11 Maggio 1619.

_Nel negotio del Ripamonti per far bene bisogna che non sappia

quello che si è deliberato costì perchè entrerebbe in superbia

e sarebbe peggiore ogni dì più. Però desidero che lo tenghino in

timore, poi staremo a vedere, ec._[16].

Da queste lettere avrete scorto, o lettori, come il Pontefice e la

congregazione de’ Cardinali avessero avocato a loro, quai giudici

supremi in materie ecclesiastiche, l’affare del Ripamonti. Il padre

dell’accusato si rivolse al Papa nella primavera del 1619, col seguente

ricorso che trovasi negli atti del Processo, e che riferiremo come

documento importantissimo.

_«Bartolomeo Ripamonti devotissimo servitore di Vostra Santità

umilissimamente li espone qualmente Giuseppe suo figlio sacerdote

ed autore dell’Historia Ecclesiastica di Milano, doppo longo

servicio fatto al Sig. Cardinale Borromeo così nel Seminario come

nel coleggio ambrosiano et in altre occasioni, a persecutione

d’alcuni suoi emuli et maleuoli che con diaboliche suggestioni et

falsi pretesti gli hanno implacabilmente irrittato contro il Sig.

Cardinale viene ritenuto prigione a quella corte archiepiscopale

da molti mesi in qua, senza sapersi il pretesto della sua

carcerazione. Et per molte istanze che si siano fatte di haver

copia degli indiccj, o di habilitarlo con sigurtà, et promesse

haute della sua liberatione, non si è però potuto mai conseguire

cosa alcuna, nemeno vedere che si formi altro processo contro

di lui. Disperando pertanto il povero petente di poter hauere

altro compimento di giustizia a quella corte, ne da alcuno de’

suoi ministri, et vedendo già in manifesto pericolo il figlio per

la poca sua sanità offesa anche dal patire longo delle carceri,

supplica humilissimamente Vostra Santità a degnarsi ordinare che

la causa sia conosciuta per giustizia, e terminata da alcuno de’

Cardinali della Sacra Congregazione dei Vescovi, o da altro giudice

di questa corte, con commandare che sia trasmessa la inquisitione,

et processo contro di esso fabbricato quando ve ne sia, che sarà

gratia della molta pietà di Vostra Beatitudine quam Deus, ec._

_Giovan Ambrogio Crivelli_

_Per il Supplicante._

Infatti i cardinali Millino e Cadonisi scrissero, d’ordine del Papa,

a Federico, che facesse terminare il Processo, custodendo frattanto

l’accusato, ed informando a Roma de’ suoi diporti[17]. Ma che fosse,

che non fosse, per due anni l’affare rimase stazionario, e trovasi una

lacuna nella procedura dal 1620 al 1622.

Il prigioniero, languente in carcere da quattro anni, e ridotto a

pessimo stato di salute, instava che lo mandassero a Roma per essere

giudicato; anche la Congregazione lo reclamava colà; e infatti il

cardinale Millino, tra le altre lettere, scrisse il 22 aprile 1622

avere il padre del Ripamonti presentato un nuovo ricorso al Papa: _Il

quale ordinò che si faccia venire a Roma insieme al suo processo, et

per l’esecuzione S. S. mi ha comesso di scrivere a V. S. Ill. perchè

il suddetto Giuseppe sia rilasciato con rinnovare la sigurtà data

altre volte di 4000 scudi di venir qui addirittura tra 20 o 25 giorni

et presentarsi a questo S. Ufficio, col mandare al tempo stesso le

scritture relative_[18]. Allora Federico, posto alle strette, nè

trovando conveniente che un uomo così irascibile, ed inasprito da lunga

prigionia, si recasse a Roma, affidò la causa all’inquisitore generale

Abbondio Lambertenghi ed al vicario Antonino, succeduto all’Arcelli.

Nel luglio vennero uditi per la prima volta, dopo sì lungo tempo,

i testimonj in difesa. Il confessore del Seminario, varj parrochi

e sacerdoti, alcuni segretarj del Senato e molte persone d’integra

fama di Milano, Pavia, Lodi ed altre città, deposero tutti a favore

del Ripamonti. Un canonico Rossignoli del Duomo, nominato difensore

d’Ufficio con altri due causidici, sventò di molto le accuse, ed il 16

agosto di quell’anno venne finalmente emanata la sentenza.

Dichiarato nel preambolo essere egli meritevole di severo gastigo, ma

che pure volevasi usare qualche benignità, venne condannato:

I. Ad incorrere nelle censure ecclesiastiche del Concilio Lateranense,

con facoltà però d’invocarne l’assoluzione.

II. A tre anni di prigionia nelle carceri arcivescovili e ad altri due

anni in qualche luogo pio a scelta dell’arcivescovo, e ciò a titolo

d’emenda, e coll’obbligo di dare idonea sigurtà.

III. Sospesa la sua storia finchè non si ristampi colle debite

correzioni.

IV. Proibita la pubblicazione di altre opere senza speciale

autorizzazione del Santo Ufficio.

V. Gli fu ordinato di digiunare per un anno tutti i venerdì, e di

recitare il rosario ogni settimana.

Venne lasciata facoltà all’Arcivescovo ed agli Inquisitori di commutare

ed alleggerire la condanna.

Fu equa codesta sentenza ed il severo castigo pari alla gravità delle

colpe? Ecco il dubbio che sorge nell’animo di ogni lettore imparziale.

Siami quindi conceduto di esporre quanto, dopo il minuto esame ch’io

dovetti necessariamente fare del Processo e d’altri documenti, emerge,

a senso mio, di vero o almeno di molto probabile.

L’accusa d’aver falsato il passo di S. Gregorio, narrando i casi di

prete Fortunato, è falsa, e basta a provarlo il semplice raffronto

dei due testi[19]. Quanto ai passi, nei quali il nostro Autore venne

accusato di sparlare di S. Carlo e di S. Agostino, è un’imputazione

assai vaga e insostenibile, per poco che si ammetta una ragionevole

libertà di opinioni nello storico.

L’accusa gravissima di ateismo e di materialismo, non solo manca di

prove reali, ma è sventata da validissime testimonianze in contrario.

Le quali testimonianze d’uomini riputati per dottrina e pietà non

mancarono al Ripamonti per giustificarlo altresì di aver sempre

trascurati i proprj doveri ecclesiastici.

Una riprovevole freddezza nell’adempiere gli obblighi del suo stato non

curandosi d’altro che degli studj, un carattere irascibile e impaziente

di qualunque disciplina, la facilità di mettere in ridicolo chiunque

non gli andasse a genio, l’amor del denaro un po’ spinto e la poca

gratitudine per l’Arcivescovo suo benefattore; ecco i veri e provati

torti del Ripamonti, che lo rendevano meritevole di gastigo, ma che

vennero oltre misura ingranditi dall’astio profondo de’ molti suoi

nemici.

Persuaso di non aver meritato le severe pene inflitte dalla sentenza,

egli voleva appellarsene a Roma; ma calmato il primo sdegno, con più

savio consiglio invocò grazia dall’Arcivescovo, il quale, d’animo

benigno e ritenendolo abbastanza punito, mutò la prigionia in un

semplice arresto nel suo palazzo. Esultante il Ripamonti per tale

grazia, che mitigava quasi per intero la rigorosa sentenza, dettò, la

mattina del 29 settembre, la seguente dichiarazione:

«Constituito io Prete Gioseffo Ripamonti alla presenza di noi Notaro

e testimonij infrascritti: Dico e protesto che mia mente non fu, nè

di presente è, che hauendo io renontiato all’appellatione ch’era stata

da me interposta dalla sentenza data contro di me dai signori Giudici

Deputati da Monsignor Illustrissimo Cardinale Borromeo Arcivescovo di

Milano mio Signore e Padrone con rimettermi del tutto alla pietà del

Signor Illustrissimo acciò modificasse le pene e penitenze impostemi

in detta sentenza, persona alcuna facesse più ricorso dal sommo

Pontefice nè da altro superiore per ottenere la reuisione o altr’ordine

contra detta sentenza, et se tal ricorso è stato fatto dopo detta

mia renuntia, ciò non è stato fatto di mio consenso et più non uoglio

che sortisca effetto alcuno. E perchè detto Monsignor Illustrissimo

hieri per quanto da te notaro mi fu notificato, ordinò che io fossi

allargato con assegnarmi (per sua mera gratia e benignità) tutto il

palazzo arcivescovile, con che io dia prima sicurtà di non partirmi poi

senza prima speciale licenza, dico et protesto, che l’intentione mia è,

che quando io sarò posto in tal libertà, nel qual caso io potrò a mio

piacere trattare con miei parenti et amici e dargli quei ordini che a

me pareranno necessarj per mio seruitio se di nuouo fosse tentata cosa

alcuna col far ricorso in mio nome, o in fauor mio al sommo Pontefice

o ad altri superiori come sopra, ciò non sarà, ne uoglio che s’intenda

fatto di mio consenso, se di ciò non constarà per qualche scrittura

fatta o almeno firmata di mia mano perchè non intendo di far ricorso ad

altro superiore per mio aiuto che al suddetto Monsignore Illustrissimo

mio Signore e Pron. dalla cui pietà spero ottenere ogni giusta

gratia[20]».

La lezione era stata amara, ma non inutile al nostro storico, poichè,

rimessosi egli con ardore agli studj interrotti, ricuperò l’amicizia la

protezione di Federico, e si aprì larga carriera di onori e fortuna.

«Fu riammesso nei Dottori dell’Ambrosiana, anzi dichiarato di non

licenziarsi mai, e graziato di aumento di soldo in lire 1600 all’anno

in esecuzione della mente del Cardinale[21]».

Nominato dal re di Spagna canonico di Santa Maria della Scala, e

storiografo regio[22] dal marchese di Legnanes, governatore di Milano,

che lo tenne alcun tempo presso di sè[23], stampò la seconda (1625),

indi la terza parte (1628) della sua _Storia Ecclesiastica di Milano_.

Cessata la peste, il Consiglio Generale lo incaricò di scriverne

la storia, e Ripamonti la pubblicò nel 1640. Tre anni dopo diede

in luce i primi dieci libri d’un grandioso lavoro affidatogli dal

Consiglio medesimo, che l’aveva eletto a cronista patrio, vale a

dire la _Storia di Milano_, dal 1313, dove ha termine quella di

Tristano Caleo, fino alla morte di Federico Borromeo[24]. E attendeva

a compiere quest’opera, ma i lunghi e laboriosi studj e la sofferta

prigionia avevano logorato il robusto temperamento di lui. Soprappreso

da lenta febbre, gli si enfiarono, per idropisia, il ventre e le

gambe. I più esperti medici, per decreto pubblico, ne intrapresero la

cura; ma vani furono i rimedj[25]. Allora decisero, come sempre, che

l’unica speranza di guarigione stava nel respirare l’aria nativa. Il

malato andò sui colli briantei a Rovagnate in casa del parroco, ma

cresciuta l’idropisia, il 14 agosto 1643, con cristiana rassegnazione

trapassò[26].

L’annunzio della sua morte rattristò Milano e i letterati[27], e

trovai scritto in certe Memorie che il Senato sospese la seduta a

solenne testimonianza di lutto per la perdita dell’istoriografo della

patria. Ma fu momentaneo entusiasmo, che si esaurì in gran numero

d’epigrammi, nei quali, con tutta la gonfiezza del seicento, si

portavano alle stelle l’ingegno e le opere di lui, e s’inveiva perfino

contro la Parca che ardì troncargli la vita. Io ve ne fo grazia, o

lettori, e se v’aggrada conoscerli, li troverete stampati in fronte

ai diversi volumi delle sue storie. Neppure fu posta una lapide, che

nella chiesa di Rovagnate ne additasse il sepolcro, anzi cadde in tale

dimenticanza, che le sue vicende, e perfino l’epoca della sua morte,

rimasero una specie di mistero fino ai giorni nostri. Del che niuno

vorrà farsi meraviglia, infiniti essendo in tutte le epoche gli esempj

di noncuranza e ingratitudine verso gli uomini benemeriti del proprio

paese!

Chiuderemo questa biografia, che i lettori mi perdoneranno d’aver forse

allungata di soverchio, per la simpatia che ho a questo storico, e per

il desiderio di rivendicarne la memoria, col ritratto che di esso ne

lasciò un contemporaneo. «Imparò con tanta prestezza lettere greche

et hebraiche, et arrivò tant’oltre nella perfezione di queste lingue,

che facilmente si sarebbe fatto credere agli huomini d’esser nato et

allevato piutosto in Atene o in Gerusalemme che in Lombardia. Ch’egli

poi vaglia molto nella lingua latina, non m’affaticherò in accennarlo,

posciachè riesce così mirabile in quella, come altri nella materna.

Favorillo il cielo d’una sì tenace memoria, che di quanto ha letto

distintamente si ricorda, e di questa virtù particolare se ne servì più

volte nel sentire le prediche, le quali da esso nel tesoro della sua

memoria portate a casa, nel latino idioma trasportava, come le aveva

sentite in volgare. Al presente va componendo la vita del cardinale

Federigo[28]».

La peste di Milano del 1630 · 第 15 / 107 题