Confronto della pestilenza di Milano coll’antichissima degli Ateniesi.
Se non fosse sconvenevole l’usare comici detti in argomenti tragici,
non troverei più simile il latte al latte, l’uovo all’uovo, che il
milanese contagio all’antichissima pestilenza d’Atene descritta da
Tucidide. Il germogliare, i primi passi e le cause d’entrambi i contagi
si rassomigliarono: l’indole stessa del morbo, le traccie che lasciava
procedendo, i terrori, le ruine, le stragi, i sospetti, i portenti,
in breve il cumulo di tutte le calamità della peste di Milano, in
nulla differirono dalla ateniese: sia che il caso abbia prodotto
effetti identici, sia che esista per le umane cose una certa legge che
riproduce ad intervalli di secoli le vicende medesime.
La peste che trasse quasi all’estrema ruina Atene, città famosa per
tante varietà di vicende, la minacciò in prima da lungi; poi da Lenno
ed altri luoghi più e più avvicinandosi s’introdusse fra le sue mura
e tutta l’invase. Il pensiero d’essere rimasti indolenti, malgrado i
fatti che avrebbero dovuto suggerir cautele contro il morbo, esacerbava
i dolori de’ moribondi e dei superstiti. Così avvenne tra noi, e
taluno direbbe che la peste cospirò con eguali mezzi all’eccidio di due
illustri città in Grecia e in Italia.
Anche il nostro contagio incominciò a desolare lontane genti, poscia,
avvicinandosi alle frontiere, invase lo Stato e da ultimo la capitale
con siffatto impeto, che pareva dovessero sopravvivere soltanto
gli edifizj e il nome di essa. Sì l’antica peste d’Atene che la
recentissima di Milano, lasciarono vestigia simili nel loro passaggio e
nelle altre circostanze.
Riferisce Tucidide che il popolo, vedendo il morbo uccidire quanti
colpiva, disperando d’ogni umano soccorso, ricorse sulle prime agli
Dei, poscia viste le preci inesaudite, e trovandosi in preda alla
disperazione ed alla morte, non più curando rimedj o suppliche alle
are dei numi, abbandonò sè e la repubblica senza schermo al flagello.
Da tale scoraggiamento ne venne che gli stessi medici perirono tra
i primi, rapiti dalla violenza del morbo, e le preghiere e i voti
cui ritornossi sovente, altro non fecero che rincrudirlo. Il citato
storico, rappresentando ne’ primordj della pestilenza gli Ateniesi
costernati per lo sterminio della loro patria, e privi di qualunque
ajuto divino o umano, infonde nell’anima terrore e pietà per gli
infelici che in siffatta guisa perivano.
Non altrimenti fra noi i medici perdettero la vita nei primi tentativi
di cure, e la città per alcun tempo vide ad evidenza che l’ira di Dio
per preci non mitigavasi.
E noterò un’altra somiglianza: le due popolazioni scorgendo il flagello
non avere termine, e non potersi spiegare l’origine e le cause del
morbo, l’attribuirono ad umana frode, supponendo la peste artificio
umano, mentr’era castigo di Dio. Gli abitanti d’Atene credettero che
i Peloponnesii, coi quali allora guerreggiavano, avessero avvelenati
i pozzi per ruinare la loro città. Noi del pari, trovando vano ogni
rimedio e provvidenza, credemmo vi fosse un gran capo il quale, col
mezzo d’altri e con denari, componesse veleni e li facesse spargere:
il qual sospetto fu pure una seconda calamità per Milano. Gli Ateniesi
portarono intorno il falso simulacro d’Iside, come noi il corpo di
S. Carlo. Parecchi di loro si gettarono nell’acqua e fecero molte
cose incredibili, talchè si può conchiudere essere in tutto simile il
contagio che desolò le due grandi e illustri metropoli.