III.

Confronto della peste di Milano con quella di Firenze.

All’antica pestilenza d’Atene, succede la più recente di Firenze,

della quale l’autore delle eleganti novelle lasciò una descrizione

non favolosa ma vera, e che differisce dalla mia come una copia che

ingegnoso artista trae da un dipinto originale per vendere. Nè soltanto

il Boccaccio, principe elegantissimo de’ toscani scrittori, ma altri

annalisti di quel paese, da me consultati, raccontano come segue

l’andamento di essa pestilenza.

Scoppiata a Fiesole, Prato Volterra ed in altri luoghi di minor conto,

minacciava Firenze, dove era aspettata e in uno sprezzata e derisa.

Dopo aver vagato pei colli e le ridenti campagne ne’ dintorni, irruppe

da ultimo nella capitale della Toscana e vi fissò il suo regno. Allora

qua colla ferocia di mal sicuro tiranno, là a modo di severissimo

censore, ogni cosa stravolse e insieme ordinò, riducendo entro giusti

confini quel popolo riottoso e mercatore, nuotante negli agi e nel

lusso smodato, e che, superbiendo pe’ doni del cielo e l’amenità del

clima, vantavasi superiore agli altri.

Se ciò pure sia accaduto fra noi, o se invece i costumi, malgrado il

gastigo, siano tornati qual prima, io lascerò che il decida la verità

e la fama, giacchè le genti lontane ponno meglio e con più certezza

giudicarne di quel che noi medesimi possiamo farlo.

Tutto il restante ha un colore sì uniforme, che la descrizione della

nostra peste, sarebbe pur quella dell’altra, ove io volessi narrare

ciocchè accadde in Firenze, allorquando i suoi cittadini erano

afflitti dal passeggero morbo, che in tanto numero li rapì. Nessuna

vigilanza de’ magistrati fiorentini contro il minaccioso morbo che

sopraggiungeva, come se côlti da fatale sonnolenza; vennero bensì

chiuse le porte della città e vietato l’entrarvi, ma con sì grande

noncuranza, che tanto valeva il non custodirle, a segno che la

peste inviata da Dio vi penetrò anche per colpa dell’indolenza degli

uomini. Si tentarono ivi pure suppliche, voti, e quanto il timore e

la divozione suggerisce per placare il cielo; ma riuscirono vane ad

ottenere pietà fino al tempo in cui, giusta i suoi imperscrutabili

arcani, la Provvidenza schiudere doveva i tesori di sua misericordia, e

spargere una salutifera rugiada sull’infelice città.

Anche i sintomi e le macchie, segnali ed effetti della peste, furono

eguali per l’andamento e le varietà in ambedue i contagi.

I furoncoli, i carbonchj, gli antraci, i buboni, tante volte nominati

durante la nostra calamità, apparirono anche a Firenze, in alcuni

malati grosse come una mela, in altri come un uovo, nell’anguinaja o

sotto le ditelle. Dalle quali parti del corpo a poco a poco si estesero

poscia per tutte le membra. Questi tumori, che i volgari nominavano

gavoccioli, si permutarono in macchie nere o livide, le quali

nelle braccia, e per le coscie ed in ciascuna altra parte del corpo

apparivano a molti, a cui grandi e rade, ed a cui minute e spesse.

Indizio certissimo di morte, perocchè quasi tutti infra ’l terzo giorno

dalla apparizione dei sopraddetti segni, chi più tosto e chi meno, e i

più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano[174].

Narrano gli storici della peste di Firenze, che se alcuno toccava

un appestato, era inevitabile la morte, e che molti per questo

perirono. Ne accade soltanto che gli uomini contaminassero sè ed

altri, contraendo il nascosto principio morbifero col tocco di oggetti

inanimati, ma gli animali medesimi, le cui immondezze nulla hanno di

comune coll’alito e la vita dell’uomo, in egual modo s’infettarono.

Così i citati storici, che lo riferiscono come d’incredibile portento.

A noi però non fa meraviglia alcuna, stantechè era cosa notoria che

il contagio con somma facilità appiccicavasi alle vesti ed alle

suppellettili. Vedemmo qua e là i corpi di cani, gatti e d’altri

animali morti, senza dubbio, per avere toccato col muso, o trascinati

intorno robe d’appestati gettate in istrada.

Framezzo a tante ruine, e nella deplorabile condizione cui trovasi

ridotta l’umana vita, raccontasi che tre generi di persone furono

notate in Firenze. Era il primo degli uomini sobrj, ilari, moderati, ai

quali non avrebbesi potuto far rimprovero dai filosofi o dai più severi

moralisti, anche quando la città era florida e tranquilla. Costoro,

fuggendo ogni mordace cura ed ogni triste pensiero, ed evitando le

voluttà disoneste, erano parchi, ma dilicati nell’uso dei cibi e delle

bevande, e raccolti entro qualche albergo, ove non giungesse a turbarli

nè lo strepito nè il racconto delle esequie, ivi oziavano tra suoni,

canti ed amichevoli colloquj; credendo in siffatta guisa essi di ben

premunirsi contro la peste.

Altri, al contrario, per rimedio davansi in braccio ad ogni genere

di stravizj e lascivie; vagolavano come baccanti e baldanzosi per

le contrade, e introducendosi fin anche nelle altrui abitazioni,

rimaste vuote per la morte de’ padroni, vi gozzovigliavano per breve

tempo, come se fossero in casa propria. E trovando in loro balía

i commestibili e le cose tutte che nelle famiglie soglionsi tener

rinchiuse, se le godevano liberamente senza darsi alcuna briga che

fossero avanzi dei morti. Quando erano sazj di godimenti in una casa,

trasportando seco ciocchè ad essi dava più nel genio, e lasciandosi

dietro i morti della loro caterva, sen givano a tripudiare in altre

case colle abbandonate dovizie. Ivi, sprecando e gettando via anzichè

consumare la roba, morivano sui letti, le arche, le botti, ovvero

raccolto quanto eravi di prezioso, accumulavano tesori, ingrossandoli

per via, in guisa che perdevano la vita sotto il peso, prima di

giungere al luogo ove avevano fissato di seppellirli. A certuni riuscì

trasportarli e nasconderli, e qualche famiglia fiorentina arricchì

con tale spoglio nella calamità, mentre altri casati impoverirono o si

spensero.

Però a questi uomini rapaci e disperati, ed agli altri sobrj, modesti

e dilicati, s’aggiunse un terzo genere di persone, nè facinorose, nè

timide, le quali con savia circospezione recavansi a passeggiare negli

orti suburbani e pei campi, intorno le mura della città, alleviando

l’animo oppresso colla vista della ridente natura, e insieme nutrendosi

di laute e delicate vivande. Premunivansi contro l’alito pestifero,

odorando fiori ed aromi d’ogni specie, nella speranza di evitare in tal

guisa la sorte comune, o almeno di protrarre intanto giocondamente e

tranquilla la vita in mezzo allo spavento, alla fuga, alle morti dei

concittadini. Altri, d’egual tempra, scampando lungi da Firenze, si

ritiravano nelle ville, quasi in asilo sicuro dalla pestilenza, che

molti di loro nondimeno ivi pure raggiunse.

In siffatto modo gl’ingegnosi Fiorentini fuggirono, sprezzarono e

tentarono d’eludere il contagio, ma invano. Del pari in Milano si

videro ladroni sfrenati e lascivi bottinare nelle vuote case; altri

invece, modesti e cauti, solo curarsi della propria salvezza; e uomini

gaudenti, ed esito eguale come accadde tra il popolo di Firenze.

La peste di Milano del 1630 · 第 84 / 107 题