Aspetto ributtante di Milano pe’ mucchi di cadaveri e l’insolenza dei
Monatti.
Miserandi spettacoli degli umani eventi pei furori guerreschi o
per le stragi della morte, che i sommi agli infimi adegua, vengono
descritti nelle storie; ma io son d’avviso che in nessun luogo mai fu
visto tale ludibrio quale presentava Milano in quel tempo ad ogni ora
della giornata. Nessuno ignora che razza d’uomini fossero i Monatti,
disperati ministri della peste, ed i becchini, i quali, sprezzatori
della morte, affrontavano qualunque pericolo.
Il loro nome deriva dalla solitudine in cui devono stare, chè ad alcuno
non è conceduto l’immischiarsi con essi[69]. Codesta genia maneggiava,
senz’alcuna precauzione, morti e moribondi, toccando i bubboni, la
tabe, le membra sanguinanti, e perfino facendo gozzoviglia con pazza
gioja sopra i mucchi de’ cadaveri. I Monatti, arrossisco in narrare
tanta turpitudine! violarono gli stessi cadaveri, ultimo eccesso della
libidine e dell’umana pazzia, che neppure riscontrasi fra le belve!
Introducendosi in ogni casa, fosse o no sospetta di peste, perchè ormai
era lecito il sospettare di tutti, afferravano i mariti, le mogli, i
figliuoli per trascinarli al Lazzaretto, se non redimevansi sborsando
denaro. Alcuni giovani sfacciatissimi, legatesi le campanelle a’ piedi,
s’introdussero per le case, frugando le stanze, ed anche per le strade
facevano quanto loro saltava in capo come se fossero Monatti rivestiti
di pubblica autorità[70]. Accadde una volta che nella casa medesima
s’incontrassero codesti Pseudo-Monatti coi veri, e ne seguirono risse
e colpi, nè l’alterco terminò senza sangue. Fu altresì una calamità
pubblica il modo con cui i magistrati provvidero a simili disordini,
perocchè gli stessi impiegati subalterni ed i satelliti irrompevano
nelle case, commettendovi, colla maggior petulanza e impunità, i
furti, le rapine, le ingiurie cui sempre sono usi. E non cessarono dal
rubare e dall’estorcere denaro, finchè accusati e presi alcuni di essi,
vennero, per gastigo ed esempio, condannati alle forche. Un giorno che
si doveva impiccarne tre, mancando il carnefice, si esibì ad uno la
grazia qualora volesse farne le veci: accettò con gioja, e strangolò i
compagni.
Ma la ciurma de’ Monatti maltrattava a sua voglia e viventi e morti,
trascinandone i cadaveri, come il beccajo trascina al macello, legati
tutti con una sol corda, vitelli e capretti. Andavano a fascio uomini
e donne, adolescenti, fanciulle, bambini pendenti dalla poppa materna,
giovani, vecchi. Il servo coricato addosso al padrone pestandogli
coi piedi la faccia, ricchi e poveri ignudi, raro essendo che un
cencio loro coprisse per pudore le nudità, e se a caso veniva gettato
sovr’essi un lenzuolo, tosto gli avidi becchini via lo strappavano.
Teste, braccia, gambe spenzolavano dal carro, s’intricavano fra le
ruote, ed i cadaveri rotolavano qua e là per terra![71]