Abbiamo passato il Piave. La prima blindata corre sulla strada di

Campodolcino.

Fo fo fo fo fo dei nostri 260 che passano nell'aria.

A destra lontano, verso Vittorio Veneto infuria la battaglia. Giunge

l'ordine di inseguire e travolgere la retroguardia che si sta

trincerando a Bibano di Sotto. Alt, colazione sommaria. La terra già

cotta dal sole è piena di cadaveri che puzzano.

--Austria official, dice un prigioniero; Austria comanda, io non volere

tirare.

I suoi occhi implorano. Dividiamo un pollo con lui, e restiamo quasi

senza, noi, poichè, bisogna farne parte a due macilenti borghesi

italiani.

--Avevo un fratello nelle munizioni a Milano; l'altro sul Piave

nell'artiglieria da campagna. Uno fabbricava i proiettili, l'altro me li

lanciava ed io li ricevevo!

Sintesi della guerra sul Piave.

Presto, in macchina, e avanti! Cimadolcino è tutta bombardata, deserta.

Un plotone di cavalleria che l'attraversa con noi unisce i suoi nitriti

e lo scalpitare degli zoccoli ai rombi dei motori e allo stridore delle

blindature. Polifonia che fa vibrare le case in rovina tutte smobiliate,

squartate, slabbrate, disossate. Gli austriaci hanno portato via tutte

le travi. Fortunatamente i muli di queste salmerie di bersaglieri sono

carichi di legna. Strappiamo qua e là dei cartelli: _Nach Fezzo, Nach

Cimetta, Nach Codognè_. Il nostro entusiasmo pieno di scatti, si irrita

di non essere ancora in testa a tutti. Sulla strada procediamo tra

bersaglieri ciclisti che corrono corrono rischiando d'essere arrotati

ogni momento. Abbiamo alla destra un battaglione di scozzesi con le

cucine fumanti, a sinistra una batteria da 75 italiana. Accanitamente

vogliamo sprizzar fuori dalla calca. Arruffio, gesticolazione, bestemmie

di conducenti. Largo! Largo! Largo! Piega a destra, cretino! C'è posto,

lasciami passare! Non si può! Voglio passare, per Dio! Ti sbatto nel

fosso!

Nitriti di cavalli, groppe che fumano sudatissime, ottoni brillanti

delle bardature inglesi. Il sole fa divampare le facce che rosse si

mescolano alle bandiere agitate dai borghesi. Due, tre bandiere, una

folla di bandiere sventola su questa bassa terrazza. Le donne si piegano

giù dai balconcini, visi convulsi in lagrime. Parlano, parlano,

chiamano, consigliano. Fanno gesti convulsi verso quella linea di olmi

in fondo a quel campo dove ecco pam, pam, pam scoppia la fucileria.

Il capitano Raby bestemmia nella vetturetta:

--Fuori, fuori di qui, per Dio! Non curarti dei parafanghi, spacca, e

fuori!

Sobbalzi, urtoni. Un mulo cade. Un ciclista nel fosso. Sfondiamo una

cucina scozzese. Ne schizzan fuori brodo e vapore sulla groppa di un

mulo che calcia. Gli scozzesi ridono, ma noi siamo liberi. A grande

velocità, le blindate, a 300 metri l'una dall'altra. Tutto a posto,

eccettuato un parafango rotto. Il mio motore va bene. Flauteggia:

Tuuuvvv, Tuuuvvv, Tuuuvvv.

Villaggi deserti. Abbandono. Desolazione. Gli Austriaci si sono

squagliati. Sorpassiamo una pattuglia di cavalleria. Il tenente mi dice:

--La linea Austriaca è al di là di Bibano di Sotto, 2 chilometri davanti

a Sacile.

A destra e a sinistra i campi hanno innumerevoli buchi; sembrano aver

subito dal bombardamento nostro una preparazione ad una fitta

piantagione d'alberi. I cadaveri qua e là dormono come strani

giardinieri stanchi dall'eccessivo zappare. E' quasi buio sotto il cielo

rannuvolato quando giungiamo alle prime case di Bibano di Sotto. Rovine.

Silenzio assoluto. Malgrado gli ordini severi io ho tenuto sempre lo

sportello sinistro della blindata aperto, la gamba penzoloni fuori,

appoggiata sul predellino. Ho in mano il revolver, ma lo stringo

macchinalmente tanto l'atmosfera di questo Piave vittoriosamente varcato

è piena di fortuna strafottente.

Perchè abbaia tanto la mia Zazà col muso fuori dal finestrino? E' una

cagnetta intelligente, intuitiva, talvolta profetica. Le bestie sono

spesso in contatto colle forze più di noi. Ma io non ascolto Zazà. Ho

fame e so che a Bibano ci fermeremo per aspettare l'autocarro dei

viveri.

Ta ta ta ta ta ta. Scossa. Stupore. Siamo caduti in un agguato. Però,

niente paura. Da due finestre della piazza vampano e sparano due

mitragliatrici austriache. Non c'è tempo nè modo di rispondere

efficacemente colle nostre mitragliatrici. Mentre il sergente Locatelli

ne punta una in cupola, noi ci slanciamo fuori. Moschetti, pistole e

tascapane pieno di petardi. «Lì! Lì! quella finestra a pian terreno!»

urla Ghiandusso. Io la punto col moschetto e sparo. I miei amici fanno

altrettanto. Cinque minuti di fucileria a 20 metri dalla finestra. Noi

riparati dietro un enorme autocarro austriaco rovesciato. La finestra si

spegne e tace. Ci precipitiamo dentro. Tre sloveni che alzano le braccia

e 2 bosniaci feriti. Trasciniamo fuori il tutto e li consegnamo ai

bersaglieri ciclisti che sopraggiungono. Alt. Riposo. Abbiamo un solo

ferito. Autocarro dei viveri. Mangiamo.

XVIII.

LA VITTORIA

--Chi vuol venire con me in esplorazione notturna?» domanda il capitano

Raby.

--Pronti! Seconda sezione!--rispondiamo io e il tenente Bosca.

Il capitano sale nella blindata di Bosca e parte. Io perdo un minuto a

bere un po' di caffè che mi versa il cuoco Caroli dall'alto

dell'autocarro dei viveri. Poi in macchina. Il motore non prende. Parto

con un piccolo ritardo. Ma ho lo stomaco a posto. Ho messo al volante

Fatutto. Eccellente meccanico e volantista, ma cade dal sonno. Sono

ormai tre notti che non si dorme. Corriamo. Comprendo che il pericolo

questa notte è eccezionale, poichè di pattuglia ci si va a piedi e non a

tutta velocità senza lumi sugli arabeschi di una strada sconosciuta.

Questa è certamente la prima esplorazione di blindate in pattuglia

notturna. Sbarro gli occhi sul nastro perlaceo della strada crepuscolare

che l'ombra degli alberi sfrangia deforma e corrompe. Ad un tratto non

vedo più la macchia nera della blindata che mi precede. Sono le nove. La

strada gira ad arco. Il volantista non lo prevede, ed ecco a destra giù

la mia macchina piega. Accidenti! Sempre più nel fosso giù, giù.

Rovesciamo! Catastrofe! Griiing, Griiing, griiing craacraaac di rami.

Plaaaf di fango.

La mia 74 si è coricata nel fosso. Non è profondo per fortuna. Saremmo

ridotti in marmellata! Benchè imbottite di cartucce, cassette,

mitragliatrici e spigoli d'ogni genere, le blindate nel rovesciarsi

salvano spesso ciò che contengono.

Con voce fredda tagliente raccomando la calma perchè gli uomini uscendo

salvino se si può l'ordine interno. Vana illusione. Tutti i nastri di

cartucce, casse, cassette sono crollati. Una lacerazione non profonda

sul cranio. Il mitragliere Salis ha la faccia insanguinata. Ferite non

gravi. Ci penseremo dopo. Si tratta di rimettere sulle ruote la 74.

Spero, spero, spero che il motore non abbia danni seri. Buio. Lancio un

uomo sulla strada per avvertire la blindata di Bosca. Certo si sarà

accorta di non essere più seguita e si ferma. I miei uomini intanto

svegliano le poche case abitate di Bibano. Candele accese alle finestre.

Le donne sono le più leste. Una contadina arriva correndo. Interroga,

colla voce rotta d'angoscia. Ho acceso una torcia: la contadina è

giovane, bella ma d'un pallore affamato. Le regalo una scatola di

conserva.

--Va subito a chiamare tuo padre, tuo fratello, tutti gli uomini. Ho

bisogno di leve, rami di albero; niente zappe. Le abbiamo!

Accendiamo altre torce senza curarci della fucileria austriaca che

brontola sulla destra, molto lontano. Sono senza dubbio le retroguardie

austriache che cedono alla terza armata sul Piave verso Fagarè. Tutti al

lavoro. Bisogna scavare l'orlo della strada per sollevare la blindata su

terreno piano. Zin-zin-zin di zappe febbrili accanite. In un'ora tutto

deve essere finito. Menghini visita il motore e grida dalla gioia:

--E' sano, è sano, è completamente sano!

Arriva il capitano, bestemmia contro Fatutto che certo dormiva al

volante. Poi distribuisce il lavoro zappando anche lui.

Contadini e contadine con leve e rami d'alberi.

Io riordino il materiale sparso. Sulla destra la fucileria austriaca

rumoreggia. Spengiamo due torce. Si lavora quasi a lume di naso. Con le

leve e colle binde la mia 74 si solleva lentamente. E' tutta fangosa, ma

intatta. Mi ricordo finalmente della mia ferita. Fasciato, ho l'aria di

avere una infiammazione ai denti. Non posso sopportare l'elmetto. Tutti

dicono: Se tu avessi avuto l'elmetto sarebbe stato meglio.

--Tutto a posto?

--Tutto a posto.

All'improvviso la blindata del tenente Cenami che mi segue a 100 metri

di distanza s'incendia. Alt. Il suo motore è in fiamme. Subito, tutti

allo spegnimento. Sbatacchiamento arruffio, di panni, braccia, coperte,

mani che lavorano sul fuoco che guizza, si scatena, si rizza, agonizza,

divampa, sparisce, torna, scoppia, lingueggia su tutti i punti.

Soffocato non muore; rosso, viola, blu rinasce. Accidenti! non gettate

terra sul motore! Iratissimo il capitano, perde la calma. L'attendente

di Bosca un pugliese forte e audace che si chiama Siciliano e sembra un

vero Arabo si è coricato sotto il motore. Il fuoco è domato.

Sembra il destino di questa pattuglia di blindate di avanzare con

fragori e incendi. Certo, gli austriaci ci hanno scorto. Rallentiamo.

Devono essere molto vicino. Una luce. Si veglia in quella fattoria. Una

contadina quarantenne gioviale dice:

--Mezz'ora fa sono passati due battaglioni austriaci! La loro trincea è

a 500 metri.

Si spegne tutto, aspettando le altre blindate. Nel buio la donna parla:

--Non ho nulla da darvi, cari figlioli di Dio. Niente vino, niente

polenta. Hanno portato via tutto. Ieri qui, c'è stato una grande

confusione. Due divisioni boeme si sono ammutinate. Lì fuori, andate a

vedere, sotto gli alberi ci sono due boemi impiccati.

Fuori, con un cerino acceso, scopriamo i due corpi sospesi. Tipico

arricciamento delle braccia sotto la corda rallentata un poco. Uno ha la

testa volta all'insù verso il fogliame e gli occhi aperti ma senza la

solita ferocia spaventata. Sembrano guardare distrattamente degli

uccelli. I due impiccati portano sul petto una tabella che denuncia in

tedesco il loro tradimento. Rientriamo.

--I germanici sono i più prepotenti, continua la donna nel buio. Quando

un germanico dà un ceffone a un debole se questo lo riceve senza

renderlo ne riceverà due, tre, quattro, senza fine. Se invece questo

risponde con due ceffoni al primo, il germanico li piglia e se ne va. Il

Germanico non rispetta che la forza violenta. Molti prigionieri nostri

fuggivano dai germanici per farsi fare prigionieri dagli austriaci. Gli

ungheresi sono però i più crudeli. In fondo, tutti predoni e briganti.

Un esercito di ladri. Hanno portato via tutto, tutto!

Quando ripartiamo fa ancora buio. Lentamente, cercando di diminuire il

rumore dei motori. Ma gli austriaci vegliano e subito la fucileria

scoppia. Siamo bersagliati da una casa, tutta vampe nelle sue finestre e

nel folto del suo giardino. La mia blindata risponde per la prima colla

mitragliatrice in cupola:

--Con calma, adagio! Locatelli, punta bene una delle finestre.

Ta ta ta ta ta ta     ta ta ta ta ta ta     ta ta ta ta ta.

--Hanno un cannoncino! Punta bene, Locatelli! Guarda la strada. Fatutto!

Come va il motore?

--Bene, signor Tenente.

A sessanta metri dalla casa. La blindata di Bosca, venti metri dietro la

mia, spara anch'essa con due mitragliatrici. Ciò mi dispiace perchè

siamo troppo vicini, e offriamo un grande bersaglio. Le nostre tre

mitragliatrici funzionano puntate su 3 finestre diverse che agonizzano.

Ammutolite.

Gli austriaci sparano ancora dal folto del giardino.

Raby grida:

--Giù tutti! Cessate il fuoco! Coi moschetti! Prendi i petardi! Tutti

insieme dentro il giardino!

Mi slancio. Nello scavalcare il muricciolo sento bestemmiare Siciliano

che tempesta col calcio del moschetto due austriaci in un boschetto. Si

arrendono. Siciliano viene avanti spingendoli a pugni e a calci.

--Ne ho acciuffati due. Gli altri si sono squagliati.

Nella cucina bolle un infernale cazzottio fra le ombre nere e le

boccacce rosse del focolare. Fragore di pentole. Una trentina di

prigionieri con una mitragliatrice. Entrano nel giardino pattuglie

d'arditi fez neri, scamiciati, con altri prigionieri.

Incolonniamo le prede e le rimandiamo indietro. Intanto la fucileria si

accende a ventaglio colle prime luci dell'alba che scioglie gli incubi

dei prati.

Partiamo veloci, lasciando sulla sinistra un battaglione di fanteria che

conquista un grande prato in fondo al quale una cortina d'alberi sputa

maledettamente pallottole. E' l'ala dell'esercito austriaco che si

ripiega per difendere Vittorio Veneto. Accanita. Ora si aggiungono tre

mitragliatrici che rallentano l'avanzata della nostra fanteria. Noi

filiamo sulla strada, per girare al largo di questa estrema difesa, e

giungere in Vittorio Veneto.

Due ore dopo vi entriamo con venti autocarri rigurgitanti di arditi fez

neri. Impetuoso scamiciamento, fucili branditi da braccia pazze, bocche

squarciate dal canto, lazzi feroci di gioia barbarica nel polverone

incandescente, fiocchi neri al vento, bandiere nere che spazzano gli

alberi sotto il sole che pomposamente si spacca in cannonate

arroventando l'aria. Beviamo nella corsa un simun africano saporito di

allegria infantile. La polvere calda sulle labbra è lo zucchero della

vittoria. Rimbalzano in aria i cuori nostri gareggiando in splendore,

furore e rotondità trionfali con le nuvole tronfie e ricche d'oro che

vorrebbero certo metallizzarsi per combattere anch'esse e schiacciare il

nemico. Belle nuvole di Vittorio Veneto, gonfiate da tutti gli aliti

italiani dove eravate, donde venute? Vi lodo di aver perduto nel vento

le belle curve flessuose femminili per assumere soltanto le forme

aggressive impennate e gli spigoli infilzanti!

Questa nuvola a destra soffia getti di lava d'oro fra i suoi mille baffi

accecanti, il suo irto pelame variegato e la sua coda altissima di tigre

d'argento. Altre nuvole come spazzole di bragia rigovernano

accanitamente quel nuvolone-cavallo dalle troppe zampe correnti come i

primi cavalli dinamici dei pittori futuristi. Un'altra nuvoletta agile

di nickel fila, fila verso il mare come una torpediniera grondante di

liquido azzurro per raggiungere forse la squadra italiana. Sul mare,

sul mare, certo, anche sul mare, ora l'Italia vince. Ma sulla testa

un'altra bella nuvola di vittoria. Mi sporgo fuori dalla blindata per

ammirarla. E' un cerchio, un grande cerchio d'oro massiccio dipinto di

rozzi pomi vermigli. Degna corona del vincitore Caviglia che, scopati i

vecchi piani strategici, seppe mediante le sue spie volanti in aeroplano

sui notturni accampamenti, scoprire il punto debole del nemico e

colpirlo nell'immenso scacchiere, mortalmente. L'esercito Austriaco

ferito nella saldatura delle due sue armate del Grappa e del Piave, cade

a pezzi. Pezzi potenti, armatissimi, ancora disciplinati, che cercano di

sfuggire agli inevitabili accerchiamenti.

Nella città di Vittorio Veneto c'è festa e battaglia. Canti di gioia,

fucileria rabbiosa, facce in lagrime, pioggia di fiori, inseguimenti al

galoppo nei giardini e su per le scale, pugilati e strangolamenti di

difensori nei fossati. La città ci riceve a finestre spalancate. Quel

balcone rigurgita di donne. Le grida prolungano le capigliature.

Capriole di scugnizzi nel fango, fra le pazze motociclette che

scimmiottano aizzano le mitragliatrici.

Grondano le facce degli arditi che s'arrampicano sulle terrazze. E anche

sui tegoli rossi dei tetti. Colle corde tirano su una mitragliatrice.

Puntata. Contro quel quartiere laggiù dove i bosniaci resistono. Entro

in una vasta piazza colla mia 74. Tutte le donne scarmigliate intorno

alle ruote. «Accidenti alle donne! Via! Via! Sarete colpite!» Ma poco

importa! Se ne infischia questa giovane che spara col moschetto da un

portone contro il fondo del cortile.

Spara, poi si slancia dentro. Tumulto grigio verde. Braccia nude e

capelli al vento. La gioconda chiacchiera veneta pettegola colla mia

mitragliatrice che bersaglia un caseggiato zeppo di bosniaci e

prostitute austriache. Vittorio Veneto ne conteneva circa un migliaio,

di quelle donne d'ogni classe camuffate da Crocerossine, felici di

servire a tutti gli usi e istinti dell'esercito austriaco pur di

mangiare, ciò che era diventato difficile in Austria. Avevano

collaborato coi soldati nelle ciniche requisizioni ed erano odiatissime.

«Quelle vacche, quelle vacche! bisogna massacrarle! Mi dia un fucile per

carità, signor tenente, mi dia un fucile! Ci vado io e le sgozzo, le

sgozzo!»

--Perchè un borghese spari così sui soldati, bisogna che sia inferocito

dalla vendetta! sentenzia Ghiandusso.

Altre donne accorrono, mi baciano le mani, mi stringono i fianchi,

tentano di portarmi via il revolver. Delle bionde sedicenni gracili e

gentili sembrano forsennate.

La Vendetta, Forza gigantesca irta di baionette, pugnali, spilloni,

unghie di donne, rotola nell'aria tiepida profumata dei giardini.

La Vendetta, Forza elementare cocciuta sintetica, nutrita da milioni di

rancori covati. Il padre maltrattato e schiaffeggiato. La sorella

incinta buttata giù dal letto per rubarne le lenzuola. Il vecchio

beffeggiato. La vacca, l'unica vacca rimasta per il latte ai bambini,

rubata. Il colonnello austriaco che baciò per forza mia sorella!

Bisognava cedere e subire quel corpo schifoso perchè la mamma non

morisse di fame. E i buoi, il rame, la biancheria, tutto rubato. I

mobili, tutti portati via da quei ladri, ladri, ladri! La Vendetta

rotola nel cielo con i volumi mostruosi di quelle nuvole irte di raggi

acutissimi brucianti, che penetrano nelle ossa, facendone sprizzare

lagrime di fuoco.

Ricordo, ricordo che in me, nei miei soldati e in tutte le facce nere

polverose degli arditi la Vendetta penetrava, imbeveva di sè ogni fibra,

scatenava i muscoli, unghiava le labbra, gli occhi le orecchie.

Vento caldo di ferocia era l'alito diabolico di questa divinità

tremenda: la Vendetta! Vendicare un anno di soprusi, saccheggi,

prepotenze e crudeltà! E quei famosi bollettini spavaldi e imbecilli

dello Stato Maggiore germanico dopo Caporetto! Come dimenticarli?

Sentivo, sentivo, in me gli insulti atroci alla mia razza bella,

intelligente, lirica, geniale, pronta a tutte le generosità, bontà,

cortesie, e così mal ripagata da quei bruti smargiassi! Bruciano,

bruciano ancora le ingiurie di quella soldatesca ingorda e balorda. In

nome di quale giustizia mille volte più che divina posso io dimenticare?

Io non sono San Francesco. Sono un futurista italiano, più umano d'ogni

essere umano, e civilizzatissimo. Ma la bestia immonda, merita la

lezione, una spaventosa definitiva lezione. Nel cielo di Vittorio Veneto

rotola la Vendetta coi suoi abbacinanti volumi di nuvole tonde irte di

raggi acutissimi. Viaggia con lei un'altra Forza vestita di sciarpe

eleganti di nuvole rosee che schioccano ed è la divina Allegria

italianissima, con morbide frange di dolcezza. Questa spensierata

vorrebbe avvolgere rinfrescare l'impetuoso corpo aereo tropicale della

Vendetta. Con mille moine delle sue carezze e sorrisi, frange di piume

volubili, la Forza dell'Allegria spruzza di rosa le ombrie tiepide dei

giardini, risveglia i sapori delle frutta autunnali e cuoce i profumi

dei nascituri fiori primaverili che le fanciulle porteranno nei capelli

obliosi, coi fidanzati, quando la guerra sarà dimenticata e il nemico

perdonato poichè vinto. Ma la Vendetta urge, preme dall'alto, urlando

con le mille bocche delle donne:

--Massacrarle, massacrarle bisogna! Quelle puttane!... Erano tutte

d'accordo con loro! D'accordo con quelle canaglie! Volevano che

andassimo a letto col colonnello! Dov'è il colonnello? dov'è il

colonnello Sweiger? Se lo trovo, gli mangio il cuore! Sì, signor

Tenente, glielo mangio io!

Intanto si sentiva dovunque come la respirazione vasta di un mare, ed

era la respirazione della Vittoria che invadeva le strade colmando ogni

essere vivo, uomo, donna, fanciulli, altrettanti vasi capaci

straripanti in lagrime e risate di gioia. Tutti vi si abbandonavano,

tutti. Ma per brevi istanti, poichè la Forza della Vendetta ritorna,

implacabile, affamata! La vedo, la sento piombare in un gorgo di donne

con un grido, una parola. Il gorgo diventa frenetico. A calci a pugni le

false crocerossine Austriache sono trascinate in mezzo alla piazza.

Sinistro tafferuglio. Le donne vogliono strappare agli arditi la preda.

Un colosso bosniaco crolla, la faccia revolverata: orrenda spugna rossa.

La fucileria cede, cede alla periferia della città. I comandi prendono

il sopravvento. Io libero i bosniaci prigionieri, faccio sgombrare la

piazza e di nuovo in blindata per le strade della città. Continua nel

mio cuore il tumulto d'una rissa dolorosa fra due mie anime.

L'anima umana sensibile e visionaria che tutto comprende, prevede

immagina, perdona, riassume in uno spasimo d'angoscia tutti i dolori dei

vinti, discernendo fra le colpe dei capi e le brutalità meccaniche dei

greggi, lotta ora furiosamente contro la seconda Anima selvaggia

sanguigna, negra sorella della ferocia generale, e legata alla

massacrante Vendetta aerea. Questa non è ancora sazia!

Giù nel quartiere di Serravalle vociare e confusione. Gli arditi si

precipitano in un portone. Li raggiungiamo troppo tardi.

Quando entro tre bosniaci sono a terra sventrati. Non mi pento d'essere

arrivato in ritardo poichè vedo nello loro tre mani destre tre enormi

mazze ferrate.

--Buon giorno, Marinetti, mi dice il colonnello Trivulzio, con la pipa

in bocca. Non compiangete quelle belve e guardate!

Lo seguo in un camerone dove contro il muro sono attaccate in

bell'ordine migliaia e migliaia di mazze ferrate.

--Vi sono altre tre camere piene come questa. Basta per ora. Usciamo!

V'invito a colazione. Prenderemo il caffè in una strana famiglia mezzo

austriaca, tutta smorfie e baci per noi. Divertentissimo. Venite.

XIX.

LA VILLA DEVASTATA

A tavola i bollettini di guerra stupefacenti e i giornali colmi di

vittorie passano di mano in mano sulla pasta asciutta. L'appetito lotta

col cuore ebbro che sotto i tonfi delle notizie gioiose vorrebbe

schizzare lagrime e singhiozzi felici. Cinquantamila prigionieri, 300

cannoni. Il colonnello Trivulzio annunzia:

--L'intero sistema difensivo del Grappa è caduto nelle nostre mani!

Uragano d'applausi. Un bersagliere ciclista scaraventa dalla gioia tutta

la sua pastasciutta fumante in faccia del suo compagno. Questo ridendo

calmo sornione, ingolla due bicchieroni di vino, poi ne riempie un terzo

e pluff! doccia di rosso il suo assalitore.

--Io non mangio più, non ho più fame, dice Trivulzio; sono pieno come un

otre di gioia pesante... Ho avuto le due gioie sognate! Prima: vendicare

Caporetto. Seconda: finire malgrado la mia età la guerra, godendo la

vittoria con l'animo d'un giovane! Andiamo a prendere il caffè al primo

piano. Fra mezz'ora ordine di partenza.

Tutti in fila entriamo dalla signora Lucatich. Un tenente, bersagliere

ciclista, ha portato con sè un piatto di carne che divora camminando. La

padrona di casa, donnone biondastro, dal corpo liquefatto, straripante,

ossequia in buon italiano. Ci presenta sua figlia, magrolina, bionda,

slavata. Parla anch'essa molto bene in italiano correggendo così il

carattere tedesco dell'interno: quattro oleografie di Siglinde, Sigmund,

Sigfrid e Drago, Ondine ecc., a tinte rosse, azzurre, verdi, violente,

stonate, antipatiche.

La signora Lucatich che versa in giro il caffè, ci minaccia colle

sbrodolanti mammelle. Poi apre il pianoforte a coda. Subito un capitano

dei bersaglieri s'impadronisce della tastiera come il canto si

impadronisce della marina napoletana. Nerissima capigliatura impennata,

pizzo nero, faccia di bersagliere di Lamarmora in una stampa del '48. Il

capitano canta: Me ne vogl'ì in America...

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 11 / 20 段