Sopra, nel cucinone, il nonno, a capotavola fra un esercito di

bicchieri. Penso a un ammiraglio sulla tolda. E' tutto rosso, e il vino

già bevuto ride nei piccoli occhi tutti scintille come alle fessure di

una botte. Ha bevuto, beve, vuol bere ancora, con l'ansia di chi non ha

mai bevuto. La forza del vino sale, sale a dilatargli il petto come la

sua prateria ripresa agli Austriaci. La forza del vino drappeggia di

luce e popola rumorosamente nel suo cervello le lontane belle città

italiane, piazze, fontane, caserme e trattorie che aveva ubriacato di

mille pazzie quando era soldato, anche lui, a far la guerra. Poi con

Garibaldi; e la camicia del condottiero gli sventola rossa nel sogno tra

le vampe rosse del vino.

--Mi sento, dice il nonno quasi ebbro, mi sento la Primavera e la

Gioventù nelle vene. Sento mille servitori pronti ad aprire, aprire

tutte le sale nella mia testa, nel mio ventre e tanti giardini

profumati che scrollano via l'inverno e mutano mille vesti verdi e

azzurre. Strani questi giardini! Provano e riprovano delle vesti di

lusso di mille colori. Certo per una Domenica in Paradiso! Ma la

Domenica è venuta, e sono in Paradiso! Debbo ballare, anch'io debbo

ballare, ballare! Ma non si può ballare con una pancia come la mia.

Questo anno di digiuno, non l'ha quasi intaccata! Quando vennero gli

Austriaci, io dissi ai miei figlioli: «Ora ci sarà la fame. Ma niente

paura! La nonna ed io abbiamo addosso delle abbondanti riserve di lardo.

Non morremo nè dimagreremo. In quanto a voi, provvederò io e vi sfamerò

colla mia carne, facendo il conte Ugolino a rovescio!»

Ride il nonno annusando come un bracco il buon odore di fritto che cuoce

nel camino accanto alla polenta che si muove gialla monumentale nel

pentolone.

--Sembra la pancia della comare Maria. Ora partorirà un nuovo figlio

alla Patria! Un figlio di polenta! Sarà un imboscato!

Intanto i soldati scuotono e pigiano la danza come l'uva. Ne sprizzi se

Dio vuole altro vino!

Le ragazze hanno consegnato le belle poppe ai soldati che le

palleggiano, fra le braccia, ballando. Ormai si abbandonano nella danza

con ritmo oblioso d'onde felici che ritornano e battono languidamente

contro roccioni amici.

Questi cominciano a subire il vino e si muovono con cautela per paura di

ruzzolare. I meno brilli scompaiono nel corridoio. Andirivieni,

miscele, bisticci, risate, risatine, risatone, pizzicati, trilli e

capitomboli, sganasciamenti nel buio.

Ressa, ressa, poichè si gioca a rimpiattino. «Nascondi tu che nascondo

io!» «Non pizzicarmi così, mi fai male!» «Dammi la bocca!» «Scopri

questo che ti svelerò il meglio!» «Ti dico di no, di no, ma il sì mi

brilla negli occhi, lo vedi. Qui, qui è più buio».

Un contadino, quarantenne, scherza, balla con Ghiandusso. Questo si

libera ogni tanto dalla stretta e lo scaraventa a terra per celia. La

moglie dell'uomo interviene. Ghiandusso abbraccia la moglie, poi le

versa un bicchiere di vino nel seno.

--Ma sì, ma sì! dice il marito: ti permetto di baciarla, non sono

geloso. La gelosia non esiste fra Italiani! Avete capito?... La

gelosiiia non esiste fra italiani! Mia moglie è tua, anzi nostra! Piace

a lei, piace a me! Baciala. Sono forse becco, io? Macchè! Eravamo tutti

becchi! Ora siamo tutti amanti fortunati! Balliamo tutti, stretti,

stretti, stretti!

Dietro ad ogni porta nella penombra, tumultuava l'amore. Così si

ricongiungono con ardore bruciante sublime e divino le carni della

Patria!

Avevo ballato anch'io con una bella ragazza gracile, il cui pallore e

gli occhi neri, grandi un po' febbrili sotto il peso della capigliatura

castana, mi piacevano. La ritrovai nella baraonda verso l'una di notte.

Mi stringe la mano dicendomi: «Vieni con me». La seguo nel corridoio su

per una scaletta fino al terzo piano dentro la sua camera da letto.

Ansante, ma con movimenti decisi, come seguendo una sua volontà

irremovibile, chiude dietro di me la porta a chiave. Ci si vede poco.

Intuisco e fiuto il letto fra le luci palpitanti del lumicino ad olio di

una Madonna rosea-blu.

--Mi chiamo Graziella, mi piaci, baciami. Baciami tanto, tanto, tanto!

Ho sentito tanto parlare di te, sai! Da una mia amica che sta a Roma.

Sei un grande poeta, un uomo celebre! Come farò io a piacerti?

Poi buttandomi le braccia al collo mi strinse forte e subito il suo

pianto si ruppe con singhiozzi laceranti, dolorosi, atroci che non

finivano più.

--Vieni! mi sussurrò, e mi guidò per la mano verso il letto, nel buio.

--Sono pura, sai, pura, come la mamma mi ha fatta. Ma una di quelle

canaglie...

Non potè continuare tanto i singhiozzi la soffocavano:

--Ma una di quelle canaglie ha tentato una notte di prendermi. Era

alloggiato in casa! S'era nascosto nel vano della finestra. Entrai in

camera senza accorgermi di nulla e mi svestii. Quando fui in camicia

quel porco mi venne addosso. Non è riuscito a prendermi, no! Ma mi ha

sporcata, sporcata, sporcata!... Io gli ho addentato la guancia! Allora

si è fermato. Sanguinava. Bestemmiò in tedesco e mi diede un pugno

tremendo, qui. Guarda!

Graziella si scoprì il seno, singhiozzando.

Io non vidi bene, ma sentii sotto le dita una tumefazione sul bel seno

eretto morbido e ben tornito.

--Vieni, amore! Sono tua! Lavami, lavami, con tutti i tuoi baci! Lavami

tutta! Voglio che tu mi lavi tutta con la tua cara bocca italiana!

Si svestì tutta, mi prese fra le braccia senza ritrosie.

Non aveva nessuna gradazione nell'offerta della sua nudità. Una volontà

cocciuta governava la sua passione d'amore purificatore.

--Sono tutta per te! Se ti piace... Ho deciso così, in quella notte

infame. Giurai alla Madonna che mi sarei data al primo Italiano

vincitore che mi fosse piaciuto.

Senza fine la baciai, la baciai, mentre Graziella implorava come in

sogno con una voce monotona quasi meccanica piangendo felice.

--Lavami, lavami, lavami, amore, lavami!

La camera si gonfiò di delirio e di fantasia. Navigava in cielo, forse

rapita dalla corrente della via Lattea. Notte illimitata, ebbra di

sublime. Notte fuori dallo spazio e dal tempo.

Il corpo di Graziella era morbido, elegante, snello, e rovente. Vibrava

graziosamente sotto le carezze, moltiplicando i suoi profumi di terra

felice d'essere riconquistata. Era veramente il dono della Vittoria.

Non avevo amore per Graziella, ma una frenesia di spirito e di nervi

travolgente, tenerissima.

Mi accinsi alle più meravigliose voluttà con tutte le delicatezze e

insieme uno strano impeto brutale e anche un allucinante slancio

artistico fatto di preziosità stilistiche e di cadenze musicali.

--Lavami, lavami, amore!

Fui un fabbro impazzito e un maniaco cesellatore. Ero fuori d'ogni legge

sociale umana o divina come un gallo contento con la gallina ideale del

pollaio mio.

XXII.

FIUMI, CAMPANE, DONNE E MITRAGLIATRICI INNAMORATE

--Ricordati, Ghiandusso, che l'interno della 74 deve essere pulito,

scintillante, in ordine come il letto di una sposa.

--Guardi, signor tenente, sembra proprio il letto d'una sposa... ma la

sposa non c'è!

--La sposa ci sarà, presto... E la vedrai dentro coricata, nuda, più

bella di tutte le donne del mondo!

Ghiandusso sorride senza comprendere la mia frase sibillina, poi con

voce materna:

--Per ora ho coricato dentro la Zazà che ha tanto freddo colla sua

pancia grossa, grossa. Guardi come dorme sotto le coperte.

Alle sette, partenza in un brusio di voci contradittorie. Si dice che

gli Austriaci giunti la sera prima sul torrente Arzino hanno durante la

notte precipitosamente fatto marcia indietro per trincerarsi sul Meduna.

Sono dunque a pochi chilometri! Tanto meglio! Tanto meglio! Li

mitraglieremo sul Meduna. I nostri motori gareggiano coi pedali sportivi

dei bersaglieri ciclisti sulla strada bianca che attraversa la brughiera

deserta. Il sole che sale dietro noi ci imbriglia coi suoi raggi rossi.

Il capitano Raby, esperto comandante di blindate, ha dato ordine di

mantenere le dovute distanze fra le blindate. In terreno scoperto

bisogna evitare di offrire un grosso bersaglio ad un possibile agguato

di artiglieria. Da conoscitore di forze, quale io sono, penso che spesso

gravissimi pericoli s'imboscano nelle ore di più spensierata sicurezza.

Faccio chiudere sportelli e feritoie malgrado il caldo crescente per

abituare gli uomini a sopportarlo in un eventuale combattimento. Mi

volto per controllare attentamente la disposizione degli uomini, delle

munizioni, la scorrevolezza della cupola girante. Menghini, al volante,

attira la mia attenzione attraverso l'occhio orizzontale della blindata

sotto la palpebra metallica alzata.

--Guardi, signor tenente, in fondo alla strada bianca, a un chilometro,

il Meduna. C'è una folla. Donne, donne, una quantità di donne e bambini.

Gli austriaci se la sono svignata.

Vocio confuso che cresce, cresce, cresce. Laggiù una marea bianca,

rosea, rossa di donne vocianti che si accalcano. A destra, a sinistra ne

giungono altre. Sentiamo che a 20, 30 chilometri in giro i casolari si

sono vuotati. Le grida diventano fragorose nello spiralico polverone

aizzato dalle gonne che spazzano la strada e dalle braccia che agitano

fogliami. Entusiasmo sanguigno, allegrissimo, esasperato che suona sul

metallo della blindata, penetra come un vino gazoso dalle feritoie.

Apro lo sportello e cogli uomini a terra, presi nella risacca impetuosa

della folla, spingiamo la blindata nell'acqua diaccia che corre

distratta.

Vivaaaaaaa! Vivaaaaaaa! Vivaaaaaaaa!

Il sole partecipa come un baldanzoso burbero benefico alla festa

clamorosa. Con una folle raggera di frecce aguzze affilatissime il sole

accende le mille vesti colorate e i visi di rosso sudore lucente delle

friulane e il drappeggio azzurro delle gonne nel gorgogliare dell'acqua

corrente. Le popolane si alzano le gonne e le agganciano alla cintura.

Godono i polpacci agili nella gelateria dell'acqua che moltiplica i suoi

ssssss gggggg got got glu glu glu glu flav got ssss gggg flic flacpluf

pluf plaf imitando e riassumendo rumori, suoni di bottiglie, sorgenti,

cascate, arpeggi, camini invernali e il bisbigliar degli innamorati

sotto le frasche ventose. Il guado è meno praticabile dei precedenti. La

mia 74 s'immerge, quasi naviga. Abbiamo fasciato il motore. Ma il sole

propaga su di noi una così maestosa ascensione di raggi sulla nostra

testa con un così trepidante ardore sulle spalle, che le forze sono

centuplicate. Molte donne speravano di salvare le loro gonne di lusso e

le hanno su, su arrotolate come sipari di teatrini burattinai sulle

ginocchia e sulla pancia. Ammiro i muscoli tesi sotto la carne rosea

delle forti cosce di quelle che tirano la corda. Altre sono proiettate

in avanti con sforzo atletico tirando con noi i parafanghi. E le

bambine fragili hanno l'acqua al petto. La corda danza ad ogni impeto

del motore che rrrrrruggendo, rrrrrrrrruggendo vuole disincagliarsi.

Zazà guaisce, abbaia nuotando come un bariletto nell'acqua gelata

perfida e cattiva che tira a sinistra. I bersaglieri che guadano in fila

a destra e a sinistra depongono le biciclette e corrono ad aiutarci.

Gioia gogliardica nello sventolio delle penne di gallo sugli elmetti

tintinnanti contro i fucili i tascapani, fra il chiaccherio affannoso e

le risate dell'acqua più donna delle donne che beffeggia e spumeggia

perle, gorgheggi, zampilli in bocca e fra i capelli sciolti sulle

natiche fuggenti fra i pizzicotti bersagliereschi.

--Tutti insieme, un ultimo sforzo! urlo io comandando la manovra con

l'acqua alla pancia.

--Issaaa-ooh! Issaaa-ooh! Menghini, imballa il motore! Imballa! Imballa,

per Dio!

Tre bambine capitombolano nell'acqua. La più piccola, dodicenne, scivola

via travolta; ma un bersagliere si slancia e con una zampata la ripiglia

e la solleva pel culo! E' fuori sul greto: piange, ride, tra le pedate

delle donne e dei soldati che su, su tirano finalmente fuori la mia 74.

Vivaaaa! Vivaaaa!

Le rudi friulane ignorano la stanchezza; sono oramai centinaia,

centinaia intorno alle blindate nere che guadano. Il sole, immaginoso

pittore, si diverte a raddoppiare il rosso, il verde, il viola, lo

scarlatto, il giallo canarino di quelle donne agili, rozze, quasi

selvagge figlie del Meduna, sorelle di quelle acque selvagge e

capricciose; ma felici di tradirle per salvare i forti motori metallici,

aggressivi che le hanno innamorate. Strepitano di rabbia maschia i

motori col tempestoso martellare degli stantuffi e gli scoppi dei

brrronchi e il catarro prrrorompente in vapore, irritatissimi di dovere

a delle donne e alle loro fragili liquide braccia, la liberazione.

Comprendono a mala pena, i motori, che mitraglieri e bersaglieri non

bastano; occorrono donne astute per vincere le astuzie femminili della

ghiaia, maledetta donna femmina femminile che minaccia ogni slancio

maschio rigido e veloce.

Il sole ha genialmente composto il quadro. Sulla lunga fascia azzurra

d'acqua che lo attraversa orizzontalmente sei blindate nere, ognuna con

la sua ghirlanda convulsa di donne colorate. Tra blindata e blindata

perpendicolarmente sei arabeschi lunghi di biciclette, penne di gallo e

fucili arruffati simili a lunghi reticolati in moto. La simmetria è

rotta, nell'alto del quadro a destra, dalla vetturetta del capitano

Raby, strano canotto nell'acqua verde.

A sinistra nel basso del quadro l'ultima blindata sembra un sottomarino

emerso col suo chiosco-torretta. Vicino a questo un autocarro sembra un

veliero capovolto.

Il quadro è anche sonoro poichè ecco la sua polifonia tocca l'apice di

tutti gli acuti in un Vivaaaaaaaaaaaaaa!

* * * * *

Poi silenzio. Pochi minuti, le friulane, sedute sulla riva conquistata,

si riposano contemplando. Appena la gioia pazza è sedata, di nuovo in

macchina verso un suono strano gemente, umano e non umano, profondo e

aereo, inesplicabile, venuto di lontano di sotto terra o dal cielo, il

suono mi fruga nel petto, cerca, cerca, trova e mi pugnala il cuore di

una dolcezza straziante acutissima... Sole! sole!

Sole! Sole! Sole! che galoppi nell'incalcolabilmente vasto e desolato

letto del Meduna, gridami, spiegami, quale nuova polpa di gioia hai

preparato davanti a noi, dietro l'altissima muraglia fulgente del cielo

tuo?

Il mio motore si slancia. Sapere, sapere, vedere, conoscere. Abbiamo

terrore di te, nuova Gioia! Vorremmo fuggirti, eppure già ti beviamo con

le nostre orecchie assetate, liquida delizia sonora!

--Oh! nulla, nulla, o almeno poca cosa! mormora il cuore. E' una piccola

campana italiana che piange e ci saluta... umile dono della bella Italia

liberata ai suoi liberatori!

La vediamo. E' una piccola campana da campaniletto di cappella boschiva.

La dondola fra le mani con fatica una esile vecchia tutta bianca,

vestita di nero. La piccola campana è tutta sporca di terra poichè fu

dissotterrata, un'ora fa, da quelle stesse mani rugose. Sembra un vaso

di fiori capovolto, ma ne fioriscono, fioriscono, tante piccole rose di

suoni, piccole rose di tenerezza, invisibili ma penetranti e che si

spandono: profumo di suono dell'azzurro inebriato. Ansimando, la mia

macchina si ferma davanti alla vecchia, senza che Menghini al volante lo

abbia voluto. Motore magnetizzato! A destra e a sinistra si svegliano

timidamente piangendo altre campane, soavi, languide tremanti e sfinite

dalla dolcezza. Accorrono, s'affrettano. Laggiù sotto quei castagni, la

sento venire! La vedo! Questa è più grande ed è infilata in un ramo che

due donne vestite d'azzurro portano, incespicando nelle zolle.

Din din daaan daaan din dan din dan. Intanto la vecchia dondola dondola

la sua piccola campana. Ha un suono più limpido, più liquido,

trasparente di cristallo e d'acqua.

Forse il metallo non fa che continuare il flebile tinnire delle lagrime

che beve. Piange la vecchia dondolando la sua campana. Quasi cade, per

stanchezza, trascinata giù dal peso ondeggiante e i capelli bianchi le

coprono il viso pacificato. Non ci guarda. China sorveglia meravigliata

i bei suoni melodiosi che le gocciano dal cuore. E' lei, lei la prima,

con la prima campana! Certo è fiera di sentire e vedere che tante tante

compagne vengono da tutti i punti dell'orizzonte ruzzolando giù dalle

colline e sgorgando dalle valli per suonare, e suonare, suonare senza

fine e lagrimare, come le nuvole d'autunno che hanno troppo bevuto, come

gli occhi che hanno troppo aspettato.

Din dan, din dan dan dan din din.

Tutte le campane sono ormai salvate. Questa più grande comincia con

rintocchi lenti, quasi paurosi spandendo un tremolio sonoro; ma presto

si fa animo. Dan! Certo quasi non crede alla realtà prodigiosa. E' stata

nascosta un anno sotto terra in fondo all'orto del prete con tre botti

di buon vino spumante da quella furbacchiona della perpetua. Le pioggie

hanno fatto trasudare le botti e la campana si è consolata, così, nelle

buie notti opache, sotto terra. Ora è un po' ebbra, le trema la voce.

E' tutta abbagliata dal gran sole. Un'ora fa, un'ora fa con zappe e mani

unghiute l'hanno dissepolta. Su, presto, ragazzi, forza! Tira su, tira,

tira! E' fuori, santa Madonna! Prendi la corda! Giovannino, monta

sull'albero! A quel ramo grosso! Presto, fa presto, vengono gli

italiani! Sono al fiume. No, no eccoli, eccoli, vengono in automobile,

senti il rumore della macchina! Attacca, attacca forte!

Certo, si sentivano rombare i motori nostri e lo spavento di non essere

in tempo affannava il ragazzino che con tutta la forza delle mani deboli

stringeva i nodi. «Suona, suona, suona, per la Madonna!» gridavano sotto

l'albero. E il ragazzino non riusciva, si disperava, quasi piangeva. Ma

ad un tratto lanciandosi giù si appese colle mani al batacchio come un

appiccato ed ora, su e giù, su e giù, buttando in alto le gambe; e le

mani gli sanguinano lacerate, e finalmente suona, suona, suona.

Dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan

dan dan dan. Il parroco è sotto, pallido, con braccia cadute, le mani

aperte la veste tutta infangata. Ci guarda con gli occhi fissi,

inebetiti. Parroco sì, prete sì, ma Italiano. Un altro prete viene

laggiù col pasto che crolla. Ogni tanto si ferma a riprendere fiato.

Pietro, il suo campanaro trascina una grossa campana che tintinna sui

ciottoli.

Sono vecchissimi tutti e due. Le donne vorrebbero aiutarlo, ma si

rifiuta il campanaro e tra la folla che si apre vuol trascinarla lui,

portarla lui fin sotto le ruote della blindata. Nell'ultimo sforzo alza

la testa, mi guarda trasognato, poi cade bocconi e il cuore gli si

spezza in singhiozzi atroci.

Dan dan dan dan dan dan dan.

Allora il vecchio prete si fa largo e alzando la mano che trema dice:

--Signor tenente, l'altra, la bella, la grande campana, non l'abbiamo

potuta portare... Non è sotterrata, ma è così a fior di terra, davanti

alla nostra chiesa. Su quella collina... vede? Non può vedere, ma la

vedrà... Un anno fa il colonnello austriaco, quella canaglia, che Dio

non gli perdoni, è venuto a prendermela coi soldati. Prima ho

supplicato, poi ho detto a quelle anime dannate che non potevo, non

potevo dargli la mia campana. Allora i soldati hanno sfondato la porta

della chiesa e sono saliti sul campanile. Subito io chiamo tutti i

contadini e le contadine, e tutti in ginocchio, e io gridavo; ho poca

voce, signor tenente ma gridavo: «Se Dio c'è ancora sull'Italia, Dio non

può permettere che la campana sia strappata! Non sarà, non sarà, non

sarà strappata!» Urlavo, urlavo: «Non sarà, non sarà strappata!» Che

brutto momento, signor tenente! I soldati ridevano e sghignazzavano

dall'alto del campanile. Li vedo ancora che gridano in tedesco ai

contadini di scansarsi. Tutti piangevano. Hanno rotto il muro, quelle

canaglie, per staccarla. Poi giù, l'hanno buttata.... Che urlo e che

fragore! La grande mia campana è caduta giù, ma era tanto pesante e

c'era stata tanta pioggia, ed è entrata, entrata, dentro dentro nella

terra. Non si vede quasi più. Ma ora viene il bello, signor tenente; e

rido ora come allora non piangevo più. Gli austriaci coi buoi con le

corde, con le leve, coi cavalli, cogli asini--ci avrebbero messo sotto

anche tutti i porci delle famiglie loro che son porci--hanno tirato,

tirato la mia campana per un giorno e una notte! Ma la mia campana non

si è mossa più. Questa è l'altra, la più piccola. Gennaro falla sonare.

Su, forza, ti aiuto io.

Intanto un bambino s'avanza verso di noi tirando colle due corde sulle

spalle e intorno alle braccia un asinello e una vacca magrissimi.

Vissero un anno murate vive, quelle due bestie, in una specie di

nicchia, nutrite da quel bambino che penetrava di tanto in tanto per un

buco. Non stanno troppo male. Guardano attonite la campagna e soffiano.

Mentre un contadino attacca al loro collo due campanacci pesanti. Vorrei

implorare pietà per l'asinello che certo non reggerà allo sforzo. Ma chi

mai può sentire la stanchezza, ora? E le due povere bestie vengono

avanti suonando suonando:

Dan - dan - dan - dan - dan - dan.

La polifonia delle campane che si moltiplicano prodigiosamente cresce,

si gonfia fondendo insieme tutte le stranezze e tutti i languori

nostalgici di quei suoni patetici.

Non sono più campane poichè sepolte, strappate dai loro campanili e

vaganti nella campagna. Riscossa tragica della gioia generale. Esprimono

col loro suono ogni brivido, ogni singhiozzo, ogni tormento, ogni

angoscia tipica d'infiniti corpi umani contorti da spasimi diversi

d'attesa, dolore, tortura disperazione speranza felicità.

XXIII.

MASSAGGIO DEL CORPO DIVINO DELL'ITALIA

--In macchina, in macchina! grido ai miei soldati. Al volante, Menghini!

Guardo energicamente negli occhi bagnati di lacrime dei miei soldati.

Hanno capito. Hanno capito. Poi ammonisco rudemente il mio cuore: «Hai

avuto ragione di piangere, cuore mio, ma ormai sei inzuppato di lagrime

come un fazzoletto d'addio. Basta! Non piangere più! Oggi è giorno di

guerra! Abbiamo vinto, bisogna stravincere! Hai abbastanza subìto

l'incantesimo sonoro. Non sono campane! Strappate dai campanili,

sotterrate con furia gelosa, esse rinascano mutate! Sono i bronzi

melodiosi del genio Italiano che non poteva subire manipolazione

straniera. Conservarono sotterra il timbro profondo e l'ampia virtù

suggestiva. E' il genio della nostra razza che risuona ancora intorno a

noi. E' la forza creatrice italiana colla sua commovente elasticità di

balzi armoniosi, le sue arrampicanti fioriture di note che sanno l'ampio

anfiteatro di echi carnali del golfo di Napoli, e le cadenze flessuose

delle colline toscane, e i burroni muggenti d'organo dei valloni

abruzzesi. Non piangere! Canta, o mio cuore! Canta, batti, romba

rotolando tutte le erre d'una furente velocità.

«Senza nostalgia, senza languori, senza abbandoni mistici, lontano dalle

Madonne e dai campanili! Ricordati che nelle città, altre campane

prostitute vorrebbero aizzare con falsi annunzi di pace prematura

gl'interni salvatori dell'Austria passatista! Sia il tuo canto un

martellare, preciso, rettilineo che scalando il cielo, su, su, colpisca

le vetrate delle chiese perchè il cristallo infranto si sganasci

anch'esso annunciando la nostra vittoria! Su, slanciati, mio cuore

motore, su questa bella strada che taglia le più ricche, eleganti

variopinte campagne della terra! Sono i capelli sparsi dell'Italia

Divina! Noi ne conquistiamo il seno, le belle spalle, su su, verso le

due braccia tornite, tanto tempo incatenate e la mano sinistra

inanellata di mare: Trieste!... e la mano destra più rude e muscolosa:

Trentino!»

O Italia, o femmina bellissima viva - morta - rinata, saggia - pazza,

cento volte ferita e pur tutta risanata, Italia dalle mille

prostituzioni subìte e dalle mille verginità stuprate ma rifiorite con

più fascino di verde pensoso e di ombrie pudiche. Sono io, io il

futurista che primo ti libero il petto baciandolo col mio delirante

amore!

Cosmica fusione del mio corpo col tuo! Ti sento, ti sento, ti sento! Ti

prrrrendo, ti prrrrrendo, ti prrrrrrrrendo! Sei grande, grande, lo so,

e non ti posso tutta contemplare!

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 14 / 20 段