Eppure, senza sognare senza perdere la ragione, t'immagino tutta, ti

vedo! Questa rosea carta geografica, che ho fra le mani, vibra, vibra,

mentre io corro nella mia blindata. Vibra l'elegante forma rosea sulla

carta! Non è più carta, diventa carnosa! Freme, respira, palpita e

spalanca sempre più le braccia nella crescente e trasfigurante velocità

del mio motore in sogno! L'impeto virilissimo di questo mio motore che è

insieme cuore, sesso, genio ispirato e volontà artistica, entra in te,

con rude delizia per te, per me, lo sento! Sono lo strapotente

genio--sesso futurista della razza tua, il tuo maschio prediletto che ti

ridà penetrandoti la rifecondante vibrazione!

Ah! se potessi avvilupparti tutta in un unico immenso bacio, sintesi

ultima di tutti i baci che la tua bellezza florida ha suscitato nei

padri, dei padri nostri e in quelli morti per te e nei 500 mila eroi

dell'Isonzo, del Carso, del Piave.

Non sono pazzo! Nè allucinato! Creo, creo il tuo fantasma, la tua statua

che non è di bronzo, nè di terra, ma umana, viva, di carne. E' forse un

pazzo, lo scultore geniale? Tale io sono, ispiratissimo, ma con lucido

controllo tenace e sapienza di mezzi! Con questo bollore di sangue che

ridipinse il mondo, con questa respirante carta geografica, e con una

piccola lettera d'amore bagnata di sudore sotto la mia giubba, e forse

di lagrime, poichè è la lettera di un'amante ideale, una italiana, che

mi scrive il suo pazzo desiderio di cancellare Caporetto!... Con questo,

con questo, io compio il miracolo!...

Sì, sì, Italia! Ho sotto la giubba una lettera d'amore! E' lei che mi

scrive! Una Italiana! Bellissima! Non la ricordi? E' tua figlia. Ti

somiglia. I suoi capelli hanno la morbida serica fluidità dei tuoi

boschi. Pensa al più sognante declivio della tua più languida collina e

ti sarà facile immaginare quelle guance tenere sensuali calde di pesca e

magnolia. Soltanto certe curve dei tuoi fiumi ricordano un poco l'invito

sinuoso delle sue labbra! La sua voce evoca il canto delle onde notturne

nello stretto di Messina udito da un areoplano volante a 1000 metri.

Lenti archetti di dolore su violoncello d'oro giocondo. Glauche chitarre

di roccia con lunghi accordi d'acque che s'infrangono. Arpe elastiche di

vento con pizzicati di lampi allegrissimi. E piangenti clarini smarriti

in meandri di pazzie colorate.

Lei! Lei! Se cammina, ondeggia come un fumo lieve innamorato del cielo.

E' tua figlia, o Italia! Le parole carezzevoli della letterina sua

tremano sul mio petto, insorgono, susurrano, suonano. Sono le sue

tenerezze che odo, ma anche le tue, le tue! Sei tu che rispondi ai miei

baci, tu, Italia, che mi gridi con le sue parole: Amore, amore, amore!

La mia passione parla così nella velocità amorosa della mia blindata 74

che attraversa correndo i villaggi e le loro schiumanti ondate di grida,

braccia, fiori, campane agitate.

--Vivaaaaaaa! Vivaaaaaaa! Dan dan dan.

Ti prendo, ti prendo, ti prendo, Italia! E sono geloso di te, geloso!

Tutti ti amano, tutti ti amano, tutti ti vogliono! Io ti voglio per me!

I miei soldati hanno strani visi pieghettati arsi da un forsennato

desiderio di te! Sento l'acciaio di queste pareti bruciare di voluttà

per te! L'occhio orizzontale di questa mia 74 d'acciaio già si muta nel

delirio in una calda bocca dalle potenti labbra affamate di te! Stride e

strilla tutta la mia blindata! Ha un tono quasi brutale! Non sa più

contenere la sua follia per te!

--Sono io, son io che ti bacio! urrrla la mia blindata 74--Sono io che

ti bacio! Io sono la bocca d'acciaio veloce che scivola sulle morbide

colline del tuo seno, sulle ben tornite montagne delle tue spalle,

baciandoti tutta, avidamente, con lussuria! Sono io che ti bevo e mangio

tutta di baci minutissimi rapidissimi, Italia mia, donna-terra saporita,

madre-amante, sorella-figlia, maestra d'ogni progresso e perfezione,

poliamorosa - incestuosa, santa - infernale - divina!

In sogno ho ascoltato queste stridenti parole d'amore della mia

blindata. Ma bruscamente morso dalla gelosia urlo:

--Via! Basta! non facciamo scherzi! Non ti permetto queste libertà! E'

mia, è mia, comprendi? E' tutta mia, l'Italia bella! E' da tempo, da

tempo, da tempo che l'amo, d'un amore preciso - confuso, eterno -

istantaneo! Profondo amore spiritualissimo, religioso! Un amore in

ginocchio, prosternato e insieme un amore sensuale tutto morsi, baci

graffi carezze rudi! Un amore che s'infittisce e s'insuccolenta,

ghiotto, ghiotto nell'Italianissimo sugo d'un buon piatto di spaghetti

alle vongole napoletano! Tu non sai cosa vuol dire assaporare con mille

labbra l'Italia nel giallo risotto alla Milanese e nel polisaporico

minestrone! Dopo lungo girovagare di lingua e di palato fra le plagiarie

insipide culinarie estere, godere un piatto italiano! Ah, ah! Questo è

un amore senza confine ed ha le smisurate minuziose e chilometriche

voluttà del sole quando in Agosto possiede la Terra!...

Ed anche la girante oleosa carezza d'un battello a vapore che beatamente

prende in giro colla sua scia l'isola di Capri, mammella della Terra,

emersa dalla tenerezza lunare come da una serica camicia ideale!

Non bisticciamoci, mia cara 74! Non sei una bocca! Tu sei l'alcova

d'acciaio veloce, creata per ricevere il corpo nudo della mia Italia

nuda, che ora, con grazia, per i graziosissimi piedi trascino dentro,

dentro, dentro di te! E' già dentro, e fra le mie braccia!

I villaggi salutano il mio amore irruente, eloquente, e vittorioso.

--Vivaaaa! Vivaaaa! l'Italiaaaa! Dan dan dan. Han ragione quei villaggi

di acclamare, elogiare la mia amante divina! Tanto bella così, assopita!

Ma un po' stanca per i troppi baci e le carezze accanite! Giovane,

fresca, come prima della schiavitù. Languidamente ha concesso il suo

corpo al massaggio sapiente della nostra offensiva. Abbiamo subito

ottenuto la rimozione delle piccole rughe che deturpavano i suoi

fianchi. Le nostre ruote ora premono come pollici veloci sulla sua pelle

ancora un po' insensibilizzata da un anno di nefasta cocaina. Il

massaggio fu in un primo tempo feroce. A cannonate, sì, a cannonate

praticammo nella palpebra destra istriana il taglio d'una piega

sovrabbondante di tessuto, poi ricucimmo i margini della ferita con

punti fitti e sottilissimi di spie.

L'Italia porterà gli occhiali affumicati per qualche anno, poi la

cicatrice rossastra sopra e sotto la palpebra sparirà. Per affrettare,

un colpo di pastello e di legislazione geniale. Intorno alla bocca che

ha nome Piave vi fu gran fervore di lavoro. Con un bombardamento sul

labbro superiore, Caviglia massaggiatore esperto, incise e asportò

triangoli di tessuto carnoso nel punto di congiunzione tra il labbro e

il naso: Vittorio Veneto. Questo massaggio non soltanto restaurò, ma

abbellì. Fu così aumentata la potenza espressiva della bocca Piave.

Tirammo a pulimento e riducemmo a forma rettilinea colline rincagnate.

Colle mitragliatrici, fra poco, faremo abbondanti iniezioni per

correggere le depressioni della linea frontale. Il piombo iniettato si

trasformerà in tessuto connettivo. Livelleremo gli incavi e le

depressioni morali del bel collo pieno di volontà. Tramuteremo il mento,

un po' molle, in mento pronunciato, volitivo audace insieme e piacevole.

Ora la squadra ci aiuta cannoneggiando incisioni nelle regioni capellute

sopra gli orecchi - golfi Adriatici.

Presto, presto, si spianino a cannonate le rughe frontali scavate dal

dolore. Un colpo di lancetta qui, uno strofinamento di ruote là, e sarà

compiuto il perfezionamento dei suoi connotati femminili. Voglio ridare

al viso della mia Italia la tinta dei cieli di Sicilia. Già mi scivolano

fra le mani gli aliti africani usi a fasciare i fianchi dell'Etna. Ho

anche a mia disposizione questo morbido cielo, panno impregnato di

soavità misteriose... Non sono forse io il padrone assoluto di questo

universo diventato per me un prodigioso Istituto di bellezza? A 50 o 60

chilometri sulla mia destra posso prendere il mare, morbidissima spugna

azzurra inzuppata di lozioni orientali. Ecco col mare-spugna azzurro

cancello le lividure e le arsure del viso dell'Italia che riprende la

freschezza saporosa della gioventù. Poi l'accarezzo con questo cielo di

panno imbevuto d'Oriente illanguidito. Il viso si assopisce.

--Menghini, come va il motore?

--Senta, signor tenente; canta come un flauto. Tuvvvvvvvv Tuvvvvvv

vrrrrrr vrrrrrrr.

Il motore aveva come me sete, sete, dopo tanta passione bruciante.

Fiuto la maestosa, freschissima bevanda saporosa d'azzurro: il

Tagliamento! Se il ponte del Torrente Arzino è ancora in piedi saremo

presto al Tagliamento. Presto, giù per le discese a zig-zag e nelle

grandi S temerarie della strada, correva la mia 74 girando intorno alle

colline sempre più aspre e rocciose che prendevano arie di montagne

imprevedute con roccioni strapiombanti, svolte, svolte, e svolte.

Ad una spasmodica velocità, come il sangue corre nelle vene, correvamo

nelle vene dell'Italia, su e giù per i suoi muscoli saldi. Era fuori di

noi l'Italia, ed era anche nella blindata, addormentata fra le mie

braccia, col suo placido respiro melodioso. Tuvvvvv Tuvvvv....

XXIV.

UN PARTO IN BLINDATA

In volata coi bersaglieri ciclisti che corrono a destra e a sinistra

delle blindate sentiamo tutti che s'avvicina per noi l'ora di un urto

violentissimo col nemico. Sentiamo che sull'Arzino e sul Tagliamento gli

Austriaci ci sbarreranno la strada di Stazione per la Carnia, tentando

così di impedire la cattura d'un'armata di circa 50.000 uomini e

relativo carreggio cavalli e bestiame in marcia da Gemona verso il

corridoio di Chiusaforte e Tarvis.

La partita è magnifica. Una frenetica passione sportiva ci invade. Il

record da vincere è allettante. Siamo pronti a qualsiasi combattimento,

ma preoccupati sopratutto di velocità. Evitare ad ogni costo qualsiasi

fermata. I bersaglieri ciclisti vogliono quanto noi giungere ad ogni

costo prima che i ponti siano fatti saltare. Non ci curiamo più delle

spalancate acclamazioni di popolo accalcato nei villaggi.

--Vivaaaaaaa! Dan dan dan.

Abbiamo altro da fare che intenerirci. Il colonnello De Ambrosis che

comanda l'intera colonna è in testa con la sua motocicletta, e dietro

con noi i bersaglieri ciclisti tuffano in avanti sul manubrio le loro

facce arroventate che brillano di sudore fra i globi rotolanti del

polverone.

Per la strada che su e giù serpeggia fra colline boscose, roccioni e

montagne formiamo uno strano treno impazzito in fiamme, che disprezzò i

binari e i tunnel per sfrenato amore d'ogni bella curva italiana.

Siamo anche divenuti una fantastica macchina dell'anno 3000 composta

d'un serpeggiante tubo mostruoso, forato da mille bocche fumanti e

corrente sopra la sua infinita orologeria di ruote.

--Il Tagliamento! Il Tagliamento! Il Tagliamento!

Potente nome italiano ultra magnetico, tante volte bevuto in sogno dopo

Caporetto. Ne vedo scintillare i nastri argentei nell'occhio orizzontale

della blindata. Danzano quei nastri, diventano lettere d'argento

svolazzanti, le lettere stesse di questa parola forte e sonora:

Tagliamento.

Ad uno svolto rallentante cento voci di donna:

--Il ponte è rotto! il ponte è rotto! Gli Austriaci! Viva l'Italiaaa!

Tre secondi dopo Dzing dzaang dzing, la mia blindata suona sotto le

prime pallottole. Mi volto per verificare la chiusura delle feritoie. I

miei mitraglieri puntano con due mitragliatrici in cupola. Do l'ordine a

Menghini di mettere il motore in seconda e di avanzare lentamente.

A destra e a sinistra i ciclisti sono tutti calati giù nei fossi, e

riparandosi dietro le biciclette e i paracarri rispondono con una

fucileria violenta alle mitragliatrici austriache. Siamo sulla curva

della strada, fra le case di Flagonia spaziate sulla riva dell'Arzino.

Il ponte è saltato. Ne vedo i due segmenti crollati giù nell'acqua

fresca, argentea, azzurra, placida, che scorre col suo mormorio

pacifico.

gggggg ssssss gggggg.

Breve pausa di silenzio. Feroci grandinano tempestano le mitragliatrici

austriache. Due, quattro, sei. Sono almeno sei. Ci bersagliano

dall'altra riva, che è montagnosa e ci domina.

ta-ta-ta-tatatatata tatatatata

giaaaaa giaaa giaaaa di echi

pic pac pam pam paac

giaaaa vuluit vrit vrit.

Il colonnello De Ambrosis ritto accanto alla sua motocicletta; bell'uomo

forte, muscoloso, testa rude, con una serra multicolore di medaglie sul

petto, alza il braccio sventolando la mano.

I suoi bersaglieri hanno capito. Agilmente si squagliano giù dalla

strada per le scarpate cosicchè avanziamo soli noi sulla riva

dell'Arzino. Autoblindate tutte chiuse ognuna con le due mitragliatrici

che sputano fuoco rabbioso fuor dalla cupola fasciata di bianco, rosso,

e verde.

Siamo sei piccoli forti neri d'acciaio, con vibranti, rombanti bronchi

metallici e catarro inesauribile. La mia 74 è giunta davanti al ponte

crollato. Vedo a cento metri sulla destra e sulla sinistra del ponte

ricomparire i bersaglieri ciclisti che guadano in ordine sparso

l'Arzino. Ognuno corre colla sua bicicletta a mano, per dieci, venti

metri, poi si appiatta dietro un masso, nell'acqua e fa fuoco.

Stupidamente le mitragliatrici austriache non si curano di loro,

accanendosi tutte contro di noi, con ruvidissimi sventagliamenti e

feroci spazzolate di proiettili sulle nostre blindature che tintinnano.

Miagolii delle giunture. Nitriti dei parafanghi colpiti.

Infernale strimpellamento di note chiare, argentine. Questa, nota, però,

sorda, si spacca. Ho la sensazione di essere in un enorme tamburo

sudanese martellato da un magdi che chiami a raccolta cento tribù per

una guerra sacra.

Ghiandusso mi porge gli occhiali d'acciaio paraschegge. Ma io li do a

Menghini. Preferisco comandare cogli occhi nudi fissi nel grande occhio

orizzontale della blindata. Vedo e controllo tutto. La strada intorno

schizza polvere sotto la grandinata di ferro che prende di mira la mia

74.

Mi sembra di essere l'impiantito di una platea durante un veglione. Ho

come una pressione di acqua sul capo. Sono forse in fondo al mare,

palombaro preso a codate da squali di bronzo? Però, dentro, tutto

procede con ordine perfetto. La mia mitragliatrice di cupola spara

rubinettando i suoi bossoli vuoti contro il mio gomito destro. I nastri

si seguono filando nelle mani sollevate di Ghiandusso. Ad un tratto, una

mitragliatrice s'inceppa. Ripiglia. Poi, secondo inceppamento. Le mie

due mitragliatrici tacciono. Approfitto della sosta per salire in

cupola. Caccio la testa nella botola-osservatorio.

Dietro le case di Flagonia una folla di popolo segue coraggiosamente

allo scoperto le sorti della lotta. Più lontano, sul bianco della

strada, un galoppo di cavalli nel polverone dorato. E' la nostra

batteria a cavallo che giunge.

Danza di corpi grigio-verdi su groppe tumultuose, criniere al vento,

scintillii e grondare di luce sulle ruote-raggiere. Con rapida manovra

si ferma. Il primo cannone ha già puntato la sua volata lucente contro

gli austriaci. Tutti gli uomini a terra dietro l'affusto.

Sulle pariglie che ripartono il polverone s'innalza spiraleggiando, sino

al sole che certamente comanda in persona la batteria. La sua tonda

faccia di metallo in fusione tutta divorata dalla sua stessa bocca urla:

--Fooc!

Squarcia di vampa rossa-blu fra le case.

Spraang spraaang di granate sulle creste verdi. Un secondo pezzo è

puntato. Le mie due mitragliatrici riprendono il loro ritmo di

laminatoio. Tatatatatatatatatata.

--Fermate il fuoco!

Mi volto e fermo i miei mitraglieri, mentre nell'occhio orizzontale

della blindata vedo uno spettacolo inatteso: Bianche sbocciano 2, 3, 4,

5, 6 bandiere nel verde dei boschi alti occupati dagli Austriaci. Il

sole completa il tricolore. Mentre il nostro fuoco a malincuore rallenta

e si spegne vedo fra i paracarri della strada sull'altra riva un tenente

ungherese che s'avanza seguito da un trombettiere. Questo si ferma e

voltato verso di noi, suona male tre lunghe note fesse. Dietro la tromba

che scintilla un bandierone grottesco, lenzuolo bianco un po' sporco

attaccato a un lungo ramo, è portato da un caporal maggiore mingherlino

in uniforme verde, che regge male il peso.

Noi ridiamo in blindata. Breve silenzio morbidamente spazzato dal

fruscio delle acque. Ghiandusso grida:

--Signor tenente, la Zazà partorisce!

Emozione travolgente. Vocio e tumulto all'interno. Feritoie e sportello,

tutto è aperto. Ed ecco fra le coperte, che Ghiandusso solleva

maternamente, la mia piccola Zazà coricata sul dorso tutta tremante,

cogli occhietti neri pieni di implorazioni, colla lingua fuori, palpita

affannosamente. Tra le gambe aperte della povera bestia un grappoletto

nero viscido si agita. Bosca che è entrato nella blindata vicino a me,

dichiara con autorità:

--Lasciami fare: io me ne intendo.

Si rimbocca le maniche e lentamente, con maestria, afferra bene il

grappolo vivo tirando fuori così a poco, a poco una piccola forma

lurida, nera, molle, scivolosa di cagnolino che sembra fatto di

liquerizia.

--Già morto! dice Bosca.

--E' naturale! sentenzia Ghiandusso. Un padre austriaco non può mettere

al mondo che dei cadaveri!

Poi accarezzando la testa dolorante della Zazà che trema a zampe aperte,

come se volesse partorire ancora:

--Imparerai, puttanella, a far l'amore col nemico!

Fuori nella vampa del sole meridiano urla, schiamazza gesticola tutto il

popolo di Flagonia. Tre donne mi si avventano contro:

--Signor tenente, non creda a quelle canaglie!

Intanto il tenente ungherese col trombettiere, il caporal maggiore e

relativo bandierone di tela sporca, si sono arrampicati su per i rottami

del ponte ed hanno raggiunto la nostra riva.

Il colonnello De Ambrosis e il capitano Raby bendano il tenente

parlamentare e lo fanno salire nella nostra vetturetta. Il capitano Raby

che prende il volante mi dice:

--E' un trucco! Pretendono che l'armistizio sia già firmato. Io non ci

credo! Vogliono guadagnar tempo e sfuggirci dalle mani. D'altra parte,

capirai, De Ambrosis vuole rispettare le norme internazionali. Vado col

parlamentare al Comando.

Mentre Raby fila in vetturetta, un borghese di Flagonia si precipita ai

miei piedi:

--Le do mille franchi, signor tenente, mille franchi, se mi lascia

ammazzare quel porco!

Io lo calmo con un gesto. Soldati, mitraglieri e bersaglieri si

accalcano.

Sull'altra riva s'avanza un corteo pomposo, formato da un maggiore dagli

ussari ungheresi, tre trombettieri e tre ussari tutti a cavallo. Le tre

trombe marzialmente alzate a bere il sole, stonano 6 note sbilenche

derise dagli sghignazzamenti meridionali degli echi e dalle furbe

risatine gazose dell'acqua dell'Arzino. Scoppia intorno a me una

fucileria di pernacchi napoletani.

Giunto in faccia a noi, sull'altra riva, il maggiore scende da cavallo,

e inizia una serie di buffi equilibrismi giù per il segmento crollato

del ponte, poi su, in bilico, lungo il parapetto dell'altro segmento.

Appare sull'orlo della muratura. Si sforza di scavare col piede una base

piana, poi rimane curvo protendendo la faccia magra, nervosa, verdastra,

astuta, e appoggiandosi colle due mani sul bastone. Un vuoto di 20 metri

lo separa da noi.

Un bersagliere napoletano grida:

--Bisogna buttarlo cape 'e sotto e piedi in cielo!

Il maggiore con cattiva pronuncia francese dice:

--Je suis herr major Paxis de Pakos... L'armistice a été déjà signé!

J'ai reçu l'ordre par telephone.

Menghini che ha un'irrefrenabile allegria infantile trasforma le parole

_herr major_ in _armaiol_, e attacca il ritornello.

--E' venuto l'armaiol, è venuto l'armaiol! Paxis de Pakos! Ah! Ah!

Questo è infatti la pace delle pacche!

Lo faccio tacere e rispondo all'ungherese:

--Non crediamo ai vostri trucchi... Comprenez-vous l'Italien?

L'armistice n'a pas encore été signé.

--Je vous donne ma parole.

--Vous n'avez jamais eu de parole! Ces drapeaux blancs sont un

traquenard pour sauver le corps d'armée de Gemona. Mais nous vous

prendrons tous comme dans une souricière.

Sull'altra riva appare un automobile. Ne scende un ufficiale di stato

maggiore austriaco con pentolino celeste, che si accinge alle ormai

aspettatissime e divertenti discese e salite in equilibrio sui segmenti

crollati del ponte. Questo secondo ufficiale è molto vecchio e un po'

frollo. Incespica, ruzzola, si rialza, afferra le mosche per non cadere.

Tutta la nostra riva crepita di risate e pernacchi.

Il vecchio ufficiale ha il viso congestionato, ansa, s'aggrappa,

bestemmia in tedesco, perde il pentolino che ruzzola celeste nell'acqua

blu. L'ilarità raddoppia nelle gallerie e anche in piccionaia sui tetti

delle case di Flagonia, dove donne e bambini applaudono e fischiano.

Ogni atmosfera di guerra è scomparsa: siamo veramente in un circo

equestre.

Il maggiore Paxis de Pakos guarda anche lui i buffi esercizi del suo

collega e quando questo si è rimesso sul capo il pentolino celeste

grondante, frena a mala pena una risata.

Tutti i soldati urlano: «Austria caput, Austria caput! Austria caput!»

Il maggiore ungherese ne è convinto quanto noi, e il suo viso assume

un'aria umile e melliflua nell'indicarmi con la mano una nostra

motocicletta:

--Zer gutt... Bonne, cette machine!

--Tout ce que fait l'Italie, rispondo io con tutti i polmoni, est

excellent! Nous autres Italiens nous faisons la guerre et les machines

mieux que les autres! Aves-vous compris?

La nostra irritazione sale, con la notte gelata, verso le prime stelle

che ironiche deridono la leggendaria buona fede credenzona italiana.

Bestemmiando, bersaglieri e mitraglieri accendono i fuochi sulle due

rive, a destra e a sinistra degli ungheresi che accendono anch'essi dei

fuocherelli timidi. Il freddo notturno aumenta. Un bersagliere, tendendo

il pugno, grida:

--Se, come è certo, si tratta di un semplice trucco, le sgozzo io quelle

carogne!

Ma il colonnello De Ambrosis ha dato ordini severissimi: Non saranno

toccati ma fatti prigionieri, appena saremo convinti della loro

malafede. Ormai la vittoria è certa, completa, assoluta. Concederemo

loro al massimo un'abbondante dose di calci nel sedere.

Nel cucinone di un casolare mi corico nel fieno fra Volpe e Lattes. Al

centro un grande fuoco, con lingue smisurate e roteanti criniere di

scintille. Lo circondano le corpulenze nere di bersaglieri e mitraglieri

accoccolati, seduti o in piedi. Alcuni pietrificati dal sonno. Tortuosi

sforzi di gambe gonfie di stanchezza che cercano di allungarsi.

Un bersagliere dorme con la testa fra le braccia incrociate sulla

spalliera della seggiola. Non si sveglia benchè il suo polpaccio-gambale

fumi abbrustolito dalle fiamme e i suoi scarponi siano cotti.

Facce di terracotta sull'ardore della vampa. Vetrificazione di occhi

ebbri di fatica che si tuffano nell'al di là divino della pace prossima

imminente. Facce rovesciate all'indietro come di nuotatori che facciano

il morto nella corrente felice, sicura della vittoria.

Bosca entra:

--Bisogna assolutamente vegliare, Marinetti! Raccontaci una tua

avventura originale, ma veramente originale!

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 15 / 20 段