Tumulto popolare per la carestia[42].
Il giorno di S. Martino di quell’anno 1628 si tumultuò in Milano per
la carezza del frumento. Rade volte in passato erano accaduti simili
tumulti, giacchè, siccome accennai fin da principio, l’agro milanese,
ubertissimo, forniva annualmente in copia i grani, non solo alle vicine
popolazioni, ma altresì alle lontane. Narrerò l’origine e la fine
di questa sommossa, quali disordini commise la plebe, e come vennero
repressi, quali furono le misure adottate dal Consiglio, e per frenarla
al momento e perchè non si rinnovasse, affinchè la plebe, animale di
molte teste, terribile sempre alle città più potenti, avesse un gastigo
condegno al suo ardire, nè s’attentasse alzar di nuovo il capo.
Reggeva la città e il ducato in quel tempo, trovandosi assente
il governatore Consalvo, occupato nell’assedio di Casale, il gran
cancelliere Ferrer. Egli, crescendo giornalmente la penuria del grano,
nè trovandovi riparo, e sentendo il fremito ed i lamenti del popolo,
immaginò un ripiego, che non tolse il fomite della sedizione, ma solo
la protrasse. Al qual ripiego, i negozianti di frumento ed i fornaj,
gente che conveniva blandire in quel tempo, esacerbati, minacciavano
un’estrema ruina, d’abbandonare cioè il traffico dei grani, la
fabbricazione e la vendita del pane. Il prezzo minimo del frumento era
dalle quarantacinque alle cinquanta lire; prezzo adeguato e volgare,
che il venditore non arrossiva domandare, nè gli acquirenti udivano
con indegnazione. Ma gli incettatori danarosi, gli sfrontati usuraj ed
i ricchi possidenti, fissato in segreto fra loro il prezzo, dissero,
pronunziarono, richiesero con infame e sfrenata cupidigia prezzi
enormissimi, quasi che fossero arbitri della vita dei cittadini, od
essi solo avessero diritto di vivere. Mi consta che vi furono certuni,
e li ho conosciuti, i quali pretesero cento lire al moggio, e non
ancora contenti, per avidità di maggior guadagno in avvenire, tenevano
chiusi i granaj, insultando la pubblica fame. Nè giovarono contro
siffatta cupidigia, anzi rabbia degli avari, le solite gride con cui
ordinavasi che ciascuno notificasse la quantità di frumento che aveva
in casa.
Il gran cancelliere, in mezzo alle frodi ed all’avarizia degli
uomini ed alla penuria di grano, in que’ difficili momenti, aveva
immaginato, tenendo una via di mezzo, di far sopportare a’ fornaj
il danno derivante dalla calamità dei tempi e dall’umana malizia.
Ordinò che si facesse e si vendesse il pane al peso prescritto ad una
meta che ragguagliavasi a lire trentatrè al moggio, fissando questo
limite ai venditori ed ai compratori. Credeva egli per avventura
che lo scapito si compensasse coi precedenti guadagni de’ fornaj,
e con quanto lucrerebbero in appresso. Fors’anche aveva loro data
lusinga, calmata quella burrasca, di compensarli a spese dell’erario;
ma codeste erano speranze vaghe, e intanto la perdita sicura rendeva
insopportabile l’editto. Schiamazzarono i fornaj, protestando senza
tregua che avrebbero chiusi i forni ed abbandonata l’arte loro. Il
gran cancelliere punto non si smosse, fermo nel voler eseguito il
suo decreto, ed il popolo, quasi per rapire a gara il pane a sì buon
prezzo, che era una specie di regalo, assediava l’intero giorno i forni
con tanta importunità, che i fornaj, per quanto si sbracciassero a
cuocere, non riuscivano a soddisfare i compratori. Rinnovaronsi più
forti le grida e le lagnanze, cui i magistrati non sapevano ormai
come rispondere. I Decurioni scrissero al governatore, al campo, e
stabilirono di concerto con esso lui di trovare un temperamento.
Consalvo nominò il presidente del Senato, i presidenti dei due
magistrati e due fra i questori, i quali, adunatisi, fissassero il
prezzo del frumento, tanto allo stajo, in modo che i fornaj potessero
continuare a fare il pane. Favoriti i fornaj, venne cresciuto il prezzo
di dieci soldi il moggio.
Grande fu la rabbia ed il furor della plebe per tale accrescimento,
che dava agio a respirare ai fornaj, poichè aspettavasi che si calasse
il prezzo del pane anzichè aumentarlo. Visto essere caduta in peggior
condizione, non si curò altro di editti e tariffe, e si fece ella
stessa padrona e dispensatrice dei grani. Allora in Milano, città
rinomata dai tempi più remoti per ossequio ai governanti e per modestia
degli abitanti, fu conosciuto a che servano le armi contro il popolo
infuriato, anzi contro una turba imbelle di donne e ragazzi spinti
dalla fame.
Correva il dì di S. Martino, giornata allegra sempre e geniale, perchè
si finiscono le vendemmie, si mettono in botte i vini, e chiudonsi
nelle case de’ ricchi i prodotti dell’annata. All’albeggiare molti
garzoni di fornaj uscivano in volta con gerla e canestri pieni di pane
per recarlo ai monasteri ed alle case dei signori, o per venderlo
al minuto in altri luoghi. Il popolo si pigliò tutto quel pane come
suo, e come se avesse già pattuito che dovessero portarglielo a casa.
Drappelli di ragazzi, di giovanetti, donne e vecchi senz’alcun arme, ma
forti pel numero, ed aizzati dal bisogno, mossero incontro ai garzoni
de’ fornaj, che portavano in ispalla il pane, e quanti ne trovarono,
costrinsero colla violenza a fermarsi e deporre il carico, intimando
poscia che se ne andassero. Bisognava ubbidire, perchè, circondati
all’improvviso, sbalorditi, gettavano il peso, e fuggivan a gambe,
temendo di peggio: chiunque tentava opporsi, veniva malconcio a pugni
ed a calci. Così ebbe principio la sommossa della plebe, che, adescata
dalla gustosa preda ottenuta senza sangue, imbaldanzì, credendosi
capace di tutto purchè l’osasse, e giudicando che la sofferta miseria
era una conseguenza della mansuetudine fin allora usata. Il popolo
erasi fatto superbo ed audace per aver rapito il pane con la sola
intimazione, forzando pel momento a starne senza le famiglie cui
recavasi. I magistrati però, invece d’irritarsi, compassionavano que’
traviati, ridendo essi medesimi, di dover in quel giorno aspettare
assai tardi il pane. Ma il popolo proruppe a misfatti più gravi, e
risoluto a distruggere il forno, s’avviò alla volta del medesimo
senz’alcun capo, chè l’innumerevole turba era guida a sè stessa.
Vociferavansi sediziose grida, strepitavano che avrebbero distrutte
le botteghe de’ fornaj, centri di raggiri, di fame e della calamità
pubblica.
Capitarono a caso dinanzi il forno di porta Orientale[43]. La
moltitudine erasi già armata di bastoni, di sassi e di quanto gli
capitava alle mani, come se andasse a battagliare[44]. Scassinarono
le porte, e vi diedero fuoco, e rotti i cancelli, fecero man bassa
su tutta la farina ed il grano ivi raccolti, spargendone per terra, e
gettandolo anche in istrada per disprezzo.
Alcuni empirono di farina i sacchi rubati, e via se li portarono;
altri caricarono con carri, e tornarono più volte senza che veruno
si opponesse al loro depredare[45]. Le contrade per dove andavano
e venivano i saccheggiatori, biancheggiavano di farina come se
fosse nevicato, ed era preda dei poveri e dell’infima plebe, che
s’affaccendava a raccoglierla. Intanto i caporioni della turba, avendo
trovato il banco del fornajo in cui eravi il denaro di molti giorni,
lo rubarono tutto quanto. Sfogata in tal guisa la rabbia sopra quanto
aveva eccitata la sommossa, e più nulla restando da rubare, sfogarono
da ultimo il furore sulle tavole, i banchi, i canestri e gli altri
utensili da bottega, che non eccitavano l’avidità dei saccheggiatori,
e fattone un mucchio, vi diedero il fuoco, quasi olocausto a Cerere,
alla carestia ed in uno al Santo, la cui festa avevali riuniti a
quell’impresa! Gettarono altresì tra le fiamme tutti i giornali ed i
registri del negozio, e v’avrebbero gettati anche il fornajo ed i suoi
garzoni, se questi, per buona ventura, non si fossero salvati fuggendo
o appiattandosi. Il capitano di giustizia, co’ suoi satelliti armati
accorso per ultimo spediente per sedare il tumulto colle armi, côlto da
una sassata, mentre fuggiva, ebbe la buona sorte di rifuggirsi nella
casa del fornajo, e nascosto in una soffitta, vi rimase in un angolo
finchè, dispersa la folla, potè uscire a salvamento[46].
Trascorsa in tali fatti la mattina, la plebe giunse al colmo
dell’atrocità, correndo delirante e furibonda per uccidere il vicario
di provvisione (magistrato milanese, che viene eletto annualmente, ed
è capo del pubblico consiglio, e quasi della città stessa), nobilissimo
ed ottimo personaggio, contro il quale esternava un odio accanito[47].
Il suo nome, profferito forse da qualcuno a caso, risuonò in un subito
per tutta la città. Il vicario, o sentito lo strepito o avvisato che
fosse, si teneva chiuso e nascosto in casa.
Siccome la tempesta scoppiata da un negro nembo tutto riempie il
paese d’acqua, di lordure, di spavento, così le caterve de’ plebei
accerchiarono di repente la casa, traendo a sè dietro la morte e
l’ignominia se riuscivano nell’intento. Recavano seco scale e ferri
per spezzare le porte ed introdursi dalle finestre od anche dal tetto.
Imposte e ferriate sarebbero riuscite inutili a schermo contro l’impeto
della romoreggiante moltitudine, la quale voleva penetrare a tutta
forza, ed era sicura di riuscirvi. Fu veduto un vecchio che portava
chiodi, un martello ed una corda, e andava dicendo di voler impiccare
il vicario alla porta della sua casa, dove sarebbe straziato ed ucciso
dal popolo.
Con tali intenzioni assediavano la casa, battendola con spessi colpi, e
tentando d’ogni parte la scalata. I magistrati chiamarono, dal prossimo
castello di Porta Giovia, una squadriglia di soldati spagnuoli, per
mandarla a presidiare la casa del vicario; ma quei soldati, invece
dell’incutere timore, furono côlti da subita paura al vedere il popolo
che circondava, come un esercito, quell’abitazione. Che far potevano
cogli archibugi, scaricati che li avessero sulle donne ed i fanciulli
misti cogli uomini? dar mano alle spade? Non ne avevano l’ordine,
e d’altronde avrebbero inferocita vieppiù la moltitudine, la quale,
già rotto ogni freno, correva agli estremi delitti. Titubarono gli
Spagnuoli, e si tennero lontani, mentre il popolo gl’insultava insieme
ai loro archibugi, che temuti sempre perchè colpiscono da lungi, allora
diventavano inutili e soggetto di scherno. L’arrivo dei soldati non
rallentò punto la furia di quelli che battevano la casa.
A frenare alquanto l’impeto loro, sopraggiunse il gran cancelliere
Ferrer, venerabile per vecchiaja, e che si guadagnò la simpatia del
popolo, appunto perchè non temeva di esporsi in quel parapiglia.
Avanzandosi in carrozza tramezzo la folla, ora chiedeva colla mano
silenzio, supplicando che lo ascoltassero, ora coll’alzar delle spalle
e col piegar la testa interrogava che cosa volessero. E quando, cessato
un momento il fracasso, poteva farsi sentire, egli, ponendosi la mano
al petto, imprometteva pane a josa, sedando colla sua dolcezza il
tumulto. Ma più gli giovò l’arte, che riuscì sempre anche nelle antiche
sedizioni utilissima agli uomini, che il popolo voleva uccidere.
Affermava il gran cancelliere ch’egli veniva per condurre il vicario
colla sua carrozza in castello, dove, se era colpevole di qualche
ingiustizia contro una tanto benemerita popolazione, sarebbe punito
giusta gli antichi statuti di Milano. Questa promessa calmò la plebe,
ed il vicario, messo in carrozza, sotto finta di condurlo al supplizio,
evitò, in quel terribile incontro, la morte[48].
Era già tardi, e tra per la sorvegnente notte, tra per la fatica e la
sazietà, tutti a poco a poco si ridussero alle proprie case, contenti
del bottino e della vendetta che loro pareva aver fatta de’ sofferti
stenti; e tra le domestiche pareti gustavano il riposo, e raccontavano
gli avvenimenti di quel giorno. Non riposavano però i magistrati ed
i decurioni, timorosi che durante la notte si commettessero nuovi
delitti; assicurarono la casa del vicario con travi[49], e vi posero a
guardia una mano di soldati; indi si raccolsero a consulta.
Provvidero in prima affinchè l’indomani, che era domenica, vi fosse
pane in abbondanza: i forni lavorarono tutta la notte. Al tempo stesso
diedero gli ordini opportuni che si cercasse dappertutto frumento,
onde non mancasse. Nominarono gli anziani, che, recandosi ciascuno di
buon mattino al suo posto, custodissero il forno del loro quartiere
coll’autorità del nome, cercando, col favore di che godevano presso il
pubblico, d’impedire il tumulto qualora ricominciasse, siccome accadde.
Spuntato il giorno, il popolo era tranquillo, ed uscendo, mezzo
sonnolento, a comperare i viveri, ciascuno andava per la sua strada,
appena soffermandosi per scambiar parole. Avresti detto che erano
confusi per vergogna della precedente sommossa.
Ma fu una breve sosta, ed ecco infuriare, con più violente impeto, la
plebe, non tanto per far bottino nelle botteghe de’ fornaj, quanto per
atterrarle dai fondamenti e darvi il fuoco.
La nuova rabbia mirava principalmente al forno del Cordusio, e già
dilapidata quanta farina vi si trovò, il frumento e ogni utensilio,
stavano per incendiarlo e involgere tutto il caseggiato nelle
fiamme, sia che non badassero alle conseguenze, sia coll’intenzione
di propagare l’incendio alle vicine case, indi alle lontane. Mentre
stavasi per commettere il delitto, un uomo pio del vicinato, scorto
il pericolo, riuscì, se non a calmar subito la ferocia della plebe,
almeno ad evitare un’irreparabile sciagura. Prese egli un crocifisso,
ed accese alcune candele, lo calò d’improvviso innanzi la bottega. Il
Salvatore pendente dalla croce, che salvò il genere umano, sembrava
chiedesse il termine della follia e dei misfatti. I tumultuanti si
mitigarono un poco, chè i Milanesi, anche nei tempi più calamitosi,
non obbliarono giammai l’avita pietà; al mirare l’immagine di Cristo
crocefisso rimasero stupefatti.
Giunse nel frattempo[50] tutto il clero della metropolitana a croce
alzata: i canonici colle cappe procedenti in fila si mescolarono tra
la folla[51]. Avevano lasciato in Duomo gli arredi solenni per timore
della sommossa. In tal modo si evitò il minacciato incendio. La minuta
plebe allora corse alle botteghe di secondo ordine, in cui vendevasi
il pane nero; e cessò dal tumultuare allora soltanto che il gran
cancelliere ebbe fissata la tariffa di quello e del pane di frumento
ad un prezzo che non potevasi desiderare più vile. Fu decretato che
il pane nero di otto oncie costerebbe un soldo, e l’altro migliore si
vendesse in ragione di tre lire lo stajo[52]. A tale annunzio i plebei
tripudiarono con pazza gioja, ridevano amaramente, e su per gli angoli
delle vie e nelle taverne si millantavano d’aver essi medesimi creata
così bassa la tariffa. In pari tempo cavillando, borbottavano che
finirebbe in breve la baldoria: dicevasi il pane esser mescolato con
materie venefiche, non aver fiducia in sì gran beneficio, però volerlo
intanto godere. Laonde correvano in folla ai forni, comperandone
oltre il bisogno; o ne empivano le casse, le caldaje, gli orciuoli,
nascondendolo in mille guise, come se ormai fossero i medesimi
venditori quelli che dovevano rapir loro il pane di bocca.
Io fui spettatore di tutti questi avvenimenti: testimonio per caso
del principio della sommossa, il desiderio di ben conoscere l’indole
umana in quella circostanza, mi spinse ad osservarla fino al termine,
lontanissimo dal pensare che un giorno avrei dovuto esserne lo storico.
In seguito trovai esattamente registrato, negli atti della città,
l’origine e il crescere del tumulto, non che il finire e reprimersi
spontaneo di esso, come appunto io aveva veduto.
La sommossa della plebe milanese afflisse ed angustiò il pubblico
Consiglio, il quale altresì ne arrossiva, come un padre di famiglia se
scopre svergognato il casato, violato il pudore dei figli e macchiato
il suo buon nome. Un’altra volta, a nostra memoria, fuvvi penuria in
Milano di granaglia, perchè vendevasi il frumento sette lire lo stajo
ed anche più; ma non per questo il popolo, amato e stimato dai nobili,
e per la sua fedeltà ed ossequio verso il monarca, tenuto come un’altra
classe di nobili, non per questo ruppe il freno all’ubbidienza, nè
ribellossi ai decreti del Consiglio. Ora invece aveva calpestata
l’autorità pubblica, insultando lo stesso re e la patria nostra, a lui
carissima, perchè nutrice sempre di uomini forti e in uno modesti.
Siffatti riflessi angustiavano i magnati, per tema che la notizia
dell’accaduto, misto il vero col falso, non pervenisse al monarca,
come se la popolare sommossa per la carestia fosse scoppiata per colpa
del Consiglio. Aveva la città, per altre sue faccende, spedito al re
cattolico un legato[53], il quale trovavasi allora in Madrid, con buona
speranza di riuscita in alcuna delle trattative affidategli, di altre
disperando. A lui il Consiglio inviò, con apposito corriere, lettere
del seguente tenore.
Pochi dell’infima plebe, colla speranza di rubare, aver eccitati da
principio ragazzi e donne, a questi essersi uniti altri, poi altri,
finchè il tumulto, per la carezza del pane, diventò una specie di
sommossa. Dilapidati i forni, il vicario di provvisione cercato a
morte, e quanto avvenne dappoi. In conseguenza scrivevano al legato,
si presentasse, quanto prima, ai piedi del re, ed esposto il caso,
soggiungesse: Che fu un impeto repentino ed una follia del popolo,
non mai una meditata rivolta, chè la nobiltà conservava intatta la
fede ereditata dai suoi maggiori verso Sua Maestà, che non eravi in
Milano alcun nobile il quale titubasse a sacrificare la vita, se quella
popolare agitazione non si calmava[54].
I membri del Consiglio aggiunsero a questa altre lettere, di cui
doveva servirsi il legato a tempo e luogo, ove mai, sotto pretesto
dell’accaduto, si tentasse ledere gli antichi statuti della città, e
indurre il re a gastigarla, promulgando nuove leggi. Raccomandavano
di esporre la premura del Consiglio, le spese sostenute, e la non
interrotta diligenza affinchè non mancassero al popolo i viveri. E
come recentemente avesse comperato a spese pubbliche quindici mila
moggia di frumento e dodici mila di segale, trattando inoltre, per
un acquisto maggiore, da trasportare in città, alla quale non sarebbe
giammai mancato grano, se si fosse eseguito quanto i Decurioni avevano
impetrato dall’autorità suprema, vale a dire, che a chiunque non
fosse lecito l’esportazione. Invano avevano i medesimi implorato
si decretasse con leggi e pene gravissime che non potessero gli
incettatori venire dagli estremi confini del Verbano fino sulle porte
della città co’ somari a far compera di grano, e poscia dalle loro
case portarlo ai confinanti Svizzeri, come loro riusciva facile per la
vicinanza.
Ed eziandio si proibì di trasportare in esteri paesi il frumento della
Lumellina, che è il granajo di Milano. Ai fornai ed ai mugnai di questa
città era stata negata la chiesta licenza di comperarlo e trasportarlo
ne’ loro magazzini.