La peste scoppia in Milano.
Sono il Ponte Vetro ed il borgo di Porta Orientale quartieri di Milano,
paragonabili, per ampiezza, a due piccole città. In essi apparvero
i primi sintomi della peste, la quale, al pari di fiamma sbuccante
dai tetti, doveva invadere le vicine case, percuotere quasi tutti i
cittadini, e diffondersi lontano nelle campagne, cessando soltanto
allorchè, ministra dell’ira celeste, avesse ogni cosa purgata. Non
fia inutile notare in che luogo e in che giorno scoppiò il contagio,
e quali persone furono le prime colpite per vedere, come da lievi
principj, ingrossata la tremenda procella, invase l’intera città,
uccidendo tante migliaja di vittime. Il primo fu un soldato di nome
Pietro Paolo Locato, il quale, trovandosi di quartiere a Chiavenna,
a motivo delle agitazioni della Valtellina, ebbe un permesso dal
suo comandante. Entrato in Milano il 22 novembre[55], recossi da
certa Elisabetta sua zia, e vi rimase per tre giorni nè visitato,
nè custodito, quantunque proveniente da luoghi infetti. Ammalò, e
peggiorando, venne trasportato all’ospital grande, non avendo mezzi da
farsi curare in quella casuccia. A capo di due giorni morì, e fatta
l’autopsia del cadavere, si trovarono i bubboni, indizio sicuro di
peste, non mai riscontrati per l’addietro in città, benchè il volgo
molto ne cianciasse. Morirono in breve quanti abitavano in quella
casa, togliendo ogni dubbio che la peste fosse introdotta in Milano.
Denunziato il caso al magistrato di Sanità, venne posta sotto sequestro
la casa di cui era proprietario un Colona, il quale morì egli pure
insieme alla moglie ed ai figli[56].
Il morbo incominciò a serpeggiare lentamente, quasichè Iddio
misericordioso, concedendo respiri ad intervalli, desse campo ad usare
rimedj. Ma i nostri nobili, nelle cui mani risiedeva il governo dello
Stato, non giovandosi della bontà divina, non curanti opponevansi alla
strage, come accade sempre quando il cielo vuol gastigare gli uomini.
Furono lenti i rimedj, quantunque la peste, che minacciava la città,
ne’ primi giorni si nascondesse come timorosa.
L’essere disceso il contagio dalle valli Rezie, e rimanendo pochi
giorni in casa del Colona, fu causa, e per la distanza del luogo
donde veniva e per la lentezza a diffondersi, che si considerasse
come tutt’altra malattia. Eppure, prima dei suaccennati casi, verso
il principio del febbrajo 1627 erasi sparso un vago romore di vicina
pestilenza: più tardi giungevano ogni dì avvisi funesti, che la
calamità ne sovrastava. Ormai era venuta, ed in segreto, e quasi di
furto, colpendo i cittadini, alcuni ne prostrava a viva forza; sostava,
irrompeva di nuovo, alternando così, giusta l’indole degli uomini, la
speranza e i timori, per cui ora si davano a credere aver esagerato
per vano sospetto il pericolo, ora di non aver usate sufficienti
cautele per guarentirsi dal medesimo. Quindi furono posti cancelli e
guardie a ciascuna porta, istituite le quarantene ed altri consueti
provvedimenti; ma non andò molto, che si levarono, negligentando
per indolenza le precauzioni con tale volubilità ed incostanza, che
sembrava uno dei fenomeni della peste.
Scorsero circa tre anni fra le ansie cure e la fatale trascuranza;
scoppiata la peste in casa del Colona, non più di cento morirono nel
decorso di quattro mesi; piccolo numero, avuto riguardo alla natura
del male, all’ampiezza di Milano ed alle tante migliaja che tra breve
dovevano caderne vittima.
Ben presto però la belva, irritata dai vincoli che la raffrenavano,
gli spezzò, lacerando senza contrasto i corpi. E furono veri strazj,
quantunque non fatti da armi o ferite. Spettacolo più orribile le morti
pel contatto, l’alito e l’occulta tabe, che non è il vedere sul campo
lacerate viscere, sparse cervella, tronche braccia ed altre orrende
ferite, allorchè due nemiche schiere, spinte dal furore, vengono a
battaglia.