IV.

Confronto della pestilenza del 1630 con quella del 1576.

Ora, lasciati gli estranei, indagheremo il sempre uniforme andamento

della peste tra noi, e fia non tanto paragone, quanto nuovo racconto

delle vicende di Milano. Veramente all’età dei nostri padri non vi

furono nè guerre, nè eserciti stranieri che col passaggio o la dimora

angariassero il paese, disseminando per le terre il contagio, d’onde

s’introdusse in città, siccome dimostrai essere avvenuto ai giorni

nostri.

Imperocchè, debellato dall’imperatore Carlo V il re Francesco I,

la Francia, per la prigionia di lui a Madrid, e l’esempio delle

sofferte sciagure, prostrata ed avvilita, invano fremeva. Il figlio

del vittorioso Carlo, bramoso di quiete, con ogni mezzo la procurava,

essendo in lui trasfuso dal cielo lo spirito di sapienza e di pace

più vivo che mai non fosse in alcun principe o mortale, a detta dei

saggi. Perciò non solo tutta Italia era tranquillissima, ma anche i re

stranieri tacevano, non osi di muoversi in armi. Allora non precedette

il contagio la fame[175], pessima delle tre furie, la quale a dì nostri

spinse a tumultuare il popolo, rompendo al suo monarca quella fede

ond’era sì superbo, che avrebbe impugnate le armi, se un altro popolo

si fosse vantato averla più ossequiosa di lui.

I primordj del contagio nel 1576 vennero d’onde meno aspettavansi.

L’origine del morbo fu diversa, e non pertanto simile per noi e per gli

avi nostri.

Trento, Mantova, le città confinanti colla repubblica di Venezia e

la stessa Venezia erano sporche di peste, e andavansi spopolando le

terre lungo tutta la frontiera dello Stato. In quell’anno celebravasi

in Milano il Giubileo secolare, impartito per favore del pontefice

Gregorio XIII a codesta metropoli, colle stesse discipline con cui

poc’anzi erasi celebrato in Roma, ove desideravasi la stabilita

rinnovazione di quel grande e salutare mistero.

Mentre la gente accorreva in schiere a Milano per celebrare il

Giubileo, che, offrendo il mezzo di tergere le colpe, riconciliava

con Dio l’uman genere, non deve far meraviglia se alcuni delle terre

infette portarono, venendo, la peste[176].

Paruzero, meschino villaggio sulle sponde del lago Maggiore, e

Melegnano, popoloso borgo discosto dieci miglia dalla città, chiamare

si ponno le porte per cui s’introdusse il contagio nel 1576, come

furono nel 1630 Clusio, Bellano, Monza e Saronno, ed altre più o meno

nobili terre. In que’ luoghi e in questi si svilupparono i germi del

morbo, e dilatossi in ambedue le epoche verso la metropoli, cui recò

non lieve danno la prima volta, gravissimo la seconda, lasciando di sè

non peritura memoria presso i posteri e le estranee genti.

E siccome il Locato, il Bellano ed altre persone del volgo si resero

famose presso le venture età, acquistando un’infame celebrità, essendo

usciti dalle loro casipole i primi cadaveri con buboni ed altri sintomi

di peste, così le cascine Comino, vicino al borgo degli Ortolani, e nel

medesimo borgo, una vecchia ortolana sono per noi di triste ricordanza,

poichè i loro nomi leggonsi primi tra quelli che infettarono Milano

all’epoca dei nostri padri[177]. Riferiscono gli annali di quel tempo,

quali uomini introdussero e seminarono il morbo, come ho riferito.

L’origine ed il progresso d’ambedue le pestilenze apparisce uniforme

in quanto che vennero da straniere contrade, soltanto la prima in vece

d’un soldato la recarono i pellegrini del Giubileo.

Differenza rimarchevole nel principio delle due pesti fu, che gli avi

non si mostrarono increduli al morbo, la plebe stoltamente non ne rise,

nè s’indugiò a por mano ai rimedj, mentre invece a’ dì nostri accadde

il contrario con grave danno, siccome, scrivendo la presente storia,

non ho potuto dissimulare. Nel 1576, all’irrompere del contagio, i

governanti e coloro tutti che eseguire ne dovevano gli ordini, non

lasciandosi vincere dal terrore, s’adoperarono per salvare il paese

dall’imminente naufragio.

Non trovo che allora la plebe si scagliasse petulantemente contro

i medici, inseguendoli a sassate, o che i nobili e gli impiegati li

ingiuriassero a parole. Si comandò con energia, e l’ubbidienza de’

cittadini fu modesta e intera; talchè se non riuscì ad essi con ciò

di evitare il morbo, ne resero minore il danno. Invece a’ giorni

nostri i loro figli ed eredi, non credendo e sprezzando la peste, ne

sperimentarono più rapide e fatali le stragi. Pur nondimeno in questa

fatale disparità di regime, di circostanze e opinioni, verificossi

una coincidenza mirabile, e sto per dire divina; che tale potrebbero

crederla fin quelli che interpretano molti degli umani eventi come

effetto del caso. Ora dirò quale dessa fu.

Il Tribunale di Sanità, istituito dalla sapienza dei nostri antenati

come una salvaguardia contro le stragi della morte, allorchè regnava

tiranna la peste[178], ed al quale i trepidanti monarchi affidarono

l’autorità loro durante il pericolo, il Tribunale della Sanità nel 1576

ebbe a presidente il senatore Gerolamo Monti, padre di Princivalle, ed

avo di quel Marc’Antonio che fu presidente durante la nostra peste, e

morì in carica, siccome raccontai.

Fu opinione non ambigua dell’intera città, che il generoso Monti,

sprezzando i pericoli e non curante della vita, si sacrificasse per la

patria, propostosi di seguire le vestigia dell’avo, e di lasciare in sè

imitabile esempio ai posteri.

Essendo adunque Gerolamo Monti[179] presidente della Sanità l’anno

1576, ai primi romori di peste, d’animo nobilissimo com’era,

s’infervorò di zelo e carità, eccitando i tribunali e gli altri

magistrati, i quali però trovai che non abbisognarono d’eccitamento e

di esortazioni.

I decreti e gli istituti ebbero un’impronta di grandezza e magnificenza

pari a quelli fatti all’età nostra, meno che in allora non fuvvi

incredulità, e quindi nessuna fatale tardanza. Vennero poste guardie ai

ponti, ai traghetti dei fiumi; oltre la custodia delle porte in città,

s’innalzarono le mura in que’ luoghi che bassi rendevano facile la

scalata, e si ristaurarono dove ruinose, affine di chiudere ogni adito

a’ quei di fuori.

Si scrissero soldati nelle singole regioni di Milano, ordinandoli

in squadre, perchè a vicenda facessero la notte il giro delle mura.

Furono scelti tra i nobili quelli che dovevano girare a cavallo per

città, visitare le porte ed aver occhio a tutto; altri che procedessero

ogni giorno fino tre e quattro miglia ed anche di più; altri che

perlustrassero le campagne più lontane con una squadriglia di birri e

soldati, come se andassero contro il nemico. Lo stesso Monti, benchè

vecchio, e più forte d’animo che di corpo, si recava in persona ai

villaggi sospetti con al fianco altri nobili, i quali lo seguivano

per l’influenza che aveva su tutti gli animi e per la riputazione

d’integrità e sapere di esso senatore.

Furono usate grandi cautele per le bollette e le osterie nei villaggi

e dovunque, affinchè non accadessero frodi, esibendo false bollette

invece delle autentiche. Si proibì ricevere ne’ pubblici alberghi

i pellegrini, come anche nelle terre i custodi dovevano, traverso i

cancelli, gridar loro che si tenessero discosti, additando sentieri

fuor di mano, seguendo i quali sarebbero pervenuti a taverne o

casolari, dove loro accordavasi, secondo il diritto delle genti,

ospitalità; ma segregati da qualunque comunicazione.

Fu interdetto di venire a Milano ai facchini e a tutti coloro che

sogliono concorrervi dai monti e dalle vallate in cerca di lavoro,

affinchè non eccedesse il numero stabilito de’ medesimi.

I fanciulli e le fanciulle derelitte dai parenti, e questuanti per le

strade, non che i mendichi adulti, vennero presi e riuniti nell’antico

edificio fuor delle mura, che dicesi la Vittoria, per ricordanza dei

nemici ivi fugati ed uccisi, come lo comprovano le biancheggianti ossa

che vedonsi anche oggidì nelle adjacenti campagne. Colà la squallida e

sudicia caterva dei mendichi era alimentata a spese di S. Carlo[180],

ed insieme istruita, non altrimenti di quel che si fece a’ tempi nostri

all’ospizio della Stella. Anche il Lazzaretto di San Gregorio e gli

altri secondari si riempirono durante quella peste.

Giova il fare simili raffronti, perchè apparisca unica differenza fra i

due contagi essere stata la maggiore o minore credenza sul principio,

ed il numero più grande dei morti, appunto per l’incredulità loro.

Nell’ultima pestilenza non si credette finchè non fur visti i cadaveri

condotti alla sepoltura; invece i padri nostri tennero per certissimi

i primi rumori di peste, e si premunirono con quanti rimedj è concesso

d’usare a’ mortali.

Spinsero le cautele fino a proibire la vendita in città de’ funghi, dei

frutti e delle uve immature. Ordinarono che i conciapelli cessassero

dall’arte loro, e non si educassero bachi da seta, affine di evitare il

puzzo: i loro figli e nipoti gli imitarono, adottando essi pure eguali

provvedimenti. Le cloache, le fosse, che oggidì per mezzo delle acque

sotterranee assorbono, e via trasportano tutte le immondizie della

città, ristaurarono se inservibili per vetustà, e ne aprirono di nuove

laddove non esistevano.

Si lavorò, a quanto credo, assai più allora che durante la nostra

peste, benchè si trovasse con istento il denaro occorrente. Esausto

l’erario, il municipio trovavasi inoltre aggravato d’un debito per

il regalo di duecento mila zecchini fatto al re, onde sostenesse la

guerra contro i ribelli della Fiandra, nemici di lui e della cattolica

religione.

Neppure s’incassavano le consuete imposte, con cui lo Stato sopporta

i necessari pesi. Rimedio in tali strettezze fu un altro male, voglio

dire i debiti, i pegni, ed il sussidio degli altrui denari, che

produce sempre nuovi incomodi, perchè con simili ripieghi, non solo gli

individui, ma popoli e Stati ricchissimi, credendo uscir d’imbarazzo,

s’avviluppano miseramente, e con più danno, in lacci inestricabili.

Soltanto che nello sbilancio de’ pubblici redditi ciascun uomo libero

e indipendente lotta, dal canto suo, con energica costanza; e il male

in tal guisa si va perpetuando insensibilmente, perchè le città non si

ponno incarcerare per debiti.

I Decurioni in que’ giorni, giusta la consuetudine del Consiglio

Generale, ogni qual volta dovettero a malincuore erogare alcuna

somma per supplire alle gravosissime spese, ne resero pubblico conto,

instando perchè l’erario ne sostenesse il carico. Dicevano ciò spettare

al re per le antiche leggi; esservi l’esempio degli imperatori e

degli Sforza; avere annuito Carlo V con decreto dell’anno 1529. A

queste e simili rappresentanze fu risposto dai regi ministri, che lo

stesso monarca era sopraccaricato di debiti[181], risposta spiacente e

vergognosa per qualunque ministro, ma che non fe’ arrossire quelli d’un

monarca, padrone dei tesori del nuovo mondo, e sui dominii del quale

non tramonta giammai il sole.

I reclami del Consiglio Generale, ed i rifiuti dei regi ministri circa

le spese, furono identici in ambedue le pesti, come già ho riferito. In

entrambe le epoche si trovarono uomini che diedero in prestito denaro

alla città, ed ebbero la gloria di sostenere la patria, la quale però,

dopo la calamità, trovossi impoverita pei guadagni de’ prestatori.

Immaginarono gli avi, imitati anche in ciò dai nipoti, di stabilire

un erario separato per alimentare il popolo, raccogliendo denaro dai

Luoghi Pii, senza chiasso, senz’interesse, ed altresì senz’incontrare

ostacoli, poichè quello era una specie di patrimonio del pubblico.

Non saprei decidere se i nostri vecchi furono di noi più zelanti e

splendidi nelle preci e nei voti per rendere propizio Iddio e placarne

lo sdegno, imperocchè quelli non potevano mostrarsi più religiosi,

e i posteri, traendone esempio, gareggiarono con essi. Fecero voti,

visitarono supplichevoli per molti giorni, senz’interruzione, le

chiese; decretarono tempj da erigersi ai santi avvocati contro la

peste; innalzarono oratorj, instituendo anche feste e digiuni. E memori

che nel 1524, infuriando con più atroce violenza il contagio in Milano,

eransi alzate colonne colla croce nei quadrivj, perchè, ricordando

l’acerbissima morte di Cristo, consolassero ed ispirassero coraggio

agli afflitti del morbo, e insieme rappresentassero loro il pegno e

la speranza dell’eterna salute, ristaurarono que’ trofei cadenti per

vetustà, eccitando il popolo a tener fissi sempre gli occhi a quel

segno, vincitore della morte e del demonio.

Queste ed altre espiazioni adoperarono i maggiori nella loro

pestilenza, e qual mezzo per sè efficacissimo a placare l’ira celeste,

calarono dalla vôlta del Duomo il Chiodo, che, infisso nel corpo del

Redentore, fu anch’esso stromento della salvezza del genere umano; e

trassero fuori quel ferro imbevuto del sangue divino, siccome reliquia,

che avrebbe impetrata di certo la misericordia di Dio. Lo portò per

le strade della città, seguìto dal popolo, il cardinale arcivescovo

Carlo[182], che, per somma ventura di quell’età, fu tra non molti anni

assunto fra i beati in cielo, dove la seguente generazione invocar lo

doveva suo protettore. La qual peculiare circostanza avvalorò di molto

le preci degli avi, e noi, ridotti all’estreme angustie, trasportammo

il corpo del santo arcivescovo, mentre non era venuto ancora il

giorno del perdono; indi non cessammo da religiose pratiche finchè

Dio non accordò l’impetrata salute. Ma su tale argomento dicemmo ormai

abbastanza.

Piuttosto sarà questo il luogo opportuno d’esporre ciocchè fecero,

durante la loro peste, gli avi ed i padri dei nostri magistrati,

ciocchè il Borromeo, santo patrono dei Milanesi, operò, non ultimo

de’ grandi suoi meriti pei quali ora gode la beatitudine al cospetto

di Dio, e qui in terra cinto d’aureola il capo, ottenne l’onore della

santificazione, il più esimio premio che ad uomo compartisca la divina

misericordia.

Dopo la solenne processione, in cui Milano vide due mirabili cose,

il preziosissimo ferro che traforò i nervi e le vene del Redentore,

e il santo Pastore che lo portava colla destra lacera e sanguinosa,

incominciò a farsi sentire più grave la fame, calamità quasi eguale

alla pestilenza, o, per dir meglio, fomite della medesima. La carestia

che precedette a dì nostri il morbo, sopraggiunse invece più tardi nel

1576, ma non riuscì meno funesta.

Il milanese territorio, che tanto si estende intorno la città, non

forniva ormai più granaglia, privo d’agricoltori, i quali, morti,

nascosti ne’ tugurj, ovvero rinchiusi nelle capanne degli appestati,

sbalorditi dal terrore, attendevano con indolenza ai campestri lavori,

o del tutto gli abbandonavano.

Il Consiglio Generale, annuente il governatore con regio placito,

decise, per riparo, di comperare e far condurre a Milano buona copia di

frumento dalle città di provincia, e segnatamente da Lodi, Alessandria,

Novara e Pavia, come quelle che più abbondano di cereali. Non già

che i loro abitanti negassero di vendere frumento; ma incrudelendo

ed allargandosi ogni dì più la peste, aborrivano qualunque commercio

colla metropoli, talchè riusciva difficile il commercio fra essa e le

provincie.

I Pavesi in ispecie, con ardito rifiuto, s’erano resi odiosi, come

accadde un tempo coi Romani, quando alcune colonie militari ricusarono

di fornire soldati all’impero. Nondimeno si comperò frumento in copia,

specialmente in Lumellina, e fissato lo stradale, venne riunito presso

Abbiategrasso, in granaj ivi aperti lungo il naviglio, affinchè

rinchiuso in altri sacchi e caricato su barche, si trasportasse in

Milano senza frode o senza pericolo d’infettare le terre donde veniva

esso grano. E perchè l’operazione si eseguisse con ogni diligenza

e cura, tanto il Consiglio Generale quanto i venditori, delegarono

persone, le quali, recandosi sul luogo, invigilassero che il grano

fosse scaricato e ricaricato colle debite cautele.

A costoro si diede ampia facoltà di costringere i fittabili e gli

ammassatori di grani a vendere per equo prezzo al municipio quanto

frumento, riso, orzo e segale avevano ne’ magazzini. E non solo a

vendere, ma a trasportarlo ben condizionato a Milano ne’ pubblici

granaj. Altre vettovaglie si raccoglievano a Binasco sul Pavese, e nel

villaggio di Gallera[183] sul Lodigiano. Si stabilirono in quelle parti

emporj, a’ quali ricorrevano dalla città i compratori, affine di non

obbligare i venditori a venire ne’ paesi infetti di peste. Sul Pavese

ebbero la sovrintendenza Guido e Giulio Scacabarozzi, sul Lodigiano

Marco Fagnani, prefetto dell’annona.

Mentre, per alimentare i poveri adottavansi queste misure, senza cui

sarebbero mancati i grani indispensabili alla vita; i magistrati ebbero

cura anche dei salumi, olj, formaggi, majali, legna e carbone, oggetti

che sussidiano quei di prima necessità. E furono inviati Ambrogio

Archinto, Guido Cusani e Cesare Pietrasanta per farne acquisto sul

Piacentino. Finalmente non si trascurò la più piccola cosa in mezzo

a tante cure ed al trambusto. La quale previdenza, il più ammirabile

degli scrittori latini, quasi colle medesime parole da me usate, narra

aver avuta il Senato di Roma, allorquando la repubblica trovossi in

pericolo.

Del resto, nel mentre queste minute cure ed altre ben più rilevanti,

facendosi ad ogni ora più gravi, rendevano ormai intollerabile il

peso dell’amministrazione a’ nostri magistrati, non ristavano essi

dal ripetere che le spese toccavano al regio Fisco. Ma veniva sempre

data loro la solita risposta, il principe essere estraneo a quelle

spese, vasto l’impero, nè bastare l’oro che ricavasi dalle miniere o

dall’arena de’ fiumi, nè i tesori delle Indie e i tributi di tanti

regni. Quando poi i regi furono stanchi dal continuo insistere,

trovarono una sottigliezza per convalidare il rifiuto col diritto e

l’interpretazione delle leggi. Venne fuori, sia dal governatore, sia

dal Consiglio segreto, o forse d’ambidue, un rescritto del seguente

tenore.

Gli egregi Decurioni instavano, sostenendo che toccava al re di pagare

le somme impiegate per la peste, ma doversi fare una distinzione,

separando cioè gli stipendi dei ministri dalle altre spese. I primi

concedevasi di porli a carico dell’erario, ma non già il denaro

consunto per alimentare il popolo, giacchè spetta alla città nutrire

i suoi poveri, che dir si ponno membri del suo corpo. Appoggiavano la

loro decisione col citare gli editti dei medesimi decurioni, allorchè

sette anni prima nella carestia eransi addossato siffatto carico,

spendendo settantamila zecchini per mantenere gl’indigenti.

I Decurioni, a nome della città, di nuovo replicarono non doversi

apporre a pregiudizio quanto la città stessa, pietosa e splendida, in

altri tempi elargì, nè tacciar di frodi i suoi meriti e l’ossequio

verso il monarca. Perocchè la fedeltà al cattolico re, fu appunto

quella che l’indusse a non lasciar perire di fame tante migliaja de’

suoi sudditi in Milano, che egli guardava con speciale indulgenza ed

aveva sì cara. E siccome i Decurioni, volendo il giusto, non esigevano

che tutto il peso gravitasse sul regio Fisco, si prese una strada di

mezzo fra il bisogno e la munificenza.

Vennero assegnati quattro mila zecchini per anno alla città da esigere

sul dazio del sale, da aggiungersi ad altri quattro mila sulla misura

del vino, non lieve sussidio nelle angustie del momento, ma non però

quale esigevano le circostanze. Pel rimanente, il governatore diede

speranza di poterlo impetrare dal re, qualora scemassero in avvenire le

gravose e indispensabili spese che allora lo aggravavano. I magistrati

ripreso coraggio, scelsero Brivio Sforza, idoneo, per avita nobiltà,

per uso delle corti e pel favore di cui godeva presso il re, inviandolo

a Madrid ad esporre le istanze del Consiglio Pubblico; gli diedero

facoltà di legato, colle istruzioni relative all’affare, lasciando il

resto in suo arbitrio, spiate che avesse la mente del re e le tendenze

degli animi in corte.

Doveva lo Sforza, prima di tutto, far presente, che il decreto di

Carlo V era chiaro, e senza veruna restrizione, per cui il figlio

ed erede dell’impero e della gloria di lui, anche per riverenza del

volere paterno, mosso a pietà, guardasse con clemenza e benignità

l’infelice condizione dell’afflitta Milano. Qual esito abbia avuto

codesta legazione, trovasi nei nostri annali relativi alle vicende di

quell’epoca.

La peste di Milano del 1630 · 第 85 / 107 题