V.

D’un grande e insigne personaggio sul quale cadde il medesimo assurdo

sospetto.

Ricorderò un altro fatto che nel tragico e lugubre aspetto di Milano

pur mosse al riso. E fu caso tanto più ridicolo, in quanto non

trattavasi di chierici oscuri, ma d’uomo conosciutissimo e stimato.

Il rispetto dovuto al medesimo e la dignità storica esigono ch’io

ne taccia il nome; però egli era tale che riuniva quanti pregi danno

diritto all’altrui stima ed alla gloria: uno di quegli uomini che nel

corso dei secoli di rado fioriscono nelle città.

Dotto nelle lettere sacre e profane, filosofo, teologo, oratore, poeta,

commoveva e calmava a voglia sua gli animi quando parlava al popolo;

e, dote rara in un sacro oratore, era sì esperto nel maneggio degli

affari, che pochi politici l’avrebbero superato. Conosceva i segreti e

le intenzioni dei principi, e quanto ciascuno di essi poteva meditare

ed eseguire; famigliare e ministro d’un potentato, che gli ignoranti

dell’età nostra tennero per astutissimo, corse gravi pericoli alla

corte del medesimo, ma da ultimo ne uscì salvo. Di nobile schiatta,

d’aspetto dignitoso, riuniva la pietà e la religione a modi affabili

e lepidi, doti che ben di rado trovansi congiunte. Tenevasi come un

oracolo in Milano, ed ogni giorno molti andavano da lui per consigli.

Poco prima che scoppiasse il contagio, volle peregrinare a Roma per

la brama, dicevasi, di rivedere quella metropoli e baciare devoto le

glebe innaffiate dal sangue dei Martiri, ed i luoghi nobilitati dalle

vestigia de’ Santi. Siccome però alla pietà egli univa, come dicemmo,

le cure civili, taluni affermavano avere intrapreso il viaggio per

qualche affare.

I curiosi sfaccendati, sempre proclivi al misterioso, susurravano

essersi recato a Roma per trattare di una guerra importante che

andavasi macchinando in segreto, per far conquista di regni e

provincie. Altri interpretavano più semplicemente la cosa, affermando

che il Papa, mosso dalla celebrità ovunque divulgata dell’ingegno ed

erudizione di lui, avevalo, per conferire seco, chiamato a Roma. Ivi

giunto dalla Toscana, venne ricevuto con grandi onori nella Corte

pontificia, e tutti gli altri uffiziali, giusta il consueto delle

corti, lo festeggiarono, vedendolo così accetto al Pontefice.

La nostra patria, quantunque di certo non bisognosa delle lodi

d’estranei, pure rallegravasi che un suo cittadino venisse in tal guisa

onorato. E noi udivamo con piacere narrare che il Papa gli aveva fatti

alcuni regalucci, e l’invitava a pranzo in Vaticano, o a villeggiare

con lui sugli ameni colli cari alle muse; che uno ed anche più

cardinali erano stati lo stesso giorno a fargli visita per salutarlo e

parlar seco. Cotanto in Roma, ammiratrice solamente delle cose proprie,

era piaciuto quest’uomo per l’ingegno, i modi e que’ pregi che rendono

benevisi gli inferiori ai personaggi oppressi dalla loro medesima

grandezza. Divulgavansi per Milano notizie anche più liete, non essere

improbabile ch’egli divenisse cardinale in quella città dove gli uomini

ponno repentinamente salire in alto. E vieppiù ci rallegravamo in udire

che il nostro concittadino con elevatezza di sentimenti aveva sprezzato

d’usare le solite arti con cui ivi spianasi la via agli eminenti gradi.

Così un solo uomo peregrinante lontano dava argomento a discorsi

in mezzo a tante miserie e tante stragi, per cui l’afflitta Milano

paventava l’estrema ruina. I nostri, quantunque afflitti, pure si

divertivano con quelle dicerie, e non essendo proibita ancora la venuta

a’ forastieri, questi vi recavano notizie d’esteri paesi, e in pari

tempo diffondevano in altre contrade i discorsi giornalieri e le favole

credute nella città nostra.

Quand’ecco all’improvviso spargersi una stolida e atroce diceria

infamante quest’uomo: da sicuri indizj risultare che egli era il capo

degli untori. Trovossi il nome d’un nuovo delitto, ma che in quel

tempo ammettevasi come le altre colpe comuni, e per tale veniva punito.

Scorsi sette od otto giorni, si sparse nuovamente nel pubblico la voce,

che egli, rinchiuso in profondo carcere, veniva custodito dai soldati:

che il Papa aveva ordinato si recassero a lui ogni sera le chiavi della

prigione, di nessuno fidandosi, ch’eransi suggellate le porte, cambiati

e raddoppiati i guardiani. Aggiungevasi come si sperasse ottenere dal

reo indizj di cose portentose, e tutte codeste notizie si affermavano

con tale uniformità, che gli stessi congiunti ed amici più autorevoli

dell’assente non ardivano aprir bocca e rispondere agli accusatori.

Attivissimi a spargere siffatta calunnia erano i nobili e le persone

addette alle più cospicue famiglie. Arrossivano d’essere lontani

parenti di lui, negando aver avuti comuni gli antenati, e ricusavano,

spergiurando, quei legami di cui per l’addietro andavan superbi,

falsando perfino le genealogie, tanto premeva loro di vantare una

benchè lontanissima parentela con uomo sì pieno di meriti e sì

rinomato. Nè tralasciarono nei discorsi e nei crocchi di spargere

calunnie, come s’usa a danno degli infelici colpiti da qualche sventura

o da un disonore di famiglia. Vennero a duello, e fu detto che taluni

sostennero fino cogli schiaffi la verità dei loro racconti.

Infrattanto acquistava più fede la notizia che il reo, in catene e

con una scorta di cavalleria, per togliere ogni adito di fuga, veniva

tradotto, dietro un ordine del Papa, a Milano, non già per sottoporlo

ad una procedura, essendo manifesto il delitto; ma perchè salisse

al patibolo, ove le straziate sue membra servirebbono di spettacolo

alla città, ch’egli voleva coi veneficj distruggere. Sparse la plebe

simili dicerie, e le credettero anche i nobili minori[88], e con tale

convincimento, che s’indicavano le fermate del viaggio, ed il giorno

dell’arrivo. Si precisava l’ora della notte in cui il prigioniero,

levato dal carcere e messo in carrozza, era uscito da Roma; quando per

la via Emilia valicò i gioghi dell’Appennino, giunse a Bologna, sostò

a Modena, fu aspettato a Parma; ed altre particolarità del viaggio,

come se venisse tradotto fra l’armi quel re dei Vandali che poco prima

aveva tumultuato[89]. Fissavano il giorno in cui giungerebbe a Milano,

e il genere di supplizio cui era dannato, spacciando il tutto con tale

asseveranza, che se fosse stato vero, non avrebbe ottenuta più ferma

credenza.

Allora i parenti di lui non si lasciarono più vedere in pubblico, ed i

suoi nemici, che poc’anzi imbaldanzivano per l’accadutagli disgrazia,

compiangevano con finta pietà il caso d’un sì onorando cittadino,

rattristandosi, come se fosse loro propria, dell’onta che i delitti

ed il supplizio d’un solo uomo recherebbero alla patria e ad una

stimabilissima famiglia. Ma non esisteva ombra di colpa o di vergogna,

perocchè mentre quel cittadino assente era fatto ludibrio tra noi,

godeva il favore del Papa e di tutta la romana Corte, che sel teneva

carissimo. Reduce in seguito a Milano, vi fu più stimato e ben voluto

di prima, per avere, come dicevasi, ricusati tutti gli onori e le

ricchezze offerte. Tali ridicole scene accadevano quasi ogni giorno

in mezzo alla strage, all’incendio, e, per dir giusto, alle esequie di

Milano. Ed io credetti farne cenno come nelle tragedie, fra le lagrime

introduconsi talvolta cori e danze.

Ora mi si fa innanzi un argomento incerto e difficile a svolgere; se

oltre questi innocui untori, uomini dabbene, che nulla macchinarono di

male, e corsero nonostante pericolo di vita, vi siano stati altresì

veri untori, mostri di natura, infamia del genere umano e nemici

alla vita comune, siccome con troppo ingiurioso sospetto si andava

affermando. E non solo è argomento arduo perchè dubbioso in sè stesso;

ma altresì perchè non mi è conceduta la libertà sì necessaria allo

storico di emettere e sviluppare la propria opinione sopra ciascun

fatto. Ov’io volessi dire che non vi furono untori, e che indarno si

attribuiscono alle frodi ed alle arti degli uomini i decreti della

Provvidenza ed i celesti gastighi, molti griderebbero tosto empia la

mia storia, e me irreligioso e sprezzatore delle leggi.

L’opposta opinione è ora invalsa negli animi: la plebe credula, com’è

suo stile, ed i superbi nobili essi pure, seguendo la corrente, sono

tenaci in dar fede a questo vago rumore, come se avessero a difendere

la religione e la patria. Ingrata ed inutile fatica sarebbe per me

il combattere siffatta credenza, laonde esporrò soltanto le altrui

opinioni e i detti senza affermare o negare, e senza propendere nè per

gli oppugnatori, nè pei sostenitori delle unzioni[90].

La peste di Milano del 1630 · 第 46 / 107 题