spiraliche sciarpe di mani altri Venti che lontano gonfiano a gara le
loro pance, otri, e zampogna melodiose di tutti i profumi di rose,
viole, acace, ginestre, gardenie, caprifoglio italiani, rapiti ai
giardini pensili sul mare di Liguria.
Altri insaccano i voluttuosi profumi di tiglio dei sobborghi di Milano.
Dovunque ferve il lavoro. Via, non perdere tempo, gonfia quell'otre di
tutti gli odori salati, salubri, verde-azzurri di questo piccolo golfo
di Zoagli! Tu, riempi fino all'orlo, tieni ben chiuso, porta in alto e
su a tutta velocità corri a profumare la Carnia appestata!
Tre Venti smaniano, intanto, nello stretto di Messina. Sono forti e le
loro invisibili propaggini muscolose sono capaci in pochi minuti di
rianimare di fresco aereo velluto l'intera Sicilia carbonizzata
dall'ardore d'agosto.
Ora in fondo a questo corridoio marino, i tre Venti affondano le dita
nel mare e tutte grondanti le fanno scorrere, scorrere, sui giardini di
Messina e su quelli odorosissimi di Siracusa perchè siano impregnate del
profumo lieve danzante punzecchiante dolcissimo dei limoni, degli aranci
e dei mandarini. Quei tre Venti siciliani passano nelle alte vigne
fronzolute di Capri inebriandosi di fantasia rossa, poi sul promontorio
polposo di Posillipo per aggiungere negli otri, pance e zampogne loro,
delle erranti svenevoli mandolinate. Via a galoppo, su, su, a 70 Km.
all'ora, saltando a piè pari la schiena dell'Appennino, aromatizzandosi
i piedi pattinatori sulle pinete resinose, s'avventano sopra il Veneto e
piombano nella valle della Fella. Ma l'Italia è vasta e tutti i vegetali
d'ogni provincia vicina e lontana debbono dare il loro contributo.
Nell'oasi di Tripoli sonnolenta si alza con fatica un Simun assopito.
Forte Vento africano non servo, ma innamorato dell'Italia. E' stanco di
due lunghi viaggi nel deserto, ma una tromba bersaglieresca l'ha
svegliato questa mattina. Sa, il Simun, che negli orti ombrosi e nei
prati di orzo erba medica e lattuga, che egli ha sempre rispettato,
dormono dei profumi biondi, pepati e zuccherini che l'Europa non ha. Sa
il Simun che le ombrie sui pozzi orlati d'asinelli, hanno dei tiepidi
profumi vanigliati che l'Europa non ha.
Si scuote, e d'un balzo in piedi, vibrante burbero benefico invita
piante erbe tronchi e fogliami, a spremersi d'ogni essenza. Tutta l'oasi
è in tumulto. I cammelli rallentano il loro ruminare e il loro
gorgogliare catarroso di grondaia, sussultano, tremano. Il cammelliere
dritto alzando le braccia implora pace dal Vento che giocondamente
gonfia il suo barracano come una vela, e in testa il burnus come il
fiocco sul bompresso.
Ma il Simun non è contento di questi casti profumi rapiti alla
capigliatura dell'oasi. Non è forse l'imperatore assoluto dell'Africa?
Con un salto di montagna terremotata, rosso irto accecante scavalca la
grande Sirte e in Cirenaica lungamente strofina il suo corpo ossuto e
scricchiolante d'ascaro immenso in altre oasi più fitte più umide più
fertili. Il Nilo l'attira con la sua vasta coltura di profumi oliati e
fermentati in verdi ombre sotto soffitti spessi di banani, e pieni di
gaggie. Percorre tutto il Nilo riempiendo di profumi i tre mila otri
che suonano fragorosamente sulle sue spalle scattanti. Entra nel lugubre
caldo foltore d'oro torrido intrecciatissimo e compresso della sua
Abissinia amata. Sono mesi e mesi che non piove, e la mirra balsamica
suda fuor dalla corteccia un umore inebriante e languidissimo. Questo,
questo ci vuole, pensa il Simun, perchè la prima notte dei vincitori
Italiani in Carnia sia simile alle notti di Allah! Subito vuota alcuni
otri di profumi mediocri e con fiati lunghi accarezzando per un'ora
trecento mila arbusti di mirra balsamica accumula e costringe in mille
trecce strette le ondulanti capigliature del profumo assolvente.
Il Simun non è sazio ancora. Scavalca il mar Rosso e raggiunge un
altipiano d'Asia dove brucano in pace cento mandre di cervi muschiati.
Con boati di gioia sradicante il Simun li assale. Crollo schianto e
sfasciamento di quei boschi di corna. Il Simun li caccia alla rinfusa in
una valle, poi sopra, come in un tino coi vasti piedi chilometrici, li
vendemmia.
Dagli addomi schiacciati schizza lo strano burro rosso-bruno. Ride,
ride, il Simun, nella carneficina poichè sa la potenza quasi
indistruttibile di questo profumo divino. Un granello solo basterà a
inebriare 2 milioni di metri cubi d'atmosfera notturna!
Stracarico di profumi asiatici e africani, il Simun ritorna. In alto, in
alto vola sopra il mare perchè i potenti spruzzatori salati dalle onde
non deformino le essenze purissime che egli porta rinchiuse nei suoi
polmoni, otri pance e zampogne. La sua velocità supera quella d'ogni
altro Vento, tanto l'orgoglio d'essere il primo profumatore dell'Italia
vittoriosa lo esalta.
Nella mia blindata lo sento venire. Tutti i Venti italiani che hanno
sparso già con armoniosa delicatezza centomila profumi italiani sui
declivi e sui boschi e nei burroni e nelle viuzze dei villaggi e in ogni
casa come un vaso, sanno che un prodigioso Vento sconosciuto sta per
giungere con nuove ricchezze delizianti. Si aggirano i Venti italiani
perfezionando la disposizione dei profumi, e quelli tondi come ovi, e
quelli in forma di amaca e quelli che gemono di dolcezza come divani
innamorati, e quelli che saltano come ginnasti su trapezi volanti, e le
bisce i mazzi le capigliature i drappeggi di profumo.
Due venti si sono inerpicati e sospesi alle costellazioni, e spalmano
così di essenze l'intera volta stellare perchè il palazzo della notte
sia tutto profumato e nel centro sia profumatissima la mia blindata:
camera nuziale. I Venti italiani sono perplessi poichè il gran mago dei
profumi tarda. Lui, lui solo potrà idealizzare con essenze speciali le
acque del Fella che languide e melodiose si preparano a diventare il
bagno della divina bella notturna. L'aria trema febbrile, sinuosa
spasimante con lunghi bisbigli. I Venti sono ammutoliti immobili.
Aspettano.
Undici minuti d'attesa angosciosa... Poi un fragor di cannonate che
schiantino schiantino cento città di bronzo cristallo e colonne di
giada.
Valanga giù dal cielo quasi a picco il Simun e riempie la valle della
Fella d'un traballio innumerevole d'otri squassati - duri - molli -
rigidi - negri - luminosi soffici dentati come crani di poeti cozzanti
nelle ampie saccocce volanti di Dio.
XXVIII.
LA PIU' BELLA NOTTE D'AMORE
Il Simun colmò la valle di profumi e volò via.
Le acque del Fella si offuscarono un attimo, poi rischiarandosi come
lunghe vasche tranquille cullarono di nuovo le stelle.
Allora la mia voce rotta da singhiozzi cantò:
--Vieeeeni! Vieeeeni! Italia mia! Vieeeeni Amooore! Italia, forma
perfetta, ardore sovrumano, voluttà grazia, eleganza, poesia,
incendiante passione, ventaglio piumato di sguardi e carezze, sintesi di
tutti gli ideali arabeschi del canto, riassunto d'ogni dolcezza
femminile, madre - sorella - amante - figlia, tenerezza sommergente,
snello ottimismo audace, cascata di luce, rada beata sulle coste del
Paradiso, ideale corpo plasmato di nuvole onde spume sogni, forza che si
frange in soavità fragilità per rinascere più forte.
Vieeeni, tutti i tuoi nervi tutti i tuoi muscoli pronti sotto la tua
pelle bianca, rosea che odora di caprifoglio, ciclami, gaggie! Pelle
divina dell'Italia lambita dai mari di seta e sospiri! Ramificazioni di
vigne e di vene che sono bizzarre fontane di fantasia!
Italia, sei la più bella! Tutti lo sanno, e ti invidiano. Molti ti
odiano, ma tu non li temi e verrai lo sento in questa mia alcova
d'acciaio profumata ma insidiata da una doppia corrente di luride forze
nere, puzzolenti e bieche. Queste non potranno mai sommergere la mia
isoletta, poichè è sradicata, galleggia, su tutte le navigazioni e tutte
le velocità. Quando tu sarai qui dentro, nelle mie braccia, potrai
abbandonare i tuoi capelli ai forti dinamici Venti italiani che te li
profumeranno delicatamente. E tu godraai fra le mie braccia la mia
passione fatta di mille passioni. Vieni!... Vieeeeni! Vieeeeni!
La mia preghiera è esaudita. Mentre visito con lo sguardo zelante
l'interno della piccola alcova d'acciaio sento la tiepida passione
lattea del suo corpo. Ecco il suo profumo di caprifoglio, ciclami,
gaggie! Ecco sulla feritoia aperta, la luna... Non è la luna! E' il suo
ventre bianco, liscio di verginità incorruttibile, eppure così sensuale.
--Vieeeeni! Vieeeeni! Amoooore! Scendi, entra!
Così l'Italia, amore fatto di mille amori, entrò abbandonandosi con
morbidi scatti fra le mie braccia. La prendo, la stringo e i miei baci
affannosi la svestono per meglio goderla. Urlo di tutti i miei pori
felici. Esitazione, terrore delle mie labbra che non possono, non
potranno forse inebriare tutta, tutta la sua carne e raggiungere tutte
le sue fibre e in fondo in fondo cogliere il fiore dello spasimo
assoluto.
Ma il mio cuore vampante centuplica battendo le sue furenti calorie per
incendiare tutto in me, muscoli, vene, nervi, tendini, fibre, visceri,
pensieri, sogni e meati capillari. Bruciare, bruciare, ardere,
arroventarmi liquefarmi in un lago torrente mare Oceano di lava
appassionata! Cingerla così del mio conflagrante amore liquefatto!
Sì, sì, diventerò un oceano di lava, più vasto e più cocente degli
oceani di fuoco rabbioso che l'Etna e il Vesuvio mal contengono sotto
montagne pesanti! Il mio oceano d'amore fumante sarà libero, libero,
libero! Ogni capriccio sarà concesso! Ogni sanguinaria carezza potrà
sollazzarsi in libertà! Torrido, torrido per te o Italia! Ma
quell'oceano di lava prodigiosamente sotto i ventagli della mia poesia
si addolcirà trasformandosi in un purissimo mare ingenuo tutto imperlato
di tenerezza e gratitudine lagrimanti.
--Sei felice, sei felice?... Guarda, ho sospeso la tua veste di
trasparenze fluviali sul rullo dei nastri di cartucce perchè veli di
mansuetudine la volontà di luce tagliente della lampadina elettrica. La
notte sarà fredda: ho posto nel cruscotto un elmetto austriaco pieno di
bragia. L'ardore della bella vittoria tua riscalderà i tuoi piedini che
gareggiando in corsa con le code delle comete si sono un poco gelati. Ho
fatto puntare le due mitragliatrici della cupola contro le ultime stelle
dell'ironia e del pessimismo. Ma sdraiati! Sdraiati! Sdraiati, e riposa
in pace. Ho steso sotto i tuoi bei fianchi tre pellicce di generali
austriaci. A destra e a sinistra potrai scegliere in quegli scaffali
pieni di nastri di destini la più bella fra le molte collane e cinture
di cartucce che nelle tue dita si trasformano in preziosi ori - argenti
- smalti cesellati. Vengono dalla fabbrica francese di Saint-Etienne.
Furono foggiati per adornare la morte dei tuoi nemici, ma le tue dita
più sapienti delle onde dell'oceano Indiano riceselleranno quei nastri
di cartucce trasformandoli in monili per la tua bellezza in amore... Ti
piacciono, ti piacciono i miei baci, lo sento! Vieni! Vieni! Vieni!
Entrami nel cuore, o Italia! Godi, godi, godi, amore mio. Sento l'anima
tua più intima che dal fondo mi chiama, vuole tendermi le braccia, ma
non può, è troppo giù giù, nello imperscrutabile mistero degli amori
sovrumani. Dal fondo la tua anima implora una stretta, una piccola
stretta delle mie mani! Mi tuffo, affondo nella tua carne per toccarle,
toccarle quelle tue piccole mani bianche, tremanti! Ti tendo le mie!
Sono vicine, vicine alle tue. Un torrente di baci ancora ancora! Perchè
più non vi sia ostacolo al mio slancio. Ora quasi le tocco, le piccole
mani della tua anima... le tocco... le ho toccate. Un attimo, ancora
ancora! Un altra stretta... Felicità, felicità, felicità!... Ogni
segreto rivelato. So finalmente perchè ti ho tanto amata! So perchè si
può morire, e rimorire e rimorire cento, mille, un milione di volte per
te!
Ora dorme fra le mie braccia la bella innamorata col suo sorriso di
rosa bianca che tremi estatica tra brezza e raggi all'alba nei giardini.
Nel cruscotto sotto i suoi piedini bianchi, langue e agonizza la bragia
rossa di crudeltà guerresca nell'elmetto austriaco.
Sull'Italia e su me riposanti veglia la dura volontà futurista della
lampadina elettrica. E' irritata di sentirsi avvolta nella veste di
notturne trasparenze obliose.
Fuori scorre il fiume monotono di bestiami sanguinari balordi e
cocciuti, ormai vinti e domati con la loro anima puzzolente in
dissoluzione. Anima che vorrebbe ancora ammorbare con lingue vendicative
l'indulgente e generosa respirazione umana del nostro divino amore nella
nostra alcova di acciaio. Ma quell'anima irta di mille tanfi bestiali
non penetra più...
In alto sui monti vegliano i Venti, i grandi Venti italiani strapotenti
e profumanti distributori di Libertà spirituale, fantasie
interplanetarie e assoluta bontà umana.
XXIX.
A MENSA COL VINTO FRA I ROTTAMI DELL'IMPERO AUSTRO-UNGARICO
Don Jacopo, parroco di Resiutta, è un simpatico e fervido patriota
italiano. E' stato felice di accogliere nella sua casa parrocchiale il
comando dell'8. squadriglia cosicchè impiantiamo la mensa nel vasto
cucinone affumicato le cui finestre sono aperte sulle strada di
Chiusaforte gibbosamente ingombra dei rottami della ritirata austriaca.
Volpe dopo aver spedito mediante un motociclista un ordine bancario da
telegrafare in Borsa a Genova mi fa ammirare i magnifici porcelli e le
oche catturate che si sbattono e rumoreggiano nella navicella di un
draken-ballon austriaco custodito da Ghiandusso. Ha trovato anche farina
e zucchero e molte casse di sigarette ungheresi.
Ogni mio soldato ne fuma tre alla volta, tre piccole torce di gioia al
balcone della bocca.
Il prete, alto segaligno, faccia di montanaro ossuta, occhi celesti
vivacissimi, forti mascelle da mangiatore e piede veloce, si affaccenda
dalla cucina alla sua vigna che egli proclama la prima vigna d'Italia.
Da Resiutta a Vienna non si trova più una vigna. E' indubbiamente una
vigna straordinariamente fertile, piena di nascondigli, forse di
sotterranei, poichè il prete ricompare ogni tanto con qualcosa di nuovo
fra le braccia a maniche rimboccate: pentole, cassette, sacchi,
sacchetti, salami, ecc. La sua serva Maria, grassa, quarantenne, dal
viso roseo primaverile e dagli occhietti furbissimi neri un po' avari,
brontola; ma ogni volta che nel cucinone entra un nerboruto bersagliere
ciclista col ruvido viso patinato di polvere-sudore, quegli occhi
brillano stranamente inumiditi. Non so se per insoddisfatta sensualità o
per patriottismo commosso. Il mio ottimismo riassume tutto in questa
frase:
--Maria, sono belli i soldati d'Italia!
Maria ride e corre su al piano superiore per la scala di legno, chiamata
da una voce femminile piacevole malgrado il suo accento straniero.
--Maria, Maria, preego preego un momento.
Don Jacopo che entra mi spiega l'enigma:
--Volevo precisamente parlarle, signor tenente, la prego anzi di fare le
mie scuse al signor capitano comandante la squadriglia. Mi sono permesso
di ricoverare al primo piano un colonnello austriaco ammalatissimo.
Colonnello della Croce Rossa. Non è un combattente. Oh! una persona
assolutamente compita, certo un brav'uomo. Deve avere 55 anni circa, ma
ne dimostra 70, tanto è sfinito dalla stanchezza. Stanotte aveva 40
gradi di febbre. Ora sta un po' meglio. Ha voluto confessarsi appena fu
ricoverato. Ha con sè una bellissima signora che pare sia sua nipote.
Pure della Croce Rossa.
--Ah reverendo! Lei ha fatto molto bene. Approvo la sua opera di carità.
Gli Austriaci sono stravinti. Non è più il caso di preoccuparci di
spionaggio.
--La signorina mi ha domandato, implorando, una tazza di caffè per il
conte. Poichè è conte, il colonnello, e appartiene all'alta aristocrazia
viennese.
Io chiamo il mio attendente:
--Ghiandusso, porterai tu stesso un buon caffè al colonnello austriaco.
Fallo parlare, cerca di sapere esattamente chi è.
Poi vado a raggiungere il capitano Raby sulla strada e lentamente
trascinati dalla curiosità ci inoltriamo fra gli avanzi dell'esercito
austriaco, come due compratori in uno smisurato negozio di antiquario.
Non compreremo nulla. Tutto questo tragico bricabrac è stato già da noi
pagato coi 500 mila morti eroici dell'Isonzo, del Grappa, del Piave.
Davanti a noi sulla strada incassata tra le alte montagne e che corre
col torrente Fella fino a Chiusaforte e a Tarvis, è tutto un tumulto
pietrificato di carri sbilenchi, affusti di cannoni, cucine da campo,
fucili, draken-ballon, carrette, mitragliatrici, ruote, carogne di
cavalli, masse luride di cappotti infangati, stracci, stracci, stracci,
vagoni rovesciati, auto-carri ruote all'aria e motore nel fosso,
sterco. Immane lerciume che incensa l'azzurro con lugubri zaffate di
puzzi di stiva grasso iodio sangue corrotto ammoniaca e pidocchi.
Questi rottami dell'impero austro-ungarico sfasciato evocano in me
l'immagine di un triste, polveroso, sconfinato magazzino di roba
vecchia. Sembra anche un interminabile villaggio di cenciaiuoli.
Ad uno svolto della strada un vagone appare goffamente impennato su tre
carri sfasciati. Sembra volerli assalire e fecondare con un ultimo colpo
di groppa taurina. Fetore rivoltante. Sotto imputridiscono tre carogne
di buoi.
Mentre ci scostiamo, un lungo disperatissimo niiiiiitrito lacera l'aria
tiepida di questo pomeriggio autunnale che la corrente gelata del Fella
invernalizza a quando a quando un poco.
--Un cavallo agonizzante! dico a Raby.
Il nitrito si rinnova più straziante e lugubre per modo che intorno a
noi la vasta marea di questi enormi rottami di guerra ci appare ad un
tratto come una spaventosa agonia di carovana assalita, accecata da una
bufera satanica in fondo a una gola maledetta. Ci avviciniamo al punto
da cui parte il nitrito. Eccolo. In fondo a quel fossato, in quel
marciume verde d'acqua e fango un gran cavallo ungherese rovesciato
allunga enormemente il collo sforzandosi di far leva per sollevarsi. Ma
il sangue e la vita gli colano, e anche l'intestino, fuor dallo addome
tagliato. Ha le 4 zampe impigliate fra le cinghie e le ruote di un
cannone. Evidentemente degli austriaci affamati non hanno perso tempo ad
accopparlo. Hanno strappato un pezzo di carne poi chiusi nell'incubo
cieco e sordo della fuga-fame sono ripartiti senza ascoltare il nitrito
disperato della bestia. Ma il cavallo con un lungo tremito febbrile
riapre le froge arricciate e masticando il fango coi dentoni trascina
trascina un nuovo niiiiitrito.
Non resisto allo strazio, punto il mio revolver sulla tempia e con tre
colpi pacifico la povera bestia, per sempre. In alto il sole sta per
celarsi dietro le altissime montagne, ma prima allunga un suo
meraviglioso sguardo biondo-azzurro-dorato sulla strada che si svolge
interminabilmente ingombra di rottami guerreschi affastellati.
Il sole, straricco antiquario, vuole prima di coricarsi rivalutare col
suo sguardo minuzioso e penetrante di conoscitore tutti i frammenti d'un
impero che la Morte gli regala e che ricatalogherà, coi tanti rottami di
tanti imperi già immagazzinati.
Alle sette il pranzo è pronto e la mensa sorride alla nostra fame di
vincitori nel cucinone odoroso di maiale ben condito. La sera è fresca e
si chiude volentieri le finestre contro la risacca sinistra di puzzi
ammoniacali. Nel vapore stuzzicante di un monumentale minestrone io dico
a Raby e a Volpe:
--Si mangerà bene e si berrà meglio, ma mancano le donne ai vincitori! E
dire che ce ne è una bellissima al primo piano. Io propongo che la
generosità ultra-civile italianissima del nostro capitano inviti a
tavola il conte Funk e la sua bella Rose Barn.
Approvato con entusiasmo. Ma il colonnello che ora sta meglio, rifiuta
commosso l'invito inaspettato. Teme di disturbare e manda a ringraziare.
Ghiandusso torna su con ordini precisi poi ridiscende e dalla porta
spalancata entra esitando con cento inchini il vecchio ufficiale dal
viso pallidissimo ormai tutto naso per l'eccessiva magrezza, calvo, gli
occhi grigi, acquosi e tremolanti. Un'indistruttibile aria signorile
d'alto comando malgrado l'uniforme bigia sciupata, e la schiena curva.
Ma dietro splende magnetico un affascinante sorriso femminile.
Rose Barn è alta, snella, bruna, grandi occhi vivi, neri, lucentissimi
che col tipico pallore verdino della pelle e l'elastica snodatura dei
fianchi felini, rivelano quella razza interessante e tipica di ebree
viennesi, crepitante perfida e seducente fusione dei sangui rumeni,
boemi e austriaci.
Bellezza meridionale sì, ma senza l'affettuosità mediterranea, con
sensualità raffinate dal calcolo e lussuria prodigata fuori d'ogni legge
di pudore, nel bisogno di domare prontamente i maschi e sfruttarli.
Donna da prendere in velocità per gustarne i mille sapori in fretta
prima di scoprire la inevitabile prostituta che è celata appena dalle
moine infantili, e da una maschera di verginità.
Raby, Volpe ed io guardiamo la donna valutandola e quasi pregustandola,
mentre il conte Funk rinnova i suoi inchini, ossequi, esitazioni.
--Preeego, signor capitano, non posso accettare. Non vorrei che lei
avesse delle noie coi suoi superiori. Sono troppo gentili, loro. Non
credevo ufficiali italiani così gentili e pieni di bontà.
Il conte non vuole sedersi, si fa quasi spingere da Ghiandusso verso la
sedia. Ma la sua bella amica ha già accettato e finiscono per sedersi
tutti e due davanti a me, un po' distanti dalla tavola.
--Merci, merci! dice Rose Barn; Monsieur le curé nous a déjà donné a
manger. Nous accepterons seulement une tasse de café. Io parlo un po'
italiano, male, molto male. Il conte parla bene come tutti gli alti
ufficiali austriaci. Alla corte di Vienna si parlava molto l'italiano,
specialmente ora con l'attuale imperatrice.
--Si parlava e si odiava l'italiano, dico io.
--Autrefois, monsieur le lieutenant! Oggi non si odia più. Tutto è
finito per noi, dice Rose Barn.
E il colonnello aggiunge:
--Con loro, signori ufficiali, posso dire tutto. Io ho cominciato la
guerra con grande entusiasmo. Comandavo uno squadrone di cavalleria al
fronte russo, ma contro gli italiani non ho combattuto. Ho avuto per
molto tempo il comando di una colonia agricola a Oppacchiasella. Conosco
bene quei posti. Ho una proprietà vicino a Gorizia, venivo spesso in
Italia. Non ho mai odiato gli italiani. La guerra è la guerra!
Il capitano Raby, dopo aver assaporato l'ultima cucchiaiata del suo
minestrone, dice con lentezza piemontese:
--Non so se ci avete gratificato con molte cannonate sul Carso. Ad ogni
modo io desidero ringraziarvi con un pezzo di maiale ben cucinato.
--Grazie, grazie, dice il conte Funk, troppo gentili. Non sapevo, non
sapevo, veramente, in Austria non si sa quanto gli ufficiali italiani
siano cortesi, umani, buoni.
--Non tutti, interrompe Rose Barn, non tutti... Ah! gli ufficiali dei
bersaglieri ciclisti. Comme il sont durs, durs, durs!... Dieu! qu'ils
sont durs!
Pienamente rinfrancata e sicura ormai delle sue labbra sorridenti e
delle sue occhiate precise, la bella ebrea viennese racconta come furono
catturati nella confusione del disarmo a Stazione per la Carnia. Il
conte Funk aveva molti bagagli, probabilmente molti anche lei. Sento in
Rose Barn la donna sempre armata di eleganza e che ad ogni costo
ricostruisce le sue armi di seduzione. Essa racconta che gli ufficiali
bersaglieri brutalmente spinsero lei e il colonnello lontano dal carro
dei bagagli ormai perduti per sempre. Rose Barn è stupita di non aver
potuto sedurre coi suoi sguardi quei vincitori violenti.
--J'ai embrassé plusieurs fois leurs mains comme une mendiante, comme
une mendiante! Mais ils me criaient: Viaaaa! Va viaa! Va via! Comme ils
sont durs! comme ils sont durs!
Una nostra risata fragorosa accoglie questa descrizione dei forti,
impetuosi soldati italiani colla loro pratica intelligenza decisa, rozza
e senza smorfie.