IX.

Discipline stabilite al Lazzaretto e nell’ospitale della Stella.

Sussidiò il Lazzaretto un secondo locale di mendicanti, abbastanza

vasto pel momento, e per la sua posizione, vicino a grandi ortaglie,

facile, occorrendo, ad ampliarsi. Quel ricettacolo della più abbietta

miseria chiamavasi ospitale della Stella, e vi si alimentavano

fanciulli e fanciulle senza parenti, senza tetto, e ignari di loro

origine, quasi fossero nati dalla terra.

In questo ospitale si raccolsero pel momento le turbe degli affamati,

vecchi cadenti, giovani d’ambo i sessi, pei disagi sofferti simili

ai vecchi, fanciulli, cittadini e forensi insieme; coloro che da

lungo tempo pativano la fame e quelli che da poco penuriavano, i

vergognosi per nuova miseria, gli sfrontati per vecchia abitudine,

tutti spinti dalla fame e dal bisogno, vennero colà radunati. A

misura che aumentavasi ogni giorno il numero, s’allargavano i confini

dell’ospizio, e cresceva adeguata ai bisogni la munificenza dei

cittadini.

Parecchi nelle domestiche strettezze restringevano i cibi, mandandone

parte colà in elemosina, altri venuti a morte, deludendo la speranza

e la cupidigia de’ parenti, legavano le sostanze alla Stella, per cui

tanta moltitudine di poveri viveva in separate camere, e divise le

mense secondo il sesso e l’età. In pochi giorni salirono a tre mila, e

giornalmente crescevano. Ma fu osservato e conosciuto a prova la verità

di quel proverbio che si diceva per ischerzo: «Esservi nel mendicare

una tal quale dolcezza». Uomini e donne senz’asilo il giorno, senza

ricovero la notte, nè certi di procacciarsi il giornaliero nutrimento,

che sdrajavansi esposti ai venti ed al gelo, ora si trovavano al

coperto, avevano cibo, letto e quiete. Cionnondimeno era d’uopo farveli

condurre legati dai bargelli, i quali ricevevano dal magistrato due

soldi per ogni povero che là traducevano. Era chiaro preferire i nostri

accattoni il questuar per le strade e il piagnuccolare all’aperto,

all’essere pasciuti e dormire rinchiusi nell’ospizio. Ormai i molti

bagagli venuti dall’estero e mercanzie d’ogni genere sospette di

peste, le quali ne’ primi giorni ingombrarono il Lazzaretto, spurgate

co’ suffumigi e raccolte in un sol luogo, davano agio a potere

ivi raccogliere i poveri, che l’ospizio della Stella ormai più non

capiva. Laonde, aperto anche il Lazzaretto, una parte de’ medesimi fu

trasferita colà, dove ebbero stanza un tempo gli appestati, ed aver la

dovevano di nuovo tra breve.

Entrambi i luoghi in breve furono zeppi, venendovi ogni giorno alcuni

spontaneamente, altri molti trascinati a forza; pure non iscemava la

sollecitudine per nutrirli.

Ammiratori noi dell’antica età, e poco curanti di quanto è recente,

non lodiamo per consueto le virtù dell’epoca nostra, spregiando

quanto essa offre di splendido e di ammirabile. Ma io, quand’anche

ritornassero i tempi lodati degli Spartani e le vecchie loro leggi,

non credo che possano offrire istituzioni migliori per nutrir una

folla di poveri in chiuso recinto, di quelle che adottarono in allora

i nostri magistrati. Erano scomparsi l’inumano rigore e durezza,

e quell’indulgenza che spinge a nuove colpe; difetti che, fuor di

dubbio, deturpavano le antiche ed encomiate istituzioni dei Greci,

allorquando, uniti nei medesimi recinti gli abitanti d’una provincia,

mescolavansi i loro vizj e virtù. Presso di noi non stimavasi virtù

la sfrenata libidine ed il furto come già nelle riunioni profane di

quelle antiche genti. In un’accozzaglia d’uomini, prese le dovute

cautele per l’onestà, si cercò, con tutto lo zelo, di rivolgere le

menti di quei traviati ai doveri religiosi ed ai riti della Chiesa,

da essi posti in dimenticanza. I magistrati ed i nobili milanesi

offrirono in que’ giorni un esempio luminoso di cattolica pietà,

alimentando ed instruendo ad un tempo il popolo. Nè i superbi politici

mi faranno carico se faccio qui un cenno della disciplina introdotta

nel Lazzaretto e delle sacre funzioni, alle quali più d’una volta io

assistetti con indicibile piacere.

Celebravasi ogni giorno la messa nella cappella, sorgente, come dissi,

in mezzo al campo, e che aperta all’intorno, è visibile da tutto il

circostante portico. Dal quale e dagli usci delle stanze ciascuno

poteva assistere all’incruento sacrifizio, in cui il figliuol di Dio

è immolato per la salute del genere umano. Dappoi, andavano i poveri

al lavoro, ciascuno secondo il mestiere che professava, procurando

qualche utile al luogo, e sfuggendo l’ozio, dannosissimo anche ai più

miserabili. Molti infingardi giravano qua e là sciupando il tempo fino

all’ora del desinare. Costoro molestavano gli altrui lavorerj, nè fu

possibile mantenere sì rigorosa la disciplina, che non pullulassero

alcuni vizj tra quella moltitudine.

La peste di Milano del 1630 · 第 29 / 107 题