Il lamento nostalgico, patetico, lacerato della sua bella voce

meridionale dilaga. Naufragano un istante le anime nostre irte e gli

angoli duri dei nostri temperamenti.

Nella melodia soave, ironica, carezzevole, la voce si sviluppa

delicatamente sale e s'intenerisce morendo, poi con vellutate violenze

si scaglia in ondate impetuose su, su fino a delle note fulve, calde,

sorridenti. L'eleganza imperiosa e maschia della voce domina, determina

e precisa la passione. L'immaginazione nostra evoca il golfo napoletano

nella sua carnalità lunare che completando la facile melodia forma un

alto elastico vivo capolavoro del genio italiano.

Ma uno grida:

--Basta col sentimento! Suonami una cosa allegrissima pazza.

La signora Lucatich si avvicina al piano forte, vorrebbe consigliare. Il

capitano scatena l'introduzione del Barbiere di Siviglia. Gioia

generale. Io spacco una sedia, rovesciandomi indietro di scatto. Tutti

in piedi, giro tondo intorno alla tavola. Pigliamo nel vortice la

cameriera che abbracciata, palpata e rischizzante di braccia in braccia,

mi mormora accennando alla padrona:

--Se la intendeva cogli austriaci!

Ma un accordo funereo e grave mi attira al pianoforte.

--Che cosa suona, signorina?

--Beethoven... Beethoven è più grande di Rossini.

Un urlo selvaggio.

--Ma cosa ne sa lei? Cosa ne sa lei? Rossini è smisurato! Abbasso

Beethoven! Beethoven è morto quattro anni fa! Rinascerà se vorremo fra

quindici giorni. Ora è ancora sepolto e Wagner pure con suo fratello Von

Kluk, suo cugino Hindenburg e Ludendorf cretino quanto quel Sigfrid che

è sulla parete. E lei, signorina, si convinca che l'Austria è morta e

che non si festeggiano gli Italiani suonando Beethoven. Con tutto il

rispetto che ho sempre dato al bel sesso, le dichiaro che lei è una

cretina! Noi italiani di Vittorio Veneto possiamo finalmente

strafotterci di Sigmund di Sigfrid e anche del Drago germanico! Così!

Strappai quattro quadri e sfondandoli a pedate li infilai sulla testa a

quattro amici. Poi tutti giù per la scala dirigendo l'orchestra e

cantando il «buona sera... buona sera...» del Barbiere di Siviglia.

L'ordine di partenza non venne. Il colonnello Trivulzio dovette sedare

energicamente un principio di tumulto fra gli arditi che accalcati nelle

strette gole di Serravalle erano impazienti di partire, battersi,

inseguire. Gridavano al tradimento, si dichiaravano sacrificati ad altri

reparti privilegiati.

Rimasi solo coll'amico capitano Franci di Pietralunga, incontrato la

mattina e di cui constatavo una volta di più lo strano mutismo e l'ancor

più strana melanconia. Lo strinsi di domande:

--Tu non sai, mi rispose dopo un po' d'esitazione; la mia vita

passata... Dolley è partita; sparita non si sa dove!... Qui a un

chilometro da Vittorio c'è la nostra villa... Vi abbiamo vissuto tre

anni, felici, felici d'amore, come in paradiso. La villa deve essere

tutta devastata. Vorrei andare a vederla; ma non solo. Sono troppo

triste. Vuoi accompagnarmi? In mezz'ora andiamo e torniamo.

La cosa non mi sorrideva, ma vidi due lagrime negli occhi di Franci e

accettai.

C'informiamo. Siamo in libertà sino alle nove di sera. Via, a passo

rapido, quasi di corsa.

--Questo sentiero è più breve, dice Franci. Quante volte l'ho percorso

con lei... Ora è tutto allagato, ci infangheremo. Mi secca per te.

--Non importa, avanti, presto!... Dimmi, Franci, raccontami, quando ti

lasciò?

--Dopo Caporetto è andata a Firenze. Mi ha scritto una lettera, l'ultima

sua lettera, poi più nulla, nulla, nulla. Ho interrogato tutti i suoi

parenti quando fui in licenza. Mi risposero vagamente che era partita

per Londra. Ti ricordi l'ultima volta che sei venuto a trovarci? Avete

parlato di Londra insieme tutto il tempo! Ecco la villa... Eccola!

Attraversiamo dei vigneti sconvolti e pestati dalle cannonate. Tra gli

alberi, la facciata della villetta elegante appare quasi intatta,

bianca, colle sue finestre aperte che bevono golosamente i raggi obliqui

scarlatti del sole. Il muro del giardino è qua o là affumicato da cucine

di soldati scomparse.

--Qui, mi hanno detto, sono stati accampati molto tempo i bosniaci.

I due battenti del cancello, scardinati, crollati l'uno sull'altro,

pendono obliqui in fuori. Entriamo da una breccia del muro. Penombra

verde, appestata da un odore acido e dolciastro di sterco, piscio di

cavalli, legno bruciato. Franci mi prende la mano e me la stringe forte.

Lo guardo: ha gli occhi gonfi di lagrime, ma si irrigidisce. Buchi di

cannonate, gomitoli di sterpi, liane, rovi. Rotaie profonde di

autocarri, matasse di reticolato e immondizie. La villa è realmente

quasi intatta. Ha una ferita leggera di granata. Ne palpo le schegge

cadute a terra. Il muro ha resistito. La porta è ingombra di rottami.

Saltiamo dentro dalla finestra.

--Questa è la camera da letto, dice Franci, aggrappandosi a una

poltrona.

Io avanzo nella penombra esplorando. Nel centro, quelle canaglie di

bosniaci hanno fatto un fuoco con tutti i libri della libreria. Odore di

cuoio cotto e di cavolo marcio: nauseante.

--Anche lì hanno acceso il fuoco, nel mezzo del tappeto persiano. Questa

macchia sembra sangue, forse è vino. In cantina v'era molto champagne.

L'impiantito è sfondato. Qui hanno vomitato sul letto! Porci! E' un vero

lago di fango, vino. Dio che orrore! Una vera cloaca!... Strano! Hanno

rispettato l'armonium!

Mentre io esploro così ad alta voce questo luogo divenuto infame, Franci

ha trovato in un armadio una piccola lampada a petrolio.

--Bizzarrie dei saccheggi! Come diavolo non hanno scovato questa

lampada! dice Franci e l'accende.

Io apro l'armonium e appoggio le mani sulla tastiera provando il pedale.

L'accordo funebre, tremante, lento, sfinito sale inondando il silenzio

d'una amarezza disperata. Al terzo accordo mi fermo, poichè sento il mio

amico singhiozzare dietro di me. Vado a sedermi vicino a lui e gli batto

sulla spalla per confortarlo:

--Su coraggio, devi dimenticare, vieni via è meglio per te.

--Non posso dimenticarla, non posso. Vedi, malgrado il fetore, l'orrore

di questa camera, io la sento qui, lì dietro. Dolley è nella villa!

Verrà, verrà! Viene! Ecco il suo passo leggero, scivola con quelle

piccole babbucce comprate insieme a Costantinopoli. Aveva una vestaglia

di seta grigio-perla e le babbucce con tante perline... La sento. La

vedo quasi. Se mi fermassi qui tutta la notte mi apparirebbe. Ne sono

sicuro! Oh come piangerebbe a vedere tutti i suoi cari volumi bruciati!

Lei così intelligente, fine! Ah! quei suoi profondi occhi! Talvolta...

un po' pazzi! Avevano d'un tratto dei riflessi duri. Un attimo. Ma

l'azzurro si bagnava subito e ridevano, ridevano. Eppure mi amava, mi

amava! Ha fatto mille pazzie per venirmi a trovare al fronte. Che

lacerazione, i nostri distacchi! Ed ora finito, finito, per sempre

finito! Dov'è dove è andata! Dove? Dove? Dove? Almeno sapere! Sapere

qualche cosa. Chi ama? Con chi è?

La lampada si affievoliva, ma Franci non voleva alzarsi. Bruscamente

preso dall'irruenza dei singhiozzi si mise a graffiarsi le mani con

ferocia. La fatica di questi giorni di battaglia e il dolore scoppiato

frustavano i nervi di quel povero corpo dilaniato. Non badai alle sue

mani che annaspavano nell'aria. Afferrarono il tavolino che reggeva la

lampada. Questa crollò, divampando. Il fuoco scivola col petrolio

incendiando un ammasso di stracci. Il fuoco corre, si arrampica

crepitando. Franci resta immobile, seduto. Io rimango pure immobile,

seduto. Quando fu certo che il fuoco non si sarebbe più spento Franci mi

disse:

--Ora andiamo!

Gli strinsi la mano e lo seguii dicendo:

--Sono d'accordo coi bosniaci e con te.

Annotta. Appena scavalcato il muricciolo vediamo un ufficiale a cavallo

sul sentiero buio.

--Lo conosci? mi dice Franci.

--No. Ad ogni modo ci ha visti uscire dalla villa. Questo è seccante.

Noi fermi sull'attenti. E' un generale. Dall'alto del suo cavallo ci

interroga con furia brutale:

--Cosa facevano là dentro? Perchè si sono allontanati dai loro reparti?

Non è il momento di curiosare nelle ville! Ignorano certamente il loro

dovere di ufficiali! Se tutti gli ufficiali fanno come loro si perdono

le battaglie! Vadano! Vadano! Vadano per Dio! Vadano presto ai loro

accampamenti!

E il generale si allontanò dopo questa valanga di parole che non mi

aveva concesso la minima risposta. Io rido fragorosamente. Franci

irritato si meraviglia della serenità colla quale ho ascoltato

quell'alto berretto insolente e maleducato.

--Evidentemente, caro Franci, tu ignori la meravigliosa teoria del

giaguaro inventata da me. Tutti l'applicano efficacemente. La mia teoria

del giaguaro è ormai popolare. Ti potrà essere utile. Te la spiego in

due parole. Ogni volta che ti capita addosso uno di codesti burbanzosi

superiori nevrastenici e rabbiosi, guardati bene dall'ascoltare le

insolenze, minacce e bestiali interrogazioni sue. Fermo sull'attenti,

osserva scientificamente il suo grugno inferocito e cerca di catalogare

la belva fra le belve più pericolose di un serraglio. Silenziosamente o

rivolgi a te stesso un discorso di questo genere: Bene! bene! Una vera

fortuna, potere ammirare da vicino e senza gabbia il celebre Giaguaro

del Bengala! Ah! non sapevo, questo giaguaro divora dunque diciotto

ufficiali al giorno e sessantacinque soldati. Si nutre così in tempo di

guerra. Dorme poco. Tre ore gli bastano per digerire tanta carne umana.

In tempo di pace, mangia a colazione i suoi tre figli, sua zia, e anche

sua moglie. Ma questa è assolutamente indigesta! Non la mastica mai

abbastanza, cosicchè le ossa non assimilate della moglie gli schizzano

fuori dalla fronte. Vedo, vedo, ciò gli serve d'altronde a tener su il

berretto. Caro Franci, se applicherai sistematicamente la mia teoria del

giaguaro, non ti farai mai del cattivo sangue.

Alle nove di sera si parte da Vittorio Veneto. Il comando non ha

preveduto l'allagamento di una strada di campagna e c'incolonniamo,

cavalleria e blindate, in un vero pantano. Nel buio ad un bivio, mi

sento chiamare. Sporgendomi dalla mia blindata riconosco Franci a

cavallo in testa al suo squadrone. Alto, elegante, muscoloso. Indovino

più che vedo nel buio la sua faccia volta in alto che forse cerca fra le

stelle quelle perdute per sempre.

--Buona sera, Marinetti! La strada che prendiamo rasenta la villetta.

Ci avviammo, ma dopo un chilometro eravamo impantanati fra filari di

vigneti, rovine di case e campi allagati. Tutti i cavalieri appiedati,

guidando per mano i cavalli che affondavano continuamente nella pece

saponacea del terreno. Urti e scossoni infiniti, bestemmie, comandi non

ascoltati, ingiurie, gomitate, calci di muli. Un cavallo s'impenna e

resta preso colle zampe in un reticolato. Un mulo non si districa più

dai filari. Un altro è crollato giù nel fosso profondo. Beve. Si gonfia

d'acqua. Una corda! Occorrono delle corde per tirarlo fuori! Io supplico

il capitano Raby di fermare la nostra squadriglia. Le ruote della mia

blindata sono incastrate nella mota.

Rrrrrr di motore, tin zin zan zang di casse di cotture.... «Accidenti,

fetente, mascalzone! Metti una corda sotto la pancia al mulo! Chi è quel

porco che ci ha cacciati in quest'inferno? Sarà una carogna

imboscata!».

Giù bestemmie nel flic-flac delle pozzanghere. Tutto si pigia, si urta,

urla, capitombola e ingiuria nella notte buia che vuol perfezionare

l'impantanamento con una sua pioggerella lenta lenta. S'inzuppa così di

lagrime nere la villa piena di fascino tragico. Questo pantano forse non

è che povera carne tumefatta intorno a quella ferita dolorante. Le

blindate sono ferme, invischiate. A cento metri il lume di una fattoria.

La svegliamo con grandi urli. Nell'impossibilità assoluta di ricevere e

domandare ordini, il capitano decide di aspettare l'alba. I miei amici,

temendo i pidocchi, dormono in blindata.

Io sono affranto e sfidando gli insetti accetto una strana ospitalità

nel granaio della fattoria trasformato in dormitorio. Sembra quasi la

camera nuziale di un sultano. Diciannove materassi occupano tutto

l'impiantito. Sui diciotto occupati, diciotto donne, d'ogni età e d'ogni

calibro. Nella penombra le vocine giovanili mi invitano.

--C'è un letto, uno solo, un materasso per lei, tenente! Siamo in

diciotto donne; se non ha paura, venga pure!

Mi coricai. Ricominciava l'impantanamento, ma questo allegrissimo.

Nessuno poteva dormire. Troppe pulci. Chiamiamole pulci! Troppi aliti.

Non tutti primaverili! E c'erano i buoni profumi della carne giovane, ma

anche alcuni puzzi che mi pugnalavano le nari di tanto in tanto. Molta

allegria e i rubinetti della chiacchiera veneta tutti aperti. Una mi

raccontava naso a naso tutte le canagliate austriache senza dimenticarne

una. Forse mi addormentai per mezz'ora, due o tre volte. Mi scoteva,

dovevo ascoltarla. Alla mia destra c'era una bella ragazzotta alquanto

polputa. Indago. Esploro, ride. Incomincia il gioco del solletico. Nel

buio le donne anziane sbuffano, discutono, complottano contro di me; ma

le giovani mi difendono. Se qualcuna si ribella, le altre in coro:

«Lascialo fare, lascialo fare, siamo tutti italiani! Evviva l'Italia!».

Ad un tratto tre moraliste si slanciano su di me e tra il serio e il

buffo mi tirano per le gambe. Tentano d'imbavagliarmi con un cuscino.

Sarei disposto a far la fine di Desdemona, ma puzza troppo il cuscino.

Mi libero con un pugno che disgraziatamente finisce in un occhio a un

marmocchio.

Uhèèè! Uhèèè!

XX.

LE FORZE DELLA GIOIA, DELLA PIETÀ E DELLA VENDETTA

Balzo in piedi, sveglio i compagni che dormono ognuno sul suo volante e

subito con sforzo nel rombo bronchiale catarroso dei motori inferociti

ci svincoliamo dal pantano. Via, via a grande velocità verso Polcenigo.

La cavalleria non potrà così presto disimpegnarsi. Saremo soli, primi,

anzi primissimi, nell'inseguimento dell'ala sinistra austriaca che si

ripiega sul Tagliamento.

Menghini è al volante: muscoloso, ventenne, veneto begli occhi scuri

intelligenti, faccia entusiasta di bambinone innamorato della vita.

Adora le donne e il vino senza cedere loro nulla d'importante. Scherza

sempre ma ripiglia a volo la sua allegria e le sue burle spensierate per

identificarsi col volante e col motore, fusione perfetta. Mi piace

perchè armato d'istinti sicurissimi. Guida come si nuota, coi suoi nervi

ramificati e vibranti su tutta la superficie della macchina. Sa che la

corazza della ruota di destra passerà esattamente a due centimetri da

quel carro.

Menghini questa mattina è loquacissimo; la gioia della vittoria gonfia

di calore inebriante il suo corpo giovanile. Lo ascolterei volentieri,

ma temo gli straripamenti della sua immaginazione. Dobbiamo combattere

ancora. Perciò calma e poche parole. Seduto alla sua sinistra, colla

schiena presa nella cinghia-spalliera, mi sporgo di tanto in tanto dallo

sportello di sinistra aperto per spiare l'alba che s'affretta.

Si leva il vento, non piove più.

Sprizzano qua e là le prime luci bianche quasi rosee, vorrebbero essere

rosse, come le risatine frenate d'una educanda che indovina nel discorso

severo della suora notturna l'immancabile annuncio del perdono e della

dorata ricreazione ventosa. Vaste, morbide, fresche letizie di luci

sugli orti e sui prati come guance d'angeli in Paradiso sognate dai

dannati sotto i trapani dell'inferno.

Tengo la gamba destra allungata sull'invisibile acceleratore delle

velocità spirituali, la gamba sinistra fuori dallo sportello di

sinistra, piegata sul predellino.

I bersaglieri ciclisti del colonnello De Ambrosis ci raggiungono

pedalando a destra e a sinistra.

Il cielo lavato sembra abbia pareti di maiolica. Il vento con gomitate e

rabbuffi spazza via all'orizzonte l'ultima nuvola rossa-nera-avvinazzata

poi passando leviga la vallata davanti a noi, purissima conca di smalto

verde. Vasca tiepida per raffinatissimi piaceri di carni ignude.

Una voce di donna sale da un prato e dondola sopra di noi, morbida

amaca. A sinistra rombi di cannonate lanciate a cavallo dei lontani

monti trentini. A destra il profilo di una collina intrisa di sole

s'immerletta di cavalleria.

Lentezza ieratica, estetismo professorale, solennità assurda di quel

corteo medioevale che sembra cerchi dei castelli antichi. Uno svolto

della strada mi permette di riconoscere il primo squadrone che scende

seguendo la cresta di una seconda collina, in un quadro di Carpaccio.

Rasenteremo fra poco il primo plotone. Ecco Franci! O almeno mi pare.

Sì, è lui! Profilo elegante di bel cavaliere sul suo alto, magro

irlandese da guerra. Ha la testa piegata indietro. Guarda il cielo.

Offre, forse, la faccia disperata a una possibile palla pacificatrice.

Sparisce. Quel corteo medioevale di cavalieri persiste nella mia mente

come un gran fregio scultoreo sul frontone di un tempio, s'impolvera

come un quadro nella penombra di un museo poi crolla al rombo della mia

macchina futurista.

Ridono le cento e cento ruote veloci dei bersaglieri ciclisti. Grandi

domeniche sportive delle democrazie, scodellate fuori dalla città in

ciclismi violenti accaniti nutriti di polvere-sudore! Gioia popolare

dell'aria aperta e dei polveroni solari fuori dalle città-prigioni-

officine-caserme, lanciata ora verso litri di vino rosso da spaccare

sulla testa del Cecchino bettoliere sotto pergole di granate esplodenti!

Furia schiamazzante di contadini romagnoli in biciclette all'assalto del

prete pidocchio nero insradicabile da sradicare dal materasso delle

città! Le osterie che sventagliavano nei crepuscoli le canzoni

lunghissime trascinate, ubriache e ubriacanti di malinconia, sono

spente. Questa più grande, un tempo affollatissima, porta come insegna

il motto _Invidia e crepa_. Ha perduto il ritmo ansante del gioco della

morra.

Cinq du sett vott tri

Ma si consola col: «Primo pezzo! fuoc!» della batteria che spara nel suo

orto scaraventando a 6 mila metri zuffe di acciaio avvinazzato.

Il polverone è un eccitante lirico. I rasoi del vento gelato mi fanno la

barba. La mia blindata canta i record mondiali dei motori + il lavoro di

mille operai + ingegneri e ufficiali improvvisatori geniali + Perrone

Ansaldo e Fiat in lotta + la gloria di Nazzaro velocità onnipresente +

superiorità del genio italiano + praticità italiana + futurismo

italiano.

--Ho verificato tutto, mi dice il sergente Locatelli dietro di me. Gli

scaffali-nastri in ordine, sembrano una libreria. Nastri lucenti

cassette di petardi tutto a posto. La cupola girevole funziona bene. Non

un centimetro di spazio perduto. Il telo-tenda cinghiato nel fortino di

poppa non ingombra.

Voltato a metà, controllo nastri, serbatoio, caricatori, ogni cosa

amata, ogni cosa preziosa con l'affetto che mi lega a questa stupenda e

veloce alcova d'acciaio.

--Guardi! mi dice Menghini.

Attraverso l'occhio orizzontale della macchina sotto la palpebra

metallica un po' alzata vedo sventolare sul cofano, a prua, il

gagliardetto triangolare tricolore e il suo motto d'oro «_Vincere o

morire_» scintillante nel primo raggio di sole. Zazà che dormiva in uno

scaffale-nastri si sveglia.

Sporgendomi dallo sportello di sinistra guardo dietro di me la sua

piccola testa intelligente che abbaia bevendo il verde-roseo vento della

corsa nell'aurora. Ghiandusso in piedi sul serbatoio di benzina ha

cacciato la testa nella botola osservatorio della cupola e grida:

--Come è bella l'Italia, signor tenente!

--E' la prima volta che la vedi?

--Sì, signor tenente.

Valli, vallate, campi arati e praterie, tutto intorno a noi si imbeve di

sole con una avidità verginale, s'imbeve d'un ardore italiano che certo

sembra nuovo alla carne dell'uomo piena di tenebre schiave e alla fibra

dei vegetali che non amano dare succhi allo straniero.

--Ascolti il motore come va bene, dice Menghini.

Rumore puro ritmato perfetto. E' quasi un canto. Languido, languido

vellutato, un po' lamentoso per estrema dolcezza, quando il motore fa da

freno in discesa. Ora si sale. Ne gioisce il motore e al suo rumore

aggiunge flauti, clariiini, violiiini. Poi nitriiiti, nitriiiti di tutti

i cavalli scalpitanti che contiene. L'armonia si completa col cigolio di

tutte le costole d'acciaio. Vibrano, le giunture metalliche. Pare sul

rrrrombo del motore il festante cicicicigolio di mille passeri giulivi

che la blindatura imprigioni come una gabbia volante. Quei passeri

d'acciaio vogliono gareggiare coi passeri sbarazzini che godono il verde

della campagna intorno! Eppure ora non decifro più le origini di questo

rumore confuso che certo ha per base il rumore del motore, tanto si è

arricchito d'altri suoni ed è divenuto umano. Ampio rumore febbrile,

dilagante, flebile e aspro che ora s'avventa, c'investe come una ondata.

--Polcenigo! grida Ghiandusso... tutti i borghesi corrono nella

campagna, verso di noi! Donne, bambini... Quante donne!

Vivaaaa! Italiaaaaaa! Vivaaaaa!

Aaaaaaa!

Sento un tuffo di gioia brutale nel cuore che mi rimbalza in gola. Via,

fèrmati, cuore mio, se non sei un cuore di donna! Il cuore sotto la

morsa della volontà cede ma subito piange silenziosamente, quasi muore

in un vasto lago di pianto.

Come frenare questa gioia cara tiepida soave che mi punge gli occhi?

Gioia intrisa di pietà e di angoscia!

Vivaaaaaa! Italiaaaaa!

--Attento, Menghini, sorveglia la strada, non arrotare i bambini, per

carità!

Ad ogni angolo di villaggio una folla colorata rorida di allegria

solare. Braccia nude al cielo, fazzoletti al vento della corsa e fiori

che sfiorano la blindata. Polcenigo, Castello d'Aviano e Villetta sono

preziose miniature di villaggi disposti sopra una serie di colline

verdi, basse, flessuose. La strada che li attraversa tutti va su e giù

con grazia disinvolta, curve molli persuasive seguendo le ondulazioni

musicali del paesaggio. La strada bianca ondeggia e freme come un

immenso albero caduto sotto il peso dei suoi villaggi appollaiati a

destra e a sinistra sui rami.

Vivaaa! Italiaaaaaa!

Siamo i primi italiani che liberano Villetta. La sorpresa è grande. La

notizia rimbalza di casolare in casolare lontano lontano chilometri e

chilometri collo scatto lungo infilzante dei primi raggi di questo sole.

Corrono a perdifiato contadini e contadine. Mille grida tra i fienili e

abbaiare di cani furenti come per una caccia. Corrono le vecchie. Quel

mendicante con stampelle sembra un pellicano veloce. Pietà, pietà per

quella vecchia trascinata a forza come un sacco dalla figlia

scarmigliata che urla. Finestre sbatacchiate. Sono loro! Sono gli

italiani! E giù per le scale. Ruzzoloni e ressa sulla soglia.

Vivaaa! Italiaaa! Benedeeeetti!

Dobbiamo rallentare. Tutta la popolazione è addosso. Passione passione

che ci soffia sul viso come un forno acceso. Siepe di contadine, intrico

di braccia alzate, mani striscianti sulla blindata e unghie che la

graffiano con delirio affettuoso.

Bevo questo entusiasmo tragico e selvaggio. Cuore mio, fèrmati, se non

sei un cuore di donna!

Io grido, forzando la voce per dominare il fragore:

--Grazie, grazie! Viva l'Italia! Abbiamo fretta, lasciateci passare!

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 12 / 20 段