Il corpo di S. Carlo viene trasportato solennemente per Milano, onde
impetrare che cessi la Peste.
I Magistrati, visto che umani provvedimenti più a nulla giovavano
contro sì fiero morbo, ed il terrore della moltitudine, impetrarono,
dal cardinale arcivescovo Federico, che aperta l’arca in cui riposava
il corpo di S. Carlo, venisse reso alla luce e trasportato per la
città. Nutrivano vivissima speranza che le spoglie mortali del Santo,
rivedendo le contrade un tempo percorse, il cielo e l’aure della
città natìa, ne scaccerebbero la tabe, il veleno e qualunque influsso
spirava funesto ai corpi ed alla vita. L’eminentissimo Borromeo annuì
alla preghiera fatta dai Decurioni a nome della città, e permise che,
tratto dal sepolcro il corpo di S. Carlo, venisse portato per Milano.
Senz’indugio si disposero apparati e pompe, in guisa che le vie, le
pareti e fino i tetti delle case, l’aspetto del popolo supplichevole,
e, sto per dire, l’aere circostante, facessero palese testimonianza
del vivo affetto pel Santo, avvalorando, per così dire, le preci al
medesimo indirizzate.
La privata magnificenza gareggiò colla pubblica, e i cittadini non
badarono a dispendio in quelle pompe, con cui la misera umanità
pretende onorare il supremo Fattore. E la gara non fu soltanto tra
privati e privati, ma di questi col municipio, forzandosi superare
quanto i Decurioni ordinarono co’ loro editti. Aveva il Vicario[64]
pubblicato un ordine, che in tutti i luoghi pei quali transiterebbe
il cortèo, ciascuno adornasse colla maggior pompa la fronte della
sua abitazione, aggiungendo che ove i cittadini si fossero mostrati
indolenti e avari non avrebbero forse avuta mai più occasione di dar
prova della divozione e dell’agiatezza loro. Ogni casa senza padrone,
ovvero abitata da poveri inquilini, veniva adorna a spese di qualche
ricco vicino o dell’erario. Da ultimo fu imposto che per quel giorno
non potessero girare carrozze carri ed altri impedimenti, affinchè le
strade tutte e le piazze dove passerebbe le processione rimanessero
sgombre alle reliquie del Santo, del quale imploravasi il patrocinio.
Anche il cardinale arcivescovo emanò un cerimoniale pel clero: che si
raccogliessero i sacerdoti nel giorno e nell’ora fissata in Duomo, e
purificati prima coi Sacramenti, procedessero in modesta schiera cogli
occhi proni a terra, senza tumulto e senza distrazioni.
L’ordine della processione, le fermate dell’arca, il giro vennero
stabiliti come segue:
Dal Duomo doveva avviarsi per la strada detta anticamente Decumana,
indi piegando per la contrada dei Tre Re, al Bottonuto, poscia per la
contrada Larga e la piazza di Santo Stefano, svoltare nel corso di
Porta Tosa, fin dove sorge la croce vicino agli olmi. Di là entrar
nella via che mette alla cloaca di essa porta; indi alla croce di
Porta Orientale, donde procedendo in linea retta, dopo la chiesa di
Sant’Andrea, giungerebbe a capo della contrada ove s’innalza la croce
di Porta Nuova. Presa una scorciatoja, pel vicolo di Sant’Agostino,
venire alla croce del Ponte Vetro, poi alla chiesa di San Tomaso,
e piegando per la contrada dì San Prospero, alla croce di Porta
Vercellina; indi alle Cinque Vie, a San Sepolcro, al Cordusio, e
finalmente per la Piazza dei Mercanti, far ritorno in Duomo. Stabilito
in tal modo il giro, si fecero i preparativi con siffatta pompa, che
non avresti detto essere la città in preda allo squallore per tremenda
pestilenza, bensì celebrare con pubblico tripudio una festa nazionale.
In quel giorno la stessa letizia de’ Milanesi e l’apparato festivo
dei proprj funerali era spettacolo lugubre. Ne lieve saria stato
il dolore e la compassione de’ nazionali come pure degli stranieri,
qualora avessero posto mente a tali pompe e presagito quanto stava per
accadere. Avrebbero essi contemplata l’allegria e la magnificenza d’una
città già invasa dalla peste, e di una popolazione tra breve moritura;
le ricchezze profuse e un’ingegnosa gara per ricevere, con modeste
acclamazioni, le ossa dell’Arcivescovo, il quale, vivente, aveva,
giusta la popolare credenza, scacciata la peste da Milano. Ma come
presagire l’immensa strage imminente, e che, coloro i quali addobbavano
a festa la città, per trarre in luce il cadavere del Santo, tra breve,
quasi Iddio si fosse irritato del pubblico supplicare, giacerebbero
ammucchiati cadaveri!
Tre soli giorni v’ebbero pei preparativi, ed in tempo sì corto, le
vie tutte ed i crocicchj assunsero un aspetto trionfale, che teneva
dell’antica magnificenza romana: anche le iscrizioni erano nell’idioma
latino. Tanto fecero i cittadini, che l’ingegno natio e la peste già
contratta agitavano con febbrile inquietudine. Emblemi, versi, cento
e cento iscrizioni a lettere cubitali dorate, rammentavano le virtù
del defunto Arcivescovo, e sentenze sublimi a consuetudine degli
antichi Romani, quasichè la festa nel Lazio si celebrasse, e non in
una città longobarda. Sorgevano frequenti archi ed altari, e cori
posti sui balconi, udivansi ad ogni angolo di strada dove svoltava la
processione. Arazzi, quadri, drappi d’ogni genere, vasi e tutto quanto
di prezioso e d’antico possedeva ciascuna famiglia, fu esposto per
dove passava il cadavere di S. Carlo. I tetti e le mura delle case de’
poveri risplendevano per lusso regale: tutta la strada era coperta al
disopra con drappi, che difendevanla dai raggi del sole, e qua e là
rami d’alberi, fiancheggianti la via, ancor più l’abbellivano. Invero
che se non era statuito negli eterni decreti di purgare od ammonire
il popolo, io sono d’avviso che tanto ossequio e tante preci avrebbero
placata l’ira divina salvando la città nostra dal fatale eccidio.
Il corpo di S. Carlo, o piuttosto le reliquie di esso, sopravanzate
alla voracità del tempo, che distrugge fino i più duri metalli,
giaceva entro un’arca coperta d’un drappo di seta bianca con ai lati
finestrette di cristallo, traverso le quali intravedevasi la consunta
faccia del Santo, più venerabile agli occhi dei divoti, che se fosse
stata intatta. Portavano l’arca i canonici della metropolitana,
preceduti da una parte del clero e del popolo, seguìti dal restante;
adorni delle loro insegne venivano i sacerdoti, i magistrati, i più
cospicui della città, con doppieri accesi; molti a pie’ scalzi e
colle vesti strascicanti quai penitenti, palesavano la costernazione
dell’animo. Però gli sguardi d’ognuno, non distratti dai circostanti
oggetti, rivolgevansi ansiosi alla calva e mitrata testa di S. Carlo,
alla bocca semiaperta, ai pochi denti, che più la sformavano, alle
livide e vuote occhiaje, chè in tal guisa la morte, coll’ineluttabile
sua possa, aveva guasto il venerabile capo del santo Arcivescovo. Pur
nondimeno rimanevano alcune tracce indicanti la benevola fisonomia del
Pastore quale la tramandarono ai posteri gli antichi simulacri.
Ad esso erano rivolte le preci di mille labbra, che osavano quasi per
diritto implorare che di nuovo difendesse colla sua intercessione,
appo Iddio, il popolo già da lui altra volta salvato. Il guardavano
ed oravano, e da quel teschio inanimato e corroso, volgendo le preci
e la speranza al vivente capo della Chiesa milanese, ad alta voce
supplicavano il cardinale arcivescovo Borromeo, il quale seguiva da
vicino l’arca, che offerisse i pubblici voti al cugino, cui egli andava
dappresso per parentela, per dignità, per meriti[65].