--Preferisco raccontarvi un'avventura del mio amico Fiordalisi. Un bel

tipo, Fiordalisi! Sempre allegro. Sottotenente effettivo, venuto della

bassa forza. Ha ricevuto al primo passaggio dell'Isonzo a Plava nel 1915

una palla che gli ha attraversato il collo e spaccato la mascella. Ha

sul labbro inferiore una grossa, tonda protuberanza che gli permette,

dice lui, di baciar meglio le donne. In realtà le bacia con la sua

ferita. Sensazione interessante per una donna patriota e sensuale.

Quella bizzarra protuberanza gli serve a trasformare la sua bocca in

una vera orchestra. Imita a meraviglia animali, insetti, fucileria,

bombardamento. Un vero numero da caffè concerto e un ottimo declamatore

di parole in libertà! Suo padre, colonnello dei carabinieri, si distinse

nella lotta contro i briganti e specialmente contro Musolino. Forte

razza avventurosa; ma il figlio supera il padre. Dai venti ai

ventiquattro anni ha girato tutto il mondo con suo fratello, facendo

mille mestieri; dal decoratore in cemento al dilettante questurino.

Rimase mezzo morto per tre giorni a Odessa dopo una terribile

bastonatura. E' un attaccabrighe simpaticissimo. Anche un magnifico

narratore. Peccato che non sia qui: ve la racconterebbe stupendamente la

sua buffa avventura in Russia! Dunque Fiordalisi era l'amante fortunato

di una bella signora russa che lo riceveva ogni notte nella sua casa di

campagna a parecchi chilometri dalla città. Una strana casa di campagna,

enorme, con innumerevoli camere e corridoi pieni di mobili d'ogni specie

e d'ogni stile senza ragione estetica, nè utilità apparente. Date le

continue assenze del marito panciuto e ubriacone, Fiordalisi ci passava

anche le giornate bighellonando e curiosando di camera in camera,

perdendosi talvolta nel labirinto dei corridoi senza spiegarsi perchè i

numerosi amici che venivano a trovare la signora si accalcassero sempre

nella camera da letto, unica camera abitata e dotata di illuminazione.

Una notte, poco prima dell'alba vocio e trambusto nel cortile:

«--Mon mari!... Mon mari! grida la signora, cache-toi! vite!

«Fiordalisi nudo non trova nella camera che una tenda troppo corta e si

nasconde dietro di essa. Il marito entra sbuffando, spingendo avanti con

passi rapidi il suo gran ventre, come una prua, apre un baule come per

scegliere delle armi, discute violentemente colla moglie, la respinge

con un pugno e si mette a frugare nella camera. Poi si ferma, sembra

convinto, si sdraia in una poltrona e accende un sigaro. Fiordalisi

sospeso sulla punta dei piedi per nascondersi meglio sotto la tenda

troppo corta, era anche disposto a rimanere così tutta la notte.

Disgraziatamente la donna sapendo l'amante in quella dura condizione e

vedendo il marito sprofondato in poltrona, comincia a seccare

quest'ultimo per indurlo a mettersi a letto. Il marito rifiuta, discute,

poi d'un tratto insospettito ricomincia a frugare. Fiordalisi scoperto

si slancia nel corridoio. Terribile inseguimento tragicomico e

pericoloso per le stanze buie. Il marito era armato di una vecchia

scimitarra che completava operettisticamente lo strano palamidone

imbottito che gli serviva di giacca e cappotto. Ad ogni svolta

Fiordalisi caccia contro la pancia dell'inseguitore un mobile preso a

caso con relativi ninnoli, cristalli, vasi e vasetti crollanti. Corsa di

ostacoli con frastuono infernale. Dietro al marito ansava la moglie

scarmigliata, in camicia, con pianti, singhiozzi e braccia in

convulsione. Fiordalisi, però, ricorda che quelle manifestazioni, pur

nell'ansia della fuga gli apparivano strane, poco sincere, certo

affettate. Ma la scimitarra minaccia ed egli fugge, fugge con salti

acrobatici.

«--Avevo, dice Fiordalisi, una stanza di vantaggio.

«Stamattina, inseguendo gli austriaci, ho pensato che essi hanno una

stanza di vantaggio e mi è venuta in mente l'avventura di Fiordalisi.

Bisogna domani costringerli a saltare dalla finestra. Fece così

Fiordalisi quando si vide perduto e cadde per fortuna su un pergolato.

Era nudo, si scorticò tutto il corpo e rimase quasi infilzato. Ma dopo

un attimo, alzò la testa e vide con sbalordimento alla finestra il

marito, che guardandolo con faccia rasserenata e gioviale sentenziava:

«--Ces amoureux sont de vrais sauvages! Pas civilisés du tout! De

véritable cannibales. Si je continue a me souler chaque soir, ils

finiront par me manger toute ma femme! Ah! ah!...

«Fiordalisi si lasciò scivolar giù dal pergolato. Trovò in una stalla un

palamidone del genere di quello del marito, imbottito e sudicio come

quello, e se la svignò. Questa è una storia simbolica, amici. Accidenti

ai ritardi! Appena il capitano tornerà, bisogna subito saltare addosso

agli austriaci prima che se la svignino come Fiordalisi!»

XXV.

UN ESERCITO IN TRAPPOLA

Il capitano Raby è tornato irritatissimo. Alla Divisione non si parla

affatto di armistizio; ordine di continuare l'inseguimento senza tregua.

Col tenente Bosca e il capitano, al lume delle torce nell'acqua

gelatissima, cerchiamo un guado praticabile. Il letto dell'Arzino è

pieno di bombe a mano, migliaia e migliaia buttate via dai reparti

austriaci fuggenti. Prima di spingere le blindate nell'acqua bisogna

fare una scarpata nella riva opposta che è scoscesa. Tutti all'opera con

zappe e badili. Notte accanita, ma faticosissima al lume incerto delle

torce, rallegrata soltanto da una gara esilarante di bestemmie

formidabili contro la slealtà austriaca e la dabbenaggine italiana

poichè di giorno si lavora meglio e si fa presto. Ai primissimi pallori

del cielo siamo tutti tesi sulle corde. Sentiamo che laggiù un giorno

eletto stira le lunghe braccia di luce, un giorno che incoronerà tutti

gli eroismi. La corrente è forte, ma i motori moltiplicano i poderosi

colpi di reni e le ruote non si incagliano. Tutto procede con precisione

miracolosa. Nell'uscire dall'acqua sento piangere Zazà nella blindata,

mi volto temendo che la povera bestiola si slanci fuori, inciampo e

cado sul naso. La mia mano ha afferrato una strana forma morbida e

villosa che stupisce il mio tatto. La stringo e rimettendomi in piedi la

osservo.

Il sole si spacca all'orizzonte come un uovo di prestigiatore giapponese

e subito la brezza con dita agilissime ne fa scorrere fuori cento nastri

di seta rosei - rossi - verdi - viola - argentei - bianchissimi che

salgono verso lo zenit impadiglionando il paesaggio. La magia di

quest'aurora mi preoccupa. Temo una allucinazione dei miei occhi che

fissano attentamente la strana erba molliccia che ho fra le mani. Ha un

colore quasi dorato. Non è un vegetale. E' una cosa umana, quasi viva.

Orrore! Ho realmente dei capelli fra le mani. Una intera capigliatura di

donna, strappata, certamente strappata! Questo è il cuoio capelluto, un

po' di cuoio capelluto, insanguinato!

--Amici! Amici! Guardate l'infamia commessa da quei bruti! Certo dei

Croati! Nel fango della riva vi deve essere anche la testa della povera

donna italiana che ha pagato così gli sputi e i morsi coi quali si sarà

rifiutata alle voglie di uno di quei porci! Soldati! mitraglieri! e voi

bersaglieri ciclisti! Sia bandita per oggi ancora ogni bontà umanitaria!

Ogni capello strappato di questa donna italiana sia ferocemente pagato!

pagato! Avanti! in macchina, contro le carogne!

Cara! cara! cara! Questa dolce parola italiana mi sale naturalmente alle

labbra nel bere il respiro amoroso della campagna riposseduta. Ebbrezza

di godere sempre meglio il corpo dell'Italia, molleggiando sulle

tarantelle gli strambotti i mottetti i crescendo e le cadenze ampie

della mia blindata sempre più musicale. Godo la grande musica della

velocità col suo intreccio armonioso di ritmi insolenti, dolci, caparbi

cocciuti infantili casti e lussuriosi mentre assaporo con fame crescente

la buona marmellata che estraggo dal barattolo colla punta del mio

pugnale.

Ad ogni svolto della strada ci assale un vocio di popolo festante.

Questo però è più violento dei precedenti. Inneggia all'Italia

strepitando, ma vi scorgo molte braccia tese col pugno chiuso verso

quelle pattuglie austriache che laggiù sotto gli alberi bersagliano la

mia blindatura d'una raffica tintinnante di pallottole. Entriamo nella

vera rivolta della Carnia che già povera fu tutta derubata, spogliata,

dissanguata dagli austriaci in ritirata. Mille sentimenti e sensazioni

si incrociano contemporaneamente nella mia coscienza.

Sono motivi spirituali e materiali che sorpassano nelle loro

combinazioni ogni polifonia vagneriana, raggiungono un'eccezionale

simultaneità futurista.

Sento simultaneamente:

1.--Gli arpeggi delle pallottole sulla blindatura sonante.

2.--La gioia di assaporare una buona marmellata, pescandola col pugnale

nel barattolo.

3.--I singhiozzi repressi che mi strappa questa radiosa Italia

calpestata.

4.--La gioia della vittoria che dal mio cuore rimbalza negli occhi pieni

di lagrime dei popolani che ci salutano al passaggio.

5.--I tonfi d'amore fraterno che il loro vocio angosciato fa nel mio

sangue.

6.--L'odio-vendetta della mia mano sinistra che impugna il revolver.

7.--La strada che i miei occhi d'automobilista studiano minutamente.

8.--Tutti i rumori del motore che martella preciso, felice.

9.--Il volante nelle mani di Menghini.

10.--Il gelo delle mie gambe inzuppate dall'ultimo guado.

11.--La febbre assolutamente sportiva di giungere prima degli altri

italiani e prima che gli austriaci se la svignino. Record!

A Trasadis riceviamo, Bosca ed io, l'ordine di lanciarci soli alla

massima velocità verso Tolmezzo prima che il ponte sul Tagliamento sia

fatto saltare. La piazza di Alesso è tutta ingombra di bersaglieri

ciclisti. Sono uomini e biciclette tutti sdraiati a terra affranti,

sfiniti dalla corsa sovramuscolare. Vorrei elogiare cantare i battiti

burrascosi di quei cuori giovanili, l'ansare di quei polmoni, il respiro

di quelle bocche bruciate e nutrite di polvere e il sudore grondante di

quelle facce smaniose. Ci guardano con invidia, quasi con ira. Il

colonnello De Ambrosis con lo sguardo malinconico, e la voce dura ci

grida:

--Una sezione di blindate, soltanto, a tutta velocità!

Vedo molti bersaglieri ciclisti, mordersi a sangue le dita. Speravano di

vincere la gara. Altri avranno la preda, magnifica. Alcuni si alzano. Un

tenente bersagliere parla concitatamente a De Ambrosis. I suoi occhi

implorano, e mentre con elastico colpo di reni la mia blindata riparte,

vedo il tenente bersagliere slanciarsi fra le biciclette e urlare:

--Primo plotone; con me, via!

Tremenda festa di muscoli esasperati dalla gioia per l'ultimo sforzo

degli sforzi al di là di ogni forza umana. Durante i primi minuti i

bersaglieri ciclisti a destra e a sinistra tengono testa alla mia

velocità. Ma la strada si precipita giù e la vediamo a 100 metri

inerpicarsi polverosa nel sole. I ciclisti sono diventati proiettili.

Debbono con lo slancio di una valanga acquistare nelle discese l'impeto

per aggredire le salite. Piombano infatti giù quasi rischizzando poi

scopati su da quella riserva di velocità. Tutti su... su... su... ci

siamo! E le facce roventi dei bersaglieri si placano bevendo a larghi

sorsi il vento inebriante della nuova discesa.

Divina strada che scende con molle arabesco, si tuffa nel verde,

inoculandosi!

Siamo il sangue tonante rivoluzionario e sportivo d'Italia, che scorre

scorre giù nelle intricatissime arterie della montagna Carnica!

--Somplago! Somplago! grida Menghini. Conosco quel paese!

Menghini è raggiante. Le sue mani al volante sono contratte

dall'emozione.

--Fa attenzione, Menghini! C'è benzina? Per carità, non possiamo più

permetterci delle fermate. Via, via!

Entriamo in Somplago come una pugnalata di velocità. Il paesello è come

spento, chiuso inchiavardato dal terrore, e cacciato sotto delle coltri

di pericolo e di morte. Presto, presto, correre, correre virare,

scansare. Quel carretto abbandonato! Quel pietrone! Quel cumulo di

ghiaia! Gli ostacoli sono innumerevoli. Agilità anguillesca della mia

blindata 74 che sfiora tutto senza agganciare. Io prego, supplico,

imploro il motore perchè collabori senza posa. Basterebbe un po' di

grasso e un po' di polvere di più! Ma il motore è fedele, pronto,

obbediente e la sua quarta velocità è veramente alata, aerea, come se il

vento prestasse alle ruote infiniti trampolini imbottiti di nuvole. Le 4

gomme sono sane, con gonfiezza utile, ma il loro ardore equatoriale s'è

liberato qua e là della tela che a brandelli rumoreggia lugubremente

contro i parafanghi. Rumore minaccioso poichè i brandelli delle gomme di

dietro sbattono e sbandierano convulsivamente. La mia 74 sembra una

donna che corra nella sua vestaglia svolazzante.

Due uomini gesticolanti sulla strada a 100 metri, non si scansano.

Rallentiamo.

Sono due tenenti alpini, due di quei numerosi italiani sfuggiti alla

cattura nella rotta di Caporetto e che vissero nelle caverne di queste

montagne come belve e come briganti in guerriglia.

--Presto! mi gridano. Il ponte è in piedi ma lo faranno saltare fra

pochi minuti! E' già minato! A Tolmezzo ci sono due battaglioni

austriaci che prendono il caffè.

--Lo berremo noi! risponde Menghini. Qui sono in casa mia, conosco anche

i ciottoli.

Come un vincitore di circuiti, magistralmente Menghini prende le svolte

pericolose senza rallentare. Le aggredisce con delle girate di volante

audacissime, che si immensificano nel mio sogno come quelle dei

volantisti celesti nel guidare i pianeti alle svolte immense e

sfolgoranti della via Lattea. Non ha forse l'ampiezza maestosa della Via

Lattea questo letto del Tagliamento che svolge davanti a noi i suoi

meandri d'argento vivo, e le ramificazioni cerebrali dei suoi filoni

azzurri-verdi? Correre, correre, correre! Gioia di correre come ragazzi

su questo alto, spettacoloso balcone che la strada prolunga

strapiombando a 50 m. d'altezza sul letto piatto immenso e le sue lunghe

acque verdi coricate e i solchi caldi delle acque fuggite.

Occhieggiano le acque sonnolente e camminano come in sogno placidamente,

mentre l'ansia esaspera, accende morde le mie ruote assetate di

polvere, morde morde di rabbia bruciante la gomma arroventata, stringe

strozza la collera dei gas irti dal desiderio. La strada tortuosa

dinoccolata, fa 2 o 3 moine coi suoi ventagli di polvere accecante e ci

svela finalmente il ponte di Tolmezzo. Menghini urla, urla:

--Il ponte è in piedi! Il ponte è in piedi! Il ponte è in piedi!

Sembra quasi impazzito. Le sue mani scuotono rabbiosamente il volante

come per sradicarlo. L'afferro per il braccio, rudemente:

--Menghini! Menghini! Calmati! Non perdere la testa. Il momento è grave.

Il ponte è minato. Bisogna traversarlo nel minor tempo possibile. Ti

senti sicuro del motore?

--Sì, signor tenente.

Siamo a 100 metri dal ponte che slancia elegantemente le sue arcate

attraverso il fiume. I miei occhi distinguono perfettamente dei grovigli

di fili lungo il parapetto e delle botti legate sui capitelli dei

piloni. Ma la grazia italiana di quegli archi, che non possono tradire

noi italiani, mi riempie di ottimismo. Con un atto di fede potente

entriamo sul ponte. Menghini dà tutta la benzina. Apro completamente

l'occhio orizzontale di prua alzando la palpebra metallica. A destra,

giù, nel letto del fiume, fra le erbacce, dei cappottoni grigi che

fuggono.

Il meriggio ci soffia in faccia un vento infuocato e insieme un urlio

delirante. Sono i nostri soldati di Carnia scesi giù dal loro

nascondiglio montano. Lunghe barbacce, vestiti a brandelli, ceffi di

briganti. Quasi tutti armati. Mi fermo in mezzo a loro, a 50 metri al di

là del ponte.

--Viva l'Italia! Signor tenente, ci sono molti austriaci sotto quelle

tettoie! Ma i due reggimenti e il comando debbono essere in Amaro a

quest'ora. Se fa presto li raggiungerà sulla strada.

Intanto il mio sergente fa funzionare una mitragliatrice di cupola

contro le tettoie in fondo al prato a destra della strada. Gli austriaci

rispondono con qualche fucilata poi si vedono fuggire verso il greto del

fiume.

--Signor tenente, veniamo con lei ad Amaro!

--No, amici! Alcuni vadano alla caccia di quelle canaglie. Se si

rivoltano io li mitraglio da qui. Voialtri, una ventina bastano, restate

alla guardia del ponte.

Tutta Tolmezzo si svegliava. Gridio confuso, infiniti richiami, porte

sbattute. I balconi traboccano di donne e bambini. Sembra un popolo che

si dissotterra. Prati e praterie trasudano popolo.

Gli spavaldi e briganteschi soldati di Carnia improvvisano una violenta

fucileria al cielo per festeggiarmi. Le donne accarezzano, abbracciano

la mia 74. Sono accecate dalla gioia.

--Viva il nostro liberatore! Viva il liberatore di Tolmezzo! Viva

l'Italia! Veniamo con lei ad Amaro! Gli Austriaci sono partiti 2 ore fa!

Hanno detto che si sarebbero trincerati ad Amaro!...

A pochi metri scoppia un tumulto inesplicabile intorno a tre donne

vestite di bianco.

Crollano ai miei piedi abbracciandomi le ginocchia.

--Signor tenente, ci salvi, ci salvi! Lei lo può dire, non siamo slave,

non siamo austriache, siamo triestine! Quante sofferenze! Tutto un anno

di torture!

Non ho tempo da perdere. Salto in macchina e mi apro la strada con la

mia blindata nella folla vorticosa.

--Largo, largo, ci lascino passare!

Una vecchia è caduta davanti a noi e Menghini deve con scatto pronto

virare per non arrotarla. Poi via per la strada d'Amaro sotto le alte,

voluminose forze concentrate del Monte Festa. A un chilometro piombiamo

su una colonna di carreggio.

--Giù Ghiandusso con me! Prendi due bombe e revolver. Tu, Locatelli,

pronto alla mitragliatrice!

Poi di corsa con Ghiandusso verso il sergente ungherese che segue

l'ultimo carro.

--Tutti giù! Arrendetevi! Volta i cavalli e indietro!

Il sergente, esita un attimo poi cede. Tutti gli uomini del carreggio

sono disarmati.

--Indietro! grido. Via! Troverete a Tolmezzo la colonna di prigionieri.

Faccio fiutare al sergente il mio revolver e la mia bomba a mano, poi

salto in blindata. Ho il corpo quasi tutto fuori dallo sportello

aperto, il revolver in pugno. La strada sale e scende. Le prime case di

Amaro. Sorpresa: una mitragliatrice spara da un bosco alto sulla destra!

Contro chi spara, quella mitragliatrice austriaca? Non è austriaca. Vedo

correr giù gli ormai famigliari nostri nomadi di Carnia. Urlano:

--Amaro è piena di austriaci, sono più di quattromila! Veniamo con voi!

Abbiamo una mitragliatrice sulla montagna. Ora la portano giù!

Sulla prima piazzetta la mia blindata si ferma presa da una folla

irruente. Non si muove più, come una nave stretta dai ghiacci.

L'immagine mi è suggerita dalle enormi masse di crisantemi che le donne

portano fra le braccia. Bocche squarciate dalla ressa delle parole.

Bocche che balbettano incretinite. Mani che graffiano macchinalmente le

vesti, mani alzate di vecchi che mi benedicono. Torrente di folla

gioiosa che si gonfia fra le casette fragili. Sembrano beccheggiare le

casette tanto pesano a prua e a poppa i balconi sovraccarichi di edera

umana.

Verso il Sole, punto matematico del problema di guerra risolto, salgono

le spirali delle respirazioni sibilanti e della polvere dorata. Salgono

i coni dell'entusiasmo lanciati su steli invisibili dai nostri cuori

fontanieri. Cozzano insieme le sfere volanti delle voci e i triangoli

dei gridi fra le geometrie ubriache dei tetti che si sfasciano dalla

gioia.

Un uomo cinquantenne dal viso rossastro, baffuto mi abbraccia per forza

spiaccicandomi sulla bocca un bacio che non riesco a scansare. Dice con

voce rotta:

--Ero alla finestra... quando ad un tratto ho visto arrivare la sua

macchina sulla strada. Sono caduto in ginocchio, ho alzato le mani al

cielo e ho gridato: L'Italia è qui! L'Italia è qui, Dio cane!

Cammino a fianco della blindata che avanza lentamente verso la piazza

principale. Ho il revolver nella mano sinistra; e la mano destra nel

tascapane pieno di bombe.

--Grazie, grazie, ma fate largo, largo!

Le donne non ascoltano e rovesciano fasci e fasci di crisantemi sulle

ruote, sul motore.

--Basta! basta! Questi sono fiori di morte. Oggi è giorno di vita.

Scansatevi, allontanatevi!

Confusione indescrivibile, rimescolio di pentola bollente. A pugni apro

un varco alla mia blindata che si ferma nella piazza centrale.

--Là, a quel primo piano hanno preparato la mensa degli ufficiali, mi

dice un borghese. Vi si affaccia un maggiore ungherese, strepitando giù

ordini incomprensibili.

--Locatelli, punta quella finestra, fuoco!

Ta ta ta ta ta gring grang di vetri rotti crollanti.

--Vieni con me, Ghiandusso! Guardami le spalle! E tu, Locatelli, fa

fuoco contro quelle finestre.

Mi slancio verso la porta dalla quale escono in tumulto molti ufficiali.

--Giù le armi, arrendetevi!

Il primo, un tenente, è agile, muscoloso, ma pallidissimo. Gli strappo

la baionetta-pugnale dalla guaina che porta al fianco. Al secondo che si

avanza minaccioso scarico un tremendo pugno nello stomaco. Lo prendo per

il colletto colla mano sinistra, mentre la mia destra strappa la

baionetta-pugnale che nel gesto dal basso in alto sfiora la sua bocca

che trema. Potrebbero sgozzarci. Siamo 14 uomini con 6 mitragliatrici in

mezzo a 4 mila nemici con circa 50 mitragliatrici. Ma le nostre

Autoblindate terrorizzano. Portiamo sul viso la schiacciante spavalderia

della vittoria e i nostri occhi sono degli invincibili proiettori di

forze.

Il mio compagno tenente Bosca con la sua blindata va in fondo al paese.

Rimango solo fra il tumulto degli ufficiali che non vogliono lasciarsi

disarmare. Il colonnello ungherese discute con un maggiore austriaco.

Balzo fra di loro. Tolgo la baionetta-pugnale al maggiore e il revolver

al colonnello. Rimangono impietriti.

--Via le donne, per Dio!... Menghini, Locatelli, Ghiandusso, cosa fate?

Basta coi fiori e con le donne!... Salis, gira intorno alla blindata,

sorveglia le gomme, e scarta le donne!... Locatelli! Gira la torretta,

punta le due mitragliatrici di cupola verso l'ingresso del paese!

Ghiandusso, va su a quel primo piano, apri tutte le porte, fruga bene e

caccia giù tutti gli ufficiali che troverai!

Poi mi rivolgo ai soldati carnici.

--Su, disarmate quegli uomini!... Le armi a destra! Gli uomini a

sinistra!... Se quelle carogne si muovono, sparate!

Il colonnello ungherese disarmato, si presenta a me, con solennità.

Atletico, sessantenne, enormi baffi uncinanti.

--Prego, signor tenente... dove è il vostro colonnello?

--Qui sono io l'unico comandante italiano. Non fatemi perdere del tempo.

Siete sconfitti. Arrendetevi senza tante chiacchere. Siamo seguiti da

grandi forze che saranno qui fra pochi minuti. Altre blindate,

cavalleria e bersaglieri ciclisti.

--Prego, prego. Io credo che ora è firmato armistizio.

--Non credo alle vostre parole. L'armistizio non è firmato. Ho l'ordine

di farvi tutti prigionieri.

Interviene il maggiore, grassoccio, gesti melliflui, fronte bassa, viso

porcino.

--Je vous prie, monsieur le lieutenent.

--Ne m'embetez pas! Vous êtes des voleurs, des canailles, des cochons!

Si je vous abandonnais à la population de Amaro, vous seriez tous

égorgés! Vous leurs avez tout volé! Quand on n'a pas d'argent, on ne

fait pas la guerre! Vous avez compris? Quand on n'a pas d'argent, on ne

fait pas la guerre!

Una donna mi tira per la giubba urlandomi freneticamente sulla mano che

bacia:

--Coppèli, Coppèli! Signor Tenente, mi lasci uccidere quella canaglia

del colonnello! stupratore! Mia figlia, mia figlia!

Io scarto la donna e col dito nel naso al colonnello:

--Vous êtes un lâche, un bandit, vous aussi, monsieur le major! Vous ne

savez que mentir et voler! Vos faux parlementaires nous ont couté 30

bersaglieri! Vite, finissez! Tout le monde doit être désarmé, dans une

demi-heure.

Ma sento che nell'allontanarsi col maggiore il colonnello pronuncia la

parola «téléphone».

--Signor tenente, mi dice un borghese, ora il colonnello va su nella

camera della gendarmeria a telefonare a Stazione per la Carnia. Là a

quel primo piano.

--Fatutto, prendi il moschetto, baionetta innestata. Sali e taglia il

telefono!

Fatutto sale per la scala di legno. Ma in alto vi sono degli ufficiali

che discutono impedendogli di passare. In quattro balzi raggiungo

Fatutto spingendo tutti dentro a pugni.

Il colonnello col microfono all'orecchio mi volta la schiena seduto. Lo

strappo indietro prendendolo alle spalle. Rompo il filo e consegno

l'apparecchio al borghese che mi aveva seguito.

--Te lo regalo, via! E voialtri, tutti, giù, fuori!

In fondo alla camera vi sono due ungheresi sdraiati su due brande.

--Anche voi, veri o finti malati, vi farete curare all'Ospedale di

Tolmezzo!

Quando ridiscendo giù, spingendo davanti a me gli ufficiali austriaci,

la situazione in piazza è peggiorata. Arruffio di gesti e troppe voci

tedesche altisonanti. Ghiandusso che avevo sguinzagliato nei vicoli mi

dice:

--Signor tenente, in fondo al vicolo, in un gran cortile, più di mille

uomini prendono il rancio. Non vogliono lasciarsi disarmare.

--Vedremo. Menghini, vieni avanti colla macchina. Locatelli, punta in

fondo a quella via. Supplemento di fuoco. Tira in alto.

Ta ta ta ta ta ta ta.

--Basta! Basta! Voialtri continuate a disarmare, presto! Armi a destra,

uomini a sinistra! Dell'ordine, per Dio, dell'orrrdine! Ghiandusso,

prendi il tascapane coi petardi, e vieni.

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 16 / 20 段