Si espongono le opinioni di filosofi e medici chiarissimi circa gli
unguenti pestiferi; e vari casi.
Esposi nel precedente libro qual fosse il carattere ed il sapere di
Lodovico Settala, e di che fama godesse, narrando il pericolo da lui
corso con stolidi plebei, i quali per nulla volendo credere alla peste,
schiamazzavano essere egli medesimo che ne spargeva il nome tra il
volgo. Alessandro Tadino, alunno ed amicissimo di codesto filosofo, cui
era eguale, o almeno somigliante per indole, cuore, nobiltà di stirpe,
studj, in una parola, per tutto, l’età eccettuata, ebbe anch’egli a
soffrire le ingiurie della plebe, e trovò scampo ricoverandosi in una
casa; il corso pericolo accrebbe la riputazione d’entrambi.
Il Tadino, nel fiore della virilità, quasi di già principe de’ medici
egli stesso, compagno assiduo negli studj ed emulatore del venerando
ed illustre Settala, cui stava di continuo a fianco, lo pareggiò, per
così dire, dappoichè fu morto[91]. Entrambi, per quanto concedevano gli
affari e la vita operosa, specialmente in quel tempo di peste, molto
filosofavano insieme circa l’origine del morbo e l’avvelenamento di cui
i Milanesi credevano essere vittima.
Morto il Settala, il superstite Tadino continuò ad esaminare tali
fatti, giovandosi e delle proprie osservazioni e dei colloqui già
tenuti coll’amico; ed espose la sua opinione diffusamente e con
sottigliezza. Avendo io avuto sott’occhio alcuno de’ suoi scritti,
ed udendo egli che già stava per uscire in luce questo mio libro, mi
comunicò gentilmente le proprie opinioni e dispute, prestandomi i suoi
commentarj[92]. Dai medesimi riferirò fedelmente le principali sentenze
di codesto medico e filosofo chiarissimo circa la peste manufatta, e
codesta diabolica fattura degli unti. Ma non pertanto rimarrà ancora
per noi indecisa la cosa; in quantochè le unzioni, siccome d’origine
diabolica e tenebrosa, ingeneravano mille dubbiezze negli animi.
Il Tadino, giusta lo stile dei filosofi, incominciava la sua disputa
con argomenti cavati dagli astri, essendo egli non meno abile nello
studiare le regioni celesti, di quel che fosse nella medicina, che
vien detta una delle tre scienze nate, e in uno adulte. Scriveva egli
avere preceduto agli unguenti una cometa, apparizione che si ritenne
sempre presagio di grandi novità e sciagure. Tale cometa, d’aspetto più
spaventevole ancora dell’usato, comparve nel cielo il mese di giugno,
tempo in cui è opinione aver maggiormente lavorato l’officina degli
unguenti[93]. Brillava a settentrione, e molti la videro; ed uomini
esperti e presaghi delle future cose, dietro giornaliere osservazioni
del cielo, vaticinarono da essa cometa quanto avvenne dappoi. Un’altra
cometa apparì nel 1628 nel cardine destro per la congiunzione di
Saturno, portento che fra tutti i celesti è ritenuto il più minaccioso
e sanguinario.
Queste ed altre conseguenze deduce Tadino per mezzo di quella scienza
sublime che ascende tra le celesti sfere, vi soggiorna, ne scruta gli
arcani, e ardisce perfino trarre gli astri sempiterni, a partecipar
colla vita e i casi dei mortali, ed imparenta il firmamento col genere
umano. E forse egli ne è capace[94]; ma io, privo di siffatto coraggio
o potenza, e chino a terra, sto pago di narrare alcune cose comuni e
terrestri al par di me, citate anche dallo stesso a proposito degli
unguenti. A confermare la credenza nei quali, furono non tanto un
argomento quanto una specie d’oracolo le lettere che il re nostro
scrisse al governatore Spinola del seguente tenore.
Eransi scoperte in Madrid quattro persone[95], le quali avevano
recato seco unguenti per spargere la peste nella reggia. Fuggirono, ma
ignorandosi per dove fossero rivolte, avvertiva il governatore stesse
sull’avviso affinchè Milano e il ducato, cui egli presiedeva, non
rimanessero vittime di quella scelleraggine.
Queste lettere, essendo firmate di propria mano del re, furono di gran
peso sugli animi de’ cittadini, già proclivi a credere ogni più nefando
delitto. Spedite dal governatore al Tribunale di Sanità, comunicate ai
grandi, divulgate per Milano, suscitarono in tutti sì fieri sdegni,
indignazione, sospetti, che ormai fu creduto lecito il dubitare di
chicchessia.
Codesto avviso del monarca si tenne dunque per prova certissima degli
unti ben più della cometa, cui attribuiva tanta influenza il citato
filosofo. Subito dopo ricevute le lettere regie, occorse il caso d’un
forastiere, che sulle prime accrebbe la fede del temuto e misterioso
delitto delle unzioni, spargendo nuovi terrori; ma dappoi ridotto a
nulla, come parecchi altri fatti, mescolò vieppiù, per una specie di
fatalità, il vero coll’ambiguo in codesta faccenda, aggiungendo tenebre
a tenebre, perocchè succedettero altre cose, le quali confermarono
quant’era dubbioso.
Nell’albergo dei Tre Re, in cui sono usi prendere alloggio i forestieri
oltremarini e oltremontani, e stanziano per solito i viaggiatori
francesi e tedeschi, capitò un giorno un Girolamo Bonincontro, giovane
sui ventiquattro anni, di bell’aspetto, e che dall’abito elegante,
dalla bionda e lunga capigliatura e dalla florida carnagione appariva
francese. L’albergatore notificò il suo arrivo al magistrato,
descrivendo il bagaglio, e riferì i discorsi tenuti dal giovane a
mensa, ed ogni sua parola che i servi dell’albergo avevangli riferito a
puntino.
Spacciavasi egli, fra le altre cose, esperto in medicina, portatore di
farmachi ignoti, ed in ispecie di certe cassettine con entro un balsamo
mirabile contro la peste, tutti i quali rimedj era disposto a far
conoscere al Tribunale di Sanità, qualora lo mandassero a curare gli
appestati nel Lazzaretto. Si vantava che la città di Palermo, desolata,
nell’anno 1624, dalla pestilenza, erasi salvata dall’estremo eccidio
soltanto pe’ suoi rimedj; e in prova esibiva diplomi e privilegi,
dal vicerè di Sicilia a lui dati in premio del segnalato servigio, e
conchiudeva, instando, di presentarsi alla Sanità perchè gli schiudesse
il Lazzaretto[96].
Il presidente Arconato, ciò saputo, memore delle lettere reali, e
riflettendo essere costui un francese, e parlar di medicamenti cotanto
a que’ giorni sospetti e invisi, tanto più che cercava entrar nel
Lazzaretto, come luogo opportuno a’ maleficj delle unzioni, ordinò che
il forastiere venisse imprigionato, sequestrando i vasi, i fardelli e
quanto seco aveva.
Fattone l’esame, si rinvennero oggetti che sembravano proprj di un
famigerato untore, molte ampolle e barattoli ripieni di polveri, di
liquori, d’unguenti, ciascuno col suo cartellino, chiusi e suggellati
con molta diligenza. Egli affermava che erano tutti specifici innocui
preparati per varie malattie.
Il medesimo Tadino, intervenuto per sicurezza come conservatore della
Sanità, all’apertura della valigia ed all’esame che fu fatto nel
Lazzaretto, li giudicò per tali. Il forastiero, esaminato, rispondeva
in modo soddisfacente ai giudici; se non che confessò d’essere apostata
d’un ordine religioso e che aveva abbandonata Ginevra, lupanare
d’eresia, desideroso di viaggiare alquanto e recarsi a piedi in Roma
ad implorare dal Papa perdono de’ suoi traviamenti. Il giovane venne
rilasciato[97], ed apparve sì chiara l’innocenza di lui, che cessarono
i sospetti anche sugli altri forastieri.
Però i vaghi sospetti e la credenza delle unzioni crebbero nel pubblico
per questo caso e per altri molti che il Tadino, chiamato a darne
giudizio, non solo per la sua esperienza medica, ma per l’esimia
prudenza, registrò siccome argomenti irrefragabili, e nei quali non
poteva alcuno muover dubbio. Constava che alcuni rei del misfatto,
sottoposti alla tortura, furono strozzati dal demonio, che le medesime
case, untate una notte, lo furono in seguito ripetutamente, ed il
nuovo unto sovrimposto alle prime macchie in guisa che apparivano segni
d’arte diabolica.
Dodici vagabondi, arrestati e posti in ferri, confessarono e
sostennero, anche fra i tormenti, esservi un tale che ogni giorno
li menava all’osteria, e dopo che avevano ben mangiato e bevuto, li
spediva ciascuno alla sua volta, ovvero in cerca della materia per
fabbricare gli unguenti, rospi, scorpioni ed altri schifosi animali, e
marcia di bubboni[98].
E perchè non si dubitasse di simili iniquità, di cui era capo
il demonio, gli Inquisitori del Sant’Uffizio, nel lutto e nella
disperazione della città, notificarono al presidente Arconato qualmente
fosse stabilito al demonio un termine, oltre il quale l’inferno non
avrebbe più alcun potere sulla vita del popolo milanese. Le quali
parole dell’Inquisitor generale può dirsi aver troncata la questione
degli unguenti coll’autorità apostolica che non può ingannarsi, nè
venire ingannata.
Queste prove intorno le unzioni adduce il Tadino, medico, filosofo,
conservatore della Sanità, ed altre più efficaci a conferma. Non è cosa
nuova, e accaduta soltanto nella città nostra, il creare, per arte
umana, la peste, che altre volte ritenevasi morbo naturale, prodotto
dalla corruzione dell’aria o da interno guasto dei corpi, diffuso
e contratto per mezzo dell’alito e del contatto. Anche a Palermo,
in Sicilia, quattr’anni circa prima della nostra peste, apparve il
furore dei demonj frammisto alla stoltezza e frode de’ mortali; certi
scellerati cospirarono in orribile accordo coll’eterno e implacabile
nemico del genere umano, per avvelenare i precordi degli altri uomini,
e toglier loro il bene dell’alito e della luce, per la quale noi, per
favore divino, respiriamo e viviamo.
In quell’antica, nobile ed opulenta metropoli perirono, nello spazio
di sei mesi, cento trentacinque mila persone, vittime della furibonda
scelleraggine d’uomini iniqui al pari dei demonj. E vi furono Monatti
che, salariati allo scoppiare di quel contagio con sei zecchini il
giorno[99], temendo, allorquando la furia del male andò scemando,
di perdere il vistoso guadagno, si rivolsero per ajuto agli spiriti
infernali, forse col mezzo delle streghe, e ottenuto che l’ebbero,
manipolarono, con infame miscuglio, veleni, ne’ quali racchiudevasi una
forza per sè mortifera e insieme il nodo del veneficio.
Anche fra noi accaddero eguali e non ambigui portenti nell’antecedente
peste, che afflisse Milano nel 1576; maggiore d’ogni altra ove
quest’ultima non ne avesse scemata la fama. Uno degli untori, scoperto
e convinto del delitto, mentre veniva appeso alle forche, confessò,
palesando altresì l’antidoto del venefico unguento; il qual antidoto,
sperimentata che se ne ebbe l’efficacia, divenne celebre sotto il nome
d’_Unguento dell’Impiccato_[100]. A questi esempj conosciuti e recenti,
s’aggiunse l’autorità d’antiche memorie; che più volte furono punite
donne venefiche per manufatta peste. E trovasi ricordo di untori, i
quali, per mezzo di sapone, d’aghi e d’altri oggetti d’uso giornaliero,
sparsero il contagio in grandi città, sulle flotte, in intere provincie
e regni; nè le pene cui vennero condannati valsero ad impedire in altri
malvagi lo stesso delitto.
Finchè uomini esisteranno sulla terra, accaderà mai sempre di
scoprire di tempo in tempo nuovi delitti e punirli; ma dopo la pena
riproduconsi, e compressi risorgono nuovamente, tale essendo il giro
delle colpe come d’ogni altra umana vicenda. Da ciò si arguisce che se
in altri tempi e luoghi, ed anche in Milano, audaci mortali provocarono
la natura e l’inferno colle arti loro, formando, per così dire, una
terza potenza distruggitrice, altrettanto poteva accadere a’ giorni
nostri.
Tali cose discute con lungo esame il Tadino, notando persone, luoghi,
epoche, testimonj. Afferma aver veduto co’ proprj occhi nella contrada
di San Raffaele un furfante a cavallo, che di soppiatto e destramente,
allungando la mano, gettava una polvere venefica addosso ai
passaggeri[101]. Essendosi messo a gridare per avvertire gli astanti,
colui, dato di sprone al cavallo, fuggì.
Ho conosciuta, egli prosegue, un’onesta famiglia, ch’io frequentava
come medico ed amico, la quale perì tutta quanta per la polvere
venefica e contagiosa. Due giovani nubili[102], recatesi alla chiesa
de’ Padri Serviti, attinsero col dito l’acqua benedetta nella pila,
e si toccarono la fronte, il petto, le spalle, facendosi il segno di
croce. Esse videro dei pulviscoli ed un sedimento sabbioso, che rimase
loro attaccato sulle dita e sulle vesti. Tosto s’annebbiarono gli
occhi, e furono prese da vertigini e dolore acuto di testa: portate a
casa, dopo quarant’ore morirono fra gli spasimi, senz’indizio veruno
di peste. La madre e tutti i servi morirono anch’essi di quel male
inesplicabile.
Il senatore Caccia divenne rinomato in Milano non tanto pel suo grado,
ma per l’ultimo suo caso, il quale per la novità del delitto rese a
tutti notissimo il nome di lui. Un certo Ferletta[103], suo servo,
ovvero uno di que’ clienti che frequentano le case de’ senatori ed
ambiscono accompagnarli allorchè escono di casa, si presentò una
mattina tutto ossequioso e sorridente, e porse al Caccia un fiore,
lodandone per avventura la specie o la fragranza. Il buon Senatore
per gentilezza l’appressò alle nari, e tocco all’istante nelle parti
vitali, morì in brev’ora[104].
A Volpedo, nel Tortonese, si scoprirono sette malfattori: confessarono
d’aver fabbricati gli unti, e mentre subivano il supplizio della
ruota, si vide, sopra la macina d’un mulino vicino, una macchia di
quel pestifero veleno[105]. Se ne fece l’esperimento, stropicciando
quell’unto con mollica di pane, che fu data in briciole ad alcune
galline; in una mezz’ora caddero morte, e sparate, si trovarono le
interiora nerissime. Un moscone, che forse erasi posato sopra quella
macchia, volò sull’orecchio d’un cocchiere, il quale in quattro
giorni morì senza dolore o sintomi d’altro male, accusando soltanto
ch’era stato morsicato da quell’insetto. I riferiti casi di persone
e animali sono indizj che la peste non era solo naturale, ma vi
concorreva altresì l’arte degli uomini, i quali manipolavano le più
velenose sostanze della natura, fatali alla vita. Se non che le unzioni
erano fattura più diabolica che umana, come apparisce dal fatto che
racconterò[106].
Antonio Croce e Giovan Battista Saracco, abitanti in Porta Ticinese,
nella contrada di Cittadella, si presentarono al Tribunale di Sanità, e
deposero con giuramento quanto segue:
«Che ivi loro vicino si ritrovava un legnamaro infermo suo amico,
al quale di notte v’andorno alcune persone in camera senza sentire
aprire l’uscio; e li fu commandato dovesse di subito levare e andare
al bastione, che colà avrebbe ritrovato una persona di molta autorità,
la quale gli avrebbe dato da ungere le case in quel suo contorno, e
dipoi gli promettesse andar seco che lo avrebbero risanato. Fratanto
pigliasse a buon conto 25 scudi, li quali per quello fu rifferito,
furno riposti sopra una tavola, e benchè l’infermo ricusasse più
volte il fare questa funzione, prima perchè non poteva per la sua
infermità, e non voleva pericolare la sua vita; e poi perchè non vedeva
persona alcuna, se non sentirse movere il letto e levarli la coperta
e li lenzuoli; il meschino, non sapendo più che dire, atterrito di
tanto accidente, si risolse dimandare che persone erano, e da chi
mandate. Uno di loro rispose nominarse Ottavio Sasso, il quale mai s’è
ritrovato, per certo essere stato il demonio. Finalmente non volendo
promettere di fare questa loro volontà, ritornarono pregare con
lasciarli altri denari, sentendo l’infermo il moto sopra la tavola.
E dopo molto contrasto gli fu detto, che si vestisse: sarebbero poco
dopo tornati per andar seco, e dopo partiti, si ritrovò una voce di uno
lupo che mugghiava sotto la lettiera, e tre gattoni sopra il letto, che
sino al far del giorno vi dimorarono. Dopo tutti sparvero, restando il
meschino mezzo morto, e riavuto alquanto domandò ajuto, e v’andarono
i sopra menzionati suoi amici vicini, a’ quali raccontò subito tutto
il successo seguito quella notte; il quale fu riferito subito al
Presidente allora della Sanità».
Per questo fatto e per altri, il Tribunale di Sanità ed il Tadino,
conservatore di essa, avevano piena fede nelle unzioni.