Discipline stabilite al Lazzaretto e nell’ospitale della Stella.
Sussidiò il Lazzaretto un secondo locale di mendicanti, abbastanza
vasto pel momento, e per la sua posizione, vicino a grandi ortaglie,
facile, occorrendo, ad ampliarsi. Quel ricettacolo della più abbietta
miseria chiamavasi ospitale della Stella, e vi si alimentavano
fanciulli e fanciulle senza parenti, senza tetto, e ignari di loro
origine, quasi fossero nati dalla terra.
In questo ospitale si raccolsero pel momento le turbe degli affamati,
vecchi cadenti, giovani d’ambo i sessi, pei disagi sofferti simili
ai vecchi, fanciulli, cittadini e forensi insieme; coloro che da
lungo tempo pativano la fame e quelli che da poco penuriavano, i
vergognosi per nuova miseria, gli sfrontati per vecchia abitudine,
tutti spinti dalla fame e dal bisogno, vennero colà radunati. A
misura che aumentavasi ogni giorno il numero, s’allargavano i confini
dell’ospizio, e cresceva adeguata ai bisogni la munificenza dei
cittadini.
Parecchi nelle domestiche strettezze restringevano i cibi, mandandone
parte colà in elemosina, altri venuti a morte, deludendo la speranza
e la cupidigia de’ parenti, legavano le sostanze alla Stella, per cui
tanta moltitudine di poveri viveva in separate camere, e divise le
mense secondo il sesso e l’età. In pochi giorni salirono a tre mila, e
giornalmente crescevano. Ma fu osservato e conosciuto a prova la verità
di quel proverbio che si diceva per ischerzo: «Esservi nel mendicare
una tal quale dolcezza». Uomini e donne senz’asilo il giorno, senza
ricovero la notte, nè certi di procacciarsi il giornaliero nutrimento,
che sdrajavansi esposti ai venti ed al gelo, ora si trovavano al
coperto, avevano cibo, letto e quiete. Cionnondimeno era d’uopo farveli
condurre legati dai bargelli, i quali ricevevano dal magistrato due
soldi per ogni povero che là traducevano. Era chiaro preferire i nostri
accattoni il questuar per le strade e il piagnuccolare all’aperto,
all’essere pasciuti e dormire rinchiusi nell’ospizio. Ormai i molti
bagagli venuti dall’estero e mercanzie d’ogni genere sospette di
peste, le quali ne’ primi giorni ingombrarono il Lazzaretto, spurgate
co’ suffumigi e raccolte in un sol luogo, davano agio a potere
ivi raccogliere i poveri, che l’ospizio della Stella ormai più non
capiva. Laonde, aperto anche il Lazzaretto, una parte de’ medesimi fu
trasferita colà, dove ebbero stanza un tempo gli appestati, ed aver la
dovevano di nuovo tra breve.
Entrambi i luoghi in breve furono zeppi, venendovi ogni giorno alcuni
spontaneamente, altri molti trascinati a forza; pure non iscemava la
sollecitudine per nutrirli.
Ammiratori noi dell’antica età, e poco curanti di quanto è recente,
non lodiamo per consueto le virtù dell’epoca nostra, spregiando
quanto essa offre di splendido e di ammirabile. Ma io, quand’anche
ritornassero i tempi lodati degli Spartani e le vecchie loro leggi,
non credo che possano offrire istituzioni migliori per nutrir una
folla di poveri in chiuso recinto, di quelle che adottarono in allora
i nostri magistrati. Erano scomparsi l’inumano rigore e durezza,
e quell’indulgenza che spinge a nuove colpe; difetti che, fuor di
dubbio, deturpavano le antiche ed encomiate istituzioni dei Greci,
allorquando, uniti nei medesimi recinti gli abitanti d’una provincia,
mescolavansi i loro vizj e virtù. Presso di noi non stimavasi virtù
la sfrenata libidine ed il furto come già nelle riunioni profane di
quelle antiche genti. In un’accozzaglia d’uomini, prese le dovute
cautele per l’onestà, si cercò, con tutto lo zelo, di rivolgere le
menti di quei traviati ai doveri religiosi ed ai riti della Chiesa,
da essi posti in dimenticanza. I magistrati ed i nobili milanesi
offrirono in que’ giorni un esempio luminoso di cattolica pietà,
alimentando ed instruendo ad un tempo il popolo. Nè i superbi politici
mi faranno carico se faccio qui un cenno della disciplina introdotta
nel Lazzaretto e delle sacre funzioni, alle quali più d’una volta io
assistetti con indicibile piacere.
Celebravasi ogni giorno la messa nella cappella, sorgente, come dissi,
in mezzo al campo, e che aperta all’intorno, è visibile da tutto il
circostante portico. Dal quale e dagli usci delle stanze ciascuno
poteva assistere all’incruento sacrifizio, in cui il figliuol di Dio
è immolato per la salute del genere umano. Dappoi, andavano i poveri
al lavoro, ciascuno secondo il mestiere che professava, procurando
qualche utile al luogo, e sfuggendo l’ozio, dannosissimo anche ai più
miserabili. Molti infingardi giravano qua e là sciupando il tempo fino
all’ora del desinare. Costoro molestavano gli altrui lavorerj, nè fu
possibile mantenere sì rigorosa la disciplina, che non pullulassero
alcuni vizj tra quella moltitudine.