto, affinchè non fossero d’ulteriore
aggravio, vennero scacciati. Due però di quei cerretani morirono
di peste in prigione. Infine si ebbe ricorso al Collegio dei fisici
che provvedesse in qualche modo all’urgenza, ed esso, coll’autorità
sua, fe’ sì che uscirono fuori medici, i quali adempirono al proprio
dovere. A ciascuno vennero assegnati dal pubblico zecchini cinquanta
di salario per ogni mese: cento a Lanfranco Boniperti novarese, per
la molta rinomanza di cui godeva nell’arte sua[189]. I medicinali,
le pozioni e quant’altro si trovò giovevole a curare e rifocillare
i malati, somministrò Santa Corona, istituto che il fondatore, con
regale munificenza, aperse a beneficio de’ poveri[190]. E quando non
bastavano le rendite del medesimo, supplirono alla spesa i nobili ed il
municipio.
Soccorso grandissimo in ogni bisogno prestava il cardinale arcivescovo
Carlo, allora vivente qual santo tra gli uomini, ed io son d’avviso che
quanto egli fece durante il contagio, valse più d’ogni altra azione
dell’operosa sua vita a schiudergli le porte del cielo al termine di
questa nostra calamitosa carriera, ed a procacciargli dappoi gli onori
della canonizzazione. Egli assunse con gioja la cura degli appestati
per amore del suo popolo, profuse ricchezze, vendè poderi, spogliò il
palazzo per sovvenire a’ bisognosi, e assai più fece in tutto il tempo
della pestilenza per la salute spirituale del suo gregge. Le quali cose
non istarò ora a ripetere per averle già bastantemente spiegate nei
libri che pubblicai sulla vita e il pontificato del Borromeo.
Il pane ed il vino si distribuivano nelle capanne come segue: venti
oncie di pane di frumento per testa al giorno, ventotto oncie di vino
non annacquato, un po’ di riso, o che altro più leggiero e gustoso
secondo le prescrizioni del medico. Tali commestibili erano forniti dai
dispensieri, e li recavano ai lazzaretti con tremende cautele a motivo
del contagio. Quei di fuori provavano il terrore di chi si avvicina
ad un covile di belve, poichè i rinchiusi, somigliavano a tante fiere
ivi incatenate, nè uscivano a prendere le vettovaglie, finchè non
eransi discostati i dispensieri dopo averle poste a terra lontano dal
limitare.
Alcuno meraviglierà forse per tante sollecitudini e ripieghi usati par
tenere in vita que’ plebei; ma rifletta che essi erano membri del corpo
dello Stato, che importava sommamente di salvare la metropoli, e che
le miserie e il sucidume del popolo mettevano a repentaglio anche la
vita dei grandi. La città spese la somma di 105,000 lire per alimentare
la caterva dei poveri chiusa ne’ tugurj dei lazzaretti, meglio e più
salubremente che nelle loro case. Si raddoppiarono diligenze nella
quarantena cui furono assoggettati per esplorare se la peste di
nascosto non covasse tra loro.
Nelle file di capanne destinate ai quarantenanti, se alcuno moriva,
quanti trovavansi nel medesimo recinto non potevano moversi di là
o rientrare in città prima che trascorressero quaranta giorni da
quella morte. Dopo il qual periodo di tempo, trasferivansi in altri
recinti netti, che avevano due ingressi. Colui che doveva fare lo
spurgo entrava da una porta, e spogliandosi, gettava fuori le vesti,
poi lavatosi nel serbatojo ivi pronto, indossava un abito nuovo che
gli veniva sporto dall’altra porta; allora soltanto gli era concesso
l’uscire, ben inteso che non apparisse in lui il più lieve indizio
di peste. Con tal metodo si denudavano, lavavano ed esploravano
gli uomini; quanto alle femmine, per non offendere il pudore,
erano visitate dalle levatrici, che assistevano le partorienti nel
lazzaretto.
Coloro che rientravano in città, subìta la quarantena, non potevano
uscire dalle loro abitazioni e vagare liberamente, ma per venti
giorni dovevano rimanervi chiusi ed isolati. Il denaro trovato nelle
tasche dei morti nelle capanne o che essi palesavano celato in qualche
nascondiglio, era restituito ai loro congiunti da uno dei Decurioni
trascelto a questo ufficio. Qualora non vi fossero congiunti o parenti,
ereditava il pubblico. Eguale buona fede ed esattezza usavano i
nobili col denaro depositato da molti, credendo inevitabile la morte,
poichè, guariti, lo riavevano senza la minima perdita. Il Senato,
perchè non riuscissero vane le ultime volontà dei moribondi, decretò
fosse lecito a qualunque ministro o custode de’ lazzaretti scrivere
e firmare testamenti, i quali sarebbero validi come se dettati con
tutte le solennità notarili, e col tabellionato inscritti nei loro atti
autentici. E per evitare che l’ignoranza non desse luogo a frodi più
dannose dei raggiri legali, s’aggiunse al decreto che simili testamenti
sarebbero nulli senza l’approvazione del Senato.
I lattanti, i bambini di fresco spoppati, e tuttora deboli, rimasti
privi di genitori; infelici non solo per l’imbecillità dell’infanzia,
ma perchè privi d’ogni sussidio, morivano nei letticciuoli stessi ove
erano ancora caldi i cadaveri dei genitori, o superstiti per maggiore
sciagura, traendo a stento la vita, avvoltolavansi per terra, senza
che alcuno li raccogliesse. I proprj mali e lo spavento dei maggiori
pericoli sovrastanti faceva sì che niuno badasse a quel vergognoso
disordine.
Finalmente il Municipio vi rimediò, destinando un ampio edificio, nel
quale i medesimi erano alimentati con materne cure, salvando questi
sgraziati che parevano venuti in luce per tosto morire.
Balie, levatrici ed altre donne pietose e amorevoli, fungenti le veci
di madre, che natura, madre comune, destina a fasciare e porre in culla
il neonato che vagisce, quasi presago de’ mali dell’esistenza; tutte
queste donne, madri ai figli dello Stato, furono a spese pubbliche e
per cura dei nobili riunite in quell’ospizio, ove i derelitti bambini
ebbero asilo. Il quale insieme colle nuove capanne che si dovettero
innalzare pel numero degli appestati sempre crescente, mancando altresì
paglia e legnami, costò cinquanta mila lire.