s'infittisce, vorrebbe fermarci, abbracciare, strangolare d'amore la
blindata. I miei occhi pieni di lagrime che non riesco a domare ammirano
per la prima volta il fantastico Giardino delle Gioie. Tutte le gioie
della Terra e del Paradiso: Gioia di quella faccia di vecchio con le sue
rughe finalmente distese, riposate stirate come dal massaggio di una
contentezza assoluta. Gioia di quegli occhi verdi di bambina sedicenne
che beve, beve colla bocca e sui denti brillanti la pioggia continua
delle lagrime. Gioia della madre che mescola il suo pianto al pianto del
suo pupo rosso. Anch'esso sgrana gli occhi davanti al dolce sovrumano,
sognato nella culla della fame invernale. Gioia di quella faccia maschia
che si apre ancora tutta tôrta, spremuta dalle mani dell'accanita nera
Lavandaia! E i cani ispirati che si arrampicano a leccarmi le mani. Zazà
si slancia con invidia e li morde. E quel vecchio dal viso come venuto
di lontano, dissepolto. Mi guarda dal fondo nebbioso del suo anno di
dolore che attendeva. Ha le spalle affrante cadute giù, le braccia
aperte come le madonne, le mani morte sorto il peso della gioia di
piombo!
Cristo, Rabbi vestito di miracoli e di pazzia benefica, Tu che hai
mutato in vino l'acqua delle giarre e moltiplicato i pani e i pesci nel
convito dell'amico tuo, Cristo, Cristo, tu che hai bevuto a larghi sorsi
la gratitudine delle folli guarite, guarda guarda il giardino stupendo
delle Gioie sovrumane che abbiamo creato! Certo tu c'invidii, noi
liberatori di città! Devi, devi invidiarci! Sento che devi invidiarci!
Hai mai veduto simile fioritura di gioia?
Non l'acqua, ma il fiele, il fango e la bile avevamo, e tutto mutiamo in
roseti! Per noi, con noi, il Sole liquefa i suoi raggi in sovrabbondanti
capigliature di liquido fuoco sulle campagne beate. Tonde reti di raggi.
Guizzano, si slanciano, mille corridori felici: corrono, corrono
incontro a noi, Erba felice che si mescola di gioia ai capelli ricciuti
dei bimbi nei capitomboli d'oro. Capelli foglie mani palpebre di gioia!
Agili arbusti vibranti come quella bambina pazza di gioia alla terrazza.
E ciglia lunghe imbrillantate dalla linfa d'amore che sale dal centro
della terra a dissetare le città arse dal Dolore:
--Largo, largo, vi prego lasciateci passare, lasciateci passare, abbiamo
fretta di prendere quelle canaglie!
--Sì, sì signor tenente, ma vi potete fermare.
Si sono trincerati sull'altra sponda del Cellina. Sono partiti di qui
ieri sera... Sono sul Cellina, li ha visti mio marito.
Menghini fa rombare il motore e si apre un varco. Via, via a tutta
velocità fra le penne di gallo e le facce scintillanti di sudore dei
bersaglieri ciclisti che ci hanno raggiunto. Rrrrombi, rrrombi
burbanzosi dei motori fra il zin zin zin zin delle biciclette tascapani
e baionette sbatacchiate.
--Massacrateli, massacrateli tutti, grida una donna coi pugni tesi.
--Vivaaaaaa Italiaaaa!
Fuori dal paese sui globi rotolanti del polverone dorato una visione ci
magnetizza. E' una chiesuola, un'umile chiesuola sopra un poggio che
domina la strada, ma è bagnata d'una luce spiritica estatica, lunare e
solare insieme, una luce d'eclisse o di terremoto. Realmente vediamo,
vediamo realmente la chiesuola presentare le armi con tutte le croci e
tutte le lapidi del suo piccolo cimitero arrampicate in fila lungo il
muricciolo, metalli arruginiti e marmi antichi, così raggianti di gioia
al sole da sembrare nuovi e un po' ebbri di sfarzosa novità!
Aviano ci ha sentiti venire e prima ancora di scorgere laggiù il profilo
del campanile e delle case sghimbesce vediamo la strada coprirsi del suo
popolo accorrente.
--Benedeeeetti! Benedeeeetti gl'Italiaaaani! gl'Italiaaaani!
Entriamo nel paese in un frastuono assordante quasi sospesi sulle ondate
del popolo. Il capitano Raby mi sorpassa facendosi largo colla sua
vetturetta e col braccio alzato ordina di fermarci. Rifornirsi di
benzina e ripulire i motori. Io scendo. Preso, trascinato via dalla
folla agitata affannosa che non dà tregua, insiste, vuole, interroga,
racconta, racconta, racconta. Le donne mi opprimono.
--Hanno portato via tutto tutto, tutto! Le campane! anche i parafulmini!
e dicevano: Abbiamo comprato tutto il Friuli e tutto il Veneto dai
vostri Generali. Non vi lasceremo che gli occhi per piangere... Oh! gli
ultimi 3 giorni, signor tenente, che strazio!... Gli ufficiali hanno
ordinato ai soldati di portare via tutto. Requisizioni di giorno e di
notte. Sì, anche la notte. Hanno puntato la baionetta sul cuore di mia
mamma! Hanno preso tutto rame, bestiame, grano, urlavano: _O ghent o
caput!_ o denaro o morte! _Muss, muss_ vuol dire: per forza! Noi li
chiamiamo muss quelle canaglie... Se sapesse! un anno, un anno...
Fingere ogni giorno, per non morire! Ma dentro c'era l'odio, quanto
odio, signor tenente! Il prete è stato buono con noi. Aveva molto
coraggio. Io gli dicevo in confessione: Sono colpevole di avere molto
odiato. E lui: «Chi hai odiato?» Rispondevo: «Gli austriaci» «Oh allora»
mi diceva don Luigi, «allora è inutile che continui la confessione, sei
perdonata di tutti gli altri peccati...» Quelle canaglie volevano
prendere le ragazze. Hanno tentato, i primi giorni. Un pomeriggio i
prati tutti intorno erano pieni di urli di donne violentate!
--Sì al sole, al sole, ho visto io, dice un vecchio balbettante.--Uno
teneva le gambe aperte della ragazza e l'altro si metteva sopra. Ma mia
figlia non l'hanno toccata. Ringrazio la Madonna. Gli ha strappato coi
denti un baffo, a quel porco che l'abbracciava... Per un mese il
colonnello mi ha rifiutato la sporca razione di grano e di pane nero!
--Sono io, io che gli ho portato via il baffo coi denti! Erano tanto
brutti, tutti. Colle lenzuola rubate facevano vestiti bianchi per
ufficiali... Colle lenzuola di grossa tela ruvida facevano le scarpe!
Sembravano Arlecchini! E le donne, le loro donne, li aiutavano nelle
requisizioni. Tutte puttane con la fascia d'infermiera. Ce ne sono
ancora tre!
--No, sono sei, bisogna massacrarle! Le pianterò gli spilloni negli
occhi. Dicono che sono triestine, ma sono slave o austriache, bestiacce!
E' una forte friulana bruna che parla così, grandi occhi azzurri nel
viso sensuale infuocato dall'ira. Mi tira per il braccio. Sono in un
fiume di popolo esasperato, pieno di rancori che scoppiano in moralismi
esagerati. Intuisco anche basse invidie camuffate di patriottismo e
sento l'urgenza d'incivilire, frenare questa massa pericolosa.
--Ecco la casa di una di quelle puttane!
Mi volto di scatto e con un gesto rude impongo alla folla delle donne di
fermarsi. Riesco a contenerle sulla soglia ed entro col tenente Cenami
chiudendo dietro di me la porta.
Al primo piano in un cucinone pulito troviamo una slava piangente
impaurita che si precipita ai miei piedi. La rialzo e battendole sulla
spalla dolcemente la tranquillizzo. Viso banale, pallidissimo, piccoli
occhi celesti e capelli biondo sporco, tirati sulla nuca. E' di Lubiana.
Ha una camicetta di velluto a righe gialle e nere, grembiule nero e
gonna verde. Mi racconta in cattivo italiano che è stata dimenticata ad
Aviano dal fidanzato ufficiale austriaco.
Le domando che cosa succeda a Lubiana. Mi risponde che a Lubiana si
odiano gli Ungheresi, ma non si amano neanche i Serbi.
Nel cucinone entra un'altra donna che spiava dalla camera vicina. Si
precipita anch'essa a baciarmi le mani, in ginocchio. E' una falsa
magra, agile, audace, bocca carnosa, bellissimi denti, grandi occhi neri
lucenti. Corpo senza pudore, sessualità insolente, il caratteristico
marchio del bordello, malgrado l'accuratezza seria del vestito.
--Io sono friulana, signor tenente, sono italiana. Nel paese dicono che
sono slava, non è vero. Mio nonno era di Aviano. Ho ospitato questa
povera diavola, per carità.
--Non è vero, non è vero, urla la folla nella strada. Non ascolti,
signor tenente. Sono puttane, tutte e due! Bisogna massacrarle,
sventrarle!
--Non credo che tu sia friulana. Tu sei senza dubbio o ungherese o
austriaca. Parli troppo male l'italiano. Ad ogni modo niente paura, noi
non siamo dei barbari come i tuoi fratelli.
Esco sul balconcino e mi sporgo verso la folla che ormai è diventata
enorme. Tutti urlano, gridano, agitano le braccia, tendono i pugni, si
mordono le dita. Risento e rivedo nel cielo sfolgorante le tonde forme
di nuvole d'oro massiccio irte di raggi della spaventosa Forza cosmica,
la Vendetta.
--No! no! italiani, non gridate morte! La morte ha già lavorato
abbastanza! Gridate Vittoria! Non è degno di un popolo civile come il
nostro, il massacrare delle donne!
--Non sono donne; puttane, puttane, puttane! A morte! Morte! urla la
folla.--Sono venute con gli austriaci a rubare tutto nelle case nostre.
Facevano la spia! Spie! Ci hanno sputato sul viso, hanno sputato sul
nome d'Italia!
--Lo so, lo so. Sono convinto che sono delle luride prostitute. Siete
italiani e perciò non potete mentire! Ma come italiani non saprete certo
colpire dei vinti. Sono femmine cioè deboli e senza difesa! Noi
ufficiali italiani, non rubiamo il mestiere agli austriaci. Queste due
austriache scontano oggi le loro colpe nel vedere la nostra bandiera
sventolare su Aviano e nell'apprendere da me, da questa bocca e da
questi polmoni, l'irrimediabile sconfitta dell'Austria. L'esercito dei
loro fratelli, padri, sposi o amanti è stato da noi sconfitto per
sempre. Italiani! Noi ufficiali che abbiamo avuto l'onore di entrare per
primi in Aviano, vi ordiniamo di non toccare un solo capello di queste
due donne. Andate, e festeggiate con canti di gioia la liberazione di
Aviano.
Un urlo feroce salutò il mio discorso. Ma gli applausi scroscianti dei
bersaglieri ciclisti e dei miei soldati si propagarono, e lentamente,
con gesti minacciosi e borbottamenti, la folla si staccò ringhiando,
dalla piccola casa mentre io consegnavo le due donne atterrite e
spettrali a due bersaglieri ciclisti nerboruti.
--Conducetele indietro con gli altri prigionieri austriaci. Se la folla
le tocca, io vi denuncio al Tribunale di guerra. Capito?
Quel salvataggio mi costò un cicchetto dal mio capitano che mi cercava.
--Vieni con me.
Partiamo in bicicletta. Il capitano mi annuncia che la 12ª squadriglia è
stata massacrata a cannonate a 3 chilometri da qui, nella brughiera di
Santa Foca. L'angoscia accelera la nostra corsa. Vasta pianura
sconfinata, senza alberi. Desolatissimo paesaggio spagnuolo. Quando
giungiamo a S. Foca non troviamo nessuno da soccorrere. I contadini
stanno seppellendo i cadaveri in tre vaste fosse. I feriti sono già
stati trasportati in autocarro. Oltrepassiamo un sipario di alberelli
fronzuti e vediamo le tre blindate piegate sul fianco destro sull'orlo
destro della strada, in fila, a 20 metri l'una dall'altra. Tutte e tre
sventrate. La terza incendiata. Ha dei colori rossicci e canarino. Il
cofano sembra masticato da mascelle titaniche. Fuma ancora. Odore di
panno cotto nell'olio e di carne arrostita. Comprendiamo l'errore del
comandante che in un terreno scoperto non ha distanziato le blindate in
marcia offrendo così un facile bersaglio al fuoco d'infilata dei cannoni
mascherati dal sipario d'alberi di Santa Foca.
Nulla da fare. Uno sguardo affettuoso alle fosse, e raggiungiamo
pedalando l'8ª squadriglia sull'ultimo tronco di strada che scende nella
ghiaia del Cellina.
Letto smisurato di fiume torrentizio con tre filoni d'acqua. Non siamo
più in Italia, neanche in Spagna, forse in America. Desolazione,
monotonia di linee tristi. Dune africane. Alla nostra destra gli alti
pali telegrafici, soli segni di civiltà, misurano con precisione nel
deserto del letto asciutto le distanze nebbiose. La loro geometria
metallica da disegno d'ingegneria taglia le piumose sofficità delle
lontananze grige, affamatissime di sprofondarsi ancor più lontano,
calamitando i nostri pensieri e i nostri sguardi. Non scorgo nulla
sull'altra riva.
Sulla nostra appare l'automobile del Conte di Torino comandante della
cavalleria. Snellezza elegante aristocratica. Dentoni gialli di vecchio
cavallo di razza, sorriso ironico nelle gote di viveur.
--E' impossibile, capitano. Vede? il mio autocarro arenato. Se non
passano gli autocarri vuoti come vuol fare lei a passare con le
blindate?
Noi passeremo lo stesso, lo sento. Il Conte di Torino non ha la mia
sensibilità divinatrice. Questa guerra cominciata col lento rosicchiare
d'un terreno conquistato a palmo a palmo tenendo ogni metro con la
lunghezza di un cadavere, deve finire per un prevedibile capriccio delle
Forze in una velocità aggressiva di 10 giorni. Le Forze della Fortuna
amano sorprendere, rovesciare tutte le previsioni, distruggendo ogni
logica. Bisogna come me dare una fede ottimistica illimitata e un
credito assoluto alla Fortuna. Questa vuole ad un tratto avere tutto
l'infinito da respirare, per riempire tutto di prodigio.
Davanti a questo guado che non può fermarci sento la Fortuna in alto
respirare, respirare a pieni polmoni. Vuole la Fortuna divertirsi con
una generosità di doni sempre più stupefacente.
Se l'Italia si è insanguinata la bocca e i denti nell'addentare il
Carso, dura pagnotta, ora riceverà nella bocca aperta tutti i pani
enormi e bianchi e divini del suo sogno. Cuore mio, apriti, apriti per
ricevere la smisurata gioia.
Lo potrai?
--Ci sono! ci sono! Trincerati sulla cresta! mi dice un tenente dei
bersaglieri ciclisti che iniziano il passaggio del primo filone d'acqua.
Molti bersaglieri muscolosamente portano in alto, sulla testa, la
bicicletta. Alla nostra sinistra il ponte della ferrovia è spaccato in
due pezzi crollati giù neri nel secondo filo d'acqua azzurro. Il primo
guado è difficile. Ho l'acqua alla pancia mentre spingo il culo della
mia blindata che si siede ogni tanto, ringhia con tutta la rabbia del
motore, si disimpantana per sei metri, poi di nuovo si siede. Ma la
liberiamo. Salto dentro e si corre per un chilometro serpeggiante di
strada sabbiosa nel letto infinito del Cellina.
Ogni blindata coi suoi uomini che la reggono nello sforzo, coll'acqua ai
ginocchi o alla pancia, col viso grondante sudore e i piedi gelati. A
destra e a sinistra due lunghi cortei di bersaglieri ciclisti in fila
indiana. Strani arabeschi molli formati di innumerevoli ruote e arruffii
di penne di gallo sul letto ghiaioso grigiastro del fiume. Quei due
lunghi formicolii di bersaglieri evocano l'esercito di Napoleone sul
letto gelato della Beresina nelle celebri stampe.
Top, top, top, top. Il crik! No! no! la binda! Presto un pezzo di legno.
Ora colla corda, un nodo forte. Issaaa oooh. Issaaa oooh! State dietro
alla macchina. Forza alla corda! Tien fermo il legno sotto la binda!
Imballa il motore, per Dio, imballa! Rrrr forza! Rrrrrrr Fooorza!
Personalità del motore, umano, patriottico che vuole, vuole vincere la
resistenza aggrapparsi, sollevarsi fuori dalle rotaie di fango
saponaceo. Il motore suda sbuffa. Fumo acre del suo sudore. Rrrrr
Rrrrrrr.
Fra le gambe gelate il morbido serico sssss frusciare dell'acqua coi
glugluglu got gatt glan.
--Un badile! No! no! la pala! Togli le pietre dal parafango sotto la
ruota! Rrrrr! Accidenti non vuol venire! Su forza, un gran sforzo
insieme!
Subitamente pam pam pam scoppia la fucileria sulla cresta a 300 metri. I
primi bersaglieri sono già appiattati e sparano dietro le loro
biciclette coricate mentre i due cortei d'altri elmetti piumati e
biciclette continuano con calma a passare.
--Forza, ragazzi! Forza che andiamo su a mitragliarli. Niente paura.
Tirano male, troppo alto!
Le trecce dell'acqua sembrano cavi metallici. Strappano le mie gambe
gelate. Sento sulle ginocchia le zampine tremanti gelatissime della mia
Zazà che ritta mi implora di prenderla in braccio. Me la metto come un
pacco sotto il braccio sinistro meentre la mia blindata con un gran
colpo di reni balza rrrrombando, rrrrombando fuori dall'acqua. Tutta
fangosa; ma la cupola porta superbamente il fascione tricolore coi
lunghi becchi irritati delle due mitragliatrici che si muovono a fiutare
il nemico.
--Tutti in macchina presto! e pronti a sparare!
A 100 metri la mia prima mitragliatrice spara, screstando colle sue
pallottole l'orlo della trincea in collina, tutta vampe, scoppi e
pennacchietti di polvere e fumo. A destra al di là degli Austriaci un
grande aaaaa! Sono i bersaglieri che li prendono alle spalle. Mi volto
di scatto e fermo Locatelli che spara. Ta ta ta ta ta ta.--Feeerma!--Gli
echi ampi e golosi del letto smisurato giocano a palla volubilmente col
rumore della fucileria che ingoiano e sputano liquefacendo gli ultimi
pim pam pam pac pam. Una colonna di prigionieri scende incontro a noi e
ritraversa il fiume. La salutiamo in coro con un ilare: Austria caput,
Austria caput! Poi ci slanciamo sulla strada. A una svolta da una parte
e dall'altra della strada due grandi roghi di fieno incendiato con
spirali altissime di scintille salgono su, su ad arrostire le nuvole
rosse scorticate vive come agnelli, infilzate dai lunghissimi schidoni
del zingaresco sole al tramonto.
--Via, via Menghini, dentro, tra le fiamme!
XXI.
LAVAMI! LAVAMI, O AMORE!
Entriamo in Maniago sotto un arco di fiamme. Tutte le facce ne sono
riverberate.
Vivaaaaa Italiaaaaaa!
A Maniago passeremo la notte.
Chiaccherio, saluti, abbracci, fiori. Tutte le famiglie vogliono
ospitarci. Pranzeremo in casa del Sindaco. Poi finiremo la serata in
un'altra famiglia piena di ragazze vispe e loquaci d'una giocondità
affettuosa avviticchiante.
Si mangia bene, dal Sindaco. Patriota intelligente, forte, solenne,
sessantenne. Faccia italiana con baffoni grigi, occhi neri. La sua bella
figliola agile moretta occhi furbi vivacissimi collaborò col padre
sindaco, per difendere il popolo, nutrirlo, incoraggiarlo. Dirigeva La
casa, turlupinando i comandi austriaci. Dopo pranzo si gioca a tombola.
La figlia si chiama Assunta Siega Riz. Mi racconta colla melodiosa
verbosità friulana le mille astuzie e gli sforzi muscolari per
sotterrare, nascondere in campagna e nelle grotte ogni cosa preziosa. Ha
salvato quasi tutto. Aiutava le famiglie amiche a murare le porte delle
cantine e delle stalle e a rientrarvi ogni tanto per nutrire alla
meglio asini e buoi. Acrobatismi pericolosi, prima colle gambe nude fino
alla pancia, poi le spalle e finalmente la testa.
Assunta Riz racconta:
--Malgrado le requisizioni feroci, io ero stranamente contenta, in
questi ultimi giorni. Vedevo gli ufficiali austriaci salire sul
campanile e restarvi delle lunghe ore a spiare l'orizzonte. Quando il
generale Boroevic partì fui sicura della vittoria. Ma l'anno passato
dopo Caporetto, che orrore! I germanici imposero a tutti i bambini dai 6
ai 10 anni di andare ogni giorno a fare la ginnastica in una palestra!
Bella idea, una ginnastica obbligatoria per bambini affamati! Ma c'è di
più. Tutte le donne furono costrette a cantare in una messa solenne in
onore della imperatrice Zita! Volevano imporre ai preti di cantare una
messa perchè Dio aveva liberato questa terra dagli italiani! I preti
rifiutarono e furono tutti internati. Alcuni spogliati e denudati
dovettero pulire le scarpe agli ufficiali! I bosniaci erano gli
esecutori di queste canagliate. Poi vennero gli austriaci. Banda di
ladri e di speculatori militarizzati. E che ubriaconi, tutti! Ho visto
io sei soldati annegati nel vino di una cantina inondata. Sventravano le
botti a baionettate. Facevano carezze ai bambini per strappare il
segreto dei nascondigli. Ma i nostri bambini fuggivano gridando come
gatti. Che differenza fra la ritirata di Caporetto e quella degli
Austriaci! Gli Italiani se ne sono andati buttando via tutto come gran
signori, mentre gli Austriaci hanno rubato tutto, partendo, come ladri
e pezzenti!
--Oh gli ufficiali si trattavano bene! I bosniaci, da veri bestioni,
erano i più sacrificati e pativano la fame. Facevano una polenta coi
bachi da seta. Un giorno divorarono tutte le candele di una chiesa!
--Io ho fatto il mio dovere. Ho nascosto tutto ed ho aiutato tutti a
nascondere. Il nostro buon parroco aveva dato un'eccellente parola
d'ordine: _Obbedite, odiate, nascondete_. Potevano ben venire con le
calamite a frugare per scoprire il rame sepolto! Che ridere alla messa
cantata in onore di Re Carlo! Gli ufficiali avevano uniformi bianche
fatte di lenzuola rubate. L'altare era ornato di frasche verdi. Verde
pure la croce tutta costruita di frasche. In giro, le truppe vestite di
bianco. Nel centro, intorno all'altare, le nostre coperte da letto
rosse. Noi ridevamo, durante la messa, ci pareva di essere in un'immensa
bandiera tricolore. Ad un tratto un rumore nell'aria: tre areoplani
italiani tricolori! Che spettacolo. Gli ufficiali austriaci hanno una
grande paura degli aeroplani nostri. Gridavano fuggendo: «Come! come!
tutto organizzato! Questo è tradimento!»
Mentre Assunta parla esaltandosi, le bottiglie sante dissepolte sparano
e spumeggiano. Tutti bevono dimenticando gli austriaci. Un rettangolo
sul muro meno polveroso ricorda un divano rubato. Io bevo poco.
Ghiandusso oscilla beato. Devo quasi sostenerlo quando andiamo a finire
la serata in casa della famiglia Martini.
Tutta illuminata in fondo a quell'orto buio. Vi bollono le danze con
grida, canti e bicchieri rotti. I miei compagni mi hanno preceduto con
gli ufficiali bersaglieri. Tutta la casa è invasa dalla nostra forza
vittoriosa. La razza ha urgente bisogno di riprendere contatto con la
razza. Aderire, aderire l'uno all'altra. Il giardino è pieno di
bisbigli. Amplessi nel buio. Ogni amplesso è un punto chirurgico dato
con frenesia per saldare le labbra dell'immensa ferita. Ah! ah! Bisogna
che presto questo punto della carne della Patria si ricongiunga con
quest'altro punto corrispondente della stessa carne. Io balzo su una
tavola perchè l'eloquenza illumini acceleri perfezioni la grande
voluttà.
--Quante belle donne in questa casa! quante belle Italiane! Siamo pazzi
d'amore per voi! La nostra forza virile e i nostri baci sono tutti per
voi! O bellezze italiane, labbra della ferita aperta che dobbiamo
chiudere a forza di baci! La vecchia morale è morta! I preti hanno
sempre torto poichè sono amici degli Austriaci! Il prete di Maniago è un
buon italiano, lo so, egli vi perdonerà al confessionale. Ogni bacio che
darete questa sera a un italiano vi procurerà un secolo di gioia, di
più, in Paradiso! Amen.
Intorno a me dieci tappi di bottiglie di vino spumante trattenuti coi
pollici saltano salutando il mio «Amen» con un incrocio di getti rossi
biondi.
Innaffiano anche il soffitto docciando le capigliature delle ragazze che
ridono pizzicate sprizzando fra le braccia grigio-verdi. Arterie e cuori
che schizzano entusiasmo. Bottiglie vive, che gareggiano in scoppi di
tappi scappanti. Il vino occhieggia con brilli strani nei bicchieri.
Finalmente ecco la notte delle notti, la notte che mantiene tutte le
promesse di mille giorni neri e non può finire, e continuerà in mille
altre notti di gioia spensierata! Tutti i cataplasmi sono strappati dal
petto. Abbasso la morale e il pudore! Le donne mature sono più allegre
delle giovani. I vecchi fanno il girotondo intorno a un fiasco vuoto.
Sopraggiunge il farmacista, un mattacchione dal naso adunco, che canta
con voce tenorile. Ha in mano una bottiglia.
--Non toccate, è veleno, tutto per me!
E beve a garganella. La nonna panciona e mammelluta gioviale e molle di
ricordi amorosi presiede alla distribuzione della gioia. In cantina, sì,
in cantina esige che il suo seggiolone sia trasportato.
A forza di braccia, si deve portare anche lei e introdurla in cantina
per una breccia poichè la porta è ancora murata. La nonna ride con
solennità. Le pare di essere un generale ferito che rimane sul campo di
battaglia a comandare l'artiglieria delle bottiglie. Sessantenne e cogli
occhi neri sempre un po' brilli. Alla sua età passare un anno intero
asciutto! Finalmente! Il barcone troppo a lungo in secco potrà navigare
in un oceano di ebrietà.
Ora insediata nel suo seggiolone tiene le cosce larghe perchè la pancia
non le mandi in bocca le mammelle. Queste non di meno formano una tavola
orizzontale, e vien voglia di deporvi le bottiglie che ella aspetta con
le mani aperte. Le palpa, le osserva. Questa è piena di fantasia,
bottiglia generosa e senza perfidia. Quest'altra sbarazzina, ma
affettuosa, è la bambina preferita. «Non lasciatele cascare, per
carità». E le segue con sguardo materno quando spariscono portate a
braccia su per la scala.