VIII.

Varj casi di peste nel Lazzaretto. — Il padre Felice presidente del

medesimo.

Mentre questi casi ed altri, sì tragici che burleschi, accadevano

ogni giorno in città e nelle campagne, la peste infuriava ostinata e

senza tregua nel Lazzaretto. Regolatore ed arbitro d’ogni cosa in esso

recinto, fu tal uomo degno d’essere ricordato negli annali milanesi,

anche se io narrassi non già il contagio e le stragi, ma i fasti e le

glorie della patria nostra.

Il padre Felice Casati di Milano, del sacro Ordine dei Cappuccini,

attissimo a quell’ufficio, parve fosse stato disposto dalla Provvidenza

celeste per soccorrere la patria in quell’estrema ruina. Di corpo

indomito alle fatiche, nel fiore della virilità, d’animo grande,

placido, mansueto, all’opportunità rigoroso; sprezzatore della vita e

delle terrestri cose, cui aveva rinunziato fin da quando, abbandonate

le delizie del secolo, vestì l’abito de’ cappuccini ed entrò in

quell’austera religione.

Era perito negli studj che sollevano al cielo l’umana mente e del

pari nelle scienze indagatrici dei segreti della natura. V’univa

l’eloquenza, sublime dote che a nulla giovava tra le miserie e le

morti, ma utilissima in quanto, lasciata in disparte la vanità e

la pompa oratoria, rimaneva quel solido e grave ragionare con cui

l’oratore cristiano eccita gli animi ai proprj doveri, e li sa all’uopo

raffrenare.

I Decurioni, chiamato il padre Felice, lo pregarono che per la santità

sua e dell’ordine, assumesse l’arduo governo del Lazzaretto. Ei,

parlato che ebbe modestamente di sè e con ornate parole dell’importanza

e gravezza di tale ufficio, prese tempo a deliberare, risoluto ad

aprirsi col cardinale arcivescovo. Ove il sommo e religioso Federico

annuisse, egli, interpretandone il cenno come volere di Dio, entrerebbe

tosto nel Lazzaretto; in caso diverso il padre Felice non si credeva

destinato a quell’incarico dal cielo. Ma accadde un non so che di

faceto e di elegante[110] in quel lutto generale, nella visita che il

cappuccino fece all’arcivescovo.

Questi, udito il padre Felice, rimase alquanto sospeso, e disse alcune

cose che parevano esprimere la titubanza dell’animo suo, per cui il

cappuccino, piegato il ginocchio a terra, già già si accommiatava.

Quand’ecco Federico, con ilare volto «È dunque vero, disse, o padre,

che senza difficoltà entrerete tosto nel Lazzaretto!» e gettando le

braccia al collo al padre Felice, lo baciò e ribaciò[111], dimostrando,

colla familiarità e tenerezza sua, quanto fosse lieto d’aver trovato

un uomo che, spregiando ambizione e vita ad un tempo, era pronto

a lasciare la sua carica di guardiano, e gire incontro a tremendi

pericoli. Ripieno d’ammirazione per tanto sacrificio, nulla ommise

per accrescergli poteri ed onori, e confermando il pubblico decreto

coll’autorità propria, lo elesse capo supremo del Lazzaretto.

Ricevuto il mandato, entrò fra gli appestati in quel recinto il

padre Felice, quale vittima volontaria del contagio, di cui morir non

doveva[112]. E ciò accrebbe la venerazione per esso, imperocchè l’uomo

che salvò a tante migliaja d’infelici la vita, ebbe egli pure bisogno

de’ soccorsi che prestava altrui; e dopo averne seppelliti mille e

mille, bramando invano la morte, quasi periva per lo strazio che fece

del proprio corpo siccome narrarono. Era spettacolo bello, e in uno

miserando, che mostrava la miseria e le angustie di que’ giorni, vedere

il padre, esercitare il comando nel Lazzaretto, con indosso il cilicio,

quasi paludamento di guerra. Vigilantissimo, quasi sempre digiuno, mal

reggendosi per istanchezza, spargendo lagrime e sudori, egli s’aggirava

pei portici, le capanne, le vie del Lazzaretto, di giorno imponendo

coll’autorità del nome e del cappuccio, la notte armato di una lunga

asta. Qua raffrenava in segreto misfatti, là distribuiva pubblicamente

premj e gastighi, dove recava vesti e farmachi, dove porgendo orecchio

alle confessioni dei moribondi gli confortava a lasciare il mondo colle

speranze d’una vita migliore. Erano queste le giornaliere fatiche

del padre, senza riposo mai; sovente cure ed affanni più gravi lo

angosciavano.

Aveva egli sotto di sè ne’ portici e le capanne cinquantamila appestati

all’incirca, cui la città forniva gli alimenti, ma soverchiando la

moltitudine de’ malati, non bastarono le cure, i denari o l’ordine

stabilito per la distribuzione, talchè molti pativano fame e sete in

mezzo all’abbondanza di cibi e di vino.

Laonde più volte fu grande l’angustia, non sapendosi in qual modo

rimediare, finchè si riconobbe per esperienza che Iddio vi provvedeva.

Ed i regolatori del Lazzaretto vi si avvezzarono, in guisa che mancando

gli alimenti necessarj a tante migliaja di persone, nell’ultime

strettezze aspettavano fiduciosi i soccorsi della provvidenza.

Narrava il padre Felice, e narra anche oggidì, che più volte, quando

mancato del tutto il denaro ed esaurite le provviste di pane e vino,

temevasi nel Lazzaretto la fame, estremo de’ mali, sopraggiungevano

all’improvviso i viveri in abbondanza, senza che si conoscessero i

nomi dei benefattori. E venne largito oro ed argento in tal copia,

che il detto Padre ebbe stupito ad ammirare i sacchi ammucchiati a sè

dinanzi. Le persone ricche ed i più opulenti cittadini, o per divina

ispirazione, o perchè, deposto ormai ogni pensiero delle terresti

cose, nè stimando più utile il denaro a qualsiasi uso, s’infervoravano

a placare lo sdegno di Dio, mandavano il vile metallo affinchè si

recitassero preghiere. Ma non era ancora giunto il termine della

calamità, imperocchè, non appena provveduto ad un bisogno, un altro ne

sopravveniva più grave ed istantaneo, cui era impossibile riparare.

Casi luttuosissimi e repentini, mentre distribuivansi le vivande a

sollievo degli infermi, turbarono l’alacrità del donare e distolsero

gli animi dei caritatevoli da future elargizioni. I deliquj e le morti

di coloro cui sporgevasi il cibo, la spuma grondante di bocca, i veleni

rinvenuti nelle cinture, le confessioni fatte nella stessa morte,

ed altri manifesti indizj, appalesarono come quei miserabili fossero

untori essi pure, ed insieme rimanessero unti.

Un subitaneo portento celeste e fatale, se mirabilmente non vi si

rimediava, allagò di nottetempo, con ruina impreveduta, le capanne

innalzate nel recinto del Lazzaretto.

La notte del 23 luglio cadde un acquazzone così dirotto, che i vecchi

non si ricordavano averne veduto uno simile, talchè uomini e donne

credettero precipitasse il cielo medesimo. Smosse e rovesciate le

capanne e le tettoje, sotto le quali giaceva la turba infelice, travi,

paglia, letti nuotavano travolti dall’acqua in mezzo al prato.

Padri e madri, ansiosi non della propria, ma della salvezza dei

figli, ne corrono in traccia, e con difficoltà li rinvengono fra

le tenebre in mezzo agli urli, ai vagiti, al generale schiamazzo. I

gridi di disperazione, di dolore, i clamori non rompevano il silenzio

di quell’orrida notte, chè il fracasso del cielo romoreggiante

non lasciava udire verun altro suono. E se fin dal principio non

apparissero in questa storia congiunti i prodigi celesti colle stragi

de’ mortali, chiunque terrebbe per incredibile come un solo uomo abbia

potuto tener fronte a simile violenza; e in quel tremendo diluviare

notturno salvare da morte i naufraganti bambini, e loro restituire la

quasi spenta vitalità.

Al primo scoppiare della procella, il padre Felice, prevedendo che

l’acqua irromperebbe dovunque, che gli infermi correvano grandissimo

pericolo, e che i soccorsi riuscirebbero inutili ove non fossero

istantanei, accorse, seco traendo un drappello d’uomini, ne’ quali

ripor soleva maggior fiducia nelle più difficili circostanze.

Sprezzando l’acqua, e più rapido di essa, si precipitò colla sua scorta

tra gli appestati, che s’annegavano, e i crollanti tugurj[113]. A guisa

che il pescatore trae dalla rete i pesciolini, porgendoli ai compagni,

che tosto li chiudono nel corbello, così il padre Felice districava i

bambini e li trasmetteva ai satelliti, che a tutto potere lo ajutavano

a salvarli, recandoli di mano in mano dal prato nel portico, e da

questo nelle stanze. La procella s’acquetò finalmente dopo alcuni

giorni, in cui piovve sì a rovescio, che fu detto non essere mai caduto

simile acquazzone[114].

Tra il diluviare, che non cessava giorno nè notte, e l’impeto

del turbinoso vento, rovesciante ogni riparo nel Lazzaretto, gli

agonizzanti appestati, quasi infraciditi dall’acqua, esalavano l’anima.

Io non ardirò discutere se la mancanza di soccorsi fosse imputabile

all’incuria dei magistrati municipali, ovvero effetto dell’imprevista

intemperie; perocchè se da un lato l’esempio di quanto fecero i nostri

maggiori nell’antecedente contagio suggeriva d’innalzare tugurj,

tavolati e ripari in più gran numero, dall’altro fu sì grande lo

spavento e la violenza dei morbo, che, stupefacendo gli animi, impedì

le necessarie previdenze.

Perirono in quel trambusto fatale anche coloro che il morbo non aveva

colpiti, perchè i servi ed i becchini in mezzo al disordine gettarono

a fascio malati e sani. Per verità i nostri magistrati presero cura di

far allestire altri locali e lazzaretti sussidiarj; ma ciò eseguivasi

lentamente, talchè sembrava esservi un’occulta forza impediente que’

soccorsi. Frattanto gl’infermi, ammucchiati ne’ tugurj del Lazzaretto

grande, morivano, attaccandosi il contagio ai sani pel contatto e pel

fetore dei cadaveri, ovvero trasportati ne’ lazzaretti incompiuti,

malgrado i soccorsi perivano.

La peste di Milano del 1630 · 第 49 / 107 题