Varj casi di peste nel Lazzaretto. — Il padre Felice presidente del
medesimo.
Mentre questi casi ed altri, sì tragici che burleschi, accadevano
ogni giorno in città e nelle campagne, la peste infuriava ostinata e
senza tregua nel Lazzaretto. Regolatore ed arbitro d’ogni cosa in esso
recinto, fu tal uomo degno d’essere ricordato negli annali milanesi,
anche se io narrassi non già il contagio e le stragi, ma i fasti e le
glorie della patria nostra.
Il padre Felice Casati di Milano, del sacro Ordine dei Cappuccini,
attissimo a quell’ufficio, parve fosse stato disposto dalla Provvidenza
celeste per soccorrere la patria in quell’estrema ruina. Di corpo
indomito alle fatiche, nel fiore della virilità, d’animo grande,
placido, mansueto, all’opportunità rigoroso; sprezzatore della vita e
delle terrestri cose, cui aveva rinunziato fin da quando, abbandonate
le delizie del secolo, vestì l’abito de’ cappuccini ed entrò in
quell’austera religione.
Era perito negli studj che sollevano al cielo l’umana mente e del
pari nelle scienze indagatrici dei segreti della natura. V’univa
l’eloquenza, sublime dote che a nulla giovava tra le miserie e le
morti, ma utilissima in quanto, lasciata in disparte la vanità e
la pompa oratoria, rimaneva quel solido e grave ragionare con cui
l’oratore cristiano eccita gli animi ai proprj doveri, e li sa all’uopo
raffrenare.
I Decurioni, chiamato il padre Felice, lo pregarono che per la santità
sua e dell’ordine, assumesse l’arduo governo del Lazzaretto. Ei,
parlato che ebbe modestamente di sè e con ornate parole dell’importanza
e gravezza di tale ufficio, prese tempo a deliberare, risoluto ad
aprirsi col cardinale arcivescovo. Ove il sommo e religioso Federico
annuisse, egli, interpretandone il cenno come volere di Dio, entrerebbe
tosto nel Lazzaretto; in caso diverso il padre Felice non si credeva
destinato a quell’incarico dal cielo. Ma accadde un non so che di
faceto e di elegante[110] in quel lutto generale, nella visita che il
cappuccino fece all’arcivescovo.
Questi, udito il padre Felice, rimase alquanto sospeso, e disse alcune
cose che parevano esprimere la titubanza dell’animo suo, per cui il
cappuccino, piegato il ginocchio a terra, già già si accommiatava.
Quand’ecco Federico, con ilare volto «È dunque vero, disse, o padre,
che senza difficoltà entrerete tosto nel Lazzaretto!» e gettando le
braccia al collo al padre Felice, lo baciò e ribaciò[111], dimostrando,
colla familiarità e tenerezza sua, quanto fosse lieto d’aver trovato
un uomo che, spregiando ambizione e vita ad un tempo, era pronto
a lasciare la sua carica di guardiano, e gire incontro a tremendi
pericoli. Ripieno d’ammirazione per tanto sacrificio, nulla ommise
per accrescergli poteri ed onori, e confermando il pubblico decreto
coll’autorità propria, lo elesse capo supremo del Lazzaretto.
Ricevuto il mandato, entrò fra gli appestati in quel recinto il
padre Felice, quale vittima volontaria del contagio, di cui morir non
doveva[112]. E ciò accrebbe la venerazione per esso, imperocchè l’uomo
che salvò a tante migliaja d’infelici la vita, ebbe egli pure bisogno
de’ soccorsi che prestava altrui; e dopo averne seppelliti mille e
mille, bramando invano la morte, quasi periva per lo strazio che fece
del proprio corpo siccome narrarono. Era spettacolo bello, e in uno
miserando, che mostrava la miseria e le angustie di que’ giorni, vedere
il padre, esercitare il comando nel Lazzaretto, con indosso il cilicio,
quasi paludamento di guerra. Vigilantissimo, quasi sempre digiuno, mal
reggendosi per istanchezza, spargendo lagrime e sudori, egli s’aggirava
pei portici, le capanne, le vie del Lazzaretto, di giorno imponendo
coll’autorità del nome e del cappuccio, la notte armato di una lunga
asta. Qua raffrenava in segreto misfatti, là distribuiva pubblicamente
premj e gastighi, dove recava vesti e farmachi, dove porgendo orecchio
alle confessioni dei moribondi gli confortava a lasciare il mondo colle
speranze d’una vita migliore. Erano queste le giornaliere fatiche
del padre, senza riposo mai; sovente cure ed affanni più gravi lo
angosciavano.
Aveva egli sotto di sè ne’ portici e le capanne cinquantamila appestati
all’incirca, cui la città forniva gli alimenti, ma soverchiando la
moltitudine de’ malati, non bastarono le cure, i denari o l’ordine
stabilito per la distribuzione, talchè molti pativano fame e sete in
mezzo all’abbondanza di cibi e di vino.
Laonde più volte fu grande l’angustia, non sapendosi in qual modo
rimediare, finchè si riconobbe per esperienza che Iddio vi provvedeva.
Ed i regolatori del Lazzaretto vi si avvezzarono, in guisa che mancando
gli alimenti necessarj a tante migliaja di persone, nell’ultime
strettezze aspettavano fiduciosi i soccorsi della provvidenza.
Narrava il padre Felice, e narra anche oggidì, che più volte, quando
mancato del tutto il denaro ed esaurite le provviste di pane e vino,
temevasi nel Lazzaretto la fame, estremo de’ mali, sopraggiungevano
all’improvviso i viveri in abbondanza, senza che si conoscessero i
nomi dei benefattori. E venne largito oro ed argento in tal copia,
che il detto Padre ebbe stupito ad ammirare i sacchi ammucchiati a sè
dinanzi. Le persone ricche ed i più opulenti cittadini, o per divina
ispirazione, o perchè, deposto ormai ogni pensiero delle terresti
cose, nè stimando più utile il denaro a qualsiasi uso, s’infervoravano
a placare lo sdegno di Dio, mandavano il vile metallo affinchè si
recitassero preghiere. Ma non era ancora giunto il termine della
calamità, imperocchè, non appena provveduto ad un bisogno, un altro ne
sopravveniva più grave ed istantaneo, cui era impossibile riparare.
Casi luttuosissimi e repentini, mentre distribuivansi le vivande a
sollievo degli infermi, turbarono l’alacrità del donare e distolsero
gli animi dei caritatevoli da future elargizioni. I deliquj e le morti
di coloro cui sporgevasi il cibo, la spuma grondante di bocca, i veleni
rinvenuti nelle cinture, le confessioni fatte nella stessa morte,
ed altri manifesti indizj, appalesarono come quei miserabili fossero
untori essi pure, ed insieme rimanessero unti.
Un subitaneo portento celeste e fatale, se mirabilmente non vi si
rimediava, allagò di nottetempo, con ruina impreveduta, le capanne
innalzate nel recinto del Lazzaretto.
La notte del 23 luglio cadde un acquazzone così dirotto, che i vecchi
non si ricordavano averne veduto uno simile, talchè uomini e donne
credettero precipitasse il cielo medesimo. Smosse e rovesciate le
capanne e le tettoje, sotto le quali giaceva la turba infelice, travi,
paglia, letti nuotavano travolti dall’acqua in mezzo al prato.
Padri e madri, ansiosi non della propria, ma della salvezza dei
figli, ne corrono in traccia, e con difficoltà li rinvengono fra
le tenebre in mezzo agli urli, ai vagiti, al generale schiamazzo. I
gridi di disperazione, di dolore, i clamori non rompevano il silenzio
di quell’orrida notte, chè il fracasso del cielo romoreggiante
non lasciava udire verun altro suono. E se fin dal principio non
apparissero in questa storia congiunti i prodigi celesti colle stragi
de’ mortali, chiunque terrebbe per incredibile come un solo uomo abbia
potuto tener fronte a simile violenza; e in quel tremendo diluviare
notturno salvare da morte i naufraganti bambini, e loro restituire la
quasi spenta vitalità.
Al primo scoppiare della procella, il padre Felice, prevedendo che
l’acqua irromperebbe dovunque, che gli infermi correvano grandissimo
pericolo, e che i soccorsi riuscirebbero inutili ove non fossero
istantanei, accorse, seco traendo un drappello d’uomini, ne’ quali
ripor soleva maggior fiducia nelle più difficili circostanze.
Sprezzando l’acqua, e più rapido di essa, si precipitò colla sua scorta
tra gli appestati, che s’annegavano, e i crollanti tugurj[113]. A guisa
che il pescatore trae dalla rete i pesciolini, porgendoli ai compagni,
che tosto li chiudono nel corbello, così il padre Felice districava i
bambini e li trasmetteva ai satelliti, che a tutto potere lo ajutavano
a salvarli, recandoli di mano in mano dal prato nel portico, e da
questo nelle stanze. La procella s’acquetò finalmente dopo alcuni
giorni, in cui piovve sì a rovescio, che fu detto non essere mai caduto
simile acquazzone[114].
Tra il diluviare, che non cessava giorno nè notte, e l’impeto
del turbinoso vento, rovesciante ogni riparo nel Lazzaretto, gli
agonizzanti appestati, quasi infraciditi dall’acqua, esalavano l’anima.
Io non ardirò discutere se la mancanza di soccorsi fosse imputabile
all’incuria dei magistrati municipali, ovvero effetto dell’imprevista
intemperie; perocchè se da un lato l’esempio di quanto fecero i nostri
maggiori nell’antecedente contagio suggeriva d’innalzare tugurj,
tavolati e ripari in più gran numero, dall’altro fu sì grande lo
spavento e la violenza dei morbo, che, stupefacendo gli animi, impedì
le necessarie previdenze.
Perirono in quel trambusto fatale anche coloro che il morbo non aveva
colpiti, perchè i servi ed i becchini in mezzo al disordine gettarono
a fascio malati e sani. Per verità i nostri magistrati presero cura di
far allestire altri locali e lazzaretti sussidiarj; ma ciò eseguivasi
lentamente, talchè sembrava esservi un’occulta forza impediente que’
soccorsi. Frattanto gl’infermi, ammucchiati ne’ tugurj del Lazzaretto
grande, morivano, attaccandosi il contagio ai sani pel contatto e pel
fetore dei cadaveri, ovvero trasportati ne’ lazzaretti incompiuti,
malgrado i soccorsi perivano.