Pericolo corso dal protofisico Lodovico Settala all’incominciare della
peste.
Ricorderò il caso di tale cui la pubblica catastrofe sopraggiunta
avrebbe potuto accrescere gloria, se egli non ne avesse già raggiunto
l’apice per chiari studj e ingegno grandissimo. Era Lodovico Settala,
il primo dei medici e dei filosofi, e letterato esimio[60]. Alla
dignità dell’arte sua aggiungeva una vita illibata, ed il disprezzo del
denaro ogni qual volta veniva chiamato dai poveri o dai letterati ed
amici, menomo questo de’ suoi pregi. Vecchio e sommamente autorevole
per l’esattezza de’ suoi pronostici, l’Ippocrate del secol nostro
godeva un’illimitata fiducia anche tra i più circospetti, e la plebe
l’aveva in gran venerazione prima ch’ella s’infatuasse nella sua pazza
credenza. Un giorno che il Settala recavasi a visitare i suoi ammalati
in lettiga, a cagione della vecchiaja, fu insultato con tali urli da’
facchini e donnicciuole, che i portatori della lettiga, temendo per
la sua vita, entrati nella vicina casa d’un amico, vi si trattennero
finchè, quetato il subbuglio, quei mascalzoni si fossero dispersi.
Vociferavano tutti in coro, essere il protofisico capo di coloro che
asserivano vera la peste, spargere egli colla barba e col cipiglio il
terrore in tutta la città, affinchè non rimanesse in ozio la turba de’
medici e si trovasse modo da occuparli. In tal guisa l’ottimo vecchio,
che aveva salvata la vita ad un gran numero di persone colla perizia
dell’arte e col largire il proprio denaro, corse un grave pericolo
per la stolidaggine e la petulanza del volgo. Il quale non insultò lui
solo, ma gli stessi tribunali e la santa giustizia, osando deludere le
leggi sanitarie come inutili ed ispirate dal solo timore alle pubbliche
autorità.