AL LIBRO QUINTO

Col Libro Quinto il Ripamonti dà termine alla _Storia della Peste

del 1630_. Io cercai illustrarla per quanto mi concedeva l’ingegno

e l’angustia del tempo; ed ora rendo pubbliche grazie a miei

concittadini, che accolsero con vero favore quest’opera ai medesimi

dedicata e in uno ai molti i quali mi furono cortesi di documenti e

notizie.

Le ricerche negli archivj e biblioteche, sì pubbliche che private, le

minuziose indagini per verificare fatti o date controverse, l’esame dei

monumenti, iscrizioni e di quant’altro ricorda fra noi la pestilenza

del 1630, sono per sè tali che esigono fatica e perseveranza non

poco. Se quindi, malgrado la scrupolosa diligenza usata, incorsi in

ommissioni e inesattezze, mi verranno, spero, condonate da chi conosce

le molte difficoltà, inseparabili in lavori storici di simil genere.

Siami però concesso, data l’opportunità, di scolparmi d’una inesattezza

che a torto mi venne rimproverata. Il signor Alfonso Frisiani

nell’Appendice della Gazzetta Privilegiata di Milano del 25 gennajo,

parlando del mio lavoro sul Ripamonti in modo per me lusinghiero,

soggiunge:

«Noteremo soltanto al Cusani che il Lazzaretto di Milano da lui

attribuito, secondo la comune opinione, a Bramante da Urbino (vedi pag.

18, nota 2.ª) lo è invece di Lazzaro Palazzi, siccome abbiamo scoperto

e pubblicato in questa Gazzetta al n.º 13».

Il signor Frisiani annunziò d’aver rinvenuto nell’archivio del nostro

Ospitale Civico documenti comprovanti che l’autore del Lazzaretto

fu un _Lazzaro de’ Palazzi_, ingegnere architetto, ed io, lungi dal

negare questa scoperta, che rivendica al vero autore di quel grandioso

edificio la gloria d’averlo innalzato, me ne rallegro con lui. Ma

come era possibile, senz’esser indovino, ch’io me ne giovassi nella

citata nota del Libro Primo, pubblicato nell’ottobre 1841, mentre il

Frisiani annunziò la sua scoperta il 13 gennajo 1842? Di ciò non avrei

fatta parola se parecchi amici miei, studiosi delle cose patrie, non

m’avessero tenuto discorso di quella supposta inesattezza.

Il LIBRO QUINTO del Ripamonti può chiamarsi un’aggiunta alla sua

storia, altro non essendo che un confronto del contagio del 1630 con

altri. Nei primi tre capitoli, sfoggiando erudizione, com’era usanza

de’ secentisti, il nostro autore compendia e traduce nel suo maestoso

latino Tucidide ed il Boccaccio, le cui descrizioni della peste di

Atene e di Firenze rimangono modelli di storica eloquenza. Poscia,

tacendo, per buona fortuna! delle moltissime pestilenze che afflissero

l’Italia e la Lombardia negli antecedenti secoli, viene a descrivere

quella del 1576, detta comunemente di S. Carlo, e ne racconta i casi.

Ora intendendo io d’illustrare anche quest’ultimo Libro con note

desunte specialmente dagli scrittori contemporanei, trovo necessario

dire in breve dei più importanti tra questi, inserendo qui un

altro brano del mio _Ragionamento sui principali Storici e Cronisti

milanesi_.

* * * * *

ASCANIO CENTORIO, Commendatore di San Giacomo di Compostella,

raccolse e pubblicò in Venezia pel Giolito 1579 _I cinque Libri degli

Avvertimenti, Ordini, Gride, Editti, Fatti, osservati in Milano ne’

tempi sospettosi della peste negli anni 1576, 1577_.

È un volume in 4.º di 450 pagine, dedicato a Gerolamo Monti Senatore

e Presidente della Sanità, avo di quello che vedremo figurare nelle

stesse magistrature durante la successiva peste del 1630. Il Monti

accettò la dedica, lodando molto il Centorio, ed anche d’aver scritto

_in lingua volgare, perchè gli ordini possino essere meglio intesi da

ognuno_.

Questo è il libro più completo ed importante circa la peste del 1576,

e per essere d’un contemporaneo che lo pubblicò subito dopo, e per la

copia delle notizie, e giacchè contenendo gli editti, ordini, ec.,

risparmia la fatica, non di rado inutile, di andarle a pescare nei

gridarj quasi tutti incompleti. L’esposizione e lo stile si risentono

dei difetti del secolo; ma almeno trovasi l’ordine, chè il Centorio

seguì passo passo l’andamento del contagio.

Il Padre BUGATO, Dominicano a Sant’Eustorgio, diede in luce nel 1578 un

libricciuolo di 60 pagine, intitolato: _I fatti di Milano al contrasto

della peste, over pestifero contagio dal 1 agosto 1576 all’ultimo

dell’anno 1577_. L’editore lo dedicò al cavaliere Gabrio Serbelloni,

il quale, sendo luogotenente del governatore d’Ayamonte, adoperossi,

benchè vecchio, con gran zelo in quella calamità a vantaggio della

patria. Quest’operetta serve di raffronto, e nulla più, attesa la

brevità sua.

Un FILIPPO BESTA, procuratore milanese, raccolse e pubblicò la _Vera

Narrazione del successo della peste che afflisse l’inclita città

di Milano l’anno 1576_. Libretto di 140 pagine, dedicato a S. E. il

Gran Cancelliere Ferrer. È di niun uso allo storico, perchè semplice

compendio del Centorio, e perchè pubblicato mezzo secolo dopo l’epoca

di cui tratta, cioè nel maggio 1630, quando, crescendo la pestilenza,

si ristamparono molti opuscoli, ordini, discipline, ec., riguardanti il

contagio del 1576, sia per ordine dell’autorità, sia per speculazioni

private.

Molte rilevanti notizie si raccolgono dal Giussani, dal Bescapè, e

dagli altri biografi di S. Carlo, il quale a tutti è noto con che zelo

s’adoperò a mitigare pel suo gregge quel flagello. Nel 1579 egli diede

in luce _per Michele Zini, stampatore del Seminario, il Memoriale di

Mons. Ill.mo et Rev.mo Cardinale di Santa Prassede, Arcivescovo, al

suo diletto popolo della città et diocesi di Milano_. Volumetto in 24º

di pagine 500, preziosissimo per quanto risguarda il clero durante

il contagio, e per l’unzione cristiana del santo arcivescovo che lo

compose a vantaggio spirituale del suo popolo.

Il _Memoriale_ di S. Carlo, unitamente alle pastorali regole, ec., da

lui dirette al clero in occasione del contagio, si trovano raccolte

negli _Atti della Chiesa Milanese, Parte VII_.

Potrei aggiungere molti altri Libri, ma essendo questi d’importanza

secondaria, sarebbe un dilungarmi con superfluo e vanitoso sfoggio di

bibliografica erudizione.

* * * * *

È mio intendimento di non apporre numerose note a questo Libro V,

perchè il racconto del Ripamonti è per sè stesso di già abbastanza

minuzioso, e perchè, a dirla francamente, la peste del 1576 fu in

realtà assai meno terribile e disastrosa di quello che ne suoni la fama

tra noi.

Ho già avvertito nella mia _Introduzione_ che in Milano, per tradizione

popolare, si conservò memoria unicamente della peste del 1576,

facendone una sola con quella senza confronto più micidiale che le

succedette, soltanto per la memoria di S. Carlo. A vieppiù comprovarlo,

ora soggiungo che venne dimenticata altresì la pestilenza del 1524,

avvenuta 52 anni prima, come per bizzarra coincidenza, avvenne 52 anni

dopo quella del 1629-30.

L’obblio in cui caddero queste due grandi calamità è invero strano

qualora si rifletta alle stragi ed ai danni gravissimi che ne soffrì la

nostra patria. Non sarà quindi inopportuno e discaro ai lettori di qui

ricordare brevemente il contagio del 1524.

Fervente la guerra tra Carlo V e Francesco I, i quali disputavansi il

ducato di Milano, vivo ancora l’infelice Francesco II, ultimo degli

Sforza, l’ammiraglio francese Bonnivet, sceso dalle Alpi, strinse

d’assedio Milano nel settembre 1523: ma dopo otto settimane, costretto

dalla pioggia e dalla neve a levare il campo, si ricoverò a quartieri

d’inverno in Rosate, ed Abbiategrasso.

La vicinanza di quel corpo nemico e la molestia che recava

intercettando i trasporti di viveri e provvisioni, che dal naviglio

passando per Abbiategrasso giungono alla capitale, indusse il Duca a

sloggiarlo. Nell’aprile, messosi egli alla testa di una squadra scelta

di Milanesi s’impadronì per assalto di quel borgo. Funesta vittoria!

perocchè, avendo gli stenti e la miseria generata la peste tra i

Francesi, i nostri, nel saccheggio, la contrassero e la portarono,

tornando col ricco bottino.

_Apichata_, dice il cronista Grumello, _fu la peste crudelissima in

epsa città per le robe amorbate d’epso castello portate in dicta

cittate_: E un altro cronista, il pizzicagnolo Burigozzo, ingenuo

raccontatore di quanto vedeva: _El povero Milano infettato de

pestilentia comenzò a far de mal in pezzo... al giugno tanta mortalità

e piccoli, e grandi, che quaxi per Milano non era come nessuno, perche

li sani fuggivano, et li amalati non se potevano movere... El qual mese

di luglio (1524) fu tanto crudele che veramente non saria possibile

poter narrare la crudelità, et la mortalità grande che fu, donde era

più sicuro a star a casa che andar in volta: et non se vedeva se non

gente con campanini in mane, se non carri de ammalati; non vi era

officio, ne campana che sonasse se non da corpo. In domo non li erano

ordenarj, ne offizii al solito ma doy o tre preti li quali cantavano

alla meglio che potevano. El mese de augusto sino al mezzo lavorò anche

lui, donde el dir seria troppo, ma al veder delli cimiterj delle giexe

era una paura_.

Questo contagio, che secondo la energica frase del Senatore Monti,

nella sua Lettera in risposta alla Dedica del Centorio, _venne come

una impetuosa onda, la quale, in poco spazio di tempo, inondò il paese

e diede infinito guasto_, durò tre mesi, dal giugno all’agosto 1524.

Grande a que’ giorni fu la mortalità in Milano fiorente di popolo.

Il Burigozzo: _Non credo che mai fusse simile pestilentia et fu detto

della morte di cento millia persone et così credo_.

Il Grumello: _Si existima morressero delle anime octanta millia et più

presto de più che di mancho_.

Lo spagnuolo Sepulveda, nella sua storia latina delle imprese di Carlo

V: _La peste invase con tal violenza Milano che tolse di vita in essa

città più di cinquanta mille persone_.

E finalmente il Bescapè, nella vita di S. Carlo: _Perirono in città più

di cinquantamila, oltre gli altri innumerevoli morti nelle ville_.

Conchiudiamo col ripetere che la peste del 1576, di gran lunga minore e

di questa e della successiva, deve la sua triste rinomanza, tramandata

d’età in età fra il nostro popolo, e viva anche in oggi, a null’altro

fuorchè alla gratitudine pel santo Arcivescovo, le cui esimie virtù

rifulsero luminose in quel disastro.

_Francesco Cusani._

I

Porrò fine alla mia triste e funebre istoria, col raffronto tra la

descritta pestilenza ed altre che afflissero un tempo grandi città e

la stessa Milano. Un simile paragone è convenevole tanto per provare

ciocchè dissi sul principio essere stato questo contagio il più grave

di tutti, e quello cui per intero s’addiceva il nome di sì orrendo

morbo, quanto perchè nella diversità di essi mali si osservi una grande

somiglianza ne’ particolari. Da ciò potrassi conoscere che la peste,

quando scoppia, si appalesa sempre co’ medesimi sintomi, fa stragi in

modo uniforme, e dovunque produce le medesime follie negli uomini.

Inoltre è decoroso cogliere l’opportunità di ricordare le glorie di

nobilissimi scrittori.

In tempi antichi la pestilenza s’introdusse nella città d’Atene, e

vi menò tanta strage, che divenne famoso lo storico che la descrisse.

Non verrà forse mai un narratore eloquente al pari di lui, che espulso

da’ concittadini, fu da Roma inviato alla Grecia; e nessun altro de’

suoi scritti è sì elegante ed arguto come la descrizione della peste.

I quai pregi derivano non tanto dall’ingegno dello scrittore, quanto

dall’atroce spettacolo delle cose che turbano e in uno dilettano

l’animo dei leggitori. Così un serpente sovra una tavola tanto più

piace quanto più è ributtante a vedersi; e gli occhi, avidi sempre di

nuovi spettacoli, s’affissano avidamente nel deforme rettile.

La pestilenza che menò sì gran strage in Atene, e lo storico della

medesima, sono in oggi celebratissimi dopo tanti secoli ne’ licei e

nelle scuole de’ filosofi. E il nome di essa città vive famoso, non

meno per memoria di quel disastro, che per avervi fiorite le scienze e

le arti.

A Tucidide sta presso per eleganza il padovano Livio, il quale

descrisse Siracusa, stretta da due potenti eserciti battaglianti e

ridotta all’estrema miseria da lento morbo. Anche i pochi versi con

cui Omero nell’_Iliade_ canta i dardi scoccati da Apollo sul campo

dei Greci, i mucchi di cadaveri lasciati pasto agli augelli ed ai

cani, anche que’ versi inspirano oggidì, in chi li legge, spavento,

meraviglia e diletto.

Uno scrittore, per l’età in cui visse e per la lingua che usò, non

paragonabile agli accennati, ma il quale trasse favole dal vero, ovvero

insegnò a raccontare favole; maestro ed artefice del linguaggio volgare

italiano, che da lui acquistò eleganza e leggiadria, narrò la peste

della sua patria.

Egli, faceto e scherzoso favellatore, descrivendo, coll’arte imparata

da sommi storici, l’eccidio di Firenze, desta meraviglia del suo

ingegno e pietà di tanta strage.

I letterati rileggeranno mai sempre la peste del Boccaccio, e i critici

più austeri essi pure non si sazieranno dall’ammirare quell’esempio

delle umane vicissitudini.

Gli atroci, turpi e miserandi esempi che la pestilenza mostrò negli

umani corpi nella mia patria, eguagliarono gli antichi o forse li

superarono. E se non fossero esposti con minore ingegno, offrirebbero

in queste carte spettacolo più imponente e più orrendo.

Ma ponendo fine ormai alle lagrime, alle miserie, ai flebili lamenti di

Milano, io mi proverò a temperare il sin qui mesto e lugubre racconto

con qualche vivezza, paragonando ciò che vide e sofferse l’età nostra

coi fatti che i citati scrittori ordinarono con pompa, direi teatrale.

Piacevole riuscirà un tale raffronto, ricreando l’animo e colla varietà

dei casi, e col trascorrere dai tempi antichi agli odierni, dai nostri

mali a quelli d’estranee genti.

E siccome la città nostra risorge quasi da stipite più florida dopo

l’eccidio, e i cittadini riedono ai prischi sollazzi, deggio anch’io

far sì che venga raddolcita l’amara ricordanza della strage col

raffrontarla ad altre di straniere contrade.

La peste di Milano del 1630 · 第 82 / 107 题