Repentino e pestifero tumulto.
Ormai il sospetto e il terrore de’ mortiferi unguenti, se non era
dileguato dall’animo in tutti i cittadini, in molti almeno andava di
giorno in giorno scemando; quand’ecco il 25 luglio repentinamente e
contro la comune aspettazione, correre il popolo d’ogni parte all’arme,
innondare le strade e scoppiare incendj in diversi luoghi. Dubitarono
i magnati, ed il volgo tenne per sicuro, che il subbuglio fosse
suscitato per spargere dappertutto gli unti. Verso l’ora undecima di
quel giorno[107], pochi Decurioni trovavansi in Palazzo, consultando
intorno i provvedimenti, che ogni dì diventavano più necessarj. Giunse
fino al loro orecchio il romore, per cui, balzando in piedi costernati,
s’affacciarono ai balconi: alcuni più animosi scesero le scale. Non
udivasi che un solo grido: «All’armi! i nemici sono in città!» I pianti
delle donne ed un confuso schiamazzío rintronava l’udito, mettendo in
agitazione gli animi, perchè nessuno ne conosceva la causa. Alfine
serpeggiò, fra la tumultuante moltitudine, la voce che i Francesi
si trovavano presso le mura, e quivi appiattati, avevano introdotti
emissarj per dar fuoco a Milano.
Alcune persone mandate dal Palazzo a scoprire che fosse, riferirono
aver viste le fiamme. Bruciavano infatti alcune beccherie a Porta Tosa:
al Carrobbio ed al Cordusio ardevano cataste di legna, ammucchiate da
taluni della plebe, i quali suscitarono il tumulto per aver occasione
di rubare e depredare. Ivi accorreva d’ogni parte la folla, non già
per ispegnere il fuoco e portar soccorso con acqua ai vicini, come
s’usa, ma per godere lo spettacolo, spinta dalla solita curiosità.
In un momento tutti i cittadini rimasti fino a quel giorno illesi dal
contagio, si stivarono intorno ai roghi, e quasi ne avessero l’ordine,
con impeto accorrevano, non per agire, ma per essere spettatori di que’
straordinarj incendj.
I magnati, ignari ancora del vero, e ritenendo i fuochi accesi dai
Francesi già penetrati in Milano, diedero armi a quanti avevano
d’intorno, e, armatisi essi pure, corsero alle porte, mettendosi ivi
a difesa colle caterve di popolo che li aveva seguiti. Colà rimasero
non solo quella notte, ma i dì e le notti seguenti, come se i nemici
potessero entrare a porte chiuse, o già dentro le mura dovessero
sbuccare all’improvviso fuori dalla terra. Il tumulto però non era che
una congiura di pochi ladri.
Del resto, il popolo, correndo qua e là, raccogliendosi a gruppi, ora
cianciando, ora rimanendo estatico a guardare, diede nuovo fomite
al contagio. Il quale, siccome trasse a morte parecchj senza che i
consueti segnali di peste apparissero, fu creduto per sicuro che i
Francesi e i loro partigiani avessero unto in quel trambusto. Opinione
anche questa che in seguito si riconobbe insussistente[108].
La peste, rinnovata in esso tumulto repentino, dopo ch’ebbe per qualche
tempo fatta strage del popolo, s’attaccò agli animali: i buoi e l’altro
bestiame che serve ai bisogni dell’agricoltura, stramazzavano di colpo
durante il lavoro, ovvero nelle stalle e ne’ pecorili morivano come
colpiti da un dardo. Tre anni durò la mortalità nelle campagne[109],
ed al danno presente univasi il timore per l’avvenire, che non avesse
termine l’ira divina ora contro la vita degli uomini, ora contro gli
animali e le messi che servono agli alimenti.
Fu riferito in que’ giorni al Tribunale da certi Padri religiosi
gravissimi, i quali non avevano motivo di mentire e non v’erano
usi, qualmente nei loro campi e nelle ville, dove si ritiravano per
ricrear gli animi stanchi degli studj, si fossero trovate palle e
gomitoli, tutti ravvolti, agglomerati, intrecciati di filo unto e
sgocciolante veleno. I contadini e alcuni religiosi malcauti, che
li raccolsero e maneggiarono, caddero estinti al momento. Così pure
morirono repentinamente altri, che raccogliendo le spiche ne’ corbelli,
s’imbrattarono le dita dell’unto, di cui erano contaminate.