II.

Provvidenze e disposizioni del Cardinale ai primi rumori di peste.

Federico in quell’anno (1629) che si cominciò a susurrare della

peste, udito che già serpeggiava all’estremità della milanese diocesi

nelle vallate soggette ai Grigioni ed agli Svizzeri, si turbò a tale

annunzio, come un padre di famiglia che sente colpiti all’improvviso

i suoi figli da una grande sciagura. Prima inviò ordini ai parrochi

ed ai vicarj su quanto dovevano tener d’occhio o fare, onde i rei di

gravi colpe non morissero senza i soccorsi della Chiesa, ed anche

perchè spinti dal bisogno e dalla fame non s’abbandonassero alla

disperazione il peggiore di tutti i peccati. Indi elesse un sacerdote

di sperimentata prudenza, e di specchiati costumi, e fornitolo di

denaro, lo spedì nelle valli affinchè dirigesse co’ suoi consigli que’

rozzi abitanti; siccome fece con molto senno.

Di ritorno da essa missione, venne largamente rimunerato

dall’arcivescovo, il quale aveva presa cura di quei valligiani appena

tra loro s’introdusse, per le facili comunicazioni colla Germania,

la peste, di cui allora neppure eravi timore fra noi. Durante la

carestia, che fu la prima ruina del nostro paese, non il solo Milano,

ma le terre vicine e discoste, gli abitanti della pianura e dei monti

sperimentarono del pari gli effetti della paterna sollecitudine di lui.

Come se fosse ei pure uno del pubblico Consiglio, emulatore della

carità cittadina e promovitore in uno di essa, spediva e faceva

distribuire pe’ villaggi sacelli d’orzo e frumento, perchè almeno

patissero meno la fame se non gli era dato di nutrirli tutti. E allora

che quella turba di contadini, abbandonati i campi, i monti e le valli

rifuggiossi, come narrammo, in Milano, egli dischiuse agli infelici

spontaneamente una casa dove ogni giorno venivano loro distribuiti

alimenti: le schiere de’ poveri rifocillati il mattino con pane e

minestra, avevano per quel giorno certa la vita, cui minacciava la

fame[123].

E siccome i poveri, allettati da quella elemosina, accorrevano sempre

più numerosi alla città, e molti, sfiniti per languore, giacevano

moribondi per le strade, esalando l’ultimo fiato prima di poter

ricevere alcun alimento, il Cardinale con antiveggenza paterna faceva

girare de’ sacerdoti[124], che a quei moribondi porgevano cibi e

bevande confortanti, e li munivano ad un tempo de’ conforti religiosi;

conducendoli poscia in attigue case, ove col necessario riposo e coi

rimedj potessero riaversi. Cotesta caritatevole istituzione continuò

fintanto che il pubblico Consiglio giudicò opportuno raccogliere tutti

i poveri vaganti per la città e rinchiuderli nel Lazzaretto.

Non per questo desistè Federico di nutrire in egual modo e riconfortare

i molti che, o nojati della disciplina del Lazzaretto e della chiusura

ne uscivano, o giungevano nuovi in Milano, abbandonati i proprj

abituri. Egli sostenne, insieme al Consiglio, il peso di quegli

affamati fin dove concedevano le sue rendite: e in lui trovarono

ancora sostegno i miserabili quando, usciti dal Lazzaretto, riempirono

e contaminarono di nuovo la città. La carità del nostro Pastore è

paragonabile alla carità e munificenza del municipio verso l’afflitta

patria, e verso tanto popolo ridotto agli estremi[125]. Il qual

paragone sarà valutato dagli imparziali, poichè siccome Federico era

anch’egli uno de’ cittadini, così la gloria comune di questo esempio

vivrà duratura nei secoli.

La peste di Milano del 1630 · 第 62 / 107 题