IV.

D’altri che a torto furono creduti untori, o per tali imprigionati.

Molti innocenti, che la fisonomia, l’abito sdruscito, o il soffermarsi

qua e là rendeva sospetti, furono accerchiati dal popolo con grida

e con tale tempesta di sassi e di colpi, che anelavano d’arrivare al

carcere, come in porto di salvamento. I campagnuoli e gli agricoltori,

gente nelle calamità crudelissima, irritati dai proprj mali e dalla

scarsezza delle biade, se scorgevano alcun viandante camminare a

rilento lungo le strade maestre, o lasso riposarsi sul terreno,

unendosi a frotte, lo circuivano, e, ben legato, lo traducevano

a Milano. Ogni giorno capitavano turbe di contadini con siffatti

prigionieri in catene[86].

Io stesso fui testimonio della disgrazia toccata ad un vecchio, che

oltrepassava gli ottant’anni, e che all’aspetto ed al vestire appariva

di agiata condizione. Entrò il medesimo nella chiesa di Sant’Antonio,

dei Padri Teatini, i quali sono modello a Milano di sapere e di virtù,

seguendo le orme dell’Abate istitutore del loro Ordine. Recitate che

ebbe in ginocchio le sue preci, sentendosi stanco, e volendo riposare

alquanto, spazzò col mantello la polvere da una panca per sedervisi.

Alcune donne, lì vicine, al vedere un tal atto, gridarono che il

vecchio ungeva le panche, e quanti erano in chiesa vociferando, fecero

coro.

Correva in quel giorno, non mi ricordo che festa, ed il concorso del

popolo era numeroso quanto permetteva il tristo tempo del contagio e lo

squallore della città. Udite appena le grida essere un untore, tutti

gli astanti si precipitarono addosso a lui. I più vicini, afferrato

l’infelice vecchio, gli strappano i capegli, lo pestano a pugni ed a

calci, e lo trascinano, già semivivo, per le gambe. Un solo pensiero

trattenne que’ furibondi dal ferirlo di coltello nella testa o nel

ventre; volevano tradurlo in prigione per serbarlo alla tortura dinanzi

i giudici.

Io lo vidi trascinare, nè seppi altro che ne avvenisse, ma ritengo

sia morto in breve, tanto era malconcio. Coloro che, sdegnati per

quell’atroce caso, indagarono chi fosse il vecchio, raccontarono che

era persona rispettabile ed onesta.

Il dì seguente fui spettatore d’un caso consimile, ma meno luttuoso,

perchè la stolta plebe non inferocì contro un concittadino, ma contro

Francesi. Certi giovani di quella nazione eransi associati per visitare

l’Italia, e investigarne gli antichi monumenti. Seppesi dappoi essere i

medesimi istrutti nelle arti che valgono a guadagnarsi il vitto lontano

da casa, quale letterato, quale pittore e meccanico, in guisa che

potevano essere utili a Milano se vi fossero capitati in tempi diversi.

Essi destarono sospetti nel popolo, perchè contemplando i bassirilievi

della facciata del Duomo, non paghi di saziare la vista, gli andavano

con diletto toccando colle mani. Un passaggero si fermò a guardarli,

poscia un secondo; s’aggiunsero altri, e in un momento si fe’ calca,

e tutti a bocca aperta e con occhi spalancati affissavano i pretesi

malfattori. A poco a poco la folla circondò gl’incauti stranieri, e

li vide tasteggiare quanto a loro sguardi sembrava pregevole in que’

marmi.

Questo bastò per giudicarli colpevoli; il popolo non seppe più a lungo

frenarsi, e tanto più inferocì contr’essi, che dal vestire, dalle

zazzere, dal fardello che portavano in spalla, e dalle grida con cui

cercavano sottrarsi alle busse, furono riconosciuti per francesi. La

prigione li salvò dal furor popolare; interrogati da’ magistrati, e

conosciuti innocenti, vennero posti in libertà.

Ho narrati questi due casi per mostrare la leggerezza e la crudeltà

della sospettosa plebe in quei giorni. E li scelsi a preferenza, non

già come i più atroci tra quanti accadevano giornalmente, ma perchè

d’entrambi fui spettatore io stesso: piansi il destino di quegli

innocenti, e più ancora la follia cui abbandonavasi la nostra plebe

durante il contagio.

Oltre codesti casi lagrimevoli, per tutti coloro che hanno senso

d’umanità, altri pure ne accaddero faceti e quasi ridicoli a segno, che

in mezzo a tanto pubblico lutto costrinsero a involontario riso chi ne

fu spettatore o li udì raccontare. Ed ora, cessata la calamità, giovi

il ricordarli a sollievo de’ leggitori, servendo, per così dire, di

piacevoli fermate nel mesto campo che percorriamo.

Infuriando, come dissi, la pestilenza e gli atroci sospetti delle

unzioni in Milano, il nostro Cardinale Arcivescovo volle sottrarre al

pericolo due chierici suoi famigliari, de’ quali molto servivasi, e

sì fedeli e industri, che difficilmente avrebbe potuto supplire se il

contagio glieli rapiva. Mandolli perciò a Senago, villa discosta sette

miglia da Milano, dove poco prima aveva comperata la rocca e gli orti

ameni che la circondano. L’umano e dotto Arcivescovo, mentre viveva

parcamente e fra gli stenti col restante della famiglia in mezzo alle

morti quotidiane e le afflizioni di quei giorni, ordinò che venissero

cautamente trattati i due chierici che dovevano in essa villa occuparsi

d’alcuni lavori letterarj.

La peste non era fin allora penetrata in Senago, che anche in seguito

rimase illeso[87], quindi i terrazzani lo custodivano vigilantissimi,

e per la propria salvezza ed anche per l’ambizione di preservare

fino all’ultimo sè stessi incolumi nel generale incendio; ricinto di

cancelli il villaggio, non vi lasciavano penetrare alcuno.

Sorge la casa del Borromeo sopra una collinetta che domina Senago; i

chierici nel dì stabilito, girando intorno al paese, giunsero in cima,

senza che i guardiani li vedessero, seppure non dissimularono d’averli

scorti. Il giorno seguente non uscirono, aggirandosi per le vuote e

silenziose sale, pieni ancora l’animo dello sbalordimento e del terrore

recato seco da Milano. Trascorso però alcun tempo, s’inanimarono a

metter piede nell’atrio, poi nell’orto: contemplavano i fiori, gli

alberi, il frutteto, e allettati dall’amenità del luogo, valicarono la

siepe, e salirono il colle vicino. Ivi sedettero al rezzo degli alberi,

ed avendo seco loro il breviario, per non isprecare il tempo nell’ozio,

si misero a salmeggiare alternativamente l’ufficio divino di quel

giorno.

Il luogo ameno e solitario andava loro a genio, per cui recitato che

ebbero alacremente l’uffizio, tratte di tasca le loro lezioni, si

diedero a ripassarle, lieti d’adempire in quel giorno, senza noja, i

doveri ecclesiastici e i letterarj. E tanto più volentieri s’ajutavano

a vicenda negli studj, che non eravi maestro cui ricorrere durante il

pericolo del contagio.

Quattro fanciulli che trovavansi sopra la collina a custodia del

gregge, si divertivano a giuocare alle palle: uno di essi, scorgendo

sdrajati all’ombra i due giovani in negre vesti, i quali parlavano

ad alta voce e gesticolavano con in mano scartafacci, li additò ai

compagni, e tutti estatici, affissarono que’ sconosciuti. D’improvviso

decisero essere due di coloro che dalla casa del demonio in Milano

(già erasi sparsa nel contado la favola) mandavansi nelle campagne a

spargere gli unti. Non si avvilirono per questo i contadinelli, due

corsero ad avvisare i terrazzani di Senago, affinchè accorressero

armati, e due restarono a guardia per vedere se quei malefici fantasmi

si dileguavano nell’aria. Intanto i due supposti untori a tutt’altro

pensando che all’imminente pericolo, discorrevano tranquilli di poesia

al rezzo degli alberi, alloraquando, alzati gli occhi a caso, videro il

vicino bosco pieno di contadini armati di archibugi e di ronche. Era

corsa l’intera popolazione di Senago, e molti giungevano altresì dai

circostanti villaggi, cui erasi dato l’avviso per affrontare i ministri

dei demonj, schiamazzando essere venuto il momento di vendicarsi di

quei mostri infernali. Già avevano circondati i due chierici, ed i più

lontani altro non aspettavano per scaricare gli archibugi che un cenno

di coloro, i quali, essendosi di più avvicinati, volevano guardare in

faccia que’ neri uomini, e interrogarli d’onde venissero, e con quali

intenzioni. I chierici, alzatisi senza profferir parola, meravigliavano

di quella turba d’armati; per loro ventura sopraggiunse un contadino

di Senago al servizio del Cardinale come custode della casa, il

quale, essendo stato esonerato d’ogni altra incumbenza per servire

i due giovani, appena avuto sentore del tumulto, corse anelante con

uno spiede da caccia, e visto di che trattavasi, arse di rabbia e di

vergogna, e insieme ridendo dell’equivoco, disse loro di seguitarlo.

Per tal modo sfuggirono ad una morte sicura gli innocenti giovani, che

non già di veleni e di unzioni, ma dei proprj doveri e di letteratura

si occupavano.

La peste di Milano del 1630 · 第 45 / 107 题