XIV.

Pericolo corso dal protofisico Lodovico Settala all’incominciare della

peste.

Ricorderò il caso di tale cui la pubblica catastrofe sopraggiunta

avrebbe potuto accrescere gloria, se egli non ne avesse già raggiunto

l’apice per chiari studj e ingegno grandissimo. Era Lodovico Settala,

il primo dei medici e dei filosofi, e letterato esimio[60]. Alla

dignità dell’arte sua aggiungeva una vita illibata, ed il disprezzo del

denaro ogni qual volta veniva chiamato dai poveri o dai letterati ed

amici, menomo questo de’ suoi pregi. Vecchio e sommamente autorevole

per l’esattezza de’ suoi pronostici, l’Ippocrate del secol nostro

godeva un’illimitata fiducia anche tra i più circospetti, e la plebe

l’aveva in gran venerazione prima ch’ella s’infatuasse nella sua pazza

credenza. Un giorno che il Settala recavasi a visitare i suoi ammalati

in lettiga, a cagione della vecchiaja, fu insultato con tali urli da’

facchini e donnicciuole, che i portatori della lettiga, temendo per

la sua vita, entrati nella vicina casa d’un amico, vi si trattennero

finchè, quetato il subbuglio, quei mascalzoni si fossero dispersi.

Vociferavano tutti in coro, essere il protofisico capo di coloro che

asserivano vera la peste, spargere egli colla barba e col cipiglio il

terrore in tutta la città, affinchè non rimanesse in ozio la turba de’

medici e si trovasse modo da occuparli. In tal guisa l’ottimo vecchio,

che aveva salvata la vita ad un gran numero di persone colla perizia

dell’arte e col largire il proprio denaro, corse un grave pericolo

per la stolidaggine e la petulanza del volgo. Il quale non insultò lui

solo, ma gli stessi tribunali e la santa giustizia, osando deludere le

leggi sanitarie come inutili ed ispirate dal solo timore alle pubbliche

autorità.

La peste di Milano del 1630 · 第 34 / 107 题