Dopo la processione s’accresce la peste.
Riuscirono vane le preci; e la pestilenza, quasi eccitata dal
vociferare de’ supplicanti, più crebbe e inferocì. Non è lecito a
noi l’indagare le cause di sì grande arcano, ed il voler determinare
per qual motivo il contagio, che prima lentamente serpeggiava, si
diffondesse terribile appunto dopo la traslazione del corpo di S.
Carlo. Gli uomini savj e pii, vedendo la violenza del morbo crescere
a dismisura, dopo che s’era invocato il celeste patrocinio, lo dissero
un gastigo divino; gli stolti invece sostenevano che neppur lo stesso
Iddio poteva domarlo[66]. Da alcuni mesi la peste, nascosta, s’era
mostrata ad intervalli qua e là; ma ormai infuriava a tutto potere.
L’undici di giugno, giorno sacro a S. Barnaba, erasi fatta la solenne
processione con somma gioja de’ cittadini, e da quel giorno veramente
la peste acquistò nome, forza e impero, giacchè dianzi non esisteva che
l’ombra di essa[67]. È da notare che tutti i contagi e simili mali che
afflissero e noi ed altri popoli e città, assumono il nome improprio di
peste.
L’arca in cui giaceva il cadavere del santo Arcivescovo in abiti
pontificali e mitrato, rimase otto giorni e altrettante notti
esposta in Duomo sull’altar maggiore. Il popolo v’accorreva in
folla, implorando, con lagrime ed orazioni, quell’ajuto che per gli
imperscrutabili decreti divini era ormai ad esso inesorabilmente
negato.
In que’ giorni molti perirono, come se le morti fossero la risposta
del Cielo. E perchè niuno ne dubitasse, cresceva giornalmente il
numero delle vittime, finchè giunse a mille e ottocento[68] per giorno.
Vuotavansi le case, e si trasportavano sui carri i cadaveri d’ogni età,
sesso e condizione, chè la morte non perdonava ad alcuno. Le grandi
fosse scavate fuori della città non bastavano a seppellire i cadaveri,
come le stanze del Lazzaretto erano poche alla moltitudine degli
agonizzanti appestati che invocavano, come un sollievo, la morte.
E costoro erano più sgraziati di quelli che il terribile morbo
repentinamente uccideva.