Furore e stoltezza della plebe circa la credenza della peste.
Io son d’avviso che tra i fomiti del contagio, molti pur troppo
e fatali, nessun altro contribuì di più ad accrescerla, quanto
l’ostinazione della plebe in negarlo, insultando con fischi, con
ghigni ed improperj chiunque ne profferiva il nome[57]. E tale follia
non era invalsa soltanto tra la plebe: ma anche in alcuni medici, i
quali, perdendosi in dispute interminabili, ridevansi de’ bubboni e
della gonfiezza degli inguini, chiamandoli effetti di sfrenata libidine
ogni qual volta un appestato mostrava loro quei segnali certissimi di
peste, e chiedeva rimedj. Quegli ignoranti[58] andavano vociferando ne’
crocchi, che le stesse febbri sono un contagio, e che molti morivano
all’improvviso per mancanza di vitalità, ovvero per occulti guasti
de’ visceri. Con tali assurdi e con altre dicerie, proprie dell’arte
loro fallacissima, distolsero i malati dal prendere i rimedj cui
bisognava ricorrere in tempo. Codesti medicastri si guadagnarono il
favore del volgo a segno, che i savj, i quali, ben altrimenti opinando,
convinti esistere omai la peste in città ed essersi l’influenza morbosa
indonnata dei corpi, predicavano doversi usare ogni cautela, furono
trattati come impostori, anzi quai nemici della patria[59]. Gridava
la plebe che essi cercavano occupazione, e che per avidità di guadagno
introdurrebbero la peste anche dove non esisteva.