metri sotto, in un immenso cortile un migliaio di bosniaci. Confusione
intorno alle marmitte. Grida di ufficiali, ordini incomprensibili.
Alcuni caricano i fucili. Io grido con voce tonante:
--Arrendetevi!
Silenzio. Centinaia di facce attonite che mi guardano. Pochi alzano le
braccia. Ghiandusso dietro di me scaraventa una bomba nel mezzo del
cortile.
Sgraa--graaang.
Una ventina di feriti, nessun morto, tutte le braccia si sono alzate con
un lungo ruggito di belva.
--Aprite la porta, e fuori tutti!
I soldati carnici accorrono per questo nuovo disarmo. Ma un colpo di
revolver vicinissimo mi fa voltare.
Ghiandusso ha sparato nella spalla del colonnello che non voleva mollare
le briglie dei suoi due magnifici cavalli. Meravigliosa razza di quei
due animali da guerra che scalpitano orgogliosamente cercando di
strappare le briglie dalle mani di Ghiandusso.
Davanti alle scuole, Bosca mi dice:
--Non possiamo fermarci. Bisogna giungere al più presto a Stazione per
la Carnia.
Giungono a tutta velocità le due blindate di Volpe e Sacco. Da un prato
basso salgono vociando uomini disarmati.
--Praga! Praga! Boemia libera! Austria caput! Viva l'Italia!
In segno di devozione si strappano dal berretto i due bottoni di metallo
e lo stemma imperiale.
Fuori di Amaro la strada corre dominando i prati e le boscaglie che
costeggiano il torrente Fella. Siamo 4 blindate lanciate a tutta
velocità. Ci raggiunge il capitano Raby che nella sua vetturetta
scoperta e senza blindatura si mette alla testa della squadriglia.
Appare spavaldamente intrepido e strafottente accanto al suo volantista.
Tiene fra le mani, sulle ginocchia una gabbia di colombi viaggiatori.
Davanti a noi, a un chilometro, il ponte di Stazione per la Carnia. E'
certamente minato ma ce ne infischiamo. Dalle boscaglie dell'altra riva
partono dei colpi di fucileria, sparsi, poi più fitti. Una, due
mitragliatrici ci bersagliano. Entriamo sul ponte distanziandoci.
Davanti alle case di Stazione per la Carnia sbuffano due locomotive. Si
scorgono due treni interminabili, sovraccarichi. Tutto il bottino
carnico di una armata di ladri. Una gioia acuta ci trafigge le carni, le
lacera, quasi vorrebbe sventolare i brandelli della nostra carne
patetica. Alt sul ponte. Puntiamo le nostre mitragliatrici giù contro le
boscaglie che nascondono le mitragliatrici austriache.
Ta ta ta ta ta giaaaa ta ta ta ta ta giaaaa.
Sono bosniaci cocciuti non ancora convinti dell'irrimediabile sconfitta.
Spariamo avanzando lentamente. Ad un tratto le due locomotive si mettono
in moto.
Ta ta ta ta ta giaaaaa
giaaa giaaaa giaaaaa giaaaaaa
Ridono gli echi della valle. Ridono, ridono al vedere i piccoli
macchinisti neri precipitarsi giù dalle due locomotive e nascondersi
sotto le ruote.
Quando sbocchiamo fuori dal ponte fra le case di Stazione per la Carnia,
il lato destro delle nostre blindate suona sotto una rude raffica di
pallottole strimpellanti. E' una mitragliatrice austriaca vicinissima,
nascosta fra le erbacce. Le nostre rispondono ferocemente tempestando il
greto.
Ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta
Giaaaa giaaaaa giaaaaaa
Ridono, ridono, giocano, strillano e beffeggiano gli echi della valle in
coro. Ridono di gioia sotto il sole, cerchio radioso che le nuvole
bambine fanno correre a colpi di raggi nelle liete praterie azzurre del
cielo.
Ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta
Giaaa giaaaaa giaaaaaaaa
Ridono gli echi della valle nel vederci tutti scendere dalla blindata e
correre come ragazzi prendendo a calci, a pugni, a schiaffi i bosniaci,
bestioni che non vogliono mollare le loro mitragliatrici. Si arrendono
come cani ringhiosi o meglio come professori passatisti idioti che
cedono a malincuore i vecchi dizionari della gloria austriaca tramontata
sotto i nostri calci futuristi.
Davanti a me sulla strada la vetturetta di Raby si ferma. Il capitano,
dritto in piedi:
--Arrendetevi!
Si sente un vasto e profondo scalpiccio. La mia blindata corre per venti
metri e posso contemplare la testa del grande Corpo d'Armata che
s'avanza lentamente verso di noi.
Precedono a piedi, funerei, i generali di brigata, i colonnelli e i
maggiori. Unico spavaldo un colonnello grassoccio, mani sui fianchi,
gomiti in fuori, testa alta. Ondeggia sopra, avviluppante, l'immenso
puzzo nauseoso acido e dolciastro degli eserciti austriaci. Puzzo di
fogna, stiva, iodio, sudiciume, orina fermentata, latrine, becchi, e
serraglio. Raby in piedi grida:
--Siete tutti prigionieri!
Ma gli ufficiali austriaci e ungheresi discutono fra di loro
animatamente. Corriamo col revolver in pugno.
--Monsieur le capitaine, dice un generale alto, secco, magro, dal viso
pallidissimo solcato da due lente lagrime. Nous avons le droit de passer
et de continuer la route vers Chiusaforte. L'Armistice est signé.
--L'armistice n'est pas signé! risponde Raby con voce dura. Rendez-vous
avec toutes vos troupes! Vos deux trains ne partiront pas!
--Pardon, monsieur le capitaine, il faut que je demande des ordres au
commandant de notre corps d'armée.
--Quelle chance! grida Raby. Nous ferons prisonnier aussi le Commandant
de Corps d'Armée!
Intanto la colonna giallo-verdastra puzzolente delle truppe austriache
appoggiava sulla sinistra della strada per lasciar passare una
automobile piena di ufficiali. Fra questi, il generale comandante del
Corpo d'Armata, muscoloso e panciuto. La faccia tonda naturalmente
olivastra era terrea, con una febbrilità di palpebre e d'occhi un po'
smarriti che rivelavano il crollo di un'anima militare.
--Ho l'ordine, signor generale, dice il capitano Raby, di fermare qui il
vostro corpo d'armata. Siete tutti prigionieri. Quando avrò dato i miei
ordini voi verrete con me in questa automobile al comando della prima
Divisione di Cavalleria.
Venivano intanto dalla strada di Chiusaforte, in bande fitte, i
prigionieri italiani che si erano liberati quando l'annunzio del crollo
del Grappa aveva segnato il primo sgretolarsi dell'impero. Uno di questi
prigionieri più affranto degli altri oscilla tragicamente a tre passi da
me poi si abbatte sul naso, svenuto dalla stanchezza e dalla fame.
Menghini si slancia e inginocchiato scuote quel povero corpo svenuto
urlando:
--Guardate! Guardate come hanno conciato i nostri fratelli! Ecco! Ecco
cosa hanno fatto della carne nostra!
Si alza furente; poi come preso dal delirio, tendendo i pugni ai
prigionieri austriaci si scaglia e percuote nella faccia un maggiore
austriaco. Questo non comprende, bestemmia, vuole difendersi, ma
Menghini lo atterra mordendogli le braccia. Il groviglio rotea, strilla,
contro la blindata dove la mia Zazà abbaia impaurita. Sopraggiungono i
primi bersaglieri ciclisti a tutta velocità agitando gli elmetti
piumati.
Scompiglio e marea fragorosa. Gli austriaci si sparpagliano. Zuffe,
corpi che rotolano. Cacofonia di cento lingue diverse: italiana,
tedesca, slovena, boema, russa, ungherese, ecc. Mi slancio col revolver
in pugno fra quell'abbaiare di cani e riesco a fermare i nostri
mitraglieri e bersaglieri inferociti.
Un motociclista infila come un proiettile il ponte e si ferma in mezzo a
noi gridando:
--La _Viribus Unitis_ è saltata!
Scoppio di urrà frenetici. Il mio cuore si rifiuta di accogliere questa
gioia massacrante. Non è preparato a questo galoppo furente di notizie
giganti. Faticosamente, dolorosamente, il mio cuore ingoia godendo ma
sofffrendo come una gola lacerata. Sento gonfiarsi nel cielo un altro
blocco di Felicità sovrumana. Blocco rotolante che precipita giù sui
declivi delle nuvole per colpirmi in pieno petto. Ha un rumore battente
come di mitragliatrice, ma allegro, allegro. Non è il ta ta ta ta
micidiale, ma il top top top top delle grandi ispirate velocità. E' una
seconda motocicletta. La guida un sergente bersagliere, che rallenta,
agitando col braccio sinistro il suo fez rosso, gli occhi schizzati
fuori dall'entusiasmo:
--I nostri sono entrati a Trieste e a Trento!
Un impeto selvaggio mi scuote. Mi slancio, lo afferro pel braccio, e lo
tengo fermo. Si ribella, quasi cade. Cado quasi con lui e la sua
motocicletta.
--Se menti, ti brucio le cervella! gli urlo. Dimmi! Spiegami! Giurami!
Che è vera, sicura, la notizia!
--Lo giuro, me lo ha ripetuto tre volte il generale in persona!
--Giura!
--Giuro.
--Su tua madre!
--Su mia madre.
--Aaaah! aaaaah!
Mi comprimo colle due mani il cuore che si gonfia, si gonfia dilatando,
spaccando, le sue pareti che sono ora quelle enormi montagne, mentre la
mia bocca spalancata beve, con trionfale voluttà lo smisurato fetore dei
prigionieri austriaci, tutta l'infinita anima fetente dell'impero nemico
sconfitto.
Ho uno strano viso feroce, violento, aggressivo ma i miei occhi sono
pieni di lagrime di gioia. Le povere contadine sfinite di fame
stanchezza che s'avanzano piegate sotto la gerla lungo il treno pieno
del loro bestiame rubato, mi commuovono fino al singhiozzo e insieme
arricchiscono le mie mani di artigli vendicativi. Vorrei baciare sul
viso quelle povere vecchie italiane e poi stemperarmi sul pane le
lagrime del generale austriaco vinto. Primitività stramba del mio
temperamento vergine, selvaggio, schietto, elastico, pieno di barbarie
crudele e di profonda umanità civilizzata. Temperamento che s'avventa,
colpisce ma subito comprende perdona tutto, con alta bontà indulgente e
serena.
XXVI.
PAGIOLIN, COLOMBO VIAGGIATORE
Il disarmo incominciò. A sinistra si accatastavano i fucili, a destra le
mitragliatrici. Nel centro i prigionieri austriaci abbrutiti, dondolanti
nei loro cappottoni giallo-sporchi procedevano ordinandosi fra la
spavalda e muscolosa giocondità dei bersaglieri ciclisti.
I prigionieri istintivamente ricercavano la loro antica disciplina,
aspettando i comandi dei loro ufficiali che vinti conservavano ancora
tutta la loro autorità tanto era ferrea la compagine del potente
esercito che avevamo sfasciato.
Subito gli ufficiali austriaci trasmisero coi loro urli aspri di
sciacalli l'ordine d'incanalarsi lungo le nostre automitragliatrici
blindate e di infilare il ponte sul Fella per Amaro-Tolmezzo. Ma
sopraggiungevano continuamente incontro a loro bersaglieri ciclisti a
tutta velocità. Si vedevano girare laggiù sulla strada curva correndo
verso di noi, e altri, altri ancora, lanciati come frecce alate di penne
di gallo. La colonna dovette fermarsi. Un minuto di confusione: poi tre
bersaglieri, abbandonando le biciclette, saltarono in sella su dei
cavalli catturati, potenti bestie tutte ad archi di muscoli scattanti, e
domandoli fra le forti ginocchia presero la testa e il comando della
prima colonna marciante. Il primo, un siciliano dal viso rossastro
polveroso di scugnizzo con occhiacci neri sotto il fez rosso moschetto
ad armacollo. Sul suo grande cavallo bestemmiava: Accidenti! Cavallo
irlandese e ungherese io non so! Ma i miei muscoli sono siciliani!
Anche i nostri soldati nomadi di Carnia comandavano colonne di
prigionieri. Erano laceri e sporchi, ma tutti montavano senza sella
cavalli stupendi.
Uno aveva una specie di turbante azzurro in testa e un grosso zaino da
turista sulla schiena. Sembrava un generale turco. Sul fianco della
strada le nostre blindate dominavano con le loro 18 mitragliatrici
puntate tutta la divisione austriaca che si avanzava. Sss sss lento
monotono stropiccìo di piedi stanchi. Zin zin tric gring zin di fucili
che cadevano sulla catasta. «Fetente, vattenne, cammina! A cauci te
faccio camminà, porcaccione!»
Cinquanta metri più giù davanti al Municipio nelle due automobili del
comandante del Corpo d'Armata austriaco e del suo Stato Maggiore, gli
ufficiali prigionieri seduti immobili guardavano con occhi che certo non
vedevano. Intorno, i miei mitraglieri con moschetto e baionetta
innestata montavano la guardia con facce ingenue di bambini intorno ad
una enorme torta natalizia.
--Vuole che le faccia la barba? mi domanda un prigioniero in italiano,
bruno, magrissimo e baffuto.
--Sì, ma a tutta velocità!
--Sarà servito. Sono napoletano, e primo parrucchiere. Sono anarchico,
ma amo l'Italia.
--Non tagliarmi la faccia, perchè sono più rivoluzionario di te!
In un attimo, miracolosamente, la cassetta che egli portava sulle spalle
partorì sapone, pennello, salviette e boccetta da profumo. Seduto su una
mitragliatrice austriaca, constatai l'arte delicatissima di quella mano
italiana.
--Che «salone» originale! disse il barbiere; è decorato a destra e a
sinistra con montagne azzurre e ha un _plafone_ che sembra il cielo di
Napoli!
Quando ebbe finito, lo salutai con queste parole:
--Ora che da barbieri futuristi abbiamo rasoiate via la testa all'impero
austro-ungarico, ti potrai permettere il lusso di fare la barba
anarchicamente agli italiani.
--Contropelo?
--Sì, contropelo. Non dimenticare però di sciacquar loro il viso con
l'acqua melodiosa del golfo di Napoli!
Il capitano Raby, che distribuisce ordini a destra e a sinistra, mi
chiama.
--Marinetti! Marinetti! Siamo noi! Siamo noi che abbiamo catturato
l'intero Corpo d'Armata! E' una gloria nostra! E' la gloria dell'ottava
squadriglia! Vieni, vieni, ora mando il colombigramma al Comando
Supremo!».
Seguiamo per alcuni metri il binario lungo il treno. Cataste di cucine
da campo, mitragliatrici, fucili, stracci, paglia, sterco, carogne di
cavalli. Nel fetore qua e là come cani randagi, delle montanare con
gerla, sacchi e lanterne. Sono venute qui a frotte per riprendere la
loro roba. Sono paurose. Ma si fanno audaci. Il loro numero aumenta. I
vagoni saccheggiati, sventrati, bollono confusamente perdendo le
budella.
Entro con Raby in un vicoletto. Fra due casupole troviamo la vetturetta.
Sul sedile, una gabbia di legno bianco contiene i quattro colombi
viaggiatori, che tubano.
Il sole tiepido di questo pomeriggio alleggerito da una brezza indolente
e soddisfatta inebria i quattro colombi. Due, candidi. Uno col collo
sfumato azzurro-viola. Il quarto brizzolato. Ma tutti avevano il
caratteristico soprabecco bianco imbottito dei colombi viaggiatori.
_Vuruvuru curru guruu guruu guruu._
Certo godevano i sottilissimi profumi muschiati e il gorgoglio di quel
ruscello, ma non si illudevano. Sapevano certo di essere lontani dalla
bella colombaia di Abano con le sue ampie scodelle piene di miglio e
granoturco e i cestini per le covate, elegantemente sospesi e bene
spaziati.
Questa è una terra diversa, rude e selvaggia e rimbombante di fragori
più forti che le tempeste del cielo. Alzarono tutti e quattro il becco
guardandoci con gli occhietti umani cerchiati di rosa.
--Raby, sono pronti! Guarda, hanno tutti capito! Vogliono tutti essere
scelti. Quello lì si chiama Bianchetto. Quello Lulù. Ecco Pagiolin!
Scegli Pagiolin! E' il più forte, il più intelligente.
Pagiolin si lasciò prendere, felice, con un _vuruuuuu vuruuuuu vuruuuuu_
melodiosissimo, di mano bagnata che freghi un giunco. Tre battevano la
testa contro il legno della gabbia con furia invidiosa. Ma Pagiolin era
veramente degno della nostra scelta.
Coricato nella mano aperta di Raby, bianco, snello, vivacissimo,
ringraziava coi dolci occhietti umani cerchiati di rosa e offriva con
languore femminile quasi impudico le zampette rossicce semivestite di
soffici calzoncini di piume.
Un dischetto d'alluminio col numero 11 matricola e il numero 22
colombaia brillava sulla zampetta sinistra. Lo presi nelle due mani
anch'io, e una tenerezza acuta, dolce, amara, mi portava quasi le
lacrime agli occhi nel sentire battere con ritmo rapido quel
piccolissimo cuore di bell'uccello veneto già ebbro di portare per le
vie del cielo la grande parola Vittoria.
Raby scrisse su un foglietto:
«_Truppe celeri, Stazione per la Carnia, 8ª squadriglia
autoblindate hanno occupato stazione. Fermato e catturato due
treni, truppe e comando 34ª divisione austriaca.--Immenso
bottino e comandante Corpo d'Armata austriaco prigioniero._
Capitano Raby».
Il capitano introdusse il piccolo foglio in un tubetto di mezzo
centimetro di diametro, lo chiuse introdusse il tubetto in un altro
munito di due branchette di alluminio. Pagiolin si lascia torcere le due
branchette che ecco stringono la sua zampetta destra.
--Guarda... mi dice Raby, i muscoli forti delle ali. Con qualsiasi
vento, 60 chilometri all'ora! Il dischetto bilancia bene il peso del
tubetto!
Facciamo largo intorno a Raby che con forza slancia in alto il colombo.
--Viva Pagioliiiin! Addio Pagioliiiin!
Ma Pagiolin non s'innalza molto. Dà qualche colpo d'ala e si posa sopra
un tetto. Bianco, saltella sulle tegole rosse girando la testa. Momento
d'ansia, doloroso.
--Cosa fai, Pagiolin? Cosa fai? Cosa fai?
Accorrono i soldati con applausi, saluti consigli... Pagiolin leva il
becco al cielo. Dieci secondi gli sono bastati a fiutare le correnti
aeree. Con uno slancio improvviso si proietta in alto obliquamente.
Sale, sale, sale, piccolissimo arruffio bianco, fiocco di neve
nell'azzurro. Ora si libra a picco sul torrente Fella. Punta su Amaro,
scompare.
Ma un altro invisibile colombo viaggiatore che batteva le ali nella
gabbia del mio torace l'ha seguito con eguale velocità. Ora vola con
lui fra due grandi cirri bianchi accecanti. Pagiolin non ama le nuvole.
Hanno un insidioso monotono odore d'acqua schiava. Tutte quelle gocce
condensate lo bagnano pericolosamente. Teme di appesantire le proprie
ali, e non ha sete. Le nuvole gli ricordano quella brutta macchina
moto-aratrice che gli appesta spesso la colombaia di Abano coi suoi
sbuffi di vapore acqueo...
Senza contare i maledetti scherzi che fanno i raggi del sole nelle
matasse delle nuvole! Sembrano forbicioni d'oro, brutti come quelli del
giardiniere che tagliano i bei rami d'acacia fiorita sulla colombaia!
Ogni volta che il giardiniere s'avvicinava con quel brutto ordigno la
bella Vluruuum s'immalinconiva non tubava più. Pagiolin pensa a
Vluruuum... Tra due ore! due ore e mezzo al massimo, quanti baci
piccoli, piccoli, minuti, minuti e quanti smorfiosi strofinamenti di
collo per togliersi l'un l'altro amorosamente gl'insettucci! E quante
ciarle! Trionfo! Pagiolin potrà raccontare! Tutti gli amici della
colombaia a becco aperto dimenticheranno le voluminooose, voluttuooose,
vorticooose gare del loooro tubare. Anche i conigli, quei vili imboscati
col loro culo a molla di lepri degenerate, abbasseranno le foglie
candide dei loro orecchi tremando e ammirando.
Ma Pagiolin accelerando i suoi colpi d'ala si tuffa nell'ultimo globo
d'argento filigranato del cirro. Non finisce mai, per Dio!... Gioia!
Gioia! Finalmente può patinare col petto sull'azzurro levigato,
invitante. Più nulla intorno. Può respirare e godere. Pagiolin punta il
suo volo contro il Sole, favoloso colombo di fuoco, dal becco aperto
nell'arruffio splendido delle sue smisurate penne d'oro. Gli rammenta
Krukrù, colombo dell'equatore che aveva pure le penne a spirali, ma
bianche. Morì un anno fa in colombaia il povero amico! Pagiolin gli
voleva bene e l'inverno molte volte aveva lisciato e riscaldato col
becco le povere penne freddolose. Nella luce sembravano d'argento.
Il Sole è però un colombo enorme le cui penne spiraliche d'oro
potrebbero covare una montagna! Come risplendono, lunghe, lunghe!
Bisogna salire, salire, salire ancora! Voglio vederle bene, vicino,
vicino, sempre più vicino! Per sentire il loro rumore! Devono fare un
delizioso rumore d'acqua nell'accarezzare quel nuvolone a destra. Oh!
che brutto nuvolone! Sembra il fantoccio di stoppa di Peppino il figlio
del giardiniere!
Volerò ancor più su. Ma cosa hanno mai le mie ali? Rabbia! Ho troppo
caldo sotto le ali. Sono tutto bagnato. Su, su con forza! Ecco! Ecco il
suono che volevo udire! E' il sole che tuba. Che piacere sentirlo! Le
sue lunghe penne spandono ora una dolcissima voluttà mescolata di rumori
serici e liquidi che grondano l'uno sull'altro e si intrecciano con
mille spasimi acuti.
--Oh! me ne intendo, me ne intendo, grida Pagiolin; io che sono il
miglior cantore della colombaia. Col mio canto ho innamorato di me la
bella Vluruuum. Che ridere! Bianchetto e Lulù non sanno cantare come
me... Lo ha detto la moglie del colonnello, quella bella signora vestita
di colori rumori fruscianti. E' vestita anche lei di penne, ma morbide,
morbide che il giardiniere chiama seta, velluto, pelliccia... Nel
muoversi intorno alla colombaia la signora batteva le mani con gioia
dicendo: «Pagiolin, Pagiolin, tu sei il primo cantore!» e mi regalò un
miglio speciale! La sua veste di seta e velluto cantava come me e come
il Sole. Il Sole però tuba più forte di noi!
Nell'entusiasmo Pagiolin raddoppiò il battito già celere delle sue ali,
entrando nella polifonia solare. Strimpellavano con gesti immensamente
circolari i Venti sui mille raggi del Sole come su corde tese incendiate
dal lirismo.
Certo la vittoria aveva commosso il Sole! Il Sole, grande occhio attento
di arpeggiatore seguiva sulle lunghe sue corde tese i galoppanti accordi
i maliziosi pizzicati e le molli frange di vibrazioni sbocciate nel
cielo. Il Sole si moltiplicava nell'ampio cielo orchestrale.
Volubilmente si innalzavano delle nuvole, tortili come canne d'organo e
mantici profondi nei quali il Sole comprimeva a forza di pedale i Venti
globulosi. Questi diventavano soffii melodici e salivano salivano ad
inaffiar di fantasia le infinite orecchie attente, invisibili, delle
invisibili stelle. Il calore dei suoni era tale che le nuvolose canne
d'organo s'incendiavano al passaggio d'ogni nota fondendosi qua e là
per eccessiva ebrietà. Sopraggiunsero volando sciami di nuvolette rosse,
snelle piene di trilli, rimbalzelli, giuochi, scherzi, schianti di
cristalli coralli trallalera tralla la, come aeree serenate di chitarre,
mandolini e spumanti bottiglie trallalera tralla là.
Milioni di bottiglie del più spumante Asti sonoro schizzavano,
decapitate ma allegrissime sulla tavola imbandita del cielo, fra le
ondate orchestrali dei raggi, lunghi archetti d'oro che spremevano giù
nelle profonde cavate il terrificante cuore dolcissimo di Dio.
--Dio! Dio! Dio! Dio! gridava Pagiolin. Dio è luce! Dio è musica! Dio è
profumo! Sono a mille metri a picco su quella vasta ferita terrestre.
Cosa è mai? Cosa è mai? Certo le folgori hanno squarciato così la terra!
I fulmini nemici del Sole! Ma il Sole oggi stravince. Sono l'amico del
Sole! Ma più in alto del Sole c'è Dio, ed io voglio navigare nel suo
respiro sublime!
Con allegria pazza due volte, tre volte, quattro volte Pagiolin capriolò
abbandonando le ali come un nuotatore nell'onda e nella schiuma del
canto. Poi giù a capo fitto nel suono più denso. Le sue ali sfioravano
le lunghe corde d'oro tese dai raggi solari. Ruzzolò giù. Era troppo
ebbro e il sudore gli scorreva sugli attacchi delle ali.
--Come mai ho dimenticato la mia santa missione? Mezz'ora perduta!
Impenitente bambino che sono! Ma il tubetto è ben saldo e anche il
dischetto. Giù! Giù! Bisogna scendere, scendere. Che fresco! Che
fresco!
Per alcuni minuti Pagiolin seguì una impetuosa corrente gelatissima, che
con ritmo uguale lo trascinava. Ora rideva della sua paura di poc'anzi.
Ad ali aperte filava con crescente velocità cercando a destra e a
sinistra col becco la decifrabile varietà degli odori.
--Questo è odor di menta selvaggia. Questo è il timo asprigno. Oh! che
buon odore di resina. Saporito, questo viluppo di moscerini agonizzanti!
Mangiamo. Bisogna pur rinfrancarsi lo stomaco, in viaggio.
Ad un tratto la corrente gelata modificò il suo ritmo equilibrato! Ora
tumultua, schizza, cicloneggia, spalanca dei buchi come botole
traditrici. Pagiolin riprende a volare con tutta la forza delle sue ali.
Sente una pressione contraria. Vento duro a scatti che lo soffoca. Deve
più volte chiudere il becco. «Accidenti! Ho perduto quel branco volante
di moscerini saporitissimi!».