Piove. Il cielo è una lugubre inondazione nella quale sembrano

beccheggiare i barconi che passano alti sui vagoni interminabilmente. Un

motociclista arriva con scoppi, balzi e scia schizzante. Si ferma per

domandare la strada. Col suo gabbano grondante, sembra un palombaro.

Dice:

--A Milano i neutralisti e i preti hanno cercato di fare la rivoluzione

con un allarme di campane in piena notte annunciando l'armistizio e la

pace. Speravano di salvare l'Austria. Non la salveranno. Ora tutto è a

posto. A Mestre ci sono 86 milioni di cartucce per fucili e

mitragliatrici.

Alle 5 del mattino sotto la pioggia torrenziale, alt a Sanbuchè. Secondo

alt a Zero Bianco. Ripartiamo colla brigata Lupi di Toscana. Gli

ufficiali raccontano: «Uno dei nostri soldati fu fatto prigioniero dagli

austriaci. Cinque giorni dopo abbiamo visto arrivar giù sul Brenta una

zattera con sopra un cadavere: era il prigioniero inchiodato.

Inchiodato vivo, lo si capiva, poichè la faccia aveva le contrazioni

tipiche degli annegati. Sul ventre una tela portava scritte queste

parole: «_Vi rendiamo il vostro lupo_». E gli ufficiali concludono

salutandoci: «Quelle vigliacche carogne la pagheranno!».

E vanno coi loro fanti che ridono sotto la pioggia. Il nostro fante è

affiatato colla pioggia, glorioso impasto di grigio-verde bagnato

bestemmie cicche, peli di barba, pidocchi, capelli polverosi, sguardi di

buon cane, risata furba, verruche, sudore, fango, l'innamorata e

piccirilli, signor tenente, l'ultima m'è nata... tengo la fotografia...

e la pagnotta.

Filiamo avanti coi bersaglieri ciclisti. Sembrano scolari in vacanza,

benchè pedalino in ordine perfetto. Correndo nella penombra dei villaggi

chiudono fra due file di ruote veloci polli, anatre, oche. Il ciclista

in testa le arrota, quello che segue si china e con la mano destra pesca

la preda morta. Se il secondo non l'acchiappa, il terzo, il quarto,

sempre con gesto distratto, ma rapidamente, la ghermisce e via, via

così, con polli, anatre e oche che spariscono nel tascapane.

Il 24 ottobre arriviamo a Paese. Villaggio banale con alto campanile,

osservatorio incolume sulla strada, la piazza e le case imbottite e

rigurgitanti di truppe. Colloco la mia branda in una stanzuccia che ha

nel centro dell'impiantito un gran buco e ne salgono nitriti impazienti

di cavalli, fiati caldi che aggravano la temperatura di densa angoscia.

Piove. Atmosfera d'uragano prossimo, lontano, errante. I cani soffiano e

s'agitano nervosamente nel sonno. Tutte le forze del cielo e della terra

sono tese. Nuove forze si aggiungono a quelle già concentrate. Rrrrrr di

autocarri innumerevoli. Tatatata di motociclette. Crrrrrr sssssss di

carreggio e truppe in marcia. Questa è veramente una notte che cammina.

La notte cammina con le sue migliaia, migliaia e migliaia di ruote,

gomme, zoccoli, scarpe. La terra è pigiata, masticata dalle masse di

volontà umane tutte personali, originalissime e pur guidate dai fili

collegati alla centrale elettrica di un pensiero unico. Ho saputo che

Caviglia ha il comando dell'8ª armata, forte imbrigliatore elettrico che

guiderà gli italiani elettrizzati d'odio-vendetta-patriottismo al di là

del Piave. Ho fiducia.

Rrrrr, di autocarri. Tatatata di motociclette. Crrrr sss di carreggio e

truppe in marcia.

Si distingue ora fra questi rumori ormai diventati il tessuto stesso

dell'atmosfera, un bombardamento continuo lontano. L'offensiva è già

cominciata sul Grappa. Va bene, ma trova una resistenza strana. Tutti

parlano dei segni evidenti di sfasciamento nell'interno dell'Austria, ma

l'esercito è più che mai in piedi: costruzione antica, cementata da una

disciplina feroce. Disciplina divinizzata. La disciplina per gli

Austriaci è una religione. Ufficiali e comandi formano una casta sacra

di sacerdoti della guerra. I soldati non si battono per l'Austria, ma

per l'Imperatore capo dell'esercito, e si fanno ammazzare per la Dea

Disciplina.

All'alba il fragore del bombardamento lontano cresce. La battaglia sul

Grappa infuria. Mi alzo e guardo il cielo come si squadra un manometro.

Non piove ma ha piovuto e ripioverà. Le nuvole imperano, dispongono,

minacciano. Il Piave è già pieno e quegli otri di pioggia sospesi sul

destino dell'Italia diventano tragici. Il capitano Raby mi ordina di

recarmi da Caviglia perchè io possa ottenere ciò che noi desideriamo

ansiosamente: passare il Piave in testa alla cavalleria.

Il capitano Raby è turbato. Stanotte al comando della divisione di

cavalleria che ha per ufficio un autocarro fra le case bombardate Raby

ha avuto come risposta alla sua domanda di ordini: «I ponti non portano

che 30 quintali. Lei, capitano, tenga ferma la sua squadriglia, e

m'incolonni il carreggio della divisione.»

Strabiliante, imbecille, disonorante. Parto subito. Le strade ingombre

mi ritardano. Giungo verso le 6 alla villetta del comando dell'8ª

armata.

Viavai di ufficiali, precisi, che in silenzio entrano, escono. Questo a

cavallo. Quello in motocicletta. Altri in biciclette sguinzagliate a

ventaglio. Pure a ventaglio si sentono partire le forze della volontà

centrale per i fasci di fili telefonici meticolosamente sorvegliati e

controllati dai guardafili che corrono per la campagna. Quando entro nel

giardino della villa il cielo è tutto sgombro, limpido, fresco,

propizio. Ma quella nuvolaglia, che copre il ribollimento di cannonate

tuun tuun tuun tuun tuun sul Grappa a destra, non è fumo come speravo.

Ecco si stacca dal Grappa, annerendosi, invadendo di nuovo il cielo con

un programma di pioggia per questa notte. Ma c'è del vento nell'alto. Un

vento patriottico che combatte le nuvole e forse le vincerà. Il cielo

mutevole addensa le nuvole e poi le soffia via intenerendosi al tramonto

sulla divina bellezza d'Italia in pericolo.

Giunge un motociclista grondante, infangatissimo. Riconosco un amico,

tenente di collegamento. Viene dal Grappa. Mi racconta la mischia

vittoriosa, accanitissima in una nebbia fitta. Dice che il comandante

del 9º reparto d'assalto, maggiore Messe, ha fatto cose fantastiche.

--Una nebbia che forse non si è mai vista neanche a Londra. Brutta

lotta, quasi nel buio. Giorno e notte... tatatatatata. Si sentivano le

mitragliatrici da tutte le parti... Gli arditi gridavano: Messe! Messe!

Messe! Di qua, signor maggiore! Fiamme nere, a me! Giù, giù, con le

bombe! Poi, via! Al galoppo, nella nebbia... Mettete le maschere, le

maschere! tutti, le maschere! No! no! Nooo! è nebbia. Ad un tratto la

nebbia si squarcia. Presto qui, una mitragliatrice! Una

mitrigliatriiiiice! E un ardito arriva portandola sulle spalle... Ecco

ecco, signor maggiore! L'ardito ansimante si butta colla pancia nel

fango, e sopra la sua schiena la macchina rabbiosa sobbalza sparando.

Tttatatatata. Gira, gira, a ventaglio. Gli austriaci cadevano, ma che

noia quella nebbia, e che paura di colpire i nostri! Ad un tratto il

tenente De Giovanni, un colosso, appare su un cocuzzolo a destra. La

nebbia era diminuita e si vedeva le pallottole delle mitragliatrici

austriache che facevano la barba al cocuzzolo... Aaaaaaaa! Il tenente De

Giovanni cade fulminato. Quattro arditi si slanciano per portarlo giù.

Tre sono uccisi. Il terzo vicino a me sputa un _groomf!_ e cade. Tre li

rimpiazzano. In quell'istante il reparto del maggiore Messe era come

ingabbiato in un doppio fuoco di artiglieria. Fuoco di sbarramento sulle

prime linee, fuoco di sbarramento dietro di noi. Accidenti! siamo

ingabbiati. Tutti gridano: Messe! Messe! Messe! Il maggiore è

dappertutto. Corre, si slancia, rianima, controlla ogni faccia nella

nebbia fitta. Grida: qui, qui la mitragliatrice, non là! Non sparate lì,

sono dei nostri! Sono dei nostri! Arruffio, confusione, velocità in

tutti i sensi. Il reparto sembra diventato un corpo con mille braccia,

mani, dita fra le matasse e i gomitoli di nebbia. Uomini ora appiattati,

ora balzanti per riformar la linea, riconoscersi, strangolare i nuclei

di nemici invadenti. Sopra di noi passavano dei veloci scenari di nebbia

fittissima che svelavano nascondevano Grappa, Asolone, Col Moschin...

«Cretino!... non sparare! sono i nostri...!» «Lo so» risponde un

tenente, «Signor maggiore, guardi sulla quota 3.000. E' perduta»; poi

grida «Aaaaiiii...» e cade con la coscia gonfiata come un pneumatico

rosso da una palla esplosiva. Tatatatatata due arditi, la faccia nel

fango, sussultano sotto due mitragliatrici ben puntate. Si sente, si

capisce che gli austriaci sono lì che salgono. Ma non si vede a 20, a

10, a 3 metri. «Accidenti, urla Messe! Non sono Austriaci, sono i

nostri! Cessate il fuoco!... I petardi! i petardi! qua i petardi! Tutti

curvi col petardo nel pugno! Senza copiglia! Tenetelo alto! Non

inciampate! Venite con me! Avanti! Ecco, quelle ombre sono assolutamente

austriaci! Aspettate a tirare! A 30 metri! Aspettate! Gggiù! Patatamm

traaac paaam paaaam.

«Messe non ha più petardi. Ora spara col moschetto. Un ardito vicino gli

dà i caricatori notando i colpi precisi del maggiore: uno, due, tre

quattro, cinque. Messe riceve, carica, spara, accoppa, puntando sul

costone a 30 metri. Poi nebbia, nebbia, nebbia, geometria di forme nella

nebbia. Non ci si vide più. Ma gli austriaci erano ributtati nella

vallata».

Il tenente di collegamento ha narrato con un entusiasmo affannato mentre

aspetta l'ordine di entrare da Caviglia. Si forma un crocchio di

ufficiali. Tutti parlano di sua santità il Piave che dirige la

battaglia. Il fiume è il polso del nostro destino. Il cannoneggiamento

sul Grappa è accanitissimo. Ma la sicurezza regna intorno all'anima

potente, fredda di Caviglia che si sente lì nella camera vicina. Il

generale mi accoglie col suo sorriso bonario e passeggiando ascolta la

mia richiesta poi dice con calma: «E' naturale, le blindate in testa

alla cavalleria, appena passato il Piave per l'inseguimento.

Provvederò».

Segue un silenzio, dopo di che Caviglia la cui statura sembra altissima

dominatrice come le cime gelate radiose e serene soggiunge:

--Tutti devono avere la mia sicurezza e il mio ottimismo. Il Piave non

accenna a dimagrare. Mantiene da 24 ore la velocità di 2 metri e 50.

Questo esclude passerelle e ponti... Ho consultato tutti i grafici del

Piave, e mi sono detto: Da che mondo è mondo le piene del Piave in

autunno non hanno mai durato più di 3 giorni. E' mai possibile che

proprio oggi, quando si gioca tutto l'avvenire dell'Italia, il Piave

faccia lo scherzo di ingrossare oltre misura? Sento che ciò non è

possibile. Ne sono sicuro. Gli austriaci d'altra parte offrono una

resistenza formidabile sul Grappa. Vuol dire che non hanno capito il mio

piano. Più resistono sul Grappa e meglio li prenderò tutti in trappola!

Fuori ritrovai il centro del cielo pulito benchè minacciato a destra

dalla nuvolaglia.

Cielo di carta patinata lievemente azzurrina con sfumature e velature

dorate. Orgogliosamente vi si slancia una squadriglia di aeroplani

italiani. Sembra un forte, intenso e fortunoso sette di quadri che

elastico viaggi verso l'asse di cuori rosso del Sole al tramonto. Si

gioca volubilmente così nel cielo fra le mani disinvolte del vento la

suprema partita dell'Italia. Spumeggiano d'oro tre nuvoloni ritti,

perpendicolari, bottiglie di cosmico sciampagna già sturate che non

potranno innaffiare che la vittoria nostra. Nelle mani folleggianti del

vento italiano l'areoplanico sette di quadri vibra nero veloce preciso,

geometrico.

Mangerà, deve mangiare il ricco asso di cuori. Sole al tramonto! Partita

emozionante. Mille mille e mille facce al cielo. Altri areoplani

Italiani fanno intorno ai giocatori maffie di valzer, moine e capriole,

pattinano sul cielo levigatissimo, si preparano a beffeggiare, come

usano, in tondo, la loro probabile vittima nemica.

Nel raggiungere a tutta velocità la mia squadriglia penso che l'audace

volontà di vincere è una forza che si proietta fuori dai muscoli con

slanci e potenza enormi. Ogni soldato oggi è carico di questa volontà,

cosicchè si proietteranno questa notte e domani fuor da due o

trecentomila corpi umani, più di trecentomila volontà capaci di

plasmare, scopare, trasformare nuvole fiumi e masse nemiche. Queste

volontà per raggiungere il loro slancio massimo non devono essere troppo

fiduciose nè spavalde. Occorre una preparazione sommaria, poichè le

lunghe preparazioni meticolose diventano in certo modo una poltrona

profonda offerta alla Fortuna. Poltrona che la Fortuna brutalmente

rifiuta.

Dopo pochi chilometri il cielo si è richiuso. Questa tragica realtà mi

afferra alla gola. Penso alla calma meravigliosa di Caviglia e al suo

piano che intuisco. Dopo aver gettato tutti i ponti, circa 70, lanciare

22 divisioni contro Vittorio Veneto, aprendosi poi a ventaglio a destra

per far cadere tutta la difesa austriaca del Piave, e a sinistra per

accerchiare il Grappa. Piano degno d'un uomo di genio, assolutamente

originale poichè esclude imprevedutamente il vecchio piano tanto

discusso e quasi irrealizzabile di sfondare il Grappa per poi traversare

il Piave. Caviglia pensò: nè a sinistra, nè a destra; ma al centro dopo

aver fatto una forte azione dimostrativa sul Grappa.

Il piano però esige la collaborazione del fiume, e purtroppo questo

cielo nero è inesauribile. Sento la materia del mio cuore trasformarsi,

metalizzarsi, in un ottimismo d'acciaio. Sopra vi oscilla la vecchia

sensibilità lirica un po' femminile troppo vibrante. La riconosco con

dispetto nel commuovermi quasi alle lagrime al pensiero della

straordinaria vittoria che potrebbe sfuggirci, mentre guardo un

fox-terrier devotamente affannato dietro al cavallo del suo padrone

capitano.

La mia squadriglia è ferma al bivio Povegliano-Nervesa. Al lume di una

lanterna davanti ai soldati riuniti leggo l'ordine del giorno di

Caviglia:

«Ai comandanti di corpo d'armata, agli ufficiali, alle truppe tutte

dell'armata, sento il dovere di chiedere di mantenere il loro animo

all'altezza della situazione.

«Tutto il popolo italiano guarda in questo momento a noi, cui sono

affidate in quest'ora le sorti della Patria. La storia dell'Italia

futura, forse per un secolo, dipenderà dalla fermezza e dal fervore di

cui saranno capaci nelle prossime 24 ore gli animi nostri.

«L'ora delle supreme decisioni si approssima. Se noi avremo saputo

mantenerci all'altezza di quest'ora, la fortuna e la gloria d'Italia

saranno assicurati.

«E' necessario che stanotte tutti i ponti siano novamente gettati. E'

necessario che il maggior numero possibile di unità passino sulla sponda

sinistra del fiume. E' necessario infine che le truppe che si trovano

oltre Piave, attacchino violentemente, tendano con ogni ardore al

raggiungimento degli obbiettivi prefissi.

«E' l'Italia che l'ordina. Noi dobbiamo ubbidire.»

I soldati non applaudono. Rimangono seri, ma ansiosissimi. Che cosa si

aspetta? Sappiamo che dovremo passare il Piave alle Grave di Papadopoli.

Perchè dunque rimanere vicino a Nervesa? La pioggia è cessata. Il vento

il divino vento favorevole sale con sbuffi impetuosi impacchettando le

nuvole e cacciandole alla rinfusa verso il mare. Vento benedetto che noi

salutiamo con baci e deliziosi tremiti nella gola!

Pronto e sagace, il sole lancia raggi dovunque, moltiplicando gli

specchi rossi dei vetri, rimbalzando biondo sui volumi della

vegetazione, preoccupatissimo di rischiarare tutto, pulire e ripulire

ogni cosa. Non si deve forse tutti marciare al più presto, con ordine

aggressivo? Sole affaccendato che vuole liberare le ruote dei cannoni

dal fango, oliare le mitragliatrici e i fucili, trasformarsi in benzina

nei carburatori, cuori bollenti aggiunti agli altri bollentissimi.

Più della metà dei ponti buttati questa notte resistono. Quelli delle

Grave di Papadopoli cioè i nostri sono stati travolti. Ma questa sera

saranno in piedi. Ce lo annunciano con occhi giocondi soddisfatti e

fieri i pontieri che ritornano dal Piave. Pontieri colossi che i gabbani

antipritici blu rendono quasi monumentali. Camminano oscillando, come

marinai disabituati dalla terra ferma. Hanno sotto il braccio la

pagnotta spaccata, masticano avidamente e gli occhi ridono con orgoglio

ingenuo infantile. Tutti li circondano. Sembrano corridori dopo una gara

difficile vinta. Passo pesante. Portano il peso dell'immane sforzo

compiuto nel buio gelato crivellato dalle mitragliatrici, fra i lacci,

le tenaglie della corrente lugubre che voleva scardinare, strappare,

sbottigliare i pali, travolgere le botti.

--Le barche, dice uno, ballavano come scodelle nelle mani di un ubriaco.

Il Piave era ubriaco, pazzo, questa notte. Ma ora è vinto; cede. Abbiamo

lavorato bene, questa notte. Tutto passa davanti a Nervesa. Al ponte

della Priula, quelle carogne resistono.

E i pontieri si allontanano trascinando i piedoni mostruosi.

Il cannoneggiamento è un rombo continuo. E noi che facciamo? Con questa

tortura lacerante dolce, amara, nella gola, ci sentiamo simili ai

mendicanti invernali ai vetri di una ricca trattoria quando all'ora del

pranzo fervono tintinnano le gioconde stoviglie e filano i piatti

fumanti. Fossimo sulla tavola anche noi! Anche come cibi esplosivi fra

le mani dell'ultimo cameriere! O in cucina nella vampa dei fornelli!

S'avanza una prima colonna di prigionieri austriaci. Poi tre feriti

nostri. Uno di loro, ardito, napoletano, fatto prigioniero riuscì a

liberarsi. Racconta in napoletano la mischia clownesca, grottesca, a

cazzotti, calci, lazzi, burle.

--Sono passato sulla prima passerella. Poi fra le erbacce nel fango sono

scivolato in un buco!... Bombe a mano da tutte le parti. Strisciavo. Ho

perso il pugnale. In tre mi hanno preso alle spalle. Io gridavo:

fetenti! fetenti! fetenti! Mentre mi portavano via. Attraverso la

pioggia i proiettili dei nostri 75 fischiavano come i siluri nel golfo

di Napoli: Ptoo! fiiiisc... Pto! Pto! Pto! fiiii. D'un colpo un mio

compagno di Napoli ha tirato un petardo in mezzo a noi. Le carogne che

mi tenevano sono morte, io ferito alla faccia. Non è grave. Mi sembrava

di essere a Santa Lucia quando le femmine fanno le liti e ci sono li

fuochi artificiali.

I nostri Draken-ballon si sono spostati. Si annoiavano nella camera

della Patria. Ora splendono e parlano in alto come enormi pappagalli

gialli nel sole sulla finestra aperta del Piave.

Piomba l'ordine di partire per le Grave di Papadopoli. In tre minuti

tutto a posto, tutto in ordine. Sentiamo la gioia liquida circolare

nelle vene.

Ma la lentezza sulle strade ingombre di soldati in marcia ci esaspera.

Stare al volante colla cura dovuta al motore e alla strada e sentire in

sè mille anime sconosciute svincolarsi, premere fra le coste del petto

per slanciarsi in avanti! Cala la notte sotto un cielo limpido, ma

gelato. Ad ogni chilometro, alt, ingombro. Scendiamo e mentre le mani

nostre tese sul fuoco si slegano, sentiamo premere sulle nostre schiene

un alito misterioso e rovente, l'alito fortunoso della Patria che ci

spinge con milioni di volontà italiane al di là del fiume. Sono volontà

Italiane che da tutti i punti della penisola si slanciano affollandosi

ed ora cantano, urlano nelle boscaglie fluviali. Sono anch'esse ansiose

di varcare le acque. L'alito possente della Patria tessuto di milioni di

anime lontane venute dalla Sardegna, dalla Sicilia, dall'Egitto,

dall'Argentina, dal Brasile rinvigorisce ora le mitragliatrici che sul

greto si moltiplicano intrecciando i loro brillanti arpeggi ta ta ta ta

ta ta. Rimbalzante fluidissima scorrevolezza di centomila pianoforti

sotto dita di pianisti, forse quei pianisti italiani cinquantenni che a

Rio Janeiro o a Buenos-Aires suonano, suonano in concerti patriottici

con passione e genio, facendo sparare mille armonie come noi spariamo

contro la riva nemica (pianoforte da sfondare!) di questo Piave che si

dà delle arie di Fiume Americano.

Il comando della cavalleria ha deciso di non lasciarci in testa. Ce ne

accorgiamo da molti ordini e contrordini. Si dice che i primi ponti sono

deboli, non sopporteranno il peso delle blindate. Vado ad accertarmene

col capitano Raby a piedi, curvi nell'intrico fangoso delle erbe.

L'alba, pallida e fredda, si spacca qua e là in blocchi rosei d'aurora

come colpita dal cannoneggiamento della 3ª armata che alla nostra destra

incomincia a buttare i suoi ponti. Il fiume ha qui circa tre chilometri

di larghezza. Noi dobbiamo seguire però un nastro tortuoso di strada per

traversarlo. Circa 8 chilometri di ghiaia, guadi a fondo solido e ponti.

Il Piave sembra qui un immenso estuario.

Tenendoci curvi poichè il fogliame delle piante è su di noi falciato

dalle pallottole, interroghiamo un sergente del genio che nell'acqua

regola gli Issaa-ooh! Issaa-ooh! dei pontieri intorno alla capra.

Tata tuum tata tuum di cannonate.

Scraabraaaang di bombarde.

Ta ta ta ta ta ta di mitragliatrici.

Iauu iau iau di schegge lontane e di pallottole.

Issaa-ooh! Issaa-ooh!

Passa un farfallone d'acciaio da mezzo chilo a venti centimetri dal mio

naso.

Visitiamo, palpiamo il ponte che lega il primo guado colla prima isola

boschiva e pantanosa. Sotto fruscia, stride incalza e galoppa l'acqua

fulgente. I languidi ruscelli pacifici e melodici sono diventati corde

metalliche violente per legare, strappare i piedi dei ponti.

Issaa-ooh! Issaa-ooh! Ultime ostilità del fiume che vuole colle trecce

tumultuose delle sue acque trattenere i passi audaci dell'Amante che

scavalca il suo letto.

Il sergente del genio intelligente, afferma che il ponte è solido. Una

granata approva con scoppio brutale, schiamazzante.

Il ponte scricchiola, geeeme piegando le sue tavole sotto il peso della

mia 74. Siamo tutti appiedati, mentre il mio volantista guida con

cautela.

Ora grave. A destra a sinistra a cinquanta cento metri Biii... Graang!

Biiiii Graang-graang! vvv. Ho avuto stanotte un presentimento di morte.

Nel buio con calma ho regalata la mia vita di grande poeta a questa

divina parola: Italia, che merita oggi la vita di mille mille poeti

altissimi. Ora ricordo la formola di equitazione: per saltare un

ostacolo a cavallo bisogna gettare il cuore al di là dell'ostacolo. D'un

colpo, lancio il mio cuore sulla altra riva.

Subito vedo in sogno la Fortuna inclinare sempre più il piano da Padova

al Montello perchè le masse di forze italiane scorrano giù nel Piave e

si rovescino sull'altra riva schiacciandola.

Raby da due giorni liberato dal suo guscio molle di placidità orientale

si è rivelato un comandante energico, espertissimo, tenace. Dopo ogni

ponte, il guado è un problema da risolvere.

Questi primi guadi del Piave sono facili e si corre poi, per dei tratti,

con prudenza su un ponte, indi cento sforzi nell'acqua, poi di nuovo via

correndo tutti intorno alla blindata giocondi come per un parto

riuscito. Davanti a noi nelle isole tutte a ciuffi di piante fluviali si

sparpaglia la fucileria. La retroguardia austriaca snidata come una

abbondante selvaggina che non voglia abbandonare i suoi covi. Ecco la

riva! L'altra riva del Piave tanto sognata, desiderata, invocata,

abbracciata dalle nostre anime! Alla mia destra due trincee ci

bersagliano. Voluit, voluit, di pallottole sul capo. Graang! Questa

pallottola si è schiacciata sulla blindata. Primo collaudo. La

blindatura Ansaldo tanto discussa resiste.

A destra passano con noi i bersaglieri ciclisti del colonnello

De-Ambrosis. Sparano con la bicicletta appoggiata al fianco e cantano:

Addio mia bella addio... Nostalgia dinamica e marziale di quella,

canzone trascinata ma che trascina, svolazzante e smarrita, ma

imperiosa. Strana miscela di sentimentalismo e di audacia virile. Zaino

di melanconia che il soldato meridionale porta con disinvoltura

spensierata in marcia verso il pericolo ignoto. Il ricordo della donna

pungola le nuove audacie.

Cos'è questo vocio lamentoso che si trascina vicino alla trincea ora

deserta?...

Braccia alzate! Donne e bambini! Sono italiani di Campodolcino. Arruffio

di gesti e camiciole femminili intorno ad una colonna di prigionieri.

Sporchi, in brandelli, col berretto a tre bottoni. Questo porta lo

stemma imperiale. Gioia acuta di calcare la trincea vuotata.

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 10 / 20 段