Confronto della peste di Milano con quella di Firenze.
All’antica pestilenza d’Atene, succede la più recente di Firenze,
della quale l’autore delle eleganti novelle lasciò una descrizione
non favolosa ma vera, e che differisce dalla mia come una copia che
ingegnoso artista trae da un dipinto originale per vendere. Nè soltanto
il Boccaccio, principe elegantissimo de’ toscani scrittori, ma altri
annalisti di quel paese, da me consultati, raccontano come segue
l’andamento di essa pestilenza.
Scoppiata a Fiesole, Prato Volterra ed in altri luoghi di minor conto,
minacciava Firenze, dove era aspettata e in uno sprezzata e derisa.
Dopo aver vagato pei colli e le ridenti campagne ne’ dintorni, irruppe
da ultimo nella capitale della Toscana e vi fissò il suo regno. Allora
qua colla ferocia di mal sicuro tiranno, là a modo di severissimo
censore, ogni cosa stravolse e insieme ordinò, riducendo entro giusti
confini quel popolo riottoso e mercatore, nuotante negli agi e nel
lusso smodato, e che, superbiendo pe’ doni del cielo e l’amenità del
clima, vantavasi superiore agli altri.
Se ciò pure sia accaduto fra noi, o se invece i costumi, malgrado il
gastigo, siano tornati qual prima, io lascerò che il decida la verità
e la fama, giacchè le genti lontane ponno meglio e con più certezza
giudicarne di quel che noi medesimi possiamo farlo.
Tutto il restante ha un colore sì uniforme, che la descrizione della
nostra peste, sarebbe pur quella dell’altra, ove io volessi narrare
ciocchè accadde in Firenze, allorquando i suoi cittadini erano
afflitti dal passeggero morbo, che in tanto numero li rapì. Nessuna
vigilanza de’ magistrati fiorentini contro il minaccioso morbo che
sopraggiungeva, come se côlti da fatale sonnolenza; vennero bensì
chiuse le porte della città e vietato l’entrarvi, ma con sì grande
noncuranza, che tanto valeva il non custodirle, a segno che la
peste inviata da Dio vi penetrò anche per colpa dell’indolenza degli
uomini. Si tentarono ivi pure suppliche, voti, e quanto il timore e
la divozione suggerisce per placare il cielo; ma riuscirono vane ad
ottenere pietà fino al tempo in cui, giusta i suoi imperscrutabili
arcani, la Provvidenza schiudere doveva i tesori di sua misericordia, e
spargere una salutifera rugiada sull’infelice città.
Anche i sintomi e le macchie, segnali ed effetti della peste, furono
eguali per l’andamento e le varietà in ambedue i contagi.
I furoncoli, i carbonchj, gli antraci, i buboni, tante volte nominati
durante la nostra calamità, apparirono anche a Firenze, in alcuni
malati grosse come una mela, in altri come un uovo, nell’anguinaja o
sotto le ditelle. Dalle quali parti del corpo a poco a poco si estesero
poscia per tutte le membra. Questi tumori, che i volgari nominavano
gavoccioli, si permutarono in macchie nere o livide, le quali
nelle braccia, e per le coscie ed in ciascuna altra parte del corpo
apparivano a molti, a cui grandi e rade, ed a cui minute e spesse.
Indizio certissimo di morte, perocchè quasi tutti infra ’l terzo giorno
dalla apparizione dei sopraddetti segni, chi più tosto e chi meno, e i
più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano[174].
Narrano gli storici della peste di Firenze, che se alcuno toccava
un appestato, era inevitabile la morte, e che molti per questo
perirono. Ne accade soltanto che gli uomini contaminassero sè ed
altri, contraendo il nascosto principio morbifero col tocco di oggetti
inanimati, ma gli animali medesimi, le cui immondezze nulla hanno di
comune coll’alito e la vita dell’uomo, in egual modo s’infettarono.
Così i citati storici, che lo riferiscono come d’incredibile portento.
A noi però non fa meraviglia alcuna, stantechè era cosa notoria che
il contagio con somma facilità appiccicavasi alle vesti ed alle
suppellettili. Vedemmo qua e là i corpi di cani, gatti e d’altri
animali morti, senza dubbio, per avere toccato col muso, o trascinati
intorno robe d’appestati gettate in istrada.
Framezzo a tante ruine, e nella deplorabile condizione cui trovasi
ridotta l’umana vita, raccontasi che tre generi di persone furono
notate in Firenze. Era il primo degli uomini sobrj, ilari, moderati, ai
quali non avrebbesi potuto far rimprovero dai filosofi o dai più severi
moralisti, anche quando la città era florida e tranquilla. Costoro,
fuggendo ogni mordace cura ed ogni triste pensiero, ed evitando le
voluttà disoneste, erano parchi, ma dilicati nell’uso dei cibi e delle
bevande, e raccolti entro qualche albergo, ove non giungesse a turbarli
nè lo strepito nè il racconto delle esequie, ivi oziavano tra suoni,
canti ed amichevoli colloquj; credendo in siffatta guisa essi di ben
premunirsi contro la peste.
Altri, al contrario, per rimedio davansi in braccio ad ogni genere
di stravizj e lascivie; vagolavano come baccanti e baldanzosi per
le contrade, e introducendosi fin anche nelle altrui abitazioni,
rimaste vuote per la morte de’ padroni, vi gozzovigliavano per breve
tempo, come se fossero in casa propria. E trovando in loro balía
i commestibili e le cose tutte che nelle famiglie soglionsi tener
rinchiuse, se le godevano liberamente senza darsi alcuna briga che
fossero avanzi dei morti. Quando erano sazj di godimenti in una casa,
trasportando seco ciocchè ad essi dava più nel genio, e lasciandosi
dietro i morti della loro caterva, sen givano a tripudiare in altre
case colle abbandonate dovizie. Ivi, sprecando e gettando via anzichè
consumare la roba, morivano sui letti, le arche, le botti, ovvero
raccolto quanto eravi di prezioso, accumulavano tesori, ingrossandoli
per via, in guisa che perdevano la vita sotto il peso, prima di
giungere al luogo ove avevano fissato di seppellirli. A certuni riuscì
trasportarli e nasconderli, e qualche famiglia fiorentina arricchì
con tale spoglio nella calamità, mentre altri casati impoverirono o si
spensero.
Però a questi uomini rapaci e disperati, ed agli altri sobrj, modesti
e dilicati, s’aggiunse un terzo genere di persone, nè facinorose, nè
timide, le quali con savia circospezione recavansi a passeggiare negli
orti suburbani e pei campi, intorno le mura della città, alleviando
l’animo oppresso colla vista della ridente natura, e insieme nutrendosi
di laute e delicate vivande. Premunivansi contro l’alito pestifero,
odorando fiori ed aromi d’ogni specie, nella speranza di evitare in tal
guisa la sorte comune, o almeno di protrarre intanto giocondamente e
tranquilla la vita in mezzo allo spavento, alla fuga, alle morti dei
concittadini. Altri, d’egual tempra, scampando lungi da Firenze, si
ritiravano nelle ville, quasi in asilo sicuro dalla pestilenza, che
molti di loro nondimeno ivi pure raggiunse.
In siffatto modo gl’ingegnosi Fiorentini fuggirono, sprezzarono e
tentarono d’eludere il contagio, ma invano. Del pari in Milano si
videro ladroni sfrenati e lascivi bottinare nelle vuote case; altri
invece, modesti e cauti, solo curarsi della propria salvezza; e uomini
gaudenti, ed esito eguale come accadde tra il popolo di Firenze.