Del Piazza, del Mora, del Baruello, e d’altri Untori.
Io non credo cadere nell’assurdo introducendo in questo tragico
racconto anche i rei degli unguenti e dei maleficj, affinchè,
siccome tra i ferri innanzi ai giudici o tra i tormenti offrirono uno
spettacolo tetro e in un curioso, così sieno in oggi spettacolo ai
leggitori, ed essi, e le risposte loro, e ciò che fecero, o vennero
convinti d’aver eseguito[74]. Un certo Piazza[75], capo di tutti gli
untori, fu messo in carcere: alcune donne, chiamate ad esame, dissero
averlo veduto dalle loro finestre imbrattare con unguenti i muri. E
sì bene concordarono nelle risposte, descrivendo la fisonomia e gli
abiti del Piazza, che, riconosciuto dai magistrati, fu tradotto in
carcere. Era egli uno degli ufficiali incaricati di girare giornalmente
per le case, e notare in un elenco i nomi dei malati: gli era stato
destinato il quartiere della città detto di Porta Ticinese. Arguivasi
che incominciando dallo sbocco della Vedra de’ Cittadini avesse unto
tutte le vicine case, gli angoli, i vicoli, le contrade, le chiese
ed i palazzi dei nobili[76]. Il capitano di Giustizia, per ordine del
Senato, lo fece tradurre in carcere il sabato 22 giugno. Era il Piazza
un furfantaccio d’alta statura, scarmo, di barba rossigna, capelli
castagni, portava calzoni e stivaletti stracciati, ed un corpetto di
panno nero; un cappello a falde cascanti gli copriva la testa e la
faccia.
Interrogato, dopo i consueti preliminari solenni del foro, se avesse
udito dire che si erano trovate in Porta Ticinese molte pareti
stropicciate d’unguento, negò, dichiarando essere al tutto inscio di
ciò. Si misero i giudici a redarguirlo ed a convincerlo, giacchè, sendo
ormai la cosa nota e divulgata in tutta la città, non era verosimile
che egli, incaricato di visitare le case in Porta Ticinese, nulla ne
sapesse, e fosse l’unico che ignorava una faccenda sì conosciuta e sì
pericolosa per tutti.
Le interrogazioni e le risposte si smarrirono in ambiguità, perocchè il
malizioso co’ suoi sutterfugi lottava per sottrarsi al sapere ed alla
prudenza de’ giudici.
Posto sull’eculeo, e sospeso alla corda, fu tormentato più del consueto
con tutte le carneficine della tortura per le sue contraddizioni, dalle
quali emerse il delitto, che egli persisteva a negare. Pure, anche in
mezzo ai tormenti, negava con risposte sempre intralciate, le quali
davano campo a maggiori sospetti, laonde fu più volte sottoposto alla
prova.
Il quarto giorno, insistendo egli pur sempre sulla negativa, i
giudici, dopo avergli indarno fatte squassare le membra, lo fecero per
stanchezza, anzichè per clemenza, calare. Allentate le corde che gli
annodavano le braccia, stava per essere sciolto, e, senza rimettere a
luogo le ossa slogate[77], ricondotto nella sua prigione, allorquando,
contro l’aspettativa d’ognuno: — Un barbiere, gridò, mi diede gli
unguenti![78]
I giudici, raccolta avidamente questa spontanea confessione, che
sembrava palesare l’origine del delitto e della pubblica salvezza ad un
tempo, cominciarono ad esaminarlo con gran diligenza sui particolari.
Nè finirono prima d’aver indagato chi fosse il barbiere, in qual giorno
e luogo, ed a che patti avesse il medesimo somministrato l’unguento.
Diceva il Piazza avergli il barbiere insieme coll’unguento dato un
ampollino con certa acqua, la quale, bevendola, possedeva la virtù
d’impedire, per occulta forza, che uno confessasse. E gridava non poter
egli in conseguenza palesare cosa alcuna finchè i giudici lo tenevano
sospeso alla corda: e quando veniva calato a basso, e rientrava in sè,
ricuperando il senno, offuscato da quel beveraggio, non solo abborriva
di confessare il delitto, ma gli usciva anche di memoria chi fosse il
reo.
Ciò detto, spiegava il modo tenuto per ungere, quanto denaro gli esibì
il barbiere se avesse lavorato con zelo e fedeltà; però fino allora
era rimasto colla speranza, non avendo ancora toccato denaro. Il
barbiere, accusato dal Piazza come autore e complice degli unti, aveva
nome Giacomo Mora[79], abitava alla Vedra dei Cittadini, ed aveva casa
e bottega, laddove oggidì sulle ruine di essa casa sorge la Colonna
Infame, monumento del commesso delitto, siccome si legge nell’appostavi
iscrizione.
Il giudice, udito che ebbe quanto il Piazza affermava con giuramento,
recossi colla sua squadriglia all’officina del delitto, credendo
cogliere sul fatto il nemico della pubblica salute. Entrati, trovarono
il Mora occupato ad un fornello con ampolle: anche il cammino
ardeva, perch’egli distillava acque in diverse maniere; piena la casa
d’utensili per accendere il fuoco e di caldaje. Gli scrivani, i birri,
lo stesso giudice, susurrando tra loro, profferirono che quella era
l’officina degli unguenti.
Il barbiere, a tutta prima imperterrito, disse che quelle acque
erano medicinali e spiegò per qual uso le componesse o le mescolasse.
Indicava specialmente un rimedio contro i contagi, chiedendo scusa
d’averlo composto senza licenza della pubblica autorità, mosso dal
desiderio di salvare dal generale flagello almeno i congiunti e gli
amici, ai quali era sua intenzione dare esso medicamento[80]. Le
sue parole furono udite in mezzo al fremito eccitato dai sospetti e
dall’ira.
Gli uffiziali si misero a perscrutare la casa, e postala in un
momento tutta sossopra, ricominciarono più adagio a frugare, finchè
ordinatamente ebbero presa nota dei vasi, degli orciuoli, barattoli,
trepiedi, caldaje, e di quant’altri utensili, atti a nuocere,
rinvenivano in quell’infelice abitazione. Più d’ogni altro irritò
gli animi una cosa forse per sè innocua, e scoperta a caso, comechè
sudicia, e che dava maggior adito a sospettare di quello che cercavasi.
Trovarono due caldaje di rame piene di liscio marcio e vecchio, aventi
sul fondo un sedimento sporco, tenace come vischio, color di cenere, e
che puzzava come gli umani escrementi. Ispezionato e analizzato codesto
sedimento dai medici, i quali per abitudine non hanno a schifo siffatte
immondezze, non rimase dubbio che tale materia servisse a preparare
veleni[81]. Furono trascinati in prigione il barbiere, la moglie, i
figli, i parenti di lui, i garzoni di bottega, e coloro che venivano
ad impararvi il mestiere. L’infelice ed imprudente padre, accusato di
sì infame delitto, persisteva, in mezzo ai tormenti, a negare, giusta
la usanza dei malfattori. Allorchè il tormento vinceva, egli implorava
alcun sollievo, dando lusinga che scoprirebbe il vero, e alcuna cosa
andava dicendo che aveva del verosimile; ma tosto si ritrattava,
accusando la violenza degli spasimi che suo malgrado gli avevano
strappata la parola dal labbro. Ritormentavasi più aspramente, ed egli
di nuovo, per aver tregua, rispondeva a beneplacito de’ giudici, poi
subito si contraddiva.
Si fece venire il Piazza, accusatore e complice suo; messi al
confronto, altercarono fra loro i due rei, ma con notabile differenza.
Il Piazza volgevasi con parole familiari ed amare al Mora; e questi
negava d’averlo mai conosciuto neppure: s’ingiuriavano l’un l’altro.
Il Piazza rimproverava al barbiere l’infame delitto, le stolte
sue speranze, e il fine cui si trovavano ridotti; l’altro gridava,
invocando la vendetta di Dio contro la calunnia e le insidie che
qualunque malevolo può tendere ad un innocente. Sottoposto di nuovo
alla tortura, il Mora continuò nell’alterno confessare e ricredersi,
fintantochè, smarrito d’animo, quasi gloriandosi del misfatto, palesò
fedelmente l’origine delle unzioni, l’arte adoperata, il progetto di
distruggere la città, quanto aveva apparecchiato nei singoli barattoli,
e quai luoghi fossero di già contaminati ed unti.
Mentre ferveva il processo del Mora, e facevansi indagini, si
scoprirono altri indizj e novelli untori, gente da bettola e da
lupanare, e tutti usciti da quell’officina, nomi degni di forca e di
rogo: un Migliavacca, un Baruello, un Bertone[82]. Mandata per essi
la sbirraglia, furono tradotti dinanzi ai giudici, e con poca fatica
confessarono il delitto, come s’erano trovati e che avessero operato in
quella iniqua congrega. Sorse una voce che fece abbrividire i giudici
stessi d’orrore, senza che osassero parlare, come accade lorquando gli
uomini neppur ardiscono palesare i proprj mali. L’untore Baruello, fra
le sue deposizioni, disse che eravi un gran capo all’ombra, e sotto il
patrocinio del quale ascondevansi tutti gli untori, senza temere danno
o pericolo di sorte.
Questa confessione fu tenuta per indizio di un male maggiore, ed
insistendo i giudici per conoscere chi fosse codesto gran capo sì
potente, riuscirono a fargli dichiarare essere Giovanni Gaetano
Padilla[83], colui che aveva somministrato il denaro, promettendo un
politico cambiamento, quindi onori e titoli, qualora rovesciato il
vigente Governo di Milano e dello Stato, egli ne diventasse il supremo
signore. Riferirono senz’indugio i magistrati tutto ciò al governatore
prima di continuare le investigazioni: frattanto occultavasi la cosa
sotto rigoroso silenzio. Per ordine del governatore venne replicato
l’esame, ed i furfanti, ora interrogati con dolcezza, ora sottoposti a
tormenti d’ogni sorte, esponevano, incominciando dall’origine, quanto
segue. Avere avuto frequenti colloquj col Padilla; molte cose aver
discusse e pattuite insieme, e essere corsi avanti indietro messaggi
tra loro, finchè da ultimo si trovarono di notte oscura sulla piazza
del castello, ed ivi, nella spianata dove fa i suoi esercizj la
cavalleria, scelto un luogo per eseguire l’incantesimo, e confermare
con riti infernali i patti dianzi fra loro convenuti, asserivano
aver evocati i demonj a prendere parte nei veneficj, giurando ai
medesimi con empie cerimonie di ungere. In quell’incantesimo apparì
un Pantalone, con indosso una toga, colle brache, ed in testa una
perrucchetta; il Padilla che si copriva la faccia con un tabarruccio,
ed un prete, il quale, tenendo in mano una bacchetta, descriveva
linee e circoli[84]. Queste ed altre cose che soggiunsero, cadono
nell’assurdo e nel ridicolo. Il Padilla, incarcerato, confutò gli
accusatori suoi, i luoghi, l’epoca, provando all’evidenza essere egli
a que’ giorni assente da Milano, e non avere conosciuti nè mai veduti
costoro. Gli untori furono nonostante puniti con sì acerbi supplizj,
che la città ne avrebbe inorridito, ove la gravezza del misfatto non
avesse fatta parer lieve qualsiasi pena[85].