D’un grande e insigne personaggio sul quale cadde il medesimo assurdo
sospetto.
Ricorderò un altro fatto che nel tragico e lugubre aspetto di Milano
pur mosse al riso. E fu caso tanto più ridicolo, in quanto non
trattavasi di chierici oscuri, ma d’uomo conosciutissimo e stimato.
Il rispetto dovuto al medesimo e la dignità storica esigono ch’io
ne taccia il nome; però egli era tale che riuniva quanti pregi danno
diritto all’altrui stima ed alla gloria: uno di quegli uomini che nel
corso dei secoli di rado fioriscono nelle città.
Dotto nelle lettere sacre e profane, filosofo, teologo, oratore, poeta,
commoveva e calmava a voglia sua gli animi quando parlava al popolo;
e, dote rara in un sacro oratore, era sì esperto nel maneggio degli
affari, che pochi politici l’avrebbero superato. Conosceva i segreti e
le intenzioni dei principi, e quanto ciascuno di essi poteva meditare
ed eseguire; famigliare e ministro d’un potentato, che gli ignoranti
dell’età nostra tennero per astutissimo, corse gravi pericoli alla
corte del medesimo, ma da ultimo ne uscì salvo. Di nobile schiatta,
d’aspetto dignitoso, riuniva la pietà e la religione a modi affabili
e lepidi, doti che ben di rado trovansi congiunte. Tenevasi come un
oracolo in Milano, ed ogni giorno molti andavano da lui per consigli.
Poco prima che scoppiasse il contagio, volle peregrinare a Roma per
la brama, dicevasi, di rivedere quella metropoli e baciare devoto le
glebe innaffiate dal sangue dei Martiri, ed i luoghi nobilitati dalle
vestigia de’ Santi. Siccome però alla pietà egli univa, come dicemmo,
le cure civili, taluni affermavano avere intrapreso il viaggio per
qualche affare.
I curiosi sfaccendati, sempre proclivi al misterioso, susurravano
essersi recato a Roma per trattare di una guerra importante che
andavasi macchinando in segreto, per far conquista di regni e
provincie. Altri interpretavano più semplicemente la cosa, affermando
che il Papa, mosso dalla celebrità ovunque divulgata dell’ingegno ed
erudizione di lui, avevalo, per conferire seco, chiamato a Roma. Ivi
giunto dalla Toscana, venne ricevuto con grandi onori nella Corte
pontificia, e tutti gli altri uffiziali, giusta il consueto delle
corti, lo festeggiarono, vedendolo così accetto al Pontefice.
La nostra patria, quantunque di certo non bisognosa delle lodi
d’estranei, pure rallegravasi che un suo cittadino venisse in tal guisa
onorato. E noi udivamo con piacere narrare che il Papa gli aveva fatti
alcuni regalucci, e l’invitava a pranzo in Vaticano, o a villeggiare
con lui sugli ameni colli cari alle muse; che uno ed anche più
cardinali erano stati lo stesso giorno a fargli visita per salutarlo e
parlar seco. Cotanto in Roma, ammiratrice solamente delle cose proprie,
era piaciuto quest’uomo per l’ingegno, i modi e que’ pregi che rendono
benevisi gli inferiori ai personaggi oppressi dalla loro medesima
grandezza. Divulgavansi per Milano notizie anche più liete, non essere
improbabile ch’egli divenisse cardinale in quella città dove gli uomini
ponno repentinamente salire in alto. E vieppiù ci rallegravamo in udire
che il nostro concittadino con elevatezza di sentimenti aveva sprezzato
d’usare le solite arti con cui ivi spianasi la via agli eminenti gradi.
Così un solo uomo peregrinante lontano dava argomento a discorsi
in mezzo a tante miserie e tante stragi, per cui l’afflitta Milano
paventava l’estrema ruina. I nostri, quantunque afflitti, pure si
divertivano con quelle dicerie, e non essendo proibita ancora la venuta
a’ forastieri, questi vi recavano notizie d’esteri paesi, e in pari
tempo diffondevano in altre contrade i discorsi giornalieri e le favole
credute nella città nostra.
Quand’ecco all’improvviso spargersi una stolida e atroce diceria
infamante quest’uomo: da sicuri indizj risultare che egli era il capo
degli untori. Trovossi il nome d’un nuovo delitto, ma che in quel
tempo ammettevasi come le altre colpe comuni, e per tale veniva punito.
Scorsi sette od otto giorni, si sparse nuovamente nel pubblico la voce,
che egli, rinchiuso in profondo carcere, veniva custodito dai soldati:
che il Papa aveva ordinato si recassero a lui ogni sera le chiavi della
prigione, di nessuno fidandosi, ch’eransi suggellate le porte, cambiati
e raddoppiati i guardiani. Aggiungevasi come si sperasse ottenere dal
reo indizj di cose portentose, e tutte codeste notizie si affermavano
con tale uniformità, che gli stessi congiunti ed amici più autorevoli
dell’assente non ardivano aprir bocca e rispondere agli accusatori.
Attivissimi a spargere siffatta calunnia erano i nobili e le persone
addette alle più cospicue famiglie. Arrossivano d’essere lontani
parenti di lui, negando aver avuti comuni gli antenati, e ricusavano,
spergiurando, quei legami di cui per l’addietro andavan superbi,
falsando perfino le genealogie, tanto premeva loro di vantare una
benchè lontanissima parentela con uomo sì pieno di meriti e sì
rinomato. Nè tralasciarono nei discorsi e nei crocchi di spargere
calunnie, come s’usa a danno degli infelici colpiti da qualche sventura
o da un disonore di famiglia. Vennero a duello, e fu detto che taluni
sostennero fino cogli schiaffi la verità dei loro racconti.
Infrattanto acquistava più fede la notizia che il reo, in catene e
con una scorta di cavalleria, per togliere ogni adito di fuga, veniva
tradotto, dietro un ordine del Papa, a Milano, non già per sottoporlo
ad una procedura, essendo manifesto il delitto; ma perchè salisse
al patibolo, ove le straziate sue membra servirebbono di spettacolo
alla città, ch’egli voleva coi veneficj distruggere. Sparse la plebe
simili dicerie, e le credettero anche i nobili minori[88], e con tale
convincimento, che s’indicavano le fermate del viaggio, ed il giorno
dell’arrivo. Si precisava l’ora della notte in cui il prigioniero,
levato dal carcere e messo in carrozza, era uscito da Roma; quando per
la via Emilia valicò i gioghi dell’Appennino, giunse a Bologna, sostò
a Modena, fu aspettato a Parma; ed altre particolarità del viaggio,
come se venisse tradotto fra l’armi quel re dei Vandali che poco prima
aveva tumultuato[89]. Fissavano il giorno in cui giungerebbe a Milano,
e il genere di supplizio cui era dannato, spacciando il tutto con tale
asseveranza, che se fosse stato vero, non avrebbe ottenuta più ferma
credenza.
Allora i parenti di lui non si lasciarono più vedere in pubblico, ed i
suoi nemici, che poc’anzi imbaldanzivano per l’accadutagli disgrazia,
compiangevano con finta pietà il caso d’un sì onorando cittadino,
rattristandosi, come se fosse loro propria, dell’onta che i delitti
ed il supplizio d’un solo uomo recherebbero alla patria e ad una
stimabilissima famiglia. Ma non esisteva ombra di colpa o di vergogna,
perocchè mentre quel cittadino assente era fatto ludibrio tra noi,
godeva il favore del Papa e di tutta la romana Corte, che sel teneva
carissimo. Reduce in seguito a Milano, vi fu più stimato e ben voluto
di prima, per avere, come dicevasi, ricusati tutti gli onori e le
ricchezze offerte. Tali ridicole scene accadevano quasi ogni giorno
in mezzo alla strage, all’incendio, e, per dir giusto, alle esequie di
Milano. Ed io credetti farne cenno come nelle tragedie, fra le lagrime
introduconsi talvolta cori e danze.
Ora mi si fa innanzi un argomento incerto e difficile a svolgere; se
oltre questi innocui untori, uomini dabbene, che nulla macchinarono di
male, e corsero nonostante pericolo di vita, vi siano stati altresì
veri untori, mostri di natura, infamia del genere umano e nemici
alla vita comune, siccome con troppo ingiurioso sospetto si andava
affermando. E non solo è argomento arduo perchè dubbioso in sè stesso;
ma altresì perchè non mi è conceduta la libertà sì necessaria allo
storico di emettere e sviluppare la propria opinione sopra ciascun
fatto. Ov’io volessi dire che non vi furono untori, e che indarno si
attribuiscono alle frodi ed alle arti degli uomini i decreti della
Provvidenza ed i celesti gastighi, molti griderebbero tosto empia la
mia storia, e me irreligioso e sprezzatore delle leggi.
L’opposta opinione è ora invalsa negli animi: la plebe credula, com’è
suo stile, ed i superbi nobili essi pure, seguendo la corrente, sono
tenaci in dar fede a questo vago rumore, come se avessero a difendere
la religione e la patria. Ingrata ed inutile fatica sarebbe per me
il combattere siffatta credenza, laonde esporrò soltanto le altrui
opinioni e i detti senza affermare o negare, e senza propendere nè per
gli oppugnatori, nè pei sostenitori delle unzioni[90].