Il Lazzaretto è riprovato e si sgombra.
Ma ben più degli animi si viziavano i corpi, e ne seguirono tante
morti, che quasi poteva chiamarsi un piccolo contagio. Certuni
attribuivano la causa alla furfanteria degli inservienti, che avessero
adulterato il pane, meschiando la farina con sabbia. Ma io sono
d’avviso che la mortalità fosse attribuibile al caldo eccessivo di
quell’anno, al sudiciume ed ai pidocchi, brutali compagni, quasi
indivisibili dei mendici, e che ivi pel contatto più schifosamente
li affliggevano. Intanto que’ poveri gementi e frementi, per aver
perduta la libertà ed il diritto di vagabondare, anelavano le antiche
ed a loro sì care abitudini. La noja, la melanconia, la disperazione e
l’odio pel Lazzaretto trasparivano su tutti i volti: crescevano sempre
più le lagnanze. Gridavano che per certo erano stati chiusi in quel
recinto a morirvi fuori della patria senza che nemmeno volger potessero
alla medesima gli occhi moribondi; così imprecando, esalavano molti
l’ultimo respiro. I nobili anch’essi vergognavano e sdegnavansi che
tante cure e la liberalità stragrande in quelle pubbliche angustie,
non avessero servito che a far morire in maggior numero i poveri che si
volevano nutrire[41]. Perciò, riferita la cosa in consiglio, trovarono
che l’unico spediente era il mettere al più presto in libertà quella
poveraglia, lasciando che tornasse, come per l’addietro, ad accattare.
Ciò stabilito, si aprì il Lazzaretto, e le turbe irruppero con pazza
gioja e gratitudine maggiore di quando, vagabondi senza fuoco e senza
tetto, avevano ottenuto ricovero e nutrimento.
La città, liberata per poco dall’esosa vista dei mendici, ne rivide il
funesto spettacolo; anzi s’accrebbe la pietà in coloro che pensavano
come tanti poveri fossero morti, ad onta dei sussidj della pubblica
carità, per cui ne arrossivano più ora che in prima, alloraquando li
vedevano morire di fame.