_Nel negotio del Ripamonti per far bene bisogna che non sappia
quello che si è deliberato costì perchè entrerebbe in superbia
e sarebbe peggiore ogni dì più. Però desidero che lo tenghino in
timore, poi staremo a vedere, ec._[16].
Da queste lettere avrete scorto, o lettori, come il Pontefice e la
congregazione de’ Cardinali avessero avocato a loro, quai giudici
supremi in materie ecclesiastiche, l’affare del Ripamonti. Il padre
dell’accusato si rivolse al Papa nella primavera del 1619, col seguente
ricorso che trovasi negli atti del Processo, e che riferiremo come
documento importantissimo.
_«Bartolomeo Ripamonti devotissimo servitore di Vostra Santità
umilissimamente li espone qualmente Giuseppe suo figlio sacerdote
ed autore dell’Historia Ecclesiastica di Milano, doppo longo
servicio fatto al Sig. Cardinale Borromeo così nel Seminario come
nel coleggio ambrosiano et in altre occasioni, a persecutione
d’alcuni suoi emuli et maleuoli che con diaboliche suggestioni et
falsi pretesti gli hanno implacabilmente irrittato contro il Sig.
Cardinale viene ritenuto prigione a quella corte archiepiscopale
da molti mesi in qua, senza sapersi il pretesto della sua
carcerazione. Et per molte istanze che si siano fatte di haver
copia degli indiccj, o di habilitarlo con sigurtà, et promesse
haute della sua liberatione, non si è però potuto mai conseguire
cosa alcuna, nemeno vedere che si formi altro processo contro
di lui. Disperando pertanto il povero petente di poter hauere
altro compimento di giustizia a quella corte, ne da alcuno de’
suoi ministri, et vedendo già in manifesto pericolo il figlio per
la poca sua sanità offesa anche dal patire longo delle carceri,
supplica humilissimamente Vostra Santità a degnarsi ordinare che
la causa sia conosciuta per giustizia, e terminata da alcuno de’
Cardinali della Sacra Congregazione dei Vescovi, o da altro giudice
di questa corte, con commandare che sia trasmessa la inquisitione,
et processo contro di esso fabbricato quando ve ne sia, che sarà
gratia della molta pietà di Vostra Beatitudine quam Deus, ec._
_Giovan Ambrogio Crivelli_
_Per il Supplicante._
Infatti i cardinali Millino e Cadonisi scrissero, d’ordine del Papa,
a Federico, che facesse terminare il Processo, custodendo frattanto
l’accusato, ed informando a Roma de’ suoi diporti[17]. Ma che fosse,
che non fosse, per due anni l’affare rimase stazionario, e trovasi una
lacuna nella procedura dal 1620 al 1622.
Il prigioniero, languente in carcere da quattro anni, e ridotto a
pessimo stato di salute, instava che lo mandassero a Roma per essere
giudicato; anche la Congregazione lo reclamava colà; e infatti il
cardinale Millino, tra le altre lettere, scrisse il 22 aprile 1622
avere il padre del Ripamonti presentato un nuovo ricorso al Papa: _Il
quale ordinò che si faccia venire a Roma insieme al suo processo, et
per l’esecuzione S. S. mi ha comesso di scrivere a V. S. Ill. perchè
il suddetto Giuseppe sia rilasciato con rinnovare la sigurtà data
altre volte di 4000 scudi di venir qui addirittura tra 20 o 25 giorni
et presentarsi a questo S. Ufficio, col mandare al tempo stesso le
scritture relative_[18]. Allora Federico, posto alle strette, nè
trovando conveniente che un uomo così irascibile, ed inasprito da lunga
prigionia, si recasse a Roma, affidò la causa all’inquisitore generale
Abbondio Lambertenghi ed al vicario Antonino, succeduto all’Arcelli.
Nel luglio vennero uditi per la prima volta, dopo sì lungo tempo,
i testimonj in difesa. Il confessore del Seminario, varj parrochi
e sacerdoti, alcuni segretarj del Senato e molte persone d’integra
fama di Milano, Pavia, Lodi ed altre città, deposero tutti a favore
del Ripamonti. Un canonico Rossignoli del Duomo, nominato difensore
d’Ufficio con altri due causidici, sventò di molto le accuse, ed il 16
agosto di quell’anno venne finalmente emanata la sentenza.
Dichiarato nel preambolo essere egli meritevole di severo gastigo, ma
che pure volevasi usare qualche benignità, venne condannato:
I. Ad incorrere nelle censure ecclesiastiche del Concilio Lateranense,
con facoltà però d’invocarne l’assoluzione.
II. A tre anni di prigionia nelle carceri arcivescovili e ad altri due
anni in qualche luogo pio a scelta dell’arcivescovo, e ciò a titolo
d’emenda, e coll’obbligo di dare idonea sigurtà.
III. Sospesa la sua storia finchè non si ristampi colle debite
correzioni.
IV. Proibita la pubblicazione di altre opere senza speciale
autorizzazione del Santo Ufficio.
V. Gli fu ordinato di digiunare per un anno tutti i venerdì, e di
recitare il rosario ogni settimana.
Venne lasciata facoltà all’Arcivescovo ed agli Inquisitori di commutare
ed alleggerire la condanna.
Fu equa codesta sentenza ed il severo castigo pari alla gravità delle
colpe? Ecco il dubbio che sorge nell’animo di ogni lettore imparziale.
Siami quindi conceduto di esporre quanto, dopo il minuto esame ch’io
dovetti necessariamente fare del Processo e d’altri documenti, emerge,
a senso mio, di vero o almeno di molto probabile.
L’accusa d’aver falsato il passo di S. Gregorio, narrando i casi di
prete Fortunato, è falsa, e basta a provarlo il semplice raffronto
dei due testi[19]. Quanto ai passi, nei quali il nostro Autore venne
accusato di sparlare di S. Carlo e di S. Agostino, è un’imputazione
assai vaga e insostenibile, per poco che si ammetta una ragionevole
libertà di opinioni nello storico.
L’accusa gravissima di ateismo e di materialismo, non solo manca di
prove reali, ma è sventata da validissime testimonianze in contrario.
Le quali testimonianze d’uomini riputati per dottrina e pietà non
mancarono al Ripamonti per giustificarlo altresì di aver sempre
trascurati i proprj doveri ecclesiastici.
Una riprovevole freddezza nell’adempiere gli obblighi del suo stato non
curandosi d’altro che degli studj, un carattere irascibile e impaziente
di qualunque disciplina, la facilità di mettere in ridicolo chiunque
non gli andasse a genio, l’amor del denaro un po’ spinto e la poca
gratitudine per l’Arcivescovo suo benefattore; ecco i veri e provati
torti del Ripamonti, che lo rendevano meritevole di gastigo, ma che
vennero oltre misura ingranditi dall’astio profondo de’ molti suoi
nemici.
Persuaso di non aver meritato le severe pene inflitte dalla sentenza,
egli voleva appellarsene a Roma; ma calmato il primo sdegno, con più
savio consiglio invocò grazia dall’Arcivescovo, il quale, d’animo
benigno e ritenendolo abbastanza punito, mutò la prigionia in un
semplice arresto nel suo palazzo. Esultante il Ripamonti per tale
grazia, che mitigava quasi per intero la rigorosa sentenza, dettò, la
mattina del 29 settembre, la seguente dichiarazione:
«Constituito io Prete Gioseffo Ripamonti alla presenza di noi Notaro
e testimonij infrascritti: Dico e protesto che mia mente non fu, nè
di presente è, che hauendo io renontiato all’appellatione ch’era stata
da me interposta dalla sentenza data contro di me dai signori Giudici
Deputati da Monsignor Illustrissimo Cardinale Borromeo Arcivescovo di
Milano mio Signore e Padrone con rimettermi del tutto alla pietà del
Signor Illustrissimo acciò modificasse le pene e penitenze impostemi
in detta sentenza, persona alcuna facesse più ricorso dal sommo
Pontefice nè da altro superiore per ottenere la reuisione o altr’ordine
contra detta sentenza, et se tal ricorso è stato fatto dopo detta
mia renuntia, ciò non è stato fatto di mio consenso et più non uoglio
che sortisca effetto alcuno. E perchè detto Monsignor Illustrissimo
hieri per quanto da te notaro mi fu notificato, ordinò che io fossi
allargato con assegnarmi (per sua mera gratia e benignità) tutto il
palazzo arcivescovile, con che io dia prima sicurtà di non partirmi poi
senza prima speciale licenza, dico et protesto, che l’intentione mia è,
che quando io sarò posto in tal libertà, nel qual caso io potrò a mio
piacere trattare con miei parenti et amici e dargli quei ordini che a
me pareranno necessarj per mio seruitio se di nuouo fosse tentata cosa
alcuna col far ricorso in mio nome, o in fauor mio al sommo Pontefice
o ad altri superiori come sopra, ciò non sarà, ne uoglio che s’intenda
fatto di mio consenso, se di ciò non constarà per qualche scrittura
fatta o almeno firmata di mia mano perchè non intendo di far ricorso ad
altro superiore per mio aiuto che al suddetto Monsignore Illustrissimo
mio Signore e Pron. dalla cui pietà spero ottenere ogni giusta
gratia[20]».
La lezione era stata amara, ma non inutile al nostro storico, poichè,
rimessosi egli con ardore agli studj interrotti, ricuperò l’amicizia la
protezione di Federico, e si aprì larga carriera di onori e fortuna.
«Fu riammesso nei Dottori dell’Ambrosiana, anzi dichiarato di non
licenziarsi mai, e graziato di aumento di soldo in lire 1600 all’anno
in esecuzione della mente del Cardinale[21]».
Nominato dal re di Spagna canonico di Santa Maria della Scala, e
storiografo regio[22] dal marchese di Legnanes, governatore di Milano,
che lo tenne alcun tempo presso di sè[23], stampò la seconda (1625),
indi la terza parte (1628) della sua _Storia Ecclesiastica di Milano_.
Cessata la peste, il Consiglio Generale lo incaricò di scriverne
la storia, e Ripamonti la pubblicò nel 1640. Tre anni dopo diede
in luce i primi dieci libri d’un grandioso lavoro affidatogli dal
Consiglio medesimo, che l’aveva eletto a cronista patrio, vale a
dire la _Storia di Milano_, dal 1313, dove ha termine quella di
Tristano Caleo, fino alla morte di Federico Borromeo[24]. E attendeva
a compiere quest’opera, ma i lunghi e laboriosi studj e la sofferta
prigionia avevano logorato il robusto temperamento di lui. Soprappreso
da lenta febbre, gli si enfiarono, per idropisia, il ventre e le
gambe. I più esperti medici, per decreto pubblico, ne intrapresero la
cura; ma vani furono i rimedj[25]. Allora decisero, come sempre, che
l’unica speranza di guarigione stava nel respirare l’aria nativa. Il
malato andò sui colli briantei a Rovagnate in casa del parroco, ma
cresciuta l’idropisia, il 14 agosto 1643, con cristiana rassegnazione
trapassò[26].
L’annunzio della sua morte rattristò Milano e i letterati[27], e
trovai scritto in certe Memorie che il Senato sospese la seduta a
solenne testimonianza di lutto per la perdita dell’istoriografo della
patria. Ma fu momentaneo entusiasmo, che si esaurì in gran numero
d’epigrammi, nei quali, con tutta la gonfiezza del seicento, si
portavano alle stelle l’ingegno e le opere di lui, e s’inveiva perfino
contro la Parca che ardì troncargli la vita. Io ve ne fo grazia, o
lettori, e se v’aggrada conoscerli, li troverete stampati in fronte
ai diversi volumi delle sue storie. Neppure fu posta una lapide, che
nella chiesa di Rovagnate ne additasse il sepolcro, anzi cadde in tale
dimenticanza, che le sue vicende, e perfino l’epoca della sua morte,
rimasero una specie di mistero fino ai giorni nostri. Del che niuno
vorrà farsi meraviglia, infiniti essendo in tutte le epoche gli esempj
di noncuranza e ingratitudine verso gli uomini benemeriti del proprio
paese!
Chiuderemo questa biografia, che i lettori mi perdoneranno d’aver forse
allungata di soverchio, per la simpatia che ho a questo storico, e per
il desiderio di rivendicarne la memoria, col ritratto che di esso ne
lasciò un contemporaneo. «Imparò con tanta prestezza lettere greche
et hebraiche, et arrivò tant’oltre nella perfezione di queste lingue,
che facilmente si sarebbe fatto credere agli huomini d’esser nato et
allevato piutosto in Atene o in Gerusalemme che in Lombardia. Ch’egli
poi vaglia molto nella lingua latina, non m’affaticherò in accennarlo,
posciachè riesce così mirabile in quella, come altri nella materna.
Favorillo il cielo d’una sì tenace memoria, che di quanto ha letto
distintamente si ricorda, e di questa virtù particolare se ne servì più
volte nel sentire le prediche, le quali da esso nel tesoro della sua
memoria portate a casa, nel latino idioma trasportava, come le aveva
sentite in volgare. Al presente va componendo la vita del cardinale
Federigo[28]».