III.

Del Piazza, del Mora, del Baruello, e d’altri Untori.

Io non credo cadere nell’assurdo introducendo in questo tragico

racconto anche i rei degli unguenti e dei maleficj, affinchè,

siccome tra i ferri innanzi ai giudici o tra i tormenti offrirono uno

spettacolo tetro e in un curioso, così sieno in oggi spettacolo ai

leggitori, ed essi, e le risposte loro, e ciò che fecero, o vennero

convinti d’aver eseguito[74]. Un certo Piazza[75], capo di tutti gli

untori, fu messo in carcere: alcune donne, chiamate ad esame, dissero

averlo veduto dalle loro finestre imbrattare con unguenti i muri. E

sì bene concordarono nelle risposte, descrivendo la fisonomia e gli

abiti del Piazza, che, riconosciuto dai magistrati, fu tradotto in

carcere. Era egli uno degli ufficiali incaricati di girare giornalmente

per le case, e notare in un elenco i nomi dei malati: gli era stato

destinato il quartiere della città detto di Porta Ticinese. Arguivasi

che incominciando dallo sbocco della Vedra de’ Cittadini avesse unto

tutte le vicine case, gli angoli, i vicoli, le contrade, le chiese

ed i palazzi dei nobili[76]. Il capitano di Giustizia, per ordine del

Senato, lo fece tradurre in carcere il sabato 22 giugno. Era il Piazza

un furfantaccio d’alta statura, scarmo, di barba rossigna, capelli

castagni, portava calzoni e stivaletti stracciati, ed un corpetto di

panno nero; un cappello a falde cascanti gli copriva la testa e la

faccia.

Interrogato, dopo i consueti preliminari solenni del foro, se avesse

udito dire che si erano trovate in Porta Ticinese molte pareti

stropicciate d’unguento, negò, dichiarando essere al tutto inscio di

ciò. Si misero i giudici a redarguirlo ed a convincerlo, giacchè, sendo

ormai la cosa nota e divulgata in tutta la città, non era verosimile

che egli, incaricato di visitare le case in Porta Ticinese, nulla ne

sapesse, e fosse l’unico che ignorava una faccenda sì conosciuta e sì

pericolosa per tutti.

Le interrogazioni e le risposte si smarrirono in ambiguità, perocchè il

malizioso co’ suoi sutterfugi lottava per sottrarsi al sapere ed alla

prudenza de’ giudici.

Posto sull’eculeo, e sospeso alla corda, fu tormentato più del consueto

con tutte le carneficine della tortura per le sue contraddizioni, dalle

quali emerse il delitto, che egli persisteva a negare. Pure, anche in

mezzo ai tormenti, negava con risposte sempre intralciate, le quali

davano campo a maggiori sospetti, laonde fu più volte sottoposto alla

prova.

Il quarto giorno, insistendo egli pur sempre sulla negativa, i

giudici, dopo avergli indarno fatte squassare le membra, lo fecero per

stanchezza, anzichè per clemenza, calare. Allentate le corde che gli

annodavano le braccia, stava per essere sciolto, e, senza rimettere a

luogo le ossa slogate[77], ricondotto nella sua prigione, allorquando,

contro l’aspettativa d’ognuno: — Un barbiere, gridò, mi diede gli

unguenti![78]

I giudici, raccolta avidamente questa spontanea confessione, che

sembrava palesare l’origine del delitto e della pubblica salvezza ad un

tempo, cominciarono ad esaminarlo con gran diligenza sui particolari.

Nè finirono prima d’aver indagato chi fosse il barbiere, in qual giorno

e luogo, ed a che patti avesse il medesimo somministrato l’unguento.

Diceva il Piazza avergli il barbiere insieme coll’unguento dato un

ampollino con certa acqua, la quale, bevendola, possedeva la virtù

d’impedire, per occulta forza, che uno confessasse. E gridava non poter

egli in conseguenza palesare cosa alcuna finchè i giudici lo tenevano

sospeso alla corda: e quando veniva calato a basso, e rientrava in sè,

ricuperando il senno, offuscato da quel beveraggio, non solo abborriva

di confessare il delitto, ma gli usciva anche di memoria chi fosse il

reo.

Ciò detto, spiegava il modo tenuto per ungere, quanto denaro gli esibì

il barbiere se avesse lavorato con zelo e fedeltà; però fino allora

era rimasto colla speranza, non avendo ancora toccato denaro. Il

barbiere, accusato dal Piazza come autore e complice degli unti, aveva

nome Giacomo Mora[79], abitava alla Vedra dei Cittadini, ed aveva casa

e bottega, laddove oggidì sulle ruine di essa casa sorge la Colonna

Infame, monumento del commesso delitto, siccome si legge nell’appostavi

iscrizione.

Il giudice, udito che ebbe quanto il Piazza affermava con giuramento,

recossi colla sua squadriglia all’officina del delitto, credendo

cogliere sul fatto il nemico della pubblica salute. Entrati, trovarono

il Mora occupato ad un fornello con ampolle: anche il cammino

ardeva, perch’egli distillava acque in diverse maniere; piena la casa

d’utensili per accendere il fuoco e di caldaje. Gli scrivani, i birri,

lo stesso giudice, susurrando tra loro, profferirono che quella era

l’officina degli unguenti.

Il barbiere, a tutta prima imperterrito, disse che quelle acque

erano medicinali e spiegò per qual uso le componesse o le mescolasse.

Indicava specialmente un rimedio contro i contagi, chiedendo scusa

d’averlo composto senza licenza della pubblica autorità, mosso dal

desiderio di salvare dal generale flagello almeno i congiunti e gli

amici, ai quali era sua intenzione dare esso medicamento[80]. Le

sue parole furono udite in mezzo al fremito eccitato dai sospetti e

dall’ira.

Gli uffiziali si misero a perscrutare la casa, e postala in un

momento tutta sossopra, ricominciarono più adagio a frugare, finchè

ordinatamente ebbero presa nota dei vasi, degli orciuoli, barattoli,

trepiedi, caldaje, e di quant’altri utensili, atti a nuocere,

rinvenivano in quell’infelice abitazione. Più d’ogni altro irritò

gli animi una cosa forse per sè innocua, e scoperta a caso, comechè

sudicia, e che dava maggior adito a sospettare di quello che cercavasi.

Trovarono due caldaje di rame piene di liscio marcio e vecchio, aventi

sul fondo un sedimento sporco, tenace come vischio, color di cenere, e

che puzzava come gli umani escrementi. Ispezionato e analizzato codesto

sedimento dai medici, i quali per abitudine non hanno a schifo siffatte

immondezze, non rimase dubbio che tale materia servisse a preparare

veleni[81]. Furono trascinati in prigione il barbiere, la moglie, i

figli, i parenti di lui, i garzoni di bottega, e coloro che venivano

ad impararvi il mestiere. L’infelice ed imprudente padre, accusato di

sì infame delitto, persisteva, in mezzo ai tormenti, a negare, giusta

la usanza dei malfattori. Allorchè il tormento vinceva, egli implorava

alcun sollievo, dando lusinga che scoprirebbe il vero, e alcuna cosa

andava dicendo che aveva del verosimile; ma tosto si ritrattava,

accusando la violenza degli spasimi che suo malgrado gli avevano

strappata la parola dal labbro. Ritormentavasi più aspramente, ed egli

di nuovo, per aver tregua, rispondeva a beneplacito de’ giudici, poi

subito si contraddiva.

Si fece venire il Piazza, accusatore e complice suo; messi al

confronto, altercarono fra loro i due rei, ma con notabile differenza.

Il Piazza volgevasi con parole familiari ed amare al Mora; e questi

negava d’averlo mai conosciuto neppure: s’ingiuriavano l’un l’altro.

Il Piazza rimproverava al barbiere l’infame delitto, le stolte

sue speranze, e il fine cui si trovavano ridotti; l’altro gridava,

invocando la vendetta di Dio contro la calunnia e le insidie che

qualunque malevolo può tendere ad un innocente. Sottoposto di nuovo

alla tortura, il Mora continuò nell’alterno confessare e ricredersi,

fintantochè, smarrito d’animo, quasi gloriandosi del misfatto, palesò

fedelmente l’origine delle unzioni, l’arte adoperata, il progetto di

distruggere la città, quanto aveva apparecchiato nei singoli barattoli,

e quai luoghi fossero di già contaminati ed unti.

Mentre ferveva il processo del Mora, e facevansi indagini, si

scoprirono altri indizj e novelli untori, gente da bettola e da

lupanare, e tutti usciti da quell’officina, nomi degni di forca e di

rogo: un Migliavacca, un Baruello, un Bertone[82]. Mandata per essi

la sbirraglia, furono tradotti dinanzi ai giudici, e con poca fatica

confessarono il delitto, come s’erano trovati e che avessero operato in

quella iniqua congrega. Sorse una voce che fece abbrividire i giudici

stessi d’orrore, senza che osassero parlare, come accade lorquando gli

uomini neppur ardiscono palesare i proprj mali. L’untore Baruello, fra

le sue deposizioni, disse che eravi un gran capo all’ombra, e sotto il

patrocinio del quale ascondevansi tutti gli untori, senza temere danno

o pericolo di sorte.

Questa confessione fu tenuta per indizio di un male maggiore, ed

insistendo i giudici per conoscere chi fosse codesto gran capo sì

potente, riuscirono a fargli dichiarare essere Giovanni Gaetano

Padilla[83], colui che aveva somministrato il denaro, promettendo un

politico cambiamento, quindi onori e titoli, qualora rovesciato il

vigente Governo di Milano e dello Stato, egli ne diventasse il supremo

signore. Riferirono senz’indugio i magistrati tutto ciò al governatore

prima di continuare le investigazioni: frattanto occultavasi la cosa

sotto rigoroso silenzio. Per ordine del governatore venne replicato

l’esame, ed i furfanti, ora interrogati con dolcezza, ora sottoposti a

tormenti d’ogni sorte, esponevano, incominciando dall’origine, quanto

segue. Avere avuto frequenti colloquj col Padilla; molte cose aver

discusse e pattuite insieme, e essere corsi avanti indietro messaggi

tra loro, finchè da ultimo si trovarono di notte oscura sulla piazza

del castello, ed ivi, nella spianata dove fa i suoi esercizj la

cavalleria, scelto un luogo per eseguire l’incantesimo, e confermare

con riti infernali i patti dianzi fra loro convenuti, asserivano

aver evocati i demonj a prendere parte nei veneficj, giurando ai

medesimi con empie cerimonie di ungere. In quell’incantesimo apparì

un Pantalone, con indosso una toga, colle brache, ed in testa una

perrucchetta; il Padilla che si copriva la faccia con un tabarruccio,

ed un prete, il quale, tenendo in mano una bacchetta, descriveva

linee e circoli[84]. Queste ed altre cose che soggiunsero, cadono

nell’assurdo e nel ridicolo. Il Padilla, incarcerato, confutò gli

accusatori suoi, i luoghi, l’epoca, provando all’evidenza essere egli

a que’ giorni assente da Milano, e non avere conosciuti nè mai veduti

costoro. Gli untori furono nonostante puniti con sì acerbi supplizj,

che la città ne avrebbe inorridito, ove la gravezza del misfatto non

avesse fatta parer lieve qualsiasi pena[85].

La peste di Milano del 1630 · 第 44 / 107 题