III.

Suoi fatti durante la peste.

Assecondando i magnati, che alle prime minaccie del contagio fecero

quanto loro suggeriva il timore e l’esperienza, Federico si diede

premura per salvare i corpi, e più assai le anime del proprio gregge.

Nè credendosi atto a sostenere da solo sì grave incarico, raccoglieva

ogni giorno a consiglio i più prudenti suoi sacerdoti, eccitandoli

ansiosamente ad esporre le loro opinioni, ed agiva in conformità delle

medesime e della propria saggezza.

Ottimo consigliere, sulla cui autorità riposava sicuro, era S. Carlo,

che scrisse Commentarj ed il _Memoriale intorno la pestilenza del suo

tempo_ (1576). Traendo norma da tali Memorie, altre aggiungendone,

Federico stabilì il metodo di tenersi in quelle calamitose circostanze,

additando ai sacerdoti ed al popolo la via che guidava a salvamento.

Indicò che cosa dovessero fare, che cosa evitare, per non contrar la

peste coll’alito o col contatto, e per non inasprire vieppiù l’ira

divina.

Tramise a’ sacerdoti tutte le facoltà ch’egli aveva dalla Santa

Sede per assolvere i moribondi, e nuove impetronne dal Pontefice,

estendendole a tutto quanto il clero della diocesi, affinchè non

mancassero ai peccatori negli estremi momenti i soccorsi della

religione. Tali provvedimenti furono disposti dal Cardinale allorquando

andavano crescendo i rumori di peste; ma non appena ella avvicinossi a

Milano, crebbe in lui lo zelo; teneva continui colloquj coi decurioni,

inanimava i parrochi, calmava lo spavento, ed offriva premj perchè

si affrontassero con coraggio pericoli ormai inevitabili. Eccitò

anche i superiori de’ monasteri ed i capi degli Ordini religiosi, i

quali, mossi dalla celebrità dell’Arcivescovo, volonterosi accorsero,

offerendo l’opera loro, pronti ad ubbidire ogni suo cenno. Ed egli

gli encomiava, dando promessa, che oltre l’eterno premio che sperar

potevano dal cielo, terrebbe conto della carità e dell’ossequio

dei singoli, ricompensandoli in modo, che riuscisse a vantaggio de’

rispettivi loro Ordini.

Assicurava che non si muoverebbe dal suo posto finchè la peste durasse

in Milano[126], non uscendo nè dalla città, nè dal palazzo se non

chiamato dalla salute del popolo o da qualche pubblica necessità.

E attenne la promessa fino al punto che da taluni si tacciò la sua

costanza di pertinacia; imperocchè, morti quasi tutti i famigliari,

Federico, desolato e mancante de’ necessarj sussidj, ricusò di partire,

contro le preghiere degli amici, dei grandi, degli stessi medici,

i quali lo persuadevano a ritirarsi per alcun tempo in una salubre

villa[127].

Pregato, andava a visitare i Lazzaretti, e affacciavasi alle porte

ed alle finestre dei poveri tenuti in sequestro per soccorrerli. Non

vietava l’accesso a chiunque voleva parlargli, non tralasciava i sacri

riti e le cerimonie e le omelie, e rimproverava con voce paterna

ora dal pulpito, ora sui carrobbj chi fosse restio a riconoscere

gli oracoli e gli avvisi del cielo. Fui presente anch’io allorquando

predicò al fonte di San Barnaba[128], ove si recò processionalmente

a ordinarvi preghiere affine d’impetrare soccorso dal cielo per mezzo

dell’Apostolo, che le antiche memorie di Milano e la comune credenza

acclamano fondatore e primo vescovo della Chiesa nostra.

Non erano ancora serrate tutte le case, come avvenne in appresso, non

ancora i cittadini si evitavano l’un l’altro, non era la città ancor

ridotta in solitudine, e il popolo, che in breve cader doveva vittima

del contagio, tuttora in vita, seguiva alla rinfusa l’Arcivescovo

supplicante, il quale col ricordare, per la scarna e pallida faccia,

S. Carlo, traeva le lagrime sugli occhi ed i sospiri dall’imo petto

ai molti, che rammentavano averlo veduto girare orando per la città

nell’antecedente peste.

Celebrato che fu al fonte di San Barnaba il divino sacrificio, Federico

salì in pulpito, e con voce quando chiara e sonora, quando rauca e

flebile, facendosi intendere in tutto il circostante campo, vaticinò,

come i profeti, ciocchè avvenne.

«Milanesi! popolo infelice! moltitudine che stai per divenir preda

della peste! Già già ti sovrastano le saette della giustizia divina:

andrete cadaveri sotterra, e le anime vostre dovranno presentarsi al

tribunale di Dio. Ma tu, o popolo, non mi vuoi credere finchè non avrai

riempiti di morti le fosse, finchè le tue carni non saranno pasto ai

vermi!» E continuò di questo tenore.

Allorchè poi si chiusero tutte le case della città, e fu pieno

il Lazzaretto, l’Arcivescovo scelse i più cospicui del clero che

attendessero ai singoli ufficj, invigilando ai loro soggetti. E non

fidandosi alla cieca nè degli uni, nè degli altri, mandava in segreto

alcuni suoi fidi, che ogni giorno lo informassero esattamente di tutto

quanto accadeva. Voleva egli sapere prima il numero dei morti; indi i

casi speciali, e se alcuno ve n’era nuovo atroce, miserando, o andava

all’istante egli stesso[129], ovvero spediva altri, porgendo tutti

i possibili soccorsi. Rimproverava e puniva, colla severità dello

sguardo, i renitenti al loro dovere; ed era il gastigo da lui adoperato

quando aveva giusto motivo di malcontento. Un sacerdote che abbandonò

il proprio gregge, fu da Federico costretto a tornare, sotto pena

di sospensione: con tutti poi largheggiò di ricompense, estendendole

anche ai loro parenti. I parrochi furono i più benemeriti, poichè fra

le azioni mirabili ch’io narrai, primeggiò l’alacrità indicibile colla

quale essi sprezzarono i pericoli ed affrontarono la morte, mentre

servivano a Dio, alla patria, al Cardinale.

Vidersi a que’ giorni i sacerdoti accorrere in mezzo al popolo

moribondo: spettacolo orrendo e in un pietoso, che forse più non

rinnoverassi! A tutte le ore della notte andavano in giro per le case

dov’eranvi malati o morti di peste per assisterli ed amministrar loro

i sacramenti. Alcuni de’ medesimi contrassero la peste, e morirono

insieme con tutta la famiglia; altri, superstiti ai loro cari,

non vinti dall’angoscia, nè l’immagine della morte, continuarono

imperterriti fino all’ultimo nell’adempimento de’ proprj doveri.

I parrochi, i canonici, i semplici preti si meritarono lodi per sì

esemplare condotta; e molti, cui sarebbe stato lecito l’allontanarsi,

rimasero al posto, fungendo il ministero di parrochi. I Domenicani

specialmente, i Teatini, i Frati Minori, distinti pel cappuccio, ed i

zoccoli[130] presero parte alle fatiche ed al martirio; e come martiri

gli ammirava l’intera città. Accrebbero essi con tali meriti la nobiltà

de’ proprj Ordini, e i Milanesi gli tennero e li terranno sempre in

luogo di padri. Bello vedere quei religiosi frammisti ai parrochi

gareggiando nella gloriosa lotta contro i pericoli e la morte! bello

e consolante in mezzo a tanto lutto vedere i parrochi raddoppiare gli

sforzi per uscir vincitori, e se pure venivano da’ zelanti religiosi

superati, andarne lieti come d’un loro trionfo.

Il Viatico portavasi intorno per le strade coll’apparato e coi lumi

che permettevano le circostanze: ove incontravasi qualche moribondo

giacente per terra, sostavano, ed uditane la confessione, gli porgevano

il pane degli Angeli, il che era d’eccitamento agli altri a ricevere

il santo Viatico, che loro schiudesse le porte del cielo. Frati e

sacerdoti battevano alle porte, salivano con scale per le finestre,

recando seco vivande e distribuendole con pronta e fervorosa carità.

Traevano seco loro dal palazzo del Cardinale cestelli con entro frutti

e ghiottornie che stuzzicassero il palato anche de’ moribondi.

Mentr’essi così provvedevano ai bisogni corporali, ed in uno delle

anime, sopraggiungeva sovente il Cardinale medesimo, con gran gioja

dei malati e de’ pietosi sacerdoti che gli assistevano. E se egli ne

incontrava alcuno portante sotto il serico ombrello il Viatico in

qualche casa d’appestati, il seguiva, e ritornava fino alla chiesa

d’ond’era uscito. Accadde un giorno, cosa degna d’essere ricordata: una

vecchia ed un uomo d’età matura s’inginocchiarono dinanzi un sacerdote

che portava il Viatico, chiedendo di comunicarsi, sebbene non avessero

lavata l’anima dalle peccata. Il cardinale presente li rimbrottò

in tal tuono, che agli astanti sembrò udire un profetico vaticinio.

«Perchè qui venite con falsa e intempestiva pietà? perchè non mondarvi

col Sacramento della Penitenza innanzi d’accostarvi al tremendo

mistero dell’Eucaristia?» I due se ne andarono confusi, e palesarono,

confessandosi, il tentato sacrilegio.

Adoperavasi il Cardinale che l’augustissimo Sacramento Eucaristico

venisse amministrato con decoro in mezzo a tanta confusione d’uomini e

di cose. E ciò fu di grande vantaggio spirituale.

La peste di Milano del 1630 · 第 63 / 107 题