X.

Il Lazzaretto è riprovato e si sgombra.

Ma ben più degli animi si viziavano i corpi, e ne seguirono tante

morti, che quasi poteva chiamarsi un piccolo contagio. Certuni

attribuivano la causa alla furfanteria degli inservienti, che avessero

adulterato il pane, meschiando la farina con sabbia. Ma io sono

d’avviso che la mortalità fosse attribuibile al caldo eccessivo di

quell’anno, al sudiciume ed ai pidocchi, brutali compagni, quasi

indivisibili dei mendici, e che ivi pel contatto più schifosamente

li affliggevano. Intanto que’ poveri gementi e frementi, per aver

perduta la libertà ed il diritto di vagabondare, anelavano le antiche

ed a loro sì care abitudini. La noja, la melanconia, la disperazione e

l’odio pel Lazzaretto trasparivano su tutti i volti: crescevano sempre

più le lagnanze. Gridavano che per certo erano stati chiusi in quel

recinto a morirvi fuori della patria senza che nemmeno volger potessero

alla medesima gli occhi moribondi; così imprecando, esalavano molti

l’ultimo respiro. I nobili anch’essi vergognavano e sdegnavansi che

tante cure e la liberalità stragrande in quelle pubbliche angustie,

non avessero servito che a far morire in maggior numero i poveri che si

volevano nutrire[41]. Perciò, riferita la cosa in consiglio, trovarono

che l’unico spediente era il mettere al più presto in libertà quella

poveraglia, lasciando che tornasse, come per l’addietro, ad accattare.

Ciò stabilito, si aprì il Lazzaretto, e le turbe irruppero con pazza

gioja e gratitudine maggiore di quando, vagabondi senza fuoco e senza

tetto, avevano ottenuto ricovero e nutrimento.

La città, liberata per poco dall’esosa vista dei mendici, ne rivide il

funesto spettacolo; anzi s’accrebbe la pietà in coloro che pensavano

come tanti poveri fossero morti, ad onta dei sussidj della pubblica

carità, per cui ne arrossivano più ora che in prima, alloraquando li

vedevano morire di fame.

La peste di Milano del 1630 · 第 30 / 107 题