egli segue lo assale con tanti odori salati, diversi per forma e
intensità. Ovuli giranti di odori amarissimi. Un odore oblungo e
trasparente di iodio. Un gomitolo irto di ammoniaca. Un blocco massiccio
di bromo. E miliardi di aghi di sale luccicante e buoni da ingoiare. La
salubre spruzzaglia delle onde del mare, laggiù, alla foce del
Tagliamento.
Pagiolin non esita più. A destra, a destra, con raddoppiata frenesia di
ali, vince rimbalzato, rimbalzante, vince travolto e resistente, la
grande corrente gelata. Questa decresce sugli orli, cede, cede. Pagiolin
è fuori. Schizzando via si slancia in una atmosfera quieta come una
morbida amaca smisurata. L'aria è dolce come il respiro di Vluuruuum
quando gli dorme vicino, col suo vuuruuuum, vuuruuum... Pagiolin vuole
riguadagnare il tempo perduto. Egli sa che l'aria stagna queta e senza
bizzarrie di correnti sopra i boschi, poichè i fogliami pompano i
capricci dell'aria. Sente a destra l'odore acido bruciaticcio delle
brughiere e piega a sinistra abbassandosi. Non vuole stancarsi a lottare
con quelle insensate cavallerie di venti che devastano le brughiere.
A sinistra giù giù, ecco dove bisogna volare! Su quei fogliami dove
l'aria è immobile e più giù ancora su quegli orti dove l'aria è un letto
di piume. Quel fresco odore di insalata e i filamenti di profumo di quel
giardino pieno di rose, e quel rimescolio d'odori cotti che con rumore
di stoviglie grasse sale da quel villaggio. Non è sgradevole quella
acredine di fieno, anzi eccitante! Pagiolin la beve, a becco aperto, nel
rasentare a precipitosa velocità i ciuffi d'erba che ornano un nero
campanile. Fuori dalla gonna sventolante della prima campana calcia un
tumulto di bronzo acciabattante, che spaventa Pagiolin. Spavento misto
di curiosità. Ecco un altro campanile. Via, via, via, con folle
entusiasmo Pagiolin lo aggredisce quasi si schiaccia sopra.
Affascinante batacchio. Gamba perduta di danzatrice pazza. Battito
diventato proiettile fuor dal cuore sonante.
Pagiolin è troppo ebbro. S'irrita, smania di non poter riprendere la sua
calma precisa di volatore lampo.
--Mi hanno chiamato colombo-lampo! Sei un treno lampo, diceva la moglie
del colonnello. Presto li rivedrò, i treni, e li sorpasserò!.
Un'altra corrente pure gelata taglia purtroppo la strada a Pagiolin. Ma,
furbo, sente che è meno alta della prima e su, su, Pagiolin la scavalca
con disinvoltura per ripiombare due minuti dopo nella quiete solenne
dell'atmosfera. In realtà è una quiete compressa tra pericolose
agitazioni. Pagiolin ricorda, prevede, intuisce che altre correnti
gelatissime lo aspettano. Non vuole perder tempo in continue scalate:
decide di salire a duemila metri per poi dare la sua massima velocità
senza scosse, deviazioni, nè saliscendi. Si sente bene. I muscoli delle
sue ali hanno un ritmo forte, uguale, scattante e i suoi nervi
ripercuotono fino all'orlo estremo delle penne la sua precisa volontà
timoniera. Nel salire Pagiolin che non conosce indecisioni nota
distrattamente che l'atmosfera si condensa invece di alleggerirsi. Una
lieve nebbia senza importanza, pensa, sarà presto attraversata. Sale,
sale per un quarto d'ora. La sua velocità è grande e il suo umore
sereno, ma l'oscurarsi dell'aria lo incomincia a preoccupare. Dove mai
è andato il sole? Ah! vedo, là a sinistra! Come è scialbo! Sembra quel
focherello di legna verde che i soldati accendevano d'inverno a tre
metri dalla colombaia, a forza di polmoni, soffiando lagrimando e
bestemmiando.
--Accidenti! grida Pagiolin, il Sole si è spento! Lo prevedevo. A furia
di coprirmelo con tutta questa nebbiaccia l'hanno soffocato! Nebbiaccia
infame!... Macchè nebbia! Sono in un nuvolone di pioggia!
Pagiolin scivola giù dieci metri poi risale nel grigio e nel nero.
Accelera i colpi d'ala. Ad un tratto sente sotto di sè un gorgo che lo
pompa, e da destra a sinistra, sente cento mille mille mille zanne di
pioggia e un mitragliamento di grandine. Pagiolin non perde la calma.
Fiuta, e decide di salire ancora. Una battaglia ferocissima di vento lo
fa traballare. Uno, due, tre capriole vertiginose, poi Pagiolin si tuffa
nel vento più potente che ha vinto gli altri venti, imponendo il suo
ritmo di smisurato serpente fluido fra cento serpentelli rischizzati via
e sgominati.
Non è il caso di lottare. Pagiolin si abbandona colle ali chiuse come un
proiettile, in questo vento che irrigidisce la sua corrente.
Profondissima volata di un cannone senza pareti che spara continuamente.
Fu così che Pagiolin proiettile vivo fu lanciato in mezz'ora nel cielo
di Venezia. Grigio, ombra carbonosa e spaccamenti sulfurei di cielo, e
lunghissime colonne isteriche di fuoco che salgono, scendono solcano e
subitamente crollano sull'invisibile calma del mare. Ad ogni minuto,
Pagiolin che ha tenuto fino ad ora le ali chiuse, tenta gli spessori del
vento con una cauta mossa dell'ala destra. A poco a poco, gli spessori
rallentano la stretta. Si slabbrano davanti dei piccoli varchi di
azzurro. Pagiolin vorrebbe raggiungere il sereno, ma teme di smarrirsi
sul mare. E' tardi! E' tardi!
A mille metri, in alto, davanti a sè, Pagiolin vede una macchia nera che
gli viene incontro rapidamente. Ingigantisce, ingigantisce. Non è un
nuvolone, non è uno spessore d'aria. Sembra quella strana costruzione di
originalissima colombaia di tela su palafitte piena di uomini nudi che
egli aveva ammirato in un'alba famosa sulla costa di Pola dove aveva
viaggiato nascosto e talvolta al balcone della tasca d'una spia
italiana! Ma come diavolo ora volava quella strana colombaia di tela?
Pagiolin la osserva a cento metri su di sè. Non è una colombaia di tela!
E' una di quelle gigantesche aquile di ferro e tela tante volte
contemplate ad Abano quando si slanciavano in alto, portando uomini
imbottiti di penne che poi lasciavano cadere degli sterchi neri
scoppianti.
Pagiolin ha molto meditato, e finalmente compreso la bontà di quelle
aquile benigne che non uccidevano i colombi, ma uccidevano per amor di
libertà aerea, quelle brutte gabbie d'uomini che sono le città.
Ora egli sente che quest'aquila di ferro e tela che vola lassù ha forse
bisogno di lui. Strani questi uccelli, pensa Pagiolin, hanno ali larghe
dieci metri, ma non hanno il fiuto decifratore di odori contradditorii.
Non possono distinguere l'odore che rivela la curva di una costa a
duemila metri di distanza, dall'odore che indica lo spessore di un vento
e tante altre cose che egli sa. La loro ampiezza d'ali esaspera la
superbia dei venti che se le abbrancano, le squartano. Sono aquile
bonaccione e i venti sono pessimi. Non possono quelle aquile di ferro e
tela diventare come lui docili proiettili, schizzar fuori dalle mani dei
venti se per caso distratti rallentano la stretta.
Pagiolin accelerando convulsivamente il battito delle sue ali si slancia
e sfiora con ghirlande di volo la grande aquila nera, che ora barcolla,
mostruosamente fra gli spintoni e le zampate dei venti. Ha le due ali
lacerate tutte a brandelli fumosi, come la baracca incendiata che bruciò
tutta la notte vicino alla colombaia di Abano. L'aquila di ferro e tela
arranca e si sforza di equilibrarsi con disperati colpi di reni. Sembra
perduta. Gli uomini che porta sul dorso sono affaccendati
nell'accarezzare il suo cuore di gas esplosivi. Cuore frenetico che a
furia di battere ora s'infiamma di viola e blu. Cuore virulento che ha
forato la carne e le ossa della schiena e schizza fuori, vampe e fruste
di scintille.
Come soccorrerla? Fra poco certamente il cuore appiccherà il fuoco alle
ali.
Pagiolin vola a destra, a sinistra, sotto, sopra pazzamente sfiorando
gli uomini che lavorano, intrico nero di braccia sul dorso sobbalzante.
«Mi vedranno! Finiranno col vedermi! Se la bufera non sbraitasse tanto
forte, gemerei, griderei nelle orecchie di quegli uomini. Non mi
sentono, ma mi vedranno! Gioia! gioia! gioia!!! Mi vedono, sento che mi
vedono! Ora mi seguiranno. Io so il varco. Di quì, di quì, venite!».
Pagiolin si precipita contento di sentire dietro di sè la grande aquila
ferita col suo cuore in fiamme: «Viene, viene dietro di me! Ecco il
varco, giù giù! Con me, a capofitto!» Fuori dalle tenaglie del vento e
dal nebbione! Fumo grigio-perla, azzurro, azzurro, azzurro. A sinistra,
l'immensa pelle fremente del mare in allegria dorata sotto le
lunghissime dita del sole tramontante che gioviale si diverte a farle un
innumerevole solletico.
A destra, la generosità sparpagliata d'acque verdi azzurre che il Piave
regala al mare. Giù, scendiamo. Pagiolin si volta di distanza in
distanza per constatare che la grande aquila ormai equilibrata ha
ripreso il battito regolare del suo cuore con le sue due ali eroiche,
torce spente con lunghissime scie di fumo.
Come un cane fedele guida un cieco, Pagiolin ha guidato l'aquila di
ferro e tela accecata dalla bufera. Ora volano insieme a trecento metri
sopra i lavori febbrili d'un ponte ferroviario sul Piave. Pagiolin vede
le grandi gabbie di ferro che partoriranno i pilastri. S'accendono le
lunghe lame azzurro-violette dei proiettori che tagliano geometricamente
la notte. Sembrano raggi solari nelle vetrate di una cattedrale
rovesciata.
Pagiolin sa le insidie delle luci e crede soltanto agli odori. Vede le
forme agili dei lavoratori bollire in oro caldo sui due bracci di ferro
tesi del ponte rotto. Ma preferisce studiare gli odori di sterco e di
legno bruciato che salgono da quel vasto braciere formato da mille
fuochi, ognuno orlato di facce e mani di terracotta. Accampamento di
prigionieri. L'aria s'imbruna rapidamente. Presto, presto, poichè la
notte sarà molto gelata. Un altro accampamento, più fitto, di fuochi.
Ogni metro un fuoco fra le rovine caricaturali delle case sventrate.
Pagiolin ha capito. Piega a sinistra moltiplicando la sua attenzione
perchè ogni battito delle sue ali sia efficace. E' gonfio di gioia.
Porta l'annunzio della vittoria totale dell'Italia e insieme l'onore
d'aver salvato una grande aquila di ferro e tela.
Quei fuochi, quei piccoli fuochi, diversi da ogni altro fuoco! Pagiolin
li riconosce. Sono le lanterne cieche dei carabinieri che vegliano al
controllo di Abano. Secondo controllo. Altre lanterne cieche con piccoli
annaffiatoi di luce gialla. Finalmente il Comando Supremo. L'immensa
casa è illuminatissima. Trecento occhi di bragia. L'officina centrale
della guerra lavora. Sembra a Pagiolin la colombaia incendiata che aveva
abbandonata un anno prima a Udine, quando c'era tanta confusione di
Comandi, e non c'era mezzo di fare un volo utile. Ora tutto procede
bene. Una folata di odori fedeli affettuosi lo investe. Il suo odore,
l'odore di Vluuruuum! Divina miscela di odori zuccherini, freschi-caldi,
quasi una polvere di pelurie odorose e di sterchi cotti dal sole e
volatilizzati. Una emozione spasmodica spreme il cuore di Pagiolin
mentre spalanca il becco per bere a larghi sorsi i moscerini saporiti
che salgono dalle gore predilette. Guarda, guarda e vede un'ombra nera
muscolosa in una finestra accesa. La quadratura di spalle rudi e maschie
del capo di tutti gli uomini che il giardiniere chiama: Badoglio.
Pagiolin lo ammira chino su una grande carta rossa, blu, rosa,
illuminata. Sopra quella carta misteriosa vi sono delle forme simili a
quelle che fanno gli sterchi di Pagiolin cadendo sull'impiantito della
colombaia, quando appollaiato in alto gode il tepido rosmarinato
pomeriggio, liberandosi il ventre dal peso soverchio.
Al di là del palazzo del Comando, Pagiolin per gioia e per dovere, fece
strepitare le sue ali. Tutti dovevano vederlo, applaudirlo. E' lui! E'
lui che porta l'annunzio celeste! E' lui il colombo fortunato fra tutti
i colombi! Ha osato, lottato, conosciuto, vinto tutto. Sa tutto. Potrà
raccontare tutto! E si precipita giù nel profumo dei profumi adorati
della sua colombaia.
Grande frullo frullo frullo d'ali. Rimescolio, balzi e traslochi di
pennuti. Si sveglia la bella Vluuruuum e si slancia al cancelletto. Tra
i fili metallici, i due beccucci innamorati si incontrano, si sfiorano,
sfiorano, sfiorano, sfiorano. Pagiolin è un maschio fiero, quasi un
veterano del cielo. Pochi baci gli bastano, e tendendo il becco tuba,
tuba, tuba, tuba, con eloquenza morbida, gorgogliante, vellutata,
rumorosa, ruvida, voluttuoosa, vorticoosa e insieme rorida di lagrimette
eroiche felici.
--O mia Vluuruuuum faremo all'amore stanotte. Prima ti debbo raccontare.
In quanto a voialtri, ali rammollite, imboscati senza fiato nè fiuto nè
frullo, finite il vostro strepito! Voglio il silenzio. Un silenzio
assoluto. Ho visto, ho visto grandi cose. Ho visto i grandi italiani
come gattacci imprigionare in una trappola di montagne mille le mille e
mille e mille e cento volte mille brutti topacci austriaci che avevano
rubato tutto il formaggio...
Ma la stanchezza lo vinse. Quando, dieci minuti dopo, una mano venne ad
accarezzarlo e tirandolo fuori dalla colombaia lo rivoltò, lo rovesciò
per liberare la sua zampetta destra dal tubetto pieno di vittoria,
Pagiolin sonnecchiava.
Non fece all'amore quella notte, era troppo stanco; e la sua fedele
Vluuruuuum si accontentò di vegliare il suo sonno quieto, ma di quando
in quando scosso da un sogno convulso e angoscioso. Pagiolin sognava la
tragedia della grande aquila di ferro e tela salvata dalla ferocia dei
venti.
XXVII.
UN'ISOLA PROFUMATA NEL FIUME PUZZOLENTE.
Il quattro novembre al tramonto, sulla strada di Chiusaforte, nella mia
blindata ferma prua che divideva il nerastro filosofico puzzolente fiume
di prigionieri austriaci.
Vinto il nemico tanto giustamente odiato, mi sento vuoto vuoto e
disoccupato e m'addormento sul volante, straricco di vittoria, fra
un'immensa straccioneria di eserciti disfatti. Beato. Con lagrime
dolcissime fra le ciglia. La mia fame sognò un'elegantissima tovaglia,
infinita serica fuga di morbidi perlacei riflessi che fluttuavano. Ed
era, uscito fuor dalla passione del tramonto e dai suoi laminatoi, il
mare siciliano metallo lucidissimo che cullava elasticamente undici
vulcani-isole dal fumo distratto. Sognavo.
Presto dentro più presto più dentro un'acuta parola girante:
Vittorrrria, mi trapanò il cranio e via pel cielo volando scavalcò il
mare e rimbombò nei capaci polmoni ovoidali dello Stromboli Stromboli
Stromboli. Sognavo.
Una gioia bollente fece saltare il tappo di lava del secondo vulcano.
Schizzò altissimo il suo getto di fuoco spumante. Il terzo vulcano
sputò obliquamente sul mare cento luminarie di bragia a ventaglio, mille
regate di diavoli, e ripescò tutte le sirene morte, galvanizzandole.
Eccole, guizzano, occhieggiano, baciano, uccidono. Altalena di buio
luce... buio... luce... Chi è che urrrla? Perchè piaaaaangi così?
Vulcani alcoolizzati o gigantesche bottiglie di delirio?
Il quarto vulcano sturato schizzò risate d'oro, smorfie di porpora e
spiralici lunghissimi ironici smeraldi. Il quinto vulcano pareva una
rosea spremuta di belle donne nude e di immense arance cigliate che
guardavano. Sognavo.
Tutti quei vulcani--isole--bottiglie--cuori spararono il loro fuoco
d'allegria furente con ampio frastuono di tappi e rintocchi contro il
sole pallido sordo astemio morente che annega.
L'undecimo vulcano lanciò allora la sua colonna di fiamma a ventidue
chilometri di altezza. Quando quando... quando vi giunse, piegò il suo
pennacchio vermiglio e questo fece il giro della terra e lo seguivo in
sogno mentre velava e svelava quelle tonde natiche veloci tatuate di
continenti e mari.
Mi sveglio di soprassalto.
--Chi mi graffia il viso? Chi, chi?
Ghiandusso che montava la guardia in torno alla mia blindata si
avvicina:
--Signor tenente, nessuno, nessuno. Lei ha fatto un brutto sogno.
--Anzi un sogno bellissimo! Ma ad un tratto mi sono sentito graffiare il
viso. Ho dormito molto?
--Due ore, signor tenente, sono già passati diecimila prigionieri
austriaci, tre brigate... La Zazà ha morsicato la gamba di un colonnello
ungherese. Ora dorme dietro di lei. L'ho messa dentro perchè mordeva le
gambe ai prigionieri. E' diventata un po' cattiva dopo il parto. Sa,
signor tenente, come discutono fra di loro il cane tedesco e il cane
italiano? Il cane italiano domanda: «Cosa hai in bocca?». Il cane
tedesco: «Flaaaasc». Per pronunciare questa parola spalanca la bocca e
lascia cadere la carne. Il cane italiano si precipita e abbranca la
carne. Allora il cane tedesco: «Cosa hai in bocca?». Il cane italiano
risponde coi denti stretti sulla carne che non molla: «Carrrrrrne!»
--Non è così, Ghiandusso, credo che il cane italiano tenga i denti
stretti per respirare il meno possibile il puzzo terribile del cane
tedesco.
Fuori: un tramonto di nuvole vermiglie lacerate come pezzi enormi e
brandelli di carne macellata. A destra e a sinistra della mia blindata,
che teneva il centro della strada, il fiume monotono, grigio,
giallo-sporco e verde verminoso dei prigionieri spandeva un puzzo
mordente esasperante fatto di mille puzzi diversi ugualmente nauseanti e
insopportabili.
Visi scialbi, gualciti, spremuti con piccoli occhi celesti smarriti.
Facce gonfie come nutrite di fango con gote cascanti. Facce plasmate di
bile. Baffi gialli che schizzano fuori dai visi scheletrici. Bestiame
umano masticato dall'uragano. Occhi vitrei che fissano senza vedere.
Lerciume ondeggiante di cappottoni curvi come verniciati di sterco e
piscio. Sembra veramente un fantastico fiume di putredine, spessa quasi
solida, oppresso da un affastellamento di stracci luridi, e
misteriosamente spinto da un'invisibile corrente che lo conduce verso lo
spiraglio-gorgo di una cloaca capace.
Vi sarà poi in Italia una cloaca adatta a ricevere quel triste fiume? Il
sole rosso lancia dalle brecce delle nuvole brandelli di carne su quel
bollore di schiene.
Per un istante mi sforzo di distinguere con nari eroiche gli odori.
Cavolo fradicio, piaga putrefatta, alga morta, piedi sporchi, vello di
montone, piscio di gatto, cancrena polmonare, muffa, sterco, orina,
vecchie bende insanguinate, ghetto, stiva, caserma.
Ma rissano fra di loro quei puzzi. Ora gli sterpi, i rovi e le baionette
degli odori ammoniacali infilzano, lacerano, e squartano dei vasti
flaccidi tondi puzzi zuccherini, simili a pance di carogne galleggianti.
Sopra di loro grandinano lunghi odori proiettili che colpiscono
direttamente lo stomaco e lo rovesciano. Poi domina una languida risacca
di odori dolciastri che colmano ogni poro della pelle di nausea funerea
e di morte. Ricordo involontariamente il puzzo tipico di
cadavere-sterco-fango delle trincee della Vertoiba. Ma questo che ora
mi invade è un ben più terribile puzzo impregnato di morte, ma vivo,
attivo, insinuantissimo. Vuole dominare, inondare di se la profonda
valle del Fella e soffocare le fresche respirazioni verdi, sane del
Tagliamento.
Povere valli prostituite! Tutte le innumerevoli bocche vegetali use a
fiatare nel tramonto profumi di timo e menta selvaggia sono
imbavagliate! Tutti i pini coi loro incensieri di resina naufragano
asfissiati nella marea di torridi puzzi avviticchianti feroci, granulosi
che agganciandosi e spumando salgono, salgono ad insozzare le cime!
Queste esasperate dall'orrore sembrano centuplicare la loro splendida
bellezza di smisurati corpi, vivi, nudi, rosati dal sole. Non ammettono,
rifiutano il tragico fiume d'immondizie umane che assale i loro fianchi.
Emergono cime nevose, tornite, gonfie di salute e desiderio come belle
poppe di donna con in alto il bottone di rosa montana del capezzolo
offerto ad un vento maschio selvaggio tutto muscoli in velocità.
Ma questo non viene ancora.
Agli innumerevoli puzzi catalogati si aggiunge quello irto d'aghi dei
pidocchi. La pelle del cielo bianca si contrae schifiltosamente con un
primo prurito di stelle.
Potrò io difendermi nella mia blindata immersa come un'isola nel fiume
di corpi e odori saturi di morte?
Scivolando dentro per le feritoie, penetrano gli abiti. Il grigio-verde
della mia giubba ne è già inzuppato. Salgono nelle mie nari ad
avvelenarmi il sangue e ad offuscarmi il cervello: le belle parole della
vittoria si smembrano in un'atmosfera cerebrale d'incubo. I miei
pensieri hanno il viscido colore giallo sporco-nerastro di quei
cappottoni curvi che passano, passano senza fine. Ventimila prigionieri
sono già passati. Ne passeranno altri trentamila. Penso che lo smisurato
cadavere dell'Austria spiaghi fuori dalla sua pancia sfondata un
gigantesco e terrifico budellame che per la valle della Carnia inonderà
la divina penisola nostra.
Il mio cervello allucinato non riconosce più il bel sole italiano della
vittoria, volante corridore nella ruota d'oro che formano le sue gambe
accese moltiplicate dalla velocità!
Vedo laggiù sul Tagliamento un sole straniero e odioso: brutta faccia
tonda alcolizzata e smargiassa che nei dentoni d'oro falso prominenti, e
i labbroni tabaccosi, si sforza di riassumere tutta l'insolenza
l'infatuazione, la megalomania, l'impudenza sanguinaria e il guittismo
balordo dell'impero austro-ungarico defunto.
Quel sole ha posato le sue mani molli, effeminate, piene di anelli
rubati, su quell'isoletta del Tagliamento. Strana isoletta camuffata.
Con le lussureggianti ondulazioni della sua capigliatura di vigne
arricciate, pettinate, impomatate disposte con troppa cura in piani
successivi, come una parrucca dai mille brilli grigi-azzurri-argentei,
e piccoli infiniti rubacuori. Quella isoletta riassume tutta la grazia
vana e passatista di Vienna.
Il mio spirito, affondando nelle allucinazioni fra le due colate di
corpi e puzzi avvelenanti, teme la pazzia. Dove sono i Venti italiani e
le loro furenti scope salutari? Un dolce fiato inodoro mi risponde.
Sento che un Vento italiano si è insinuato nella valle. Ecco addenta il
piedestallo di nuvole color sterco insanguinato del sole! Si slancia
lassù, in quella pineta. Gli scatti e le cadenze flessuose del suo corpo
che si scrolla nella sua giacca attillata di nuvolette rosa rivelano la
sua nobile gioventù. Ora s'affretta a rimescolare quei fogliami. Li
scuote brutalmente per liberarli, dai puzzi vischiosi e con un gesto
vasto fa sbattere, sbattere tutte le finestre di Stazione per la Carnia.
Poi parla, parla, ingiuria, fischia, sputa. Ritto in piedi, impreca
contro il cielo e chiama alla riscossa tutti i Veneti fratelli.
Meraviglioso Vento-oratore!
--Dove siete, infingardi? Venite! Venite!
Agitando il suo corpo che si frangia di rabbia e i suoi capelli
tentacolari, il Vento parla con voce tonante alle lontane tribune delle
prime stelle e si sgola per insolentire la pigrizia paurosa. Il Vento
scande scande scande ogni sillaba con violenti colpi di pugno sui tetti
delle case come su un pulpito. Ad un tratto si slancia contro il sole e
lo rovescia giù dal suo trono di nuvole. A calci a pedate, correndo e
remando nel cielo il Vento scopa, azzanna, impacchetta, ammucchia,
scaccia, insacca, calpesta le matasse di odori in rissa che rischizzano,
s'arrampicano, si rintanano nelle vallate e nei burroni. Intanto con un
vasto muggito che cresce, cresce, cresce e scoppia accorrono giù dai
monti e dalle fonde valli altri Venti alla riscossa.
Questo sospira sospira sospira e fischia nella stretta di due roccioni
per passare ad ogni costo. E' troppo voluminoso: porta addosso una
girandola di enormi polmoni gonfi d'ira compressa. Si accanisce e
fiiiiischia. Sospira sospira sospira poi con uno schiaaanto d'alberi e
fogliame precipita inondando di sè a ventaglio tutta la vallata. Sotto,
il tetro fiume di prigionieri increspa paurosamente la sua superficie di
cappotti e berretti fuligginosi. Io rialzo la testa dal volante e fiato
fiato finalmente. I Venti giungono in ritardo, ma la loro fretta è
vertiginosa. Pulire, pulire, pulire tutto, scuotere, sconvolgere,
disinfettare. Ma non basta. Occorre inebriare al più presto la vallata
di mille profumi perchè la mia blindata 74 diventi un'isola profumata
sul fiume lurido dei prigionieri.